Arpie



				

				

Figlie di Taumante ed Elettra, secondo altri dell'Oceano e di Gea o, secondo Valerio Flacco, di Tifone, abitavano su un'isola. Avevano testa di donna, corpo di avvoltoio con ali ed artigli, orecchie d'orso, e mani munite di artigli. Pare che non fossero immortali. Erano tre sorelle di nome Aello, Ocipete e Celeno (o Podarge, secondo Omero). Unendosi con Zefiro o con Borea, generarono i due cavalli di Achille, Balio e Xanto. La loro più nota citazione si trova nel mito degli Argonauti. Qui si narra come esse infestassero la reggia del re Fineo, rubandogli continuamente il cibo, o sporcandoglielo con i loro escrementi. Il re chiese allora aiuto contro questa persecuzione agli Argonauti. Tra di loro c'erano i Boreadi, i figli di Borea che, soli, avevano il potere di uccidere gli osceni mostri, ma erano condannati a morire essi stessi qualora avessero lasciato scappare le Arpie e non fossero riusciti a raggiungerle. Tuttavia l'intervento di Ermes o di Iris ottenne l'effetto di risparmiare la vita ai mostri, in cambio della promessa di lasciare in pace il povero Fineo. Anche i troiani esuli con Enea si imbatterono nelle Arpie.

Indice

[modifica] Interpretazioni

Le Arpie (da arpazo, rapisco) in quanto "rapitrici" erano dei geni della morte, e come tali sono raffigurate su molti monumenti funerari, nei quali le si vede trasportare tra gli artigli i defunti. Molte curiose interpretazioni razionalistiche sono state avanzate per spiegare questo mito: Vossius ne faceva dei pipistrelli, altri hanno pensato a personificazioni dei venti.
Ma l'interpretazione più curiosa e dettagliata ce la fornisce l'abate Pluche (Histoire du del, La Haye, 1744): «Le tre lune di aprile, maggio e giugno, soprattutto le ultime due, essendo soggette a venti tempestosi e a portare dal fondo dell'Africa e dalle rive del Mar Rosso cavallette e maggiolini che devastavano e sporcavano tutto, gli antichi egiziani dettero alle tré Isidi che annunziavano queste tré lune un viso femminile con un corpo e artigli d'uccello rapace. Gli uccelli erano infatti il simbolo comune dei venti. E il nome di Arpie che davano a questi venti era senza mistero, come tutti i precedenti: esso indicava le cavallette o gli insetti roditori che i venti facevano nascere».
Arpia, secondo questo autore deriverebbe infatti dall'ebraico haroph, tradotto dalla Vulgata con "mosca", o da arbeh, "cavalletta".

[modifica] Riferimenti letterari

[modifica] Le Arpie nella letteratura postclassica

  • Dante, Commedia. Le Arpie svolazzano nella foresta dove sono puniti coloro che si inflissero violenza, ovvero suicidi e scialacquatori (secondo girone del settimo cerchio infernale).

[modifica] Bibliografia

[modifica] Fonti antiche

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[modifica] Fonti moderne

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