Biblioteca:Pindaro, Olimpiche, VI



				

				

AD AGESIA FIGLIO DI SOSTRATO VINCITORE COL CARRO GUIDATO DA MULE IN ‘OLIMPIA

I
Strofe
Sostegno al saldo atrio del talamo, confitte voglio auree
colonne,
si come per fulgida reggia:
da lungi visibile dev’essere il fronte
dell’opera impresa. —Se un uomo vincesse le gare in Olimpia;
se in Pisa dell’ara di Zeus fatidica fosse ministro;
se lui Siracusa la illustre dicesse suo figlio: che iode,
che inno dei suoi cittadini potrebbe tal uomo evitare?

Antistrofe
Or sappia il figliuolo di Sostrato che cinto è il suo piede beato
da tale calzare. — Né in terra
né in curvi navigli pregio hanno virtudi,
se immuni da rischi; ma tutti rammentan gl’insigni travagli.
Agesia, e a te addicesi il motto, Ja giusta sentenza, che
Adrasto
per Anfiarao, pel profeta figliuolo d’Oicleo, pronunciava,
quel giorno che lui con le fulgide cavalle la terra inghiotti.

Epodo
Sette fumavano roghi di spenti guerrieri; ed Adrasto
disse, al cospetto di Tebe: <: Dei miei guerrier la pupilla
piango io: ben verace profeta, ben valida lancia di guerra ».
E questo conviene ripetere per l’uomo ch’è re del mio carme.
Di tanto sono io testimone. Non io vago sono di liti,
non bramo contese; ma pure di ciò presto giuro solenne,
palese; ed a me lo concedono le Muse che miele han sui
labbri.

II
Strofe
O Fintide, in fretta ora aggioga la forza per me delle mule,
si ch’io, sovra tramite sgombro
spingendo il mio cocchio, pervenga alila stirpe
remota d’Agesia. Più ch’altre sanno esse varcar quella via,
poiché guadagnarono i serti d’Olimpia. Dischiudere ad esse
le porte si devon degl’inni: ché presso Pitàne, lunghesse
le rive d’Eurota, quest’oggi conviene si giunga per tempo.

Antistrofe
Pitàne, che, narrano, amata dal Cronio signore del pelago,
die’ vita alla parvola Evadne
dai riccioli azzurri. — La doglia materna
nel peplo ascondeva; e, venuto il mese fatale, spedi
per man de le ancelle la pargola ad Apito. figlio d’Elato,
degli Arcadi re, che abitava Fesàna, lunghesso l’Alfeo.
Qui crebbe; e per opra d’Apollo pria seppe l’incanto d’amore.

Epodo
Né sino all’ultimo eluse ad Àpito il germe divino..
Egli, premendo nel cuore furore indicibile, punto
da cruccio acutissimo, andò a Pito, per chiedere aj Nume
consiglio nell’onta insoffribile. — Evadne, deposta la zona
di porpora e d’oro, e la càlpide argentea, sotto una macchia
cerulea, die’ a luce un fanciullo di mente divina — ad
assisterla,
il Dio chioma d’oro le Moire e Ilizia benigna inviò.

III
Strofe
Dal grembo doglioso d’amore d’un subito Vfamo a luce
appare. La madre dogliosa
a terra lo lascia. Ma, grazie a’ Celesti,
due draghi di glauca pupilla gli stettero a guardia, gli diedero
ristoro col succo dell’api purissimo. — E quando il monarca
da Pito rupestre alla reggia sul cocchio tornò, chiese a tutti
del pargolo nato ad Evadne. Dicea ch’era germe d’Apollo;

Antistrofe
dicea che sarebbe fra gli uomini famoso su tutti i profeti;
né mai la sua stirpe morrebbe.
Diceva cosi: rispondevano quelli:
né udito né visto l’avevano; e cinque eran giorni trascorsi. —
Ché il pargolo ascoso giaceva fra giunchi, fra impervi cespugli,
infuso le tenere membra dai raggi che porpora e gialli
piovean le viole. Onde a lui provenne il suo nome immortale.

Epodo
Or, quando Viamo il frutto spiccò d’Ebe, amabile Diva
ch’ à d’oro il serto, disceso di notte, fulgendo le stelle,
in mezzo all’Alfeo, l’avo suo Posidone e il vigile arciero
di Deio divina invocò, chiedendo per sé tale onore
che fosse al suo popol proficuo. Di contro suonò la parola
del padre veridica, e disse: « Su, figlio, incamminati dietro
al suon di mia voce, a una terra famosa per pubblici ludi ».

IV
Strofe
All’arduo pervennero eccelso dirupo del Cromo, dove
di scienza profetica un duplice
tesoro gli diede: di sùbito udire
ignara del falso una voce; e quando fosse Eracle giunto,
l’audace divin degli Alcidi rampollo, a fondare la festa
di popol frequente, e la norma solenne dei ludi, gl’impose
che presso l’altare sublime del padre fondasse un oracolo.

Antistrofe
Però gli lamidi famosi ne l’EIIade sono. E Fortuna
li segue, mentre essi, onorando
virtù, sopra tramite di luce procedono. —
Giudizio a ciascuno è il cimento; pur biasimo gittano gl’invidi
su chi primo il cocchio sospinse nei dodici giri, e le Grazie
su lui di bellezza profusero fulgor. Ma se gli avoli tuoi
materni, che furono, o Agesia, signori dell’alpe cillenia,

Epodo
spesso di preci e di vittime copiose con animo pio.
gratificarono Ermete, araldo dei Numi, che regge
dei ludi le sorti, e gli agoni, e Arcadia la prode protegge:
Ermes ed il padre che tuona profondo, tua prospera sorte,
di Sostrato o figlio, tutelano. — Mi par che una cote sonora
la lingua m’affili, e mi spinga con gli aliti dolci del canto.
A Stinfalo pur l’ava mia nascea, la fiorente Metopa,

V
Strofe
che a luce die’ Tebe l’equestre, dove io Tacque limpide bevo,
pei prodi intrecciando la varia
corona degl’inni. — Su, sprona i compagni,
o Enea, che pria cantino d’Era Partenia, e poi tentin la prova
se noi con verace parola l’adagio vetusto d’ingiuria,
la scrofa Beozia schivare possiamo: ché araldo sincero
sei tu delle Muse, cratère soave d’armonici canti.

Antistrofe
Ortigia di’ pur che ricordino, di’ pur Siracusa. Lo scettro
qui tiene incorrotto lerone,
che alberga nel cuore pensier’ di giustizia,
e onora Demètra dal sandalo roggio, e la figlia dai bianchi
corsieri, e la forza di Giove signore dell’Etna. Lui sanno
le lire soavi ed i canti. Il tempo futuro che repe
non franga il suo bene; e con animo cortese egli accolga
quest’inno

Epodo
che per Egesia, lasciata l’Arcadia ferace di greggi,
vien dalle mura di Stinfalo, vien da una patria a una patria.
È bene, se infuria notturna burrasca, gittar dal naviglio
due ancore. A questi ed a quelli dia prospera sorte un
Celeste. —
Del pelago re, d’Anfitrite dall’aurea rocca consorte,
Signore, una rotta sicura, lontana da tutti i perigli
m’arrida: e dei cantici miei l’amabile pianta fiorisca.