Biblioteca:Ovidio, Metamorfosi, Libro IV



				

				

Ma Alcìtoe, figlia di Minia, ritiene che quel culto orgiastico
sia da rifiutare e si ostina con protervia a sostenere
che falsa è la discendenza di Dioniso da Zeus: in questa empietà
ha compagne le sorelle. Aveva ordinato il sacerdote
di celebrare una festa e che ancelle e padrone, lasciando
le faccende, si fasciassero di pelli, sciogliessero dai nastri
i capelli e, con ghirlande sul capo, impugnassero tirsi
coperti di fronde: tremenda sarebbe stata l'ira del nume
se l'avessero offeso, questo il vaticinio. Madri e spose assentono,
ripongono tele e canestri interrompendo le faccende,
e bruciano incenso, invocano Dioniso chiamandolo Bromio, Lieo,
figlio del fuoco, nato due volte, unico ad avere due madri.
E a questi nomi aggiungono Niseo, Tioneo l'intonso,
Leneo, inventore dei piaceri che dà la vite,
Nictelio, padre Eleleo, Iacco ed Èuhan,
insomma tutti gli infiniti nomi che tu, Libero,
hai tra le genti di Grecia. Intramontabile è la tua giovinezza:
tu eterno fanciullo, tu che bellissimo in alto nel cielo
catturi gli occhi; quando ti presenti senza corna,
il tuo capo ha la grazia di una vergine; vinto hai l'Oriente
sino al punto estremo in cui l'India ambrata è bagnata dal Gange.
Tu i sacrileghi Penteo e Licurgo, armato d'ascia, colpisci a morte,
venerabile nume, e a mare getti i marinai etruschi;
tu a una pariglia di linci sproni il collo screziato
con freni colorati. Ti seguono satiri, baccanti
e il vecchio che ebbro sostiene col bastone le membra vacillanti
e che a malapena si regge sulla groppa del suo asinello.
Ovunque tu passi, col clamore dei giovani risuonano
grida di donna, tamburelli percossi col palmo della mano,
bronzi concavi e flauti di bosso forati lungo l'asse.
"Benevolo e amico vieni a noi", pregano le donne dell'Ismeno
seguendo devote la liturgia. Solo le figlie di Minia
chiuse in casa, violando la festività con lavori importuni,
cardano la lana, ne torcono i fili col pollice
o sostando al telaio spronano le ancelle a lavorare.
E una di loro, intenta a filare col tocco leggero del pollice:
"Mentre le altre indugiano affollandosi a quei fantomatici riti,
noi, fedeli a una dea migliore, Atena," dice, "per parte nostra
via, alleviamo il giusto lavoro delle mani con qualche chiacchiera
e qui fra noi a turno raccontiamo a chi drizza le orecchie
qualcosa che meno lungo faccia apparire il tempo".
Le sorelle approvano e la invitano a parlare per prima.
Lei riflette quale racconto scegliere fra tanti (ne conosce
moltissimi) ed è incerta se narrare di te, Dèrceto
di Babilonia, che come credono i Palestinesi, mutato
aspetto, con gli arti coperti di squame finisti in uno stagno;
o piuttosto di come sua figlia, messe le penne,
passò gli ultimi anni in una torre bianca;
o di come col canto e col potere inaudito di erbe una Naiade
mutava corpi di giovani in pesci silenziosi,
finché subì la stessa sorte; oppure di quell'albero che un tempo
portava bacche bianche e ora a contatto col sangue le porta nere.
Sceglie questa storia, questa, perché non è comune,
e così dunque comincia, continuando intanto a filare:
"Pìramo e Tisbe, lui di tutti i giovani il più bello,
lei unica fra tutte le fanciulle che ha avuto l'Oriente,
abitavano in case contigue, là dove dicono che cinse
Semiramide con mura di cotto la sua superba città.
Grazie alla vicinanza si conobbero e nacquero i primi vincoli:
col tempo crebbe l'amore. E si sarebbero uniti in matrimonio,
se i genitori non l'avessero impedito; ma impedire
non poterono che perdutamente ardessero l'uno dell'altra.
Nessuno ne è al corrente, si parlano a cenni, a gesti,
e quel fuoco nascosto più lo si nasconde, più divampa.
Da una sottile fessura, formatasi già al tempo
della costruzione, era solcato il muro comune alle due case.
Quel difetto, ignoto a tutti per centinaia d'anni (cosa mai
non scopre l'amore?), voi, innamorati, per primi lo scorgeste
e l'usaste come via per parlarvi: di lì ben protette
passavano giorno per giorno in un sussurro le vostre effusioni.
Spesso, immobili, Tisbe da una parte, Pìramo dall'altra,
dopo aver spiato a vicenda i propri aneliti:
"Muro invidioso", dicevano, "perché ti frapponi al nostro amore?
Quanto ti costerebbe lasciarci unire con tutto il corpo
o, se questo è troppo, aprirti perché potessimo baciarci?
Non siamo degli ingrati: sappiamo di doverti già molto,
se a orecchie amiche permetti che giungano le nostre voci".
Pronunciate invano, l'uno dall'altra divisi, queste parole,
a notte si salutarono e ognuno alla sua parte
di muro impresse baci senza speranza che s'incontrassero.
L'aurora seguente aveva rimosso i fuochi della notte,
il sole sciolto coi suoi raggi la brina nei prati e loro
si ritrovarono in quel luogo. Con lieve bisbiglio allora,
dopo essersi a lungo lamentati, decisero di eludere
i custodi, di tentare la fuga nel silenzio della notte
e, una volta fuori casa, lasciare la stessa città;
ma per non smarrirsi, vagando in aperta campagna, stabilirono
d'incontrarsi al sepolcro di Nino e di nascondersi al buio
sotto un albero: quello che imbiancato di bacche lì si trovava,
un alto gelso appunto, vicino a una gelida sorgente.
Questo l'accordo; e la luce, che sembrava non volersene andare,
calò a un tratto nel mare e da quel mare si levò la notte.
Di soppiatto aprendo la porta, Tisbe uscì, senza farsi sentire
dai suoi, nelle tenebre e, col volto velato,
giunta al sepolcro, sedette sotto l'albero convenuto:
audace la rendeva amore. Quand'ecco che, con le fauci
schiumanti sangue per la strage di un armento, venne a spegnere
la sete sua nella fonte accanto una leonessa.
Di lontano ai raggi della luna la vide Tisbe
e con le gambe tremanti corse a rifugiarsi in un antro oscuro,
ma nel fuggire lasciò cadere per l'ansia il velo dalle spalle.
La belva feroce, placata a furia d'acqua la sua sete,
mentre tornava nel bosco, trovò per caso abbandonato a terra
quel velo delicato e lo stracciò con le fauci sporche di sangue.
Uscito più tardi, Pìramo scorse in mezzo all'alta polvere
le orme inconfondibili di una belva e terreo
si fece in volto. Quando poi trovò la veste macchiata di sangue:
"Una, una sola notte", gridò, "manderà a morte due innamorati.
Di noi era lei la più degna di vivere a lungo;
colpevole è l'anima mia. Io, sventurata, io ti ho ucciso,
io che ti ho spinto a venire di notte in luoghi così malsicuri,
e neppure vi venni per primo. Dilaniate il mio corpo,
divorate con morsi feroci quest'uomo scellerato
voi, voi leoni, che vi rintanate sotto queste rupi!
Ma è da vili chiedere la morte". Raccolse il velo
di Tisbe e lo portò con sé al riparo dell'albero convenuto;
poi, dopo avere intriso di lacrime e baci quella cara veste:
"Imbeviti ora", esclamò, "anche di un fiotto del sangue mio!".
E si piantò nel ventre il pugnale che aveva al fianco,
poi, ormai morente, fulmineo lo trasse dalla ferita aperta
e cadde a terra supino. Schizza alle stelle il sangue,
come accade se, logoratosi il piombo, un tubo si fende
e da un foro sottile sibilando esce un lungo getto
d'acqua, che sferza l'aria con la sua violenza.
I frutti dell'albero, spruzzati di sangue,
divengono cupi e, di sangue intrisa, la radice
tinge di vermiglio i grappoli delle bacche.
Ed ecco che, ancora impaurita, per non deludere l'amato,
lei ritorna e con gli occhi e il cuore cerca il giovane,
impaziente di narrargli a quanti pericoli è sfuggita.
Ma se riconosce il luogo e la forma della pianta,
la rende incerta il colore dei frutti: in forse se sia quella.
Ancora in dubbio, vede un corpo agonizzante che palpita a terra
in mezzo al sangue; arretra e, col volto più pallido del legno
di bosso, rabbrividisce come s'increspa il mare,
se una brezza leggera ne sfiora la superficie.
Ma dopo un attimo, quando in lui riconosce il suo amore,
in pianto disperato si percuote le membra innocenti,
si strappa i capelli abbracciata al corpo dell'amato,
colma la ferita di lacrime, confonde il pianto
col sangue suo e, imprimendo baci su quel volto gelido,
grida: "Quale sventura, quale, Pìramo, a me ti ha strappato?
Pìramo, rispondi! Tisbe, è la tua amatissima Tisbe
che ti chiama. Ascoltami, solleva questo tuo volto inerte!".
Al nome di Tisbe Pìramo levò gli occhi ormai appesantiti
dalla morte e, come l'ebbe vista, per sempre li richiuse.
Solo allora lei riconobbe la sua veste e scorse il fodero
d'avorio privo del pugnale: "La tua, la tua mano e il tuo amore
ti hanno perso, infelice! Ma per questo anch'io ho mano ferma,"
disse, "e ho il mio amore: mi darà lui la forza d'uccidermi.
Nell'oblio ti seguirò; si dirà che per sciagura fui io causa
e compagna della tua fine. Solo dalla morte, ahimè, potevi
essermi strappato, ma neanche da quella potrai esserlo ora.
Pur travolti dal dolore esaudite almeno, voi che genitori
siete d'entrambi, la preghiera che insieme vi rivolgiamo:
non proibite che nello stesso sepolcro vengano composte
le salme di chi un amore autentico e l'ora estrema unì.
E tu, albero che ora copri coi tuoi rami il corpo sventurato
d'uno solo di noi e presto coprirai quelli di entrambi,
serba un segno di questo sacrificio e mantieni i tuoi frutti
sempre parati a lutto in memoria del nostro sangue!"
Questo disse, e rivolto il pugnale sotto il suo petto,
si lasciò cadere sulla lama ancora calda di sangue.
E almeno la preghiera commosse gli dei, commosse i genitori:
per questo il colore delle bacche, quando sono mature, è nero
e ciò che resta del rogo in un'urna unica riposa".
Aveva terminato. Ci fu una breve pausa, poi cominciò
Leucònoe a raccontare: le sorelle fecero silenzio.
"Anche il Sole, che regola ogni cosa con la luce astrale,
anche lui fu preso da amore: racconterò gli amori del Sole.
Si pensa che questo dio fosse il primo a sapere dell'adulterio
di Afrodite con Ares: è un dio che sa tutto per primo.
S'indignò, e al marito, figlio di Era, rivelò
il tradimento coniugale e il luogo del tradimento. A Efesto
cadde il cuore e dalle mani operose che lo stringevano cadde
il suo lavoro. Senza perder tempo fabbrica ad arte catene
di bronzo, reti e lacci così sottili da sfuggire alla vista:
non c'era ordito, non c'era ragnatela appesa a una trave
del soffitto che superasse quell'opera in trasparenza.
E, disponendoli con maestria intorno al letto, fece in modo
che scattassero al tocco più lieve e al minimo movimento.
Quando la moglie e l'amante si unirono sul letto per amarsi,
sorpresi dal marchingegno preparato con proprietà nuovissime
dal marito, rimasero intrappolati nell'atto dell'amplesso.
Il dio di Lemno allora spalancò di colpo la porta d'avorio
e fece entrare gli dei: i due giacevano avvinti in posa
vergognosa, e qualcuno dei numi meno severo s'augurò
d'essere svergognato così. Scoppiarono a ridere gli dei
e in tutto il cielo questa storia passò di bocca in bocca per anni.
Afrodite esige una pena memorabile per la delazione,
e umiliò con un amore identico chi aveva umiliato
i suoi amori segreti. Ora, o figlio di Iperione, che vale
la tua bellezza, il tuo colore e la luce che irradi?
Sì, tu che bruci dovunque la terra col tuo fuoco,
bruci di un fuoco inaudito; tu che dovresti seguire ogni cosa,
non fai che ammirare Leucòtoe e solo su quella vergine figgi
lo sguardo che devi al mondo. Ora sorgi più presto in cielo
a oriente, ora cali più tardi nel mare,
e indugiando ad ammirarla prolunghi le ore dell'inverno;
a volte ti fai pallido e il languore della mente si comunica
alla luce, sgomentando con l'oscurità il cuore dei mortali.
E non è che impallidisci perché, avvicinandosi alla terra,
la sagoma della luna t'intralci: è questo amore a farti tale.
Non ami che lei: più non ti avvince Climene o Rodo,
la bellissima madre di Circe nell'isola di Eea
o Clizia che, sebbene disprezzata, sognava d'unirsi a te
e che proprio in quel tempo ne soffriva in modo atroce.
Su molte donne ha steso il velo dell'oblio Leucòtoe,
lei nata da Eurìnome, la più bella che esistesse
nel paese degli aromi; ma una volta cresciuta, quella figlia,
di quanto la madre superava tutte, la superò in bellezza.
Orcamo, il padre, regnava sulle città degli Achemènidi
e per nascita è ritenuto settimo dopo l'antico Belo.
Sotto il cielo d'Esperia sono i pascoli dei cavalli del Sole:
ambrosia, non erba vi trovano, e nutrono con questa le membra
stanche del lavoro diurno, temprandole alle fatiche.
Ora, venuto il turno della notte, mentre i destrieri brucavano
laggiù la divina pastura, il dio, preso l'aspetto della madre
Eurìnome, entra nella dimora dell'amata
e in piena luce, tra dodici ancelle, gli appare Leucòtoe,
che girando il fuso ne trae fili sottili.
Così, dopo averla baciata come madre una figlia diletta:
"È un segreto," dice, "uscite ancelle: una madre
ha pure il diritto di parlare in segreto".
Ubbidiscono, e quando il luogo fu privo di testimoni, il dio:
"Io sono colui", comincia, "che misura la lunghezza dell'anno,
colui che tutto vede e grazie al quale la terra vede le cose,
l'occhio del mondo: credimi, mi piaci!". Lei tremante di paura
allenta le dita lasciando cadere conocchia e fuso.
Ma persino il timore le donava. Senza più indugiare il dio
riprese il suo aspetto e lo splendore consueto;
e la vergine, benché atterrita da quella visione inattesa,
vinta dal fulgore del dio, subì la violenza senza un lamento.
S'ingelosisce Clizia (il suo amore per il Sole
era sfrenato) e in un accesso d'ira contro la rivale
divulga la tresca, rivelandola con infamia
al padre. Furibondo e pieno di collera, malgrado Leucòtoe
lo scongiurasse e, tendendo le mani verso la luce del Sole,
dicesse: "Mi ha violentato, io non volevo!", lui allora
la seppellì in una fossa, coprendone il tumulo di macigni.
Con i suoi raggi lo perforò il figlio di Iperione, offrendoti
una via che ti permettesse di estrarre il volto sepolto;
ma tu ormai, ninfa, più in grado non eri di sollevare il capo
schiacciato dal peso della terra e giacevi, corpo senza vita.
Dopo il rogo di Fetonte, si dice che niente di più straziante
dovette vedere l'auriga dei cavalli alati.
Lui, è vero, cerca col potere dei suoi raggi, se gli è possibile,
di richiamare al calore della vita quelle gelide membra,
ma poiché il fato si oppone a tutti i suoi sforzi,
cosparge di nettare profumato corpo e sepoltura,
mormorando fra un mare di lamenti: "Almeno salirai al cielo".
E improvvisamente il corpo impregnato di quel nettare divino
si sciolse e del proprio aroma intrise la terra;
a poco a poco allora un virgulto d'incenso, allungando nel suolo
le radici, si erse e ruppe il tumulo con la cima.
E a Clizia, benché l'amore potesse giustificarne l'angoscia
e l'angoscia la delazione, mai più volle avvicinarsi
il signore della luce e godersi con lei piaceri d'amore.
Da allora, travolta dalla follia della sua passione, la ninfa,
incapace di arrendersi, si strugge e notte e giorno sotto il cielo
giace sulla nuda terra a capo nudo coi capelli scomposti.
Per nove giorni, senza toccar acqua o cibo,
interrompe il digiuno solo con rugiada e lacrime;
non si muove da terra: non faceva che fissare nel suo corso
il volto del nume, seguendolo con gli occhi.
Si dice che il suo corpo aderisse al suolo e che un livido pallore
trasformasse parte del suo incarnato in quello esangue dell'erba;
un'altra parte è rossa e un fiore simile alla viola le ricopre
il volto. Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge
lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore."
Bene, la magia del racconto aveva incantato le ascoltatrici:
chi ne negava l'eventualità, chi ricordava che agli dei,
quelli veri, tutto è possibile: ma Dioniso non era fra quelli.
Quando le sorelle tacquero, fu invitata Alcìtoe,
e questa, facendo scorrere la spola tra i fili dell'ordito:
"Non vi racconterò", disse, "gli amori fin troppo noti di Dafni,
il pastore dell'Ida che una ninfa tramutò in pietra, tanta
è la furia che brucia gli amanti, per colpire la sua rivale.
Né dirò come accadde che un tempo, sovvertite le leggi
di natura, l'ambiguo Sitone fu a volte maschio, a volte femmina.
Tralascio anche te, Celmi, d'acciaio ora, ma un giorno fedelissimo
a Zeus bambino, come i Cureti nati da un diluvio,
e Croco e Smìlace che furono trasformati in fiori minuscoli.
Avvincerò invece il vostro cuore con l'esca della novità.
Donde venga cattiva fama alla fonte Salmacide ascoltate,
e come mai debiliti e snervi le membra a contatto con l'acqua
che fluisce lenta. La causa è ignota, notissimo il suo potere.
In una grotta dell'Ida le Naiadi allevarono un fanciullo
che Ermes aveva avuto dalla dea di Citera:
il suo volto era tale da potervi ravvisare i lineamenti
di entrambi i genitori; persino il suo nome era tratto dai loro.
Non appena compì quindici anni abbandonò i monti
della terra natia e, lasciata l'Ida che l'aveva allevato,
si divertiva a vagare per luoghi ignoti, a scoprire torrenti
sconosciuti, alleviando con la curiosità la fatica.
Si recò anche nelle città della Licia e, vicino alla Licia,
fra i Cari: lì vide uno specchio d'acqua cristallina
sino al fondale. Non vi crescono canne palustri,
alghe sparute o giunchi dalla punta aguzza:
l'acqua è trasparente, anche se erano i suoi bordi
circondati di zolle fresche e di erbe sempreverdi.
Vi abitava una ninfa, ma non portata alla caccia,
non avvezza a flettere l'arco o a gareggiare nella corsa:
è l'unica Naiade sconosciuta alla scattante Artemide.
È voce che le sue sorelle spesso le dicessero:
"Salmacide, prendi un giavellotto o una faretra dipinta
e alterna i tuoi ozi con la fatica della caccia!".
Ma lei non prende giavellotti o faretre dipinte
e i suoi ozi non alterna con la fatica della caccia.
Ora invece alla propria fonte bagna le membra leggiadre,
spesso lisciandosi i capelli col pettine del Citoro
o chiedendo allo specchio d'acqua come sia meglio acconciarsi;
ora col corpo avvolto in una veste trasparente
si adagia sul morbido tappeto di foglie o d'erba,
spesso cogliendo fiori. E anche allora per avventura ne coglieva,
quando vide il ragazzo e, alla sua vista, decise d'averlo.
Ma per quanto smaniasse d'andargli incontro, non gli si avvicinò
prima d'essersi rassettata, d'aver controllato il velo
e avere atteggiato il volto per essere certa di apparire bella.
Soltanto allora cominciò a parlare: "O ragazzo, che tanto appari
degno d'essere un dio, se sei un dio, puoi essere Eros,
se sei un mortale, beati quelli che ti generarono,
felice tuo fratello, fortunata in verità
tua sorella, se ne hai una, e quella nutrice che ti porse il seno;
ma di gran lunga più beata e più di tutti la tua sposa,
se ne hai una, o la donna che riterrai degna d'esserlo.
Se già la possiedi, resti il mio un desiderio segreto,
diversamente scegli me e uniamoci nel medesimo letto".
Qui la Naiade tacque; un rossore si diffuse in volto al ragazzo
(non sa che cosa sia l'amore), ma quell'arrossire gli donava:
lo stesso colore dei frutti che pendono da un albero al sole,
dell'avorio colorato o della luna che sotto il suo candore
rosseggia, quando in suo aiuto invano risuonano i bronzi.
E alla ninfa, che almeno da sorella pretendeva baci e baci
senza fine e che stava accostando le mani al suo collo d'avorio:
"Smettila!" urlò, "altrimenti me ne vado e ti abbandono qui!".
Spaventata Salmacide: "È tuo, te lo lascio questo luogo,
straniero", rispose e voltate le spalle finse di andarsene,
girandosi però a guardarlo, e inoltratasi in una macchia
si nascose in ginocchio fra gli arbusti. E lui, credendo allora
d'essere rimasto solo in quel prato e inosservato,
se ne va a zonzo e nelle onde che gli scherzano intorno immerge
prima la punta e poi la pianta dei piedi sino al tallone;
finché, attirato dalla carezza tiepida di quell'acqua,
si sfila dal corpo adolescente la sua morbida veste.
È allora che Salmacide ammirata s'infiamma di desiderio
per quella nuda beltà! Di fiamma si accendono i suoi occhi,
come se fossero l'immagine nitida del disco solare
che luminosissima si riflette in uno specchio.
A stento sopporta l'attesa, a stento rimanda il piacere;
ormai smania d'abbracciarlo, ormai fuori di sé non sa più frenarsi.
Lui, battendosi il corpo col palmo delle mani, si tuffa
agilmente nel lago; e alternando il movimento delle sue braccia,
traluce in mezzo alla corrente, come se tu a schermo di una statua
d'avorio o di candidi gigli ponessi una lastra di cristallo.
"Ho vinto, è mio!" esulta la Naiade e, gettate lontano
tutte le vesti, si lancia in mezzo alle onde, afferra
l'adolescente che si dibatte e a viva forza gli strappa baci,
lo accarezza sotto il ventre, gli palpa il petto malgrado non voglia
e ora da un lato ora dall'altro gli si avvinghia in un abbraccio.
Alla fine, sebbene lui cerchi di opporsi e tenti di sfuggirle,
lo avviluppa come un serpente che l'aquila reale ghermisca
e trascini in cielo: appeso ai suoi artigli le si aggroviglia al capo,
alle zampe e con la coda le avviluppa le ali spiegate;
o come l'edera che si abbarbica lungo i tronchi,
come il polpo che nei fondali sorprende il nemico
e lo trattiene allungando da ogni parte i tentacoli.
Con ostinazione il pronipote di Atlante rifiuta alla Naiade
il piacere che sogna; lei lo incalza e, avvinta a lui
con tutto il corpo, lo stringe a sé dicendo: "Dibattiti, dibattiti,
tanto, infame, non mi sfuggirai! Fate che mai venga il giorno,
o dei, che da me lui si stacchi ed io da lui!".
Accolsero gli dei i suoi voti: i due corpi uniti
si fondono annullandosi in un'unica figura.
Come vedi saldarsi, mentre crescono, due rami e svilupparsi
insieme, se li unisci sotto la medesima corteccia,
così, quando le loro membra si fusero in quel tenace abbraccio,
non furono più due, ma un essere ambiguo che femmina non è
o giovinetto, che ha l'aspetto di entrambi e di nessuno dei due.
Quando Ermafrodito s'accorge che il corso d'acqua, in cui uomo
s'era immerso, l'aveva reso maschio a metà e aveva infiacchito
le sue membra, tendendo le mani, ma con voce che ormai
più non è virile, esclama: "Padre mio, madre mia, a vostro figlio,
che porta il nome di entrambi, concedete una grazia:
ogni uomo che scende in questa fonte ne esca dimezzato,
s'infemminisca non appena s'immerge in queste sue acque!".
Commossi dalle parole del figlio ermafrodito, i genitori
esaudirono il voto versando nella fonte un filtro malefico".
Il racconto era finito. Ma le figlie di Minia lavoravano
ancora con furia, spregiando Dioniso e profanando la sua festa,
quando a un tratto timpani invisibili strepitarono
con suono sordo, echeggiarono flauti a becco curvo
e tintinnarono bronzi in un profumo di mirra e croco;
e accadde un fatto incredibile: i telai cominciano a germogliare,
le stoffe appese a mettere fronde in sembianza d'edera;
parte si trasformò in viti e quelli che erano poco fa fili
si mutarono in tralci; dagli orditi spuntarono pampini
e la porpora usò il suo pigmento per dipingere l'uva.
La giornata volgeva al termine, e già subentrava l'ora
in cui non puoi dire se vi sia buio o luce,
ma quella luce incerta che sconfina nella notte.
All'improvviso sembrò che i muri tremassero, che si accendesse
la resina delle torce e che la casa s'illuminasse
di fiamme abbaglianti in mezzo ai ruggiti di belve spettrali.
Le sorelle cercano un riparo nella casa invasa dal fumo,
chi in un luogo chi in un altro, per evitare le vampe del fuoco;
e mentre corrono al rifugio, fra gli arti atrofizzati si stende
una membrana e imprigiona loro le braccia in un velo sottile.
Le tenebre non permettono di capire come abbiano perso
l'aspetto primitivo. Non si librano con l'aiuto di penne,
eppure si sostengono con ali trasparenti,
e quando tentano di parlare emettono un verso fievole
a misura del corpo e si lamentano con sommessi squittii.
Abitano sotto i tetti, non nei boschi; odiando la luce,
volano di notte e prendono il nome dal vespro inoltrato.
Da allora il nome di Dioniso divenne famosissimo
dappertutto a Tebe, e una zia materna descriveva a tutti
i grandi poteri del nuovo dio. Di tante sorelle era l'unica
priva di dolore, tranne quello da loro provocato.
Era si rese conto dell'orgoglio che aveva in cuore
per i figli, per il marito Atamante e il suo divino pupillo:
non lo sopportò e fra sé disse: "Possibile che un bastardo
abbia trasformato e gettato in mare i marinai della Meonia,
che abbia dato da straziare a una madre la carne del figlio,
che abbia coperto di ali inaudite le tre figlie di Minia,
e altro non resti a Era che piangere senza averne vendetta?
E questo è sufficiente? A questo si riduce il mio potere?
Lui stesso m'insegna il da farsi: da un nemico è lecito imparare.
Di cosa sia capace la pazzia, l'ha dimostrato a usura
con l'eccidio di Penteo: perché non spingere Ino alla pazzia
e non farle seguire l'esempio della sorella?".
C'è un sentiero in declivio che fra le tenebre di tassi funerei
conduce agli Inferi in un silenzio di tomba.
Fra le nebbie che esala la palude dello Stige da lì scendono
man mano le ombre, i fantasmi di chi ottiene l'onore del sepolcro.
Pallore e gelo ristagnano ovunque in quei luoghi in abbandono
e gli estinti arrivando ignorano la strada che conduce
alla città infernale e dove sia l'orrenda reggia di Ade.
L'immensa città ha mille entrate e porte dovunque,
spalancate; e come il mare accoglie in sé i fiumi di tutta la terra,
così quel luogo accoglie le anime di tutti, mai angusto
per qualsivoglia popolo, non avverte il crescere della folla.
Esangui, senza più corpo e ossa, errano le ombre:
in parte s'accalcano fuori, in parte nella reggia di Ade,
in parte esercitano un'attività, a imitazione della vita
passata, un'altra parte ancora sconta la pena che ha meritato.
Lasciata la sede celeste, la figlia di Crono, Era,
ha il cuore di recarsi laggiù, tanto è l'odio e l'ira che in sé cova.
Appena entrata, sotto il peso del suo corpo divino la soglia
mandò un gemito; Cerbero levò le sue tre fauci
lanciando tre latrati insieme. E Era chiama le Erinni,
figlie della Nyx, divinità terribili, implacabili.
Sedute davanti alle porte d'acciaio che sbarravano il carcere,
tra i loro capelli si pettinavano i neri serpenti.
Come la riconobbero nel fumo della nebbia,
balzarono in piedi. Sede degli scellerati è chiamato il luogo:
qui Tizio, disteso su nove iugeri, espone allo scempio
le proprie viscere; tu, Tantalo, nemmeno un sorso d'acqua
riesci ad attingere e l'albero che ti sovrasta non è a portata;
tu, Sisifo, rincorri o spingi il masso che sempre rotola giù;
Issione gira sulla ruota, inseguendo in fuga sé stesso,
e le nipoti di Belo, che ardirono macchinare la strage
dei cugini, senza posa riattingono l'acqua che va perduta.
La figlia di Crono lanciò a tutti un'occhiata di fuoco
e per primo a Issione; poi, volgendo da questo
lo sguardo a Sisifo, disse: "Perché costui patisce pene
senza fine, mentre, tra i suoi fratelli, Atamante, che con la moglie
mi ha sempre disprezzata, se ne vive con superbia in una reggia
da creso?". E spiegò la causa del suo odio per cui era venuta,
e ciò che voleva: che sparisse, questo era, la dinastia
di Cadmo e che le Erinni spingessero al delitto Atamante.
Con un discorso intessuto di ordini, promesse e preghiere
istigò le tre sorelle; tanto che quando ebbe finito,
Tisìfone, scarmigliata com'era, scosse i grigi
capelli e, tirando indietro i serpenti che le celavano il viso,
così rispose: "Non c'è bisogno di tante chiacchiere:
considera fatto ciò che vuoi! Lascia questo regno
odioso e torna negli spazi del tuo cielo, che sono migliori!".
Lieta se ne andò Era, e mentre stava per rientrare in cielo,
Iride, figlia di Taumante, la purificò con spruzzi d'acqua.
Senza perder tempo la spietata Tisìfone prese una torcia
dai bagliori sanguigni e indossò un manto rutilante
come se grondasse sangue, attorcigliò alla vita un serpente
e partì dall'Averno. La seguivano nel suo cammino
Pianto, Paura, Terrore e Follia dal volto allucinato.
Quando davanti alla soglia del figlio di Eolo s'arrestò,
si racconta che la porta tremasse, gli stipiti illividissero
e il sole si oscurasse. Costernati e atterriti da quel prodigio,
Atamante e la moglie tentarono di fuggire,
ma la funesta Erinni davanti all'entrata sbarrò loro il passo
e allargando le braccia avviluppate da groppi di vipere,
agitò la chioma: a quel movimento stridono i serpenti
e snodandosi parte sulle spalle, parte strisciando sul petto,
emettono sibili, sputano veleno e vibrano le lingue.
Poi in mezzo ai capelli strappa due serpenti
e di colpo li scaglia con quella sua mano micidiale:
gli aspidi strisciano sul seno di Atamante e Ino
soffiandovi sopra i loro miasmi; non infliggono ferite
al corpo: solo la mente avverte quel terribile assalto.
Con sé la Furia aveva portato un altro veleno abominevole:
bava di Cerbero, virus di Echidna,
farneticanti deliri, oblio di mente accecata,
perfidia, lacrime, rabbia e sete di stragi,
il tutto amalgamato insieme e, mescolato a sangue fresco, fatto
bollire in un vaso di bronzo e rimestato con verde cicuta.
E a quei due impietriti versa in petto quel veleno
che suscita il delirio, e li sconvolge nel più profondo del cuore.
Poi roteando più volte la torcia, lungo il cerchio
insegue vorticosamente il fuoco col fuoco che muove.
Così, eseguiti gli ordini, tornò trionfante al regno spettrale
del grande Dite e liberò il serpente di cui si era cinta. Ed ecco
che fuori di sé in mezzo alla reggia il figlio di Eolo esclama:
"Animo, compagni, tendete le reti in questa boscaglia!
vi ho visto passare una leonessa con due cuccioli",
e come un pazzo insegue la moglie credendola una belva,
le strappa dal seno Learco che ride tendendo
le sue braccine, rotea due o tre volte nell'aria il bambino,
come fosse una fionda, e con violenza gli fracassa il capo
contro un blocco di roccia. E la madre sconvolta
dal dolore o dal diffondersi del veleno,
manda un urlo e fuori di senno fugge coi capelli al vento
stringendo fra le braccia nude il suo piccolo Melicerta:
"Dioniso, Dioniso!" grida. A quel nome scoppia a ridere Era:
"Con questo ti ripaghi il tuo pupillo!" dice.
Strapiomba una rupe sul mare: la base è scavata
dai marosi e ripara dalla pioggia l'acqua che s'insinua sotto,
la sommità si erge dritta sporgendosi sul mare aperto.
Ino vi si arrampica (la follia le dà la forza)
e, senza che timore la trattenga, dall'alto si getta
tra i flutti col suo fardello: al tonfo l'acqua si ricoprì di spuma.
Ma Afrodite, turbata dall'ingiusta disgrazia della nipote,
così blandisce lo zio: "O nume delle acque,
che in dote hai un potere quasi pari a quello celeste, Poseidone,
grande è il favore che ti chiedo, ma abbi tu pietà dei miei,
che vedi travolti nell'immensità dello Ionio,
e assumili fra i tuoi numi. Una grazia almeno mi spetta dal mare,
se è vero che un tempo nei suoi abissi dalla spuma
fui concepita e che il mio nome in greco da quella deriva".
Poseidone acconsente alla preghiera: rimuove in loro
la natura mortale, vi infonde la dignità
degli altari, e con l'aspetto ne muta il nome
chiamando Leucòtea la madre, dio Palemone il figlio.
Le tebane, compagne di Ino, dopo averla al limite seguita,
videro le sue ultime tracce sull'orlo della rupe
e, convinte che fosse morta, piansero il casato
di Cadmo strappandosi con le mani le vesti e i capelli,
maledicendo la dea per essere stata ingiusta
e troppo crudele con la rivale. Era non sopportò
l'affronto: "Farò che proprio voi" disse, "diventiate
memento della mia crudeltà!". Alle parole seguirono i fatti.
Così quella che le era più devota: "Seguirò la mia regina
tra i flutti" disse, e stava per spiccare il salto,
ma non riuscì a muoversi: inchiodata alla roccia ne fu tutt'uno.
Un'altra, che nel rito dei lamenti tentava di battersi
il petto, sentì nel farlo che le braccia si erano irrigidite.
Quella che verso le onde del mare a caso aveva teso le mani,
verso le onde, mutata in pietra, rimase con le mani protese;
di questa che, afferrati i suoi capelli, se li strappava dal capo,
avresti visto all'improvviso impietrirsi le dita fra le chiome.
Nel gesto in cui ciascuna fu sorpresa, in quello rimase bloccata.
Alcune divennero uccelli, e ancora oggi in quello spazio di mare
le Ismènidi sfiorano l'acqua con la punta delle ali.
Il figlio di Agenore ignora che la propria figlia e il nipotino
ora sono divinità marine. Vinto dal dolore,
da tutte quelle sciagure e dai tanti prodigi che ha visto,
lascia la città che ha fondato, come se sul luogo e non su lui
gravasse una maledizione. Dopo aver errato a lungo, in fuga
con la moglie giunge nella regione degli Illiri.
E mentre, oppressi ormai dalle sventure e dagli anni, conversano
rievocando gli eventi del casato e rivangano i loro guai,
Cadmo osserva: "Forse era un serpente sacro quello che, al tempo
in cui lasciammo Sidone, io trafissi con la lancia,
spargendone al suolo, come assurda semente, i denti velenosi.
Se è volontà degli dei vendicarlo con ira così spietata,
possa io strisciare lungo il ventre come un serpente".
Disse, e come un serpente si distese lungo il ventre,
sentendo che sulla pelle indurita gli spuntano squame,
che il corpo si fa nero e si chiazza di macchie azzurre.
Caduto prono sul petto, le gambe si fondono insieme
e a poco a poco si assottigliano in una punta affilata.
Non gli restano che le braccia, e le braccia, finché gli restano,
tende, con le lacrime che gli scorrono sul viso ancora umano:
"Accòstati, moglie mia," dice, "accòstati, moglie mia infelice,
e finché qualcosa di me sopravvive, toccami, prendimi
la mano, finché è tale, finché il serpente tutto non mi pervade!".
Vorrebbe, sì, dire di più, ma la lingua si scinde
a un tratto in due, le parole che ha in animo di dire
si spengono e ogni volta che cerca di emettere un lamento,
sibila: questa è l'unica voce che natura gli lascia.
Colpendosi con le mani il petto ignudo, la moglie grida: "Cadmo,
no, no! spògliati, sventurato, di questa forma mostruosa!
Cadmo, che accade? dove sono i piedi? e le spalle, le mani,
il tuo colore e, mentre parlo, il viso e ciò che resta? Perché mai,
dei del cielo, non mutate anche me in un serpente uguale?".
Così protesta, e lui lambisce il volto della moglie,
s'insinua in quel suo seno adorato, come se lo riconoscesse,
e avvolgendola in un abbraccio, cerca il collo che gli è familiare.
Tutti i presenti, i loro compagni, guardano atterriti; ma lei
accarezza il collo viscido di quel serpente crestato
e di colpo sono in due a strisciare intrecciando le spire,
finché non si nascondono nel folto di un bosco vicino.
Ancor oggi non fuggono l'uomo o l'aggrediscono per ferirlo:
serpenti innocui, che non possono scordare chi furono un tempo.
Ma per la metamorfosi consolazione grande venne a entrambi
da Dioniso, il loro nipote, venerato nell'India
convertita, onorato nell'Acaia con l'erezione di templi.
Nato dalla stessa stirpe, solo Acrisio, il figlio di Abante,
era rimasto a bandire il dio dalle mura di Argo,
la sua città, e a fargli guerra, non ritenendolo figlio
di Zeus, come schiatta di Zeus non riteneva
Perseo, che Danae aveva concepito da una pioggia d'oro.
Ma presto lo stesso Acrisio, tanta è la forza della verità,
si pentì sia di avere offeso Dioniso, sia d'aver misconosciuto
il nipote: assunto in cielo il primo, l'altro stava portando in patria,
solcando l'aria rarefatta con un fruscio d'ali,
a memoria indelebile, le spoglie di un mostro cinto di serpi:
e mentre trionfante si librava sulle sabbie di Libia,
dalla testa della Gorgone caddero alcune gocce di sangue,
che, assorbite dal suolo, diedero vita alle specie dei serpenti:
per questo quella regione è infestata da un'infinità di rettili.
Da lì, spinto dal variare dei venti per l'immensità del cielo,
come una nube gonfia di pioggia, Perseo vagò ora qua,
ora là, osservando dall'alto dello spazio giù
in lontananza la terra nel suo volo sull'universo intero.
Tre volte vide le Orse gelide, tre volte le chele del Cancro,
trascinato un tempo a ponente, l'altro dove sorge il sole.
E già tramontava il giorno: temendo d'abbandonarsi alla notte,
si fermò nel territorio di Esperia, nel regno di Atlante,
per concedersi un po' di riposo finché Lucifero
non svegliasse i bagliori di Aurora e Aurora il carro del giorno.
Questo Atlante, figlio di Giapeto, era di statura enorme,
più di qualsiasi uomo: regnava sul lembo estremo
della terra e del mare, dove le onde accolgono
i cavalli ansanti e il cocchio affaticato del Sole.
Migliaia di greggi aveva e altrettanti armenti che vagavano
nei prati, e nessun vicino premeva ai suoi confini.
Sugli alberi fronde smaglianti per lo sfavillio
dell'oro coprivano rami d'oro, frutti d'oro.
"Straniero," gli disse Perseo, "se hai in lode la gloria
di una grande stirpe, io sono della stirpe di Zeus;
se ammiri le grandi gesta, le mie ammirerai.
Chiedo ospitalità per riposarmi." Ma presente aveva Atlante
la profezia che sul Parnaso gli aveva un giorno predetto Temi:
"Tempo, Atlante, verrà, che i tuoi alberi saranno spogliati
dell'oro, e sarà un figlio di Zeus a gloriarsi della preda".
Per timore di ciò aveva cintato i suoi frutteti di barriere
massicce, ne aveva affidato la custodia a un drago enorme
e vietava a qualsiasi forestiero di entrare nei suoi confini.
Anche a lui disse: "Vattene via, prima che svaniscano nel nulla
le gesta che vai millantando e nel nulla il tuo Zeus!".
E aggiunse violenza alle minacce, cercando a forza di scacciarlo,
mentre resisteva alternando parole energiche alle pacate.
Il più debole (e chi mai potrebbe competere in fatto di forza
con Atlante?) gli rispose: "Visto che non conto nulla per te,
prenditi questo regalo!", e girandosi dalla parte contraria,
con la sinistra protese l'orrido volto di Medusa.
Grande quant'era, Atlante divenne un monte: barba e capelli
si mutarono in selve, spalle e mani in gioghi,
quello che un tempo era il capo nel vertice della montagna,
e le ossa in roccia. Poi, ingigantendo in ogni dove,
crebbe a dismisura (questo il volere degli dei) e tutto il cielo
con le sue innumerevoli stelle poggiò su di lui.
Aveva il figlio di Ippota rinchiuso i venti nel loro perpetuo
carcere e ormai alto nel cielo brillava Lucifero di luce,
spronando tutti al lavoro. Perseo riprese le sue ali
legandole ai lati dei piedi, cinse la spada ricurva
e muovendo i calzari alati solcò l'aria trasparente.
Dopo aver sorvolato e lambito innumerevoli popoli,
giunse in vista degli Etiopi e delle terre di Cefeo.
Lì Ammone aveva selvaggiamente ordinato che l'innocente
Andromeda pagasse con la vita l'arroganza della madre.
Come la vide, le braccia incatenate a un masso della scogliera
(se la brezza non le avesse scompigliato i capelli e calde lacrime
non le fossero sgorgate dagli occhi, una statua di marmo, questo
l'avrebbe creduta), Perseo senza avvedersene se ne infiammò,
rapito dal fascino che quella stupenda visione emanava,
tanto che per poco le ali non si scordò di battere nell'aria.
Sceso a terra, disse: "No, tu non meriti queste catene,
ma solo quelle che stringono nel desiderio gli amanti:
svelami, voglio saperlo, il nome di questa terra e il tuo,
e perché porti i ceppi!". Sulle prime lei tace, non osa,
lei vergine, rivolgersi a un uomo, e per timidezza si sarebbe
nascosto il volto con le mani, se non fosse stata incatenata.
Gli occhi le si riempirono di lacrime: solo questo poté.
Ma lui insisteva, e allora, perché non pensasse che gli celava
colpe sue, gli rivelò il nome della terra, il suo,
e quanta presunzione nella propria bellezza avesse riposto
sua madre. Non aveva ancora raccontato tutto, che scrosciarono
le onde e apparve un mostro, che avanzando si ergeva
sull'immensità del mare e col petto ne copriva un largo tratto.
Urlò la vergine. A lei si erano accostati il padre in lutto
e la madre, entrambi angosciati, ma a maggior ragione questa:
non le portavano aiuto, ma solo il pianto e la disperazione
per quella sventura e si stringevano al suo corpo in catene.
Intervenne allora lo straniero: "Per piangere potrete avere
tutto il tempo; per portare aiuto non c'è che un attimo.
Se io la chiedessi in sposa, io, Perseo, figlio di Zeus e di colei
che fra le sbarre Zeus rese madre fecondandola con l'oro,
io, Perseo, che ho vinto la Gorgone dalla chioma di serpi e spazio
senza timore nel cielo con un battito d'ali,
sarei certo preferito a tutti come genero. Ma ancora un merito,
se mi assistono gli dei, cercherò di aggiungere a tanto prestigio.
Facciamo un patto: che sia mia, se la salvo col mio valore!".
I genitori acconsentono (chi avrebbe esitato?)
e lo scongiurano, promettendogli in più un regno in dote.
Ed ecco che come una nave, spinta dal sudore
di giovani braccia, col rostro proteso solca rapida il mare,
il mostro, fendendo i marosi con l'impeto del suo petto,
ormai non distava dallo scoglio più dello spazio che un proiettile,
scagliato dal vortice di una fionda, può percorrere nel cielo.
D'un tratto allora il giovane, puntando i piedi al suolo,
si lancia in alto fra le nubi: non appena sullo specchio d'acqua
si disegna la sua ombra, contro quella si avventa il mostro.
Come l'uccello di Zeus, quando scorge in un campo aperto
una biscia che espone al sole il suo livido dorso,
l'assale alle spalle e, perché non si rivolti a ferire coi morsi,
le conficca i suoi artigli aguzzi fra le squame del collo,
così lanciandosi a capofitto nel vuoto, con volo fulmineo
l'erede di Inaco piomba sul dorso della belva e nella scapola
le pianta il ferro, mentre si dibatte, sino al gomito dell'elsa.
Trafitta dalla profonda ferita, quella si erge qui nell'aria,
là si tuffa in acqua, lì si rivolta come un cinghiale selvatico
atterrito da una muta di cani che gli latra intorno.
Con un battito d'ali Perseo si sottrae a quei morsi rabbiosi
e dove trova un varco, vibra fendenti col filo della spada,
ora sul dorso incrostato di conchiglie, ora in mezzo alle costole,
ora dove l'esilissima coda termina in quella di un pesce.
Il mostro vomita sangue purpureo dalla bocca insieme all'acqua.
Gli spruzzi inzuppano, appesantendole, le ali di Perseo;
e lui, non osando più affidarsi a quei sandali imbevuti d'acqua,
avvistato uno scoglio la cui cima affiora quando il mare
è tranquillo, ma è sommersa quando questo è in burrasca,
vi si posa e, reggendosi con la sinistra alle sporgenze,
tre quattro volte senza tregua gli affonda la spada nelle viscere.
Grida di applauso riempiono la spiaggia e le dimore degli dei
nel cielo. Cassìope e Cefeo, il padre, esultanti salutano
Perseo come genero e lo dichiarano soccorritore
e salvatore della famiglia. Liberata dalle catene,
si avvicina la vergine, ragione e premio di quella fatica.
L'eroe intanto attinge acqua e si lava le mani vittoriose;
poi, perché la rena ruvida non danneggi il capo irto di serpi
della figlia di Forco, l'ammorbidisce con le foglie, la copre
di ramoscelli acquatici e vi depone la faccia di Medusa.
I ramoscelli freschi a ancora vivi ne assorbono nel midollo
la forza e a contatto col mostro s'induriscono,
assumendo nei bracci e nelle foglie una rigidità mai vista.
Le ninfe del mare riprovano con molti altri ramoscelli
e si divertono a vedere che il prodigio si ripete;
così li fanno moltiplicare gettandone i semi nel mare.
Ancor oggi i coralli conservano immutata la proprietà
d'indurirsi a contatto dell'aria, per cui ciò che nell'acqua
era vimine, spuntandone fuori si pietrifica.
A tre numi Perseo innalza altrettanti altari di zolle:
quello a sinistra a Ermes, quello a destra a te, vergine guerriera,
l'ara al centro è di Zeus; e sacrifica una vacca a Atena,
un vitello al dio alato, un toro a te, sommo fra gli dei.
E subito si prende Andromeda, premio di così grande impresa,
rinunciando alla dote. Imeneo e Amore agitano davanti
le fiaccole; si alimentano i fuochi con aromi a profusione,
ghirlande pendono dagli infissi e in ogni luogo risuonano
cetre, flauti e canti a interpretare la gioia
di quegli animi in festa. Le porte aperte mostrano gli atri
istoriati d'oro della reggia e i dignitari cefeni
affluiscono al banchetto sontuoso offerto dal sovrano.
Quando, terminato il pranzo, hanno col dono del generoso Dioniso
rasserenato il cuore, il discendente di Linceo chiede notizie
sulla vita e le vicende del luogo: alla richiesta con prontezza
uno di loro gli descrive usi e costumi degli abitanti,
e al termine gli dice: "Ed ora tu, fortissimo Perseo,
racconta, ti prego, con qual valore e quali stratagemmi
mozzasti quella testa irta di serpenti".
L'erede di Agenore narra come ai piedi del gelido Atlante
si distenda un luogo protetto da un bastione invalicabile,
e come al suo ingresso abitassero due gemelle,
figlie di Forco, che si dividevano l'uso di un occhio solo;
come lui con destrezza glielo carpì, inserendo la propria mano
mentre se lo scambiavano; come attraverso sentieri sperduti
e impervi, attraverso orridi nell'intrico di foreste,
giunse alla casa di Gorgone, e qua e là in mezzo ai campi,
nei sentieri gli avvenne di vedere figure di uomini e belve
mutati da esseri vivi in granito per aver visto Medusa.
Ma lui aveva scorto, riflessa nel bronzo dello scudo
che reggeva col braccio sinistro, l'orrenda immagine,
e mentre un sonno pesante gravava sui serpenti e su lei stessa,
le spiccò il capo dal collo: quasi fosse linfa materna
dal sangue nacquero Pegaso, l'alato destriero, e suo fratello.
Ed enumera i veri pericoli corsi nel suo lungo viaggio;
quali mari e quali terre abbia intravisto dall'alto,
quali stelle abbia raggiunto col suo battito d'ali.
Ma prima del previsto s'interrompe. Uno dei presenti interviene
allora chiedendo perché solo Medusa
fra le sorelle avesse serpenti in mezzo ai capelli.
E l'ospite risponde: "Visto che vuoi sapere cosa che merita
raccontare, eccoti il perché. Di eccezionale bellezza,
Medusa fu desiderata e contesa da molti pretendenti,
e in tutta la sua persona nulla era più splendido dei capelli:
ho conosciuto chi sosteneva d'averla vista.
Si dice che il signore del mare la violasse in un tempio
di Atena: inorridita la casta figlia di Zeus con l'egida
si coprì il volto, ma perché il fatto non restasse impunito
mutò i capelli della Gorgone in ripugnanti serpenti.
Ancor oggi la dea, per sbigottire e atterrire i nemici,
porta davanti, sul petto, quei rettili che lei stessa ha creato".