Differenze tra le versioni di "Biblioteca:Ovidio, Amori, Libro I"

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Noi, che poc'anzi eravamo cinque libri di Nasone, ora siamo tre: l'autore ha preferito questo lavoro al precedente. Anche ammettendo che tu non provi alcun piacere a leggerci, ne avrai però minor fastidio, poiché due libri sono stati tolti.
 
Noi, che poc'anzi eravamo cinque libri di Nasone, ora siamo tre: l'autore ha preferito questo lavoro al precedente. Anche ammettendo che tu non provi alcun piacere a leggerci, ne avrai però minor fastidio, poiché due libri sono stati tolti.
  
Mi accingevo a celebrare con metro solenne le armi e le guerre crudeli, in modo che l'argomento e l'elemento ritmico concordassero. Il verso che seguiva era di lunghezza uguale al precedente; dicono che Cupìdo abbia riso e abbia sottratto un piede. "Chi, o crudele fanciullo, ti ha concesso tale diritto sulla poesia? Noi poeti siamo seguaci delle Muse, non tuoi. Che accadrebbe se Venere strappasse via le armi alla bionda Minerva, o se la bionda Minerva agitasse al vento le fiaccole ardenti? Chi potrebbe accettare che Cerere sia la regina delle selve montane e che i campi vengano coltivati agli ordini della vergine con la faretra? Chi potrebbe fornire a Febo, che si distingue per la sua chioma, un'aguzza lancia, mentre Marte fa' risuonare le corde della lira aonia? Tu possiedi, fanciullo, regni grandi e molto potenti; perché aspiri ambiziosamente a una nuova impresa? Ti appartengono forse tutte le cose, dovunque esse siano? È tua anche la valle di Elicona? Neppure Febo dovrà considerare sicura la sua lira? Appena il nuovo componimento si è elevato nel primo verso, il verso successivo attenua l'impeto del mio carme. Ed io non ho argomenti adatti a poesia più leggera: un fanciullo o una fanciulla dalle lunghe chiome ben pettinate." Mi ero lamentato, quand'ecco egli, schiusa la faretra, scelse frecce destinate alla mia rovina, piegò con decisione contro il ginocchio l'arco ricurvo e disse: Eccoti, o poeta, l'argomento dei tuoi canti! Me sventurato! Quel fanciullo aveva frecce infallibili: brucio, e nel mio cuore, già libero, ora regna Amore. Nei sei piedi si alzi il mio canto, nei cinque si abbassi. Addio, crudeli guerre, a voi e al vostro metro!
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Mi accingevo a celebrare con metro solenne le armi e le guerre crudeli, in modo che l'argomento e l'elemento ritmico concordassero. Il verso che seguiva era di lunghezza uguale al precedente; dicono che Cupìdo abbia riso e abbia sottratto un piede. "Chi, o crudele fanciullo, ti ha concesso tale diritto sulla poesia? Noi poeti siamo seguaci delle [[Muse]], non tuoi. Che accadrebbe se Venere strappasse via le armi alla bionda Minerva, o se la bionda Minerva agitasse al vento le fiaccole ardenti? Chi potrebbe accettare che Cerere sia la regina delle selve montane e che i campi vengano coltivati agli ordini della vergine con la faretra? Chi potrebbe fornire a Febo, che si distingue per la sua chioma, un'aguzza lancia, mentre Marte fa' risuonare le corde della lira aonia? Tu possiedi, fanciullo, regni grandi e molto potenti; perché aspiri ambiziosamente a una nuova impresa? Ti appartengono forse tutte le cose, dovunque esse siano? È tua anche la valle di [[Elicona]]? Neppure Febo dovrà considerare sicura la sua lira? Appena il nuovo componimento si è elevato nel primo verso, il verso successivo attenua l'impeto del mio carme. Ed io non ho argomenti adatti a poesia più leggera: un fanciullo o una fanciulla dalle lunghe chiome ben pettinate." Mi ero lamentato, quand'ecco egli, schiusa la faretra, scelse frecce destinate alla mia rovina, piegò con decisione contro il ginocchio l'arco ricurvo e disse: Eccoti, o poeta, l'argomento dei tuoi canti! Me sventurato! Quel fanciullo aveva frecce infallibili: brucio, e nel mio cuore, già libero, ora regna Amore. Nei sei piedi si alzi il mio canto, nei cinque si abbassi. Addio, crudeli guerre, a voi e al vostro metro!
  
 
O Musa che si deve cantare con undici piedi, cingi le tempie bionde con il mirto che fiorisce sui litorali!
 
O Musa che si deve cantare con undici piedi, cingi le tempie bionde con il mirto che fiorisce sui litorali!
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Era l'ora della calura e il giorno aveva già compiuto metà del suo cammino; io mi gettai sul letto per dare ristoro alle membra. Una parte della finestra era aperta, l'altra era chiusa e c'era quella penombra che si suol trovare nei boschi, o al crepuscolo, quando il sole tramonta, o quando la notte è ormai lontana eppure non è ancor spuntato il giorno. Questa è la luce da offrire alle fanciulle pudiche, perché in essa la loro riservata timidezza possa sperare di trovare un rifugio. Ecco, Corinna avanza velata appena dalla tunica slacciata, con i capelli che scendono da un lato e dall'altro a coprirle il candido collo, come si racconta che si accostassero al talamo la bella Semiramide e Laide amata da molti. Le strappai la tunica; trasparente com'era non dava molto fastidio, ma tuttavia ella resisteva per essere coperta almeno dalla tunica; ma, poiché lottava come chi non ha alcun desiderio di vincere, fu vinta senza troppa fatica con la sua stessa complicità. Come la ebbi davanti agli occhi, senza alcun velo, in tutto il suo corpo non vidi neppure un difetto: che spalle, che braccia vidi e toccai! Come sembrava fatta per le carezze la dolce bellezza dei seni! E com'era liscio il ventre sotto il seno perfetto! Com'erano grandi e belli i fianchi! Come giovani le sue cosce! Perché riferire tutti i particolari? Non vidi nulla che non fosse da lodare e la strinsi nuda contro il mio corpo. Chi ignora il seguito? Dopo, entrambi riposammo esausti. Possano capitarmi spesso pomeriggi come questo!
 
Era l'ora della calura e il giorno aveva già compiuto metà del suo cammino; io mi gettai sul letto per dare ristoro alle membra. Una parte della finestra era aperta, l'altra era chiusa e c'era quella penombra che si suol trovare nei boschi, o al crepuscolo, quando il sole tramonta, o quando la notte è ormai lontana eppure non è ancor spuntato il giorno. Questa è la luce da offrire alle fanciulle pudiche, perché in essa la loro riservata timidezza possa sperare di trovare un rifugio. Ecco, Corinna avanza velata appena dalla tunica slacciata, con i capelli che scendono da un lato e dall'altro a coprirle il candido collo, come si racconta che si accostassero al talamo la bella Semiramide e Laide amata da molti. Le strappai la tunica; trasparente com'era non dava molto fastidio, ma tuttavia ella resisteva per essere coperta almeno dalla tunica; ma, poiché lottava come chi non ha alcun desiderio di vincere, fu vinta senza troppa fatica con la sua stessa complicità. Come la ebbi davanti agli occhi, senza alcun velo, in tutto il suo corpo non vidi neppure un difetto: che spalle, che braccia vidi e toccai! Come sembrava fatta per le carezze la dolce bellezza dei seni! E com'era liscio il ventre sotto il seno perfetto! Com'erano grandi e belli i fianchi! Come giovani le sue cosce! Perché riferire tutti i particolari? Non vidi nulla che non fosse da lodare e la strinsi nuda contro il mio corpo. Chi ignora il seguito? Dopo, entrambi riposammo esausti. Possano capitarmi spesso pomeriggi come questo!
  
O custode legato (che indegnità!) con crudele catena, apri, facendolo girare sui cardini, il crudele battente. Quel che chiedo è piccola cosa: concedi che la porta socchiusa accolga attraverso un esiguo spiraglio la mia persona che si insinua di fianco. Un lungo amore ha reso sottile il mio fisico e, sottraendogli peso, ha reso le mie membra capaci di compiere simili esercizi; l'amore insegna ad insinuarsi senza far rumore fra i guardiani che vigilano, l'amore guida senza danno i passi. E pensare che c'era un tempo in cui temevo la notte e le sue vane ombre! Ero ammirato se qualcuno osava avventurarsi tra le tenebre: Cupìdo con la tenera madre rise tanto che io lo sentissi e sussurrò: "Anche tu diventerai coraggioso." Né ci fu indugio alcuno, venne l'amore: io non temo più le ombre che si aggirano volando nella notte, non temo mani pronte a darmi la morte; temo solo la tua eccessiva insensibilità, te solo cerco di blandire: tu possiedi la folgore con cui puoi incenerirmi. Guarda (e, per vedere, allenta il crudele catenaccio) come la porta è intrisa delle mie lacrime. Fui io sì che intervenni presso la padrona a difendere te che tremavi, mentre, privo di vesti, eri in attesa di ricevere le sferzate. Dunque quel favore che un tempo valse anche per te, ora per me, o gran misfatto, non vale più nulla? Ricambiami la cortesia: hai la possibilità, come desideri, di mostrarmi la tua riconoscenza. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Toglila: così possa tu un giorno essere liberato dalla catena che da gran tempo trascini e non ti tocchi di bere per sempre l'acqua della schiavitù. Ma tu, custode, ascolti impassibile chi invano ti scongiura: anche la porta, rinforzata da crudeli puntelli di quercia, rimane fredda e insensibile. Lo sbarramento di una porta sprangata può giovare a una città assediata, ma in tempo di pace perché temi le armi? Quale trattamento riserverai al nemico, tu che lasci fuori così crudelmente l'innamorato? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Io non vengo in compagnia di soldati in armi: sarei stato solo, se non mi si fosse affiancato il crudele Amore; da lui non posso mai distaccarmi, anche se lo desiderassi: sarei piuttosto disposto a separarmi dalle mie stesse membra. Dunque con me ci sono Amore, un po' di vino attorno alle mie tempie e una ghirlanda che è scivolata dai miei capelli umidi. Chi potrebbe aver timore di queste armi? Chi non andrebbe incontro ad esse? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Sei insensibile, oppure il sonno (che ti spedisca in malora!) disperde nel vento le mie parole di innamorato a cui non vuoi prestare ascolto? Eppure, mi ricordo, prima, quando avrei voluto passarti inosservato, eri ben desto fino a notte fonda. Forse ora accanto a te dorme la tua amante: ahimè, di quanto la tua sorte è migliore della mia! A questo patto, circondate pure il mio corpo, crudeli catene. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Mi inganno, o l'uscio ha cigolato girando sui cardini e i battenti smossi hanno inviato uno stridulo segnale? Mi inganno: era la porta investita dal vento impetuoso. Ahimè, quanto lontano quel soffio ha portato la mia speranza! Ma se tu, o Borea, ancora ti ricordi del rapimento di Orizia, vieni qui e sfianca colle tue folate queste porte che non mi dànno ascolto. E intanto, madide di fresca rugiada, le ore della notte stanno trascorrendo silenziose per tutta la città; togli la spranga dallo stipite, altrimenti io stesso, fatto ormai più risoluto, darò l'assalto a questa casa superba col ferro e col fuoco che porto nella fiaccola. La notte, Amore e il vino non inducono ad alcuna moderazione: la notte è priva di pudore, Bacco e Amore non conoscono la paura. Ho fatto ogni sforzo, ma né con preghiere né con minacce ho potuto smuoverti, o custode più duro perfino del legno della tua porta. Non eri adatto a custodire la soglia di una bella ragazza: saresti stato degno di essere il vigile custode di una prigione. Ormai la stella di Venere avanza sul suo carro coperto di brina e l'uccello del mattino risveglia i miseri mortali chiamandoli al loro lavoro. Ma tu, o ghirlanda levata tristemente dai capelli, resta tutta la notte sulla soglia crudele; quando al mattino la padrona ti vedrà gettata a terra, tu sarai la prova del tempo da me tanto malamente sprecato. E tu, o malvagio, che hai crudelmente impedito l'ingresso all'amante, ricevi comunque il mio saluto mentre mi allontano: addio. E addio anche a voi, stipiti inesorabili e spietata soglia, e a voi, battenti, legni crudeli, voi pure schiavi, come il vostro guardiano.
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O custode legato (che indegnità!) con crudele catena, apri, facendolo girare sui cardini, il crudele battente. Quel che chiedo è piccola cosa: concedi che la porta socchiusa accolga attraverso un esiguo spiraglio la mia persona che si insinua di fianco. Un lungo amore ha reso sottile il mio fisico e, sottraendogli peso, ha reso le mie membra capaci di compiere simili esercizi; l'amore insegna ad insinuarsi senza far rumore fra i guardiani che vigilano, l'amore guida senza danno i passi. E pensare che c'era un tempo in cui temevo la notte e le sue vane ombre! Ero ammirato se qualcuno osava avventurarsi tra le tenebre: Cupìdo con la tenera madre rise tanto che io lo sentissi e sussurrò: "Anche tu diventerai coraggioso." Né ci fu indugio alcuno, venne l'amore: io non temo più le ombre che si aggirano volando nella notte, non temo mani pronte a darmi la morte; temo solo la tua eccessiva insensibilità, te solo cerco di blandire: tu possiedi la folgore con cui puoi incenerirmi. Guarda (e, per vedere, allenta il crudele catenaccio) come la porta è intrisa delle mie lacrime. Fui io sì che intervenni presso la padrona a difendere te che tremavi, mentre, privo di vesti, eri in attesa di ricevere le sferzate. Dunque quel favore che un tempo valse anche per te, ora per me, o gran misfatto, non vale più nulla? Ricambiami la cortesia: hai la possibilità, come desideri, di mostrarmi la tua riconoscenza. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Toglila: così possa tu un giorno essere liberato dalla catena che da gran tempo trascini e non ti tocchi di bere per sempre l'acqua della schiavitù. Ma tu, custode, ascolti impassibile chi invano ti scongiura: anche la porta, rinforzata da crudeli puntelli di quercia, rimane fredda e insensibile. Lo sbarramento di una porta sprangata può giovare a una città assediata, ma in tempo di pace perché temi le armi? Quale trattamento riserverai al nemico, tu che lasci fuori così crudelmente l'innamorato? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Io non vengo in compagnia di soldati in armi: sarei stato solo, se non mi si fosse affiancato il crudele Amore; da lui non posso mai distaccarmi, anche se lo desiderassi: sarei piuttosto disposto a separarmi dalle mie stesse membra. Dunque con me ci sono Amore, un po' di vino attorno alle mie tempie e una ghirlanda che è scivolata dai miei capelli umidi. Chi potrebbe aver timore di queste armi? Chi non andrebbe incontro ad esse? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Sei insensibile, oppure il sonno (che ti spedisca in malora!) disperde nel vento le mie parole di innamorato a cui non vuoi prestare ascolto? Eppure, mi ricordo, prima, quando avrei voluto passarti inosservato, eri ben desto fino a notte fonda. Forse ora accanto a te dorme la tua amante: ahimè, di quanto la tua sorte è migliore della mia! A questo patto, circondate pure il mio corpo, crudeli catene. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Mi inganno, o l'uscio ha cigolato girando sui cardini e i battenti smossi hanno inviato uno stridulo segnale? Mi inganno: era la porta investita dal vento impetuoso. Ahimè, quanto lontano quel soffio ha portato la mia speranza! Ma se tu, o [[Borea]], ancora ti ricordi del rapimento di Orizia, vieni qui e sfianca colle tue folate queste porte che non mi dànno ascolto. E intanto, madide di fresca rugiada, le ore della notte stanno trascorrendo silenziose per tutta la città; togli la spranga dallo stipite, altrimenti io stesso, fatto ormai più risoluto, darò l'assalto a questa casa superba col ferro e col fuoco che porto nella fiaccola. La notte, Amore e il vino non inducono ad alcuna moderazione: la notte è priva di pudore, Bacco e Amore non conoscono la paura. Ho fatto ogni sforzo, ma né con preghiere né con minacce ho potuto smuoverti, o custode più duro perfino del legno della tua porta. Non eri adatto a custodire la soglia di una bella ragazza: saresti stato degno di essere il vigile custode di una prigione. Ormai la stella di Venere avanza sul suo carro coperto di brina e l'uccello del mattino risveglia i miseri mortali chiamandoli al loro lavoro. Ma tu, o ghirlanda levata tristemente dai capelli, resta tutta la notte sulla soglia crudele; quando al mattino la padrona ti vedrà gettata a terra, tu sarai la prova del tempo da me tanto malamente sprecato. E tu, o malvagio, che hai crudelmente impedito l'ingresso all'amante, ricevi comunque il mio saluto mentre mi allontano: addio. E addio anche a voi, stipiti inesorabili e spietata soglia, e a voi, battenti, legni crudeli, voi pure schiavi, come il vostro guardiano.
  
Ora che il mio furore si è placato, se ho vicino a me un amico, incateni le mie mani (lo hanno ben meritato): infatti il furore ha spinto le mie braccia dissennate contro la mia donna ed ella piange, ferita dalla mia pazza mano. Allora io avrei potuto anche battere i miei genitori, o colpire crudelmente perfino i sacri dèi. E che? Aiace, l'eroe dal settemplice scudo, non fece forse a pezzi le greggi sorprese nei vasti campi e Oreste, vendicatore del padre sulla persona della madre (tristo vendicatore), non osò forse chiedere dardi contro le dee occulte? Io sono stato dunque capace di strapparle i capelli acconciati? Ma neppure la chioma scomposta le toglieva la sua grazia, tanto era bella! Posso immaginare che così la Scheneide incalzasse con l'arco le fiere sul Mènalo; così Arianna si dolse che gli impetuosi venti del Sud si fossero portate via le vele e le promesse spergiure di Tèseo; così Cassandra si sarebbe gettata in ginocchio nel tuo tempio, o casta Minerva, se non avesse avuto i capelli trattenuti dalla benda. Chi non mi avrebbe gridato "Pazzo", chi non mi avrebbe chiamato "Barbaro"? Lei nulla: la lingua fu bloccata dalla timidezza e dalla paura. Ma tuttavia con l'espressione del viso mi muoveva un muto rimprovero; benché tacesse, le sue lacrime mi dichiararono colpevole. Avrei voluto che le braccia mi fossero prima cadute dalle spalle; avrei potuto con mio vantaggio restare privo di una parte di me: ho esercitato forze pazze a mio danno e mi sono dimostrato forte per punire me stesso. Che cosa ho a che fare io con voi, ministre di scelleratezze e di morte? Affrontate le giuste catene, mani sacrileghe! Se avessi percosso il più umile dei plebei sarei punito; avrò forse maggiori diritti nei confronti della mia donna? Il Tidìde ha lasciato un terribile ricordo dei suoi delitti: egli fu il primo che ferì una dea; io il secondo. Egli però fu meno colpevole, poiché io ho ferito colei che proclamavo di amare, mentre il Tidìde fu spietato contro una nemica. Va' ora e, vincitore, celebra splendidi trionfi: cingi la chioma di alloro e sciogli voti a Giove e la turba di accompagnatori che seguirà il tuo carro gridi: "Evviva, il nostro eroe ha vinto una fanciulla!" E la misera prigioniera cammini davanti a te con i capelli sciolti, tutta bianca, se non fosse per le guance graffiate. Sarebbe stato meglio che i suoi lividi recassero l'impronta delle tue labbra e che il collo portasse il segno dei tuoi dolci morsi. Infine, se ero agitato come le acque di un torrente in piena e una rabbia cieca mi aveva fatto sua preda, non sarebbe stato sufficiente sgridare la fanciulla impaurita e proferire con voce tonante terribili minacce o stracciarle indegnamente la tunica dall'estremità superiore fino a mezzo il corpo (là dove la cintura avrebbe posto riparo)? Ma io ebbi il coraggio, dopo averle strappato i capelli dalla fronte, di segnare crudelmente con le unghie le sue guance delicate. Ella rimase immobile, fuori di sé, col volto esangue, bianca come i marmi tagliati sui gioghi di Paro; io vidi le sue membra esanimi e il suo corpo scosso da tremiti, come quando il vento fa' ondeggiare le chiome dei pioppi, come la canna sottile è agitata dal dolce soffio dello Zèfiro o quando l'onda viene increspata sulla cima dal tiepido vento del Sud; e le lacrime a lungo trattenute scesero copiose sul viso, come l'acqua promana dalla neve caduta al suolo. Allora per la prima volta cominciai a sentirmi colpevole: le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi erano sangue mio. E tuttavia tre volte volli gettarmi supplice ai suoi piedi; tre volte ella respinse le temute mani. Ma tu non esitare (la vendetta placherà in parte il tuo dolore) a graffiarmi sùbito il viso con le unghie; e non avere riguardo per i miei occhi né per i miei capelli: l'ira può donare forza alle tue mani, benché esse siano deboli. E perché non restino tracce tanto spiacevoli del mio misfatto, rimetti in bell'ordine la tua capigliatura. C'è una vecchia (chiunque vorrà far conoscenza con una ruffiana, presti ascolto), c'è una vecchia di nome Dipsa. Trae il nome dal suo comportamento: infatti non è mai riuscita a vedere la madre del nero Mèmnone sui suoi cavalli rosati senza essere ubriaca. Ella conosce le arti magiche, le formule e gli incantesimi di Eea, con i suoi sortilegi può far risalire alla sorgente le acque correnti; sa bene qual sia il potere delle erbe, quale quello del filo messo in movimento dalla trottola che gira, quale quello dell'umore che stilla dalle cavalle in foia. Ad un suo cenno in tutto il cielo si addensano le nubi; ad un suo cenno il giorno risplende sotto la limpida volta del cielo. Io ho visto, se qualcuno vuol credermi, le stelle grondare sangue; la superficie della luna era rossa di sangue. Nutro il sospetto che costei, mutato aspetto, si aggiri volando fra le tenebre notturne e che il suo corpo di vecchia sia coperto di penne; lo sospetto io ed è voce diffusa; anche negli occhi lampeggia una duplice pupilla e da quel doppio cerchio emanano bagliori. Evoca gli avi e gli antenati dai loro antichi sepolcri e con un prolungato incantesimo riesce a fendere la terra. Costei si propose di contaminare casti talami e la sua lingua non è certo priva di una, sia pur deleteria, facondia. Il caso mi fece assistere a un suo discorso; ella forniva questi consigli (io ero nascosto da un doppio battente): "Lo sai, o luce dei miei occhi, che ieri sei stata ammirata da un ricco giovane? Egli è rimasto immobile e ha tenuto lo sguardo costantemente fisso sul tuo viso. D'altronde, perché non dovresti piacere? La tua bellezza non è seconda a nessuna; ma, me infelice, non hai un tenore di vita degno della tua bellezza. Vorrei che tu fossi fortunata quanto sei bella: quando sarai diventata ricca io non rimarrò certo povera. Finora ti è stato sfavorevole il pianeta Marte in opposizione; ma ora Marte è scomparso; ora è apparsa Venere favorevole con la sua costellazione. Ecco, guarda quanto giovamento ella arreca col suo arrivo: un ricco amante ti ha desiderato: si prende cura che non ti manchi nulla. Inoltre ha anche una bellezza paragonabile alla tua: se non fosse stato lui a volerti comprare, avresti dovuto comprarlo tu. È arrossita! Il pudore si addice a un viso bianco, ma ti giova solo se è finto; quando è vero, in genere nuoce. Quando terrai gli occhi bassi bassi, fissi sul tuo grembo, dovrai guardare ciascuno in base a quel che ti porta. Forse al tempo del re Tazio le sciatte Sabine non avrebbero voluto compiacere a più uomini; ora Marte impegna i cuori animosi con guerre in terra straniera, ma nella città del suo Enea impera Venere. Le belle folleggiano: casta è solo colei che nessuno mai richiese; anzi, se non è di ostacolo l'inesperienza, è la donna stessa ad avanzar proposte. Anche quelle che hanno la sommità della fronte corrugata, scuotile e da quelle rughe cadranno molte colpe. Penelope sottoponeva i giovani alla prova dell'arco per saggiarne la vigoria; l'arco era di corno per scoprire quanta forza avessero nelle reni. Il tempo scorre insensibilmente e vola via senza che ce ne accorgiamo e veloci scorrono gli anni sui cavalli lanciati a briglia sciolta. Il bronzo risplende quando viene adoperato, un bel vestito richiede di essere indossato, le case abbandonate in un desolato squallore si sgretolano: se non accogli gli amanti, la bellezza declina senza qualcuno che se ne prenda cura; né sono sufficienti uno o due amanti. La preda che si ricava da molti è più sicura e non suscita invidie; i lupi grigi il bottino completo lo fanno in un gregge. Ecco, che doni ti porta questo tuo poeta oltre a nuove poesie? Da questo amante raccoglierai invece una gran somma di denaro. Perfino il dio dei poeti, splendido in un manto intessuto d'oro, fa' vibrare le armoniose corde della sua lira dorata. Chi ti farà doni sia per te più grande del grande Omero; dammi retta, chi dona sì che dimostra talento. Inoltre se uno avrà pagato il riscatto per ottenere la propria libertà, non disprezzarlo: è una colpa assai lieve avere i piedi segnati col gesso. E non ti traggano in inganno le antiche immagini di cera disposte all'intorno nell'atrio: pòrtati via con te i tuoi antenati, amante squattrinato! Senti un po', perché è bello pretenderà forse di godersi una notte gratuitamente? Prima chieda al suo amante qualcosa da donare a te. Mentre tendi le reti, chiedi un prezzo più modesto, perché non scappino; quando li hai accalappiati, spremili e imponi le tue condizioni. Neppure reca danno il fingere l'amore: lascia che creda di essere amato; bada solo che questo amore non sia senza ricompensa. Nega spesso le tue notti: una volta fingi un'emicrania; un'altra sarà Iside e fornirti un pretesto. Poi accoglilo nuovamente, perché non si abitui a subire questa situazione e il suo amore spesso respinto non si raffreddi. La tua porta rimanga sorda a chi si limita a pregare, si apra a chi reca doni; l'amante accolto in casa ascolti le parole dell'escluso; e talvolta adìrati con chi hai offeso come se fossi stata offesa tu per prima: la tua colpa, compensata dalla sua, perde importanza. Ma non dedicare mai troppo tempo all'ira: spesso l'ira prolungata ingenera odio. Anzi, i tuoi occhi sappiano versare lacrime a comando e, ora l'uno ora l'altro, bàgnino di pianto le guance; e se vorrai ingannare qualcuno, non esitare a spergiurare: Venere, quando si tratta di faccende amorose, rende gli dèi sordi. Siano pronti a spalleggiarti uno schiavo e un'ancella scaltra, che sappiano ben consigliare che cosa ti si possa comprare e chiedano poco per sé: se chiederanno poco a molti amanti, dopo breve tempo, a forza di pagliuzze, metteranno insieme un bel mucchio; anche la madre, la sorella e la nutrice pelino l'amante: si fa' presto un buon bottino quando le mani che arraffano sono molte. Quando ti mancheranno i pretesti per chiedere doni, mostra che è il giorno del tuo compleanno offrendo una focaccia. Bada bene che, privo di rivali, non goda di un amore tranquillo: se elimini le rivalità, l'amore non dura a lungo. Egli veda le tracce di un altro uomo su tutto quanto il letto e il tuo collo cosparso di lividi causati da morsi lascivi; soprattutto fa' in modo che veda i doni mandati dal rivale: se nessuno ti avrà fatto doni, dovrai cercarli nella Via Sacra. Quando gli avrai sottratto molte cose, tuttavia perché non siano proprio tutti doni, chiedi tu stessa in prestito qualcosa che non gli renderai mai. La lingua ti sia di aiuto e sappia nascondere il tuo pensiero: blandiscilo e maltrattalo; sotto il dolce del miele si possono celare crudeli veleni. Se tu applicherai questi precetti, che io conosco per lunga pratica, e i soffi del vento non si porteranno via le mie parole, spesso mi manderai benedizioni finché sarò in vita, e spesso, quando sarò morta, pregherai che le mie ossa riposino in pace." Stava dicendo queste parole, quando la mia ombra mi tradì; e le mie mani si trattennero a stento dallo strappare i bianchi e radi capelli e dal dilaniare quegli occhi lacrimosi per il troppo vino e quelle gote piene di rughe. Gli dèi non ti concedano mai alcuna dimora, ti riservino una vecchiaia povera e infelice e lunghi inverni e una sete continua!
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Ora che il mio furore si è placato, se ho vicino a me un amico, incateni le mie mani (lo hanno ben meritato): infatti il furore ha spinto le mie braccia dissennate contro la mia donna ed ella piange, ferita dalla mia pazza mano. Allora io avrei potuto anche battere i miei genitori, o colpire crudelmente perfino i sacri dèi. E che? Aiace, l'eroe dal settemplice scudo, non fece forse a pezzi le greggi sorprese nei vasti campi e Oreste, vendicatore del padre sulla persona della madre (tristo vendicatore), non osò forse chiedere dardi contro le dee occulte? Io sono stato dunque capace di strapparle i capelli acconciati? Ma neppure la chioma scomposta le toglieva la sua grazia, tanto era bella! Posso immaginare che così la Scheneide incalzasse con l'arco le fiere sul Mènalo; così [[Arianna]] si dolse che gli impetuosi venti del Sud si fossero portate via le vele e le promesse spergiure di Tèseo; così [[Cassandra]] si sarebbe gettata in ginocchio nel tuo tempio, o casta Minerva, se non avesse avuto i capelli trattenuti dalla benda. Chi non mi avrebbe gridato "Pazzo", chi non mi avrebbe chiamato "Barbaro"? Lei nulla: la lingua fu bloccata dalla timidezza e dalla paura. Ma tuttavia con l'espressione del viso mi muoveva un muto rimprovero; benché tacesse, le sue lacrime mi dichiararono colpevole. Avrei voluto che le braccia mi fossero prima cadute dalle spalle; avrei potuto con mio vantaggio restare privo di una parte di me: ho esercitato forze pazze a mio danno e mi sono dimostrato forte per punire me stesso. Che cosa ho a che fare io con voi, ministre di scelleratezze e di morte? Affrontate le giuste catene, mani sacrileghe! Se avessi percosso il più umile dei plebei sarei punito; avrò forse maggiori diritti nei confronti della mia donna? Il Tidìde ha lasciato un terribile ricordo dei suoi delitti: egli fu il primo che ferì una dea; io il secondo. Egli però fu meno colpevole, poiché io ho ferito colei che proclamavo di amare, mentre il Tidìde fu spietato contro una nemica. Va' ora e, vincitore, celebra splendidi trionfi: cingi la chioma di alloro e sciogli voti a Giove e la turba di accompagnatori che seguirà il tuo carro gridi: "Evviva, il nostro eroe ha vinto una fanciulla!" E la misera prigioniera cammini davanti a te con i capelli sciolti, tutta bianca, se non fosse per le guance graffiate. Sarebbe stato meglio che i suoi lividi recassero l'impronta delle tue labbra e che il collo portasse il segno dei tuoi dolci morsi. Infine, se ero agitato come le acque di un torrente in piena e una rabbia cieca mi aveva fatto sua preda, non sarebbe stato sufficiente sgridare la fanciulla impaurita e proferire con voce tonante terribili minacce o stracciarle indegnamente la tunica dall'estremità superiore fino a mezzo il corpo (là dove la cintura avrebbe posto riparo)? Ma io ebbi il coraggio, dopo averle strappato i capelli dalla fronte, di segnare crudelmente con le unghie le sue guance delicate. Ella rimase immobile, fuori di sé, col volto esangue, bianca come i marmi tagliati sui gioghi di Paro; io vidi le sue membra esanimi e il suo corpo scosso da tremiti, come quando il vento fa' ondeggiare le chiome dei pioppi, come la canna sottile è agitata dal dolce soffio dello Zèfiro o quando l'onda viene increspata sulla cima dal tiepido vento del Sud; e le lacrime a lungo trattenute scesero copiose sul viso, come l'acqua promana dalla neve caduta al suolo. Allora per la prima volta cominciai a sentirmi colpevole: le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi erano sangue mio. E tuttavia tre volte volli gettarmi supplice ai suoi piedi; tre volte ella respinse le temute mani. Ma tu non esitare (la vendetta placherà in parte il tuo dolore) a graffiarmi sùbito il viso con le unghie; e non avere riguardo per i miei occhi né per i miei capelli: l'ira può donare forza alle tue mani, benché esse siano deboli. E perché non restino tracce tanto spiacevoli del mio misfatto, rimetti in bell'ordine la tua capigliatura. C'è una vecchia (chiunque vorrà far conoscenza con una ruffiana, presti ascolto), c'è una vecchia di nome Dipsa. Trae il nome dal suo comportamento: infatti non è mai riuscita a vedere la madre del nero Mèmnone sui suoi cavalli rosati senza essere ubriaca. Ella conosce le arti magiche, le formule e gli incantesimi di Eea, con i suoi sortilegi può far risalire alla sorgente le acque correnti; sa bene qual sia il potere delle erbe, quale quello del filo messo in movimento dalla trottola che gira, quale quello dell'umore che stilla dalle cavalle in foia. Ad un suo cenno in tutto il cielo si addensano le nubi; ad un suo cenno il giorno risplende sotto la limpida volta del cielo. Io ho visto, se qualcuno vuol credermi, le stelle grondare sangue; la superficie della luna era rossa di sangue. Nutro il sospetto che costei, mutato aspetto, si aggiri volando fra le tenebre notturne e che il suo corpo di vecchia sia coperto di penne; lo sospetto io ed è voce diffusa; anche negli occhi lampeggia una duplice pupilla e da quel doppio cerchio emanano bagliori. Evoca gli avi e gli antenati dai loro antichi sepolcri e con un prolungato incantesimo riesce a fendere la terra. Costei si propose di contaminare casti talami e la sua lingua non è certo priva di una, sia pur deleteria, facondia. Il caso mi fece assistere a un suo discorso; ella forniva questi consigli (io ero nascosto da un doppio battente): "Lo sai, o luce dei miei occhi, che ieri sei stata ammirata da un ricco giovane? Egli è rimasto immobile e ha tenuto lo sguardo costantemente fisso sul tuo viso. D'altronde, perché non dovresti piacere? La tua bellezza non è seconda a nessuna; ma, me infelice, non hai un tenore di vita degno della tua bellezza. Vorrei che tu fossi fortunata quanto sei bella: quando sarai diventata ricca io non rimarrò certo povera. Finora ti è stato sfavorevole il pianeta Marte in opposizione; ma ora Marte è scomparso; ora è apparsa Venere favorevole con la sua costellazione. Ecco, guarda quanto giovamento ella arreca col suo arrivo: un ricco amante ti ha desiderato: si prende cura che non ti manchi nulla. Inoltre ha anche una bellezza paragonabile alla tua: se non fosse stato lui a volerti comprare, avresti dovuto comprarlo tu. È arrossita! Il pudore si addice a un viso bianco, ma ti giova solo se è finto; quando è vero, in genere nuoce. Quando terrai gli occhi bassi bassi, fissi sul tuo grembo, dovrai guardare ciascuno in base a quel che ti porta. Forse al tempo del re Tazio le sciatte Sabine non avrebbero voluto compiacere a più uomini; ora Marte impegna i cuori animosi con guerre in terra straniera, ma nella città del suo [[Enea]] impera Venere. Le belle folleggiano: casta è solo colei che nessuno mai richiese; anzi, se non è di ostacolo l'inesperienza, è la donna stessa ad avanzar proposte. Anche quelle che hanno la sommità della fronte corrugata, scuotile e da quelle rughe cadranno molte colpe. [[Penelope]] sottoponeva i giovani alla prova dell'arco per saggiarne la vigoria; l'arco era di corno per scoprire quanta forza avessero nelle reni. Il tempo scorre insensibilmente e vola via senza che ce ne accorgiamo e veloci scorrono gli anni sui cavalli lanciati a briglia sciolta. Il bronzo risplende quando viene adoperato, un bel vestito richiede di essere indossato, le case abbandonate in un desolato squallore si sgretolano: se non accogli gli amanti, la bellezza declina senza qualcuno che se ne prenda cura; né sono sufficienti uno o due amanti. La preda che si ricava da molti è più sicura e non suscita invidie; i lupi grigi il bottino completo lo fanno in un gregge. Ecco, che doni ti porta questo tuo poeta oltre a nuove poesie? Da questo amante raccoglierai invece una gran somma di denaro. Perfino il dio dei poeti, splendido in un manto intessuto d'oro, fa' vibrare le armoniose corde della sua lira dorata. Chi ti farà doni sia per te più grande del grande Omero; dammi retta, chi dona sì che dimostra talento. Inoltre se uno avrà pagato il riscatto per ottenere la propria libertà, non disprezzarlo: è una colpa assai lieve avere i piedi segnati col gesso. E non ti traggano in inganno le antiche immagini di cera disposte all'intorno nell'atrio: pòrtati via con te i tuoi antenati, amante squattrinato! Senti un po', perché è bello pretenderà forse di godersi una notte gratuitamente? Prima chieda al suo amante qualcosa da donare a te. Mentre tendi le reti, chiedi un prezzo più modesto, perché non scappino; quando li hai accalappiati, spremili e imponi le tue condizioni. Neppure reca danno il fingere l'amore: lascia che creda di essere amato; bada solo che questo amore non sia senza ricompensa. Nega spesso le tue notti: una volta fingi un'emicrania; un'altra sarà Iside e fornirti un pretesto. Poi accoglilo nuovamente, perché non si abitui a subire questa situazione e il suo amore spesso respinto non si raffreddi. La tua porta rimanga sorda a chi si limita a pregare, si apra a chi reca doni; l'amante accolto in casa ascolti le parole dell'escluso; e talvolta adìrati con chi hai offeso come se fossi stata offesa tu per prima: la tua colpa, compensata dalla sua, perde importanza. Ma non dedicare mai troppo tempo all'ira: spesso l'ira prolungata ingenera odio. Anzi, i tuoi occhi sappiano versare lacrime a comando e, ora l'uno ora l'altro, bàgnino di pianto le guance; e se vorrai ingannare qualcuno, non esitare a spergiurare: Venere, quando si tratta di faccende amorose, rende gli dèi sordi. Siano pronti a spalleggiarti uno schiavo e un'ancella scaltra, che sappiano ben consigliare che cosa ti si possa comprare e chiedano poco per sé: se chiederanno poco a molti amanti, dopo breve tempo, a forza di pagliuzze, metteranno insieme un bel mucchio; anche la madre, la sorella e la nutrice pelino l'amante: si fa' presto un buon bottino quando le mani che arraffano sono molte. Quando ti mancheranno i pretesti per chiedere doni, mostra che è il giorno del tuo compleanno offrendo una focaccia. Bada bene che, privo di rivali, non goda di un amore tranquillo: se elimini le rivalità, l'amore non dura a lungo. Egli veda le tracce di un altro uomo su tutto quanto il letto e il tuo collo cosparso di lividi causati da morsi lascivi; soprattutto fa' in modo che veda i doni mandati dal rivale: se nessuno ti avrà fatto doni, dovrai cercarli nella Via Sacra. Quando gli avrai sottratto molte cose, tuttavia perché non siano proprio tutti doni, chiedi tu stessa in prestito qualcosa che non gli renderai mai. La lingua ti sia di aiuto e sappia nascondere il tuo pensiero: blandiscilo e maltrattalo; sotto il dolce del miele si possono celare crudeli veleni. Se tu applicherai questi precetti, che io conosco per lunga pratica, e i soffi del vento non si porteranno via le mie parole, spesso mi manderai benedizioni finché sarò in vita, e spesso, quando sarò morta, pregherai che le mie ossa riposino in pace." Stava dicendo queste parole, quando la mia ombra mi tradì; e le mie mani si trattennero a stento dallo strappare i bianchi e radi capelli e dal dilaniare quegli occhi lacrimosi per il troppo vino e quelle gote piene di rughe. Gli dèi non ti concedano mai alcuna dimora, ti riservino una vecchiaia povera e infelice e lunghi inverni e una sete continua!
  
Ogni amante è un soldato e Cupìdo ha un suo accampamento; credimi, Attico, ogni amante è un soldato. Infatti l'età adatta per far la guerra va bene anche per far l'amore: è ignobile far combattere un vecchio, è ignobile una passione senile. Quegli stessi anni fiorenti che il capitano esige dal soldato coraggioso, la bella innamorata li esige dall'uomo che le è compagno: entrambi nella notte vegliano, entrambi riposano per terra; l'uno monta la guardia davanti alla porta della sua donna, l'altro davanti a quella del suo capitano. Il dovere di soldato comporta lunghi viaggi: manda lontano la ragazza, instancabile l'amante la seguirà fino in capo al mondo; affronterà i monti che incontrerà sul suo cammino e i fiumi gonfi per le piogge, calpesterà le nevi ammassate e, se dovrà solcare i mari, non addurrà a pretesto la furia dei venti e non scruterà il cielo cercando le costellazioni propizie per la navigazione. Chi, se non il soldato o l'amante, vorrà sopportare il rigore della notte e la neve mista a fitta pioggia? Uno viene inviato come esploratore contro terribili nemici, l'altro tiene d'occhio il rivale come un nemico. Questo stringe d'assedio importanti centri urbani, quello la soglia della crudele amica; questo sconquassa le porte della città, quello la porta della sua bella. Spesso fu utile attaccare i nemici immersi nel sonno e con le armi in pugno fare strage di una moltitudine inerme; così furono sconfitte le feroci schiere del tracio Reso e voi, cavalli, rapiti doveste abbandonare il vostro padrone: naturalmente anche gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e, mentre i nemici dormono, mettono in azione le loro armi. È compito del soldato e dell'assiduo sfortunato amante oltrepassare schiere di custodi e squadre di guardia. Se Marte è insicuro, anche Venere non offre certezza: i vinti si riprendono, mentre soccombono quelli che mai avresti detto che potevano cadere. Perciò chiunque definiva l'amore come inerzia, la smetta: l'amore è indizio di un'indole intraprendente. Achille si consuma di dolore per la sottrazione di Briseide (finché ne avete la possibilità, o Troiani, fiaccate le forze argive); Ettore andava in battaglia reduce dagli amplessi di Andromaca ed era proprio la moglie a mettergli l'elmo in capo; si narra che il sommo dei duci, l'Atride, rimase attonito nel vedere la figlia di Priamo con le chiome sciolte come una Mènade; anche Marte, sorpreso in flagrante, dovette subire i lacci del fabbro divino: in cielo nessuna vicenda suscitò maggior scalpore.
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Ogni amante è un soldato e Cupìdo ha un suo accampamento; credimi, Attico, ogni amante è un soldato. Infatti l'età adatta per far la guerra va bene anche per far l'amore: è ignobile far combattere un vecchio, è ignobile una passione senile. Quegli stessi anni fiorenti che il capitano esige dal soldato coraggioso, la bella innamorata li esige dall'uomo che le è compagno: entrambi nella notte vegliano, entrambi riposano per terra; l'uno monta la guardia davanti alla porta della sua donna, l'altro davanti a quella del suo capitano. Il dovere di soldato comporta lunghi viaggi: manda lontano la ragazza, instancabile l'amante la seguirà fino in capo al mondo; affronterà i monti che incontrerà sul suo cammino e i fiumi gonfi per le piogge, calpesterà le nevi ammassate e, se dovrà solcare i mari, non addurrà a pretesto la furia dei venti e non scruterà il cielo cercando le costellazioni propizie per la navigazione. Chi, se non il soldato o l'amante, vorrà sopportare il rigore della notte e la neve mista a fitta pioggia? Uno viene inviato come esploratore contro terribili nemici, l'altro tiene d'occhio il rivale come un nemico. Questo stringe d'assedio importanti centri urbani, quello la soglia della crudele amica; questo sconquassa le porte della città, quello la porta della sua bella. Spesso fu utile attaccare i nemici immersi nel sonno e con le armi in pugno fare strage di una moltitudine inerme; così furono sconfitte le feroci schiere del tracio [[Reso]] e voi, cavalli, rapiti doveste abbandonare il vostro padrone: naturalmente anche gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e, mentre i nemici dormono, mettono in azione le loro armi. È compito del soldato e dell'assiduo sfortunato amante oltrepassare schiere di custodi e squadre di guardia. Se Marte è insicuro, anche Venere non offre certezza: i vinti si riprendono, mentre soccombono quelli che mai avresti detto che potevano cadere. Perciò chiunque definiva l'amore come inerzia, la smetta: l'amore è indizio di un'indole intraprendente. Achille si consuma di dolore per la sottrazione di Briseide (finché ne avete la possibilità, o [[Troia]]ni, fiaccate le forze argive); Ettore andava in battaglia reduce dagli amplessi di [[Andromaca]] ed era proprio la moglie a mettergli l'elmo in capo; si narra che il sommo dei duci, l'Atride, rimase attonito nel vedere la figlia di [[Priamo]] con le chiome sciolte come una Mènade; anche Marte, sorpreso in flagrante, dovette subire i lacci del fabbro divino: in cielo nessuna vicenda suscitò maggior scalpore.
  
 
Anch'io ero pigro e nato per i molli ozii, il letto e la penombra avevano reso fiacco il mio animo; ma l'amore per una bella ragazza mi ha scrollato di dosso l'apatia e mi ha spinto a militare al suo servizio. Da allora tu mi vedi agile e pronto ad affrontare i combattimenti notturni; un rimedio c'è dunque per chi non voglia impigrire: l'amore.
 
Anch'io ero pigro e nato per i molli ozii, il letto e la penombra avevano reso fiacco il mio animo; ma l'amore per una bella ragazza mi ha scrollato di dosso l'apatia e mi ha spinto a militare al suo servizio. Da allora tu mi vedi agile e pronto ad affrontare i combattimenti notturni; un rimedio c'è dunque per chi non voglia impigrire: l'amore.
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Compiangete le mie sventure: le tavolette hanno compiuto un mesto ritorno; una triste lettera dice che oggi non è possibile. I presagi hanno un loro valore: poco fa, mentre era in procinto di andarsene, Nape si è fermata dopo aver inciampato sulla soglia. Quando uscirai un'altra volta, ricòrdati di varcare la soglia con maggior cura e di stare attenta a sollevare in alto i piedi. Andatevene via di qua, dannate tavolette, legno buono per costruire bare, e vattene anche tu, cera, piena di risposte negative, raccolta, credo, da un fiore di lunga cicuta e inviata da un'ape della Corsica sotto il suo miele amaro! Eppure rosseggiavi come se fossi stata tinta a fondo con minio: in realtà quel colore era ottenuto col sangue. Scaraventate per terra, possiate marcire in un crocicchio, dannose tavolette, e il peso di una ruota che vi passa sopra possa spezzarvi! Dimostrerò che anche colui che da pianta vi mutò in utensili aveva mani sacrileghe; quanto all'albero, esso offerse a un poveraccio la maniera di impiccarsi e fornì al boia croci funeste; offerse la sua tetra ombra a striduli gufi e i suoi rami furono il nido per uova di avvoltoi e di civette. Ed io fui tanto pazzo da affidare il mio amore a questo legno e da consegnare ad esso dolci messaggi da portare alla mia donna? Queste tavolette cerate meglio potrebbero contenere una particolareggiata promessa di comparsa in giudizio, che un procuratore potrebbe leggere con voce aspra; starebbero meglio fra i libri contabili e i registri, sui quali il taccagno segna piangendo i denari che ha speso. Io dunque vi ho scoperto anche nella realtà doppie, come indica il vostro nome: perfino il numero non era di buon auspicio. Che cosa potrei augurarvi nella mia collera, se non che la vecchiaia, che tutto consuma, vi faccia tarlare e che la cera sbiadisca per la sozza putredine?
 
Compiangete le mie sventure: le tavolette hanno compiuto un mesto ritorno; una triste lettera dice che oggi non è possibile. I presagi hanno un loro valore: poco fa, mentre era in procinto di andarsene, Nape si è fermata dopo aver inciampato sulla soglia. Quando uscirai un'altra volta, ricòrdati di varcare la soglia con maggior cura e di stare attenta a sollevare in alto i piedi. Andatevene via di qua, dannate tavolette, legno buono per costruire bare, e vattene anche tu, cera, piena di risposte negative, raccolta, credo, da un fiore di lunga cicuta e inviata da un'ape della Corsica sotto il suo miele amaro! Eppure rosseggiavi come se fossi stata tinta a fondo con minio: in realtà quel colore era ottenuto col sangue. Scaraventate per terra, possiate marcire in un crocicchio, dannose tavolette, e il peso di una ruota che vi passa sopra possa spezzarvi! Dimostrerò che anche colui che da pianta vi mutò in utensili aveva mani sacrileghe; quanto all'albero, esso offerse a un poveraccio la maniera di impiccarsi e fornì al boia croci funeste; offerse la sua tetra ombra a striduli gufi e i suoi rami furono il nido per uova di avvoltoi e di civette. Ed io fui tanto pazzo da affidare il mio amore a questo legno e da consegnare ad esso dolci messaggi da portare alla mia donna? Queste tavolette cerate meglio potrebbero contenere una particolareggiata promessa di comparsa in giudizio, che un procuratore potrebbe leggere con voce aspra; starebbero meglio fra i libri contabili e i registri, sui quali il taccagno segna piangendo i denari che ha speso. Io dunque vi ho scoperto anche nella realtà doppie, come indica il vostro nome: perfino il numero non era di buon auspicio. Che cosa potrei augurarvi nella mia collera, se non che la vecchiaia, che tutto consuma, vi faccia tarlare e che la cera sbiadisca per la sozza putredine?
  
Lasciato l'annoso marito, sopraggiunge ormai, sorvolando l'oceano, la bionda dea che porta il giorno sul carro coperto di brina. Dove ti affretti, Aurora? Férmati: così ogni anno gli uccelli possano celebrare un solenne sacrificio funebre per l'ombra di Mèmnone. Ora per me è bello starmene abbandonato fra le morbide braccia della mia donna; ora, se mai altre volte, ella è strettamente allacciata al mio fianco. Ora si fanno anche sonni profondi e l'aria è fresca e gli uccelli intonano limpidi gorgheggi con l'esile gola. Dove ti affretti, sgradita agli uomini e alle donne? Trattieni con la tua mano splendente le redini rugiadose. Prima del tuo sorgere il marinaio scruta meglio le stelle e non va errando senza sapersi dirigere in mezzo al mare; al tuo apparire, benché stanco, il viandante si alza e il soldato riprende a maneggiare le armi crudeli; tu sei la prima a vedere i contadini col bidente in spalla e la prima a chiamare i lenti buoi sotto il curvo giogo; tu rubi il sonno ai fanciulli e li affidi ai maestri, perché le loro mani delicate subiscano sferzate crudeli, e sei sempre tu che costringi la gente a mettersi l'abito buono e a rendersi garante per qualcuno davanti al tempio di Vesta, salvo il subire poi gravi conseguenze per aver detto una sola parola; tu non giungi gradita né al giureconsulto né all'avvocato: entrambi sono costretti ad alzarsi per affrontare nuove cause; tu, mentre le donne potrebbero imporre una sosta alle loro occupazioni, richiami la mano della filatrice al suo lavoro. Tutto avrei potuto tollerare; ma chi può accettare che le innamorate si alzino di buon mattino, se non chi l'innamorata non ce l'ha? Quante volte mi sono augurato che la notte non volesse lasciarti il posto e che al tuo apparire le stelle spinte via non fuggissero! Quante volte mi sono augurato o che il vento mandasse in frantumi il tuo carro o che uno dei cavalli ruzzolasse, dopo essere rimasto invischiato in una densa nuvola! Dove ti affretti, piena di livore? Tu avevi un figlio dalla pelle nera, perciò quello doveva essere il colore del tuo cuore di madre. Io vorrei che a Titone fosse permesso di parlare di te: nel cielo non ci sarebbe nessuna storia più ignobile. Per fuggire da lui, perché troppo vecchio sotto il carico degli anni, ti alzi presto dal suo letto e sali sul tuo carro odioso; ma se tu stringessi fra le braccia uno come Céfalo, allora grideresti: Correte adagio, cavalli della notte! Se il tuo uomo è disfatto dalla vecchiaia, perché devo essere io a subirne le conseguenze? È forse dietro mio consiglio che hai sposato un vecchio? Pensa quante ore di sonno ha concesso la Luna al giovane amato, e la sua bellezza non è certo inferiore alla tua. Perfino il padre degli dèi, per non vederti tanto di frequente, unì insieme due notti per appagare i suoi desiderî. Io avevo posto fine alle mie proteste. C'era da credere che mi avesse ascoltato: era rossa; eppure il giorno non spuntò più tardi del solito.
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Lasciato l'annoso marito, sopraggiunge ormai, sorvolando l'oceano, la bionda dea che porta il giorno sul carro coperto di brina. Dove ti affretti, Aurora? Férmati: così ogni anno gli uccelli possano celebrare un solenne sacrificio funebre per l'ombra di Mèmnone. Ora per me è bello starmene abbandonato fra le morbide braccia della mia donna; ora, se mai altre volte, ella è strettamente allacciata al mio fianco. Ora si fanno anche sonni profondi e l'aria è fresca e gli uccelli intonano limpidi gorgheggi con l'esile gola. Dove ti affretti, sgradita agli uomini e alle donne? Trattieni con la tua mano splendente le redini rugiadose. Prima del tuo sorgere il marinaio scruta meglio le stelle e non va errando senza sapersi dirigere in mezzo al mare; al tuo apparire, benché stanco, il viandante si alza e il soldato riprende a maneggiare le armi crudeli; tu sei la prima a vedere i contadini col bidente in spalla e la prima a chiamare i lenti buoi sotto il curvo giogo; tu rubi il sonno ai fanciulli e li affidi ai maestri, perché le loro mani delicate subiscano sferzate crudeli, e sei sempre tu che costringi la gente a mettersi l'abito buono e a rendersi garante per qualcuno davanti al tempio di Vesta, salvo il subire poi gravi conseguenze per aver detto una sola parola; tu non giungi gradita né al giureconsulto né all'avvocato: entrambi sono costretti ad alzarsi per affrontare nuove cause; tu, mentre le donne potrebbero imporre una sosta alle loro occupazioni, richiami la mano della filatrice al suo lavoro. Tutto avrei potuto tollerare; ma chi può accettare che le innamorate si alzino di buon mattino, se non chi l'innamorata non ce l'ha? Quante volte mi sono augurato che la notte non volesse lasciarti il posto e che al tuo apparire le stelle spinte via non fuggissero! Quante volte mi sono augurato o che il vento mandasse in frantumi il tuo carro o che uno dei cavalli ruzzolasse, dopo essere rimasto invischiato in una densa nuvola! Dove ti affretti, piena di livore? Tu avevi un figlio dalla pelle nera, perciò quello doveva essere il colore del tuo cuore di madre. Io vorrei che a [[Titone]] fosse permesso di parlare di te: nel cielo non ci sarebbe nessuna storia più ignobile. Per fuggire da lui, perché troppo vecchio sotto il carico degli anni, ti alzi presto dal suo letto e sali sul tuo carro odioso; ma se tu stringessi fra le braccia uno come Céfalo, allora grideresti: Correte adagio, cavalli della notte! Se il tuo uomo è disfatto dalla vecchiaia, perché devo essere io a subirne le conseguenze? È forse dietro mio consiglio che hai sposato un vecchio? Pensa quante ore di sonno ha concesso la Luna al giovane amato, e la sua bellezza non è certo inferiore alla tua. Perfino il padre degli dèi, per non vederti tanto di frequente, unì insieme due notti per appagare i suoi desiderî. Io avevo posto fine alle mie proteste. C'era da credere che mi avesse ascoltato: era rossa; eppure il giorno non spuntò più tardi del solito.
  
Te lo dicevo: Smetti di tingerti i capelli!; ora capelli da tingere non ne hai più. Eppure, se tu mi avessi dato ascolto, che cosa c'era di più fluente di essi? Ti arrivavano fino all'estremità del fianco, là dove esso si incurva allargandosi. Anzi, erano fini tanto che c'era da aver paura a pettinarli, sottili come i veli dei bronzei Seri o come il filo che il ragno tende con le sue zampette, quando tesse la sua trama leggera sotto una trave abbandonata. Essi non erano neri e tuttavia non erano biondi, ma, benché non fossero né biondi né bruni, avevano l'uno e l'altro colore, lo stesso che, nelle umide, scoscese valli dell'Ida, presenta un superbo cedro al quale sia stata strappata la corteccia. Aggiungi che erano morbidi e si prestavano a cento acconciature e certo non erano per te motivo di sofferenza: non fu lo spillone a strapparli, non i denti del pettine; la pettinatrice poteva star tranquilla per la propria incolumità; spesso la padrona fu da lei pettinata davanti ai miei occhi e mai le strappò lo spillone per pungerle le braccia. Molte altre volte, al mattino, ella rimase semisdraiata sul letto coperto di porpora con i capelli ancora in disordine; eppure anche allora, benché scarmigliata, era bella, come una baccante tracia quando giace spossata e scomposta sul verde tappeto dell'erba. Benché fossero delicati e fini come lanugine, quanti tormenti sopportarono, ahimè, i tuoi poveri capelli! Con quanta pazienza si offrivano al ferro caldo per essere intrecciati e arricciati in sinuose volute! Io gridavo: È un delitto bruciare questi capelli, un vero delitto. Sono belli naturalmente: risparmia, o crudele, la tua chioma. Tieni lontano da essa questa violenza: non sono capelli da bruciare; sembra che indichino da soli dove va posto lo spillone. Ora la bella chioma, di cui Apollo e Bacco avrebbero desiderato avere il capo adorno, è rovinata; io l'avrei paragonata con quella che, come appare nel dipinto, Venere, sorgendo un giorno nuda dall'acqua, sostenne con mano stillante. Perché ti lamenti di aver perduto dei capelli che ritenevi mal disposti? Perché, sciocca, deponi lo specchio con mano dolente? Ti guardi con occhi non avvezzi a vederti così: per piacere a te stessa devi dimenticare com'eri. Non sono state le erbe incantate di una rivale a nuocerti, non è stata una perfida strega a lavarti i capelli con acqua emonia, non ti ha recato danno una violenta malattia (lontano da te questo triste presagio!), non sono state le maledizioni di una lingua invidiosa a rendere meno folta la tua chioma: tu soffri per una perdita voluta dalla tua mano colpevole; tu stessa ti versavi sul capo quei miscugli velenosi. Ora dalla Germania ti invieranno capigliature di schiave; potrai star tranquilla grazie a un popolo su cui abbiamo celebrato il trionfo. O quante volte, mentre qualcuno ammira i tuoi capelli, arrossirai e dirai: Ora ricevo lodi per una merce che ho acquistata: lodando me, costui loda ora non so quale Sigambra; però mi ricordo di un tempo in cui la lode toccava veramente a me. - Me infelice! Ella fatica a trattenere le lacrime e con la destra nasconde il viso, mentre il rossore si dipinge sulle sue guance delicate; ella tiene in grembo i suoi capelli d'un tempo e li guarda, ornamento, ahimè, certo non degno di quel luogo. - Ma tu cerca di riprendere insieme il tuo aspetto e il tuo coraggio: è un danno a cui si può rimediare: ben presto ti si potrà ammirare con i tuoi capelli naturali.
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Te lo dicevo: Smetti di tingerti i capelli!; ora capelli da tingere non ne hai più. Eppure, se tu mi avessi dato ascolto, che cosa c'era di più fluente di essi? Ti arrivavano fino all'estremità del fianco, là dove esso si incurva allargandosi. Anzi, erano fini tanto che c'era da aver paura a pettinarli, sottili come i veli dei bronzei Seri o come il filo che il ragno tende con le sue zampette, quando tesse la sua trama leggera sotto una trave abbandonata. Essi non erano neri e tuttavia non erano biondi, ma, benché non fossero né biondi né bruni, avevano l'uno e l'altro colore, lo stesso che, nelle umide, scoscese valli dell'Ida, presenta un superbo cedro al quale sia stata strappata la corteccia. Aggiungi che erano morbidi e si prestavano a cento acconciature e certo non erano per te motivo di sofferenza: non fu lo spillone a strapparli, non i denti del pettine; la pettinatrice poteva star tranquilla per la propria incolumità; spesso la padrona fu da lei pettinata davanti ai miei occhi e mai le strappò lo spillone per pungerle le braccia. Molte altre volte, al mattino, ella rimase semisdraiata sul letto coperto di porpora con i capelli ancora in disordine; eppure anche allora, benché scarmigliata, era bella, come una baccante tracia quando giace spossata e scomposta sul verde tappeto dell'erba. Benché fossero delicati e fini come lanugine, quanti tormenti sopportarono, ahimè, i tuoi poveri capelli! Con quanta pazienza si offrivano al ferro caldo per essere intrecciati e arricciati in sinuose volute! Io gridavo: È un delitto bruciare questi capelli, un vero delitto. Sono belli naturalmente: risparmia, o crudele, la tua chioma. Tieni lontano da essa questa violenza: non sono capelli da bruciare; sembra che indichino da soli dove va posto lo spillone. Ora la bella chioma, di cui [[Apollo]] e Bacco avrebbero desiderato avere il capo adorno, è rovinata; io l'avrei paragonata con quella che, come appare nel dipinto, Venere, sorgendo un giorno nuda dall'acqua, sostenne con mano stillante. Perché ti lamenti di aver perduto dei capelli che ritenevi mal disposti? Perché, sciocca, deponi lo specchio con mano dolente? Ti guardi con occhi non avvezzi a vederti così: per piacere a te stessa devi dimenticare com'eri. Non sono state le erbe incantate di una rivale a nuocerti, non è stata una perfida strega a lavarti i capelli con acqua emonia, non ti ha recato danno una violenta malattia (lontano da te questo triste presagio!), non sono state le maledizioni di una lingua invidiosa a rendere meno folta la tua chioma: tu soffri per una perdita voluta dalla tua mano colpevole; tu stessa ti versavi sul capo quei miscugli velenosi. Ora dalla Germania ti invieranno capigliature di schiave; potrai star tranquilla grazie a un popolo su cui abbiamo celebrato il trionfo. O quante volte, mentre qualcuno ammira i tuoi capelli, arrossirai e dirai: Ora ricevo lodi per una merce che ho acquistata: lodando me, costui loda ora non so quale Sigambra; però mi ricordo di un tempo in cui la lode toccava veramente a me. - Me infelice! Ella fatica a trattenere le lacrime e con la destra nasconde il viso, mentre il rossore si dipinge sulle sue guance delicate; ella tiene in grembo i suoi capelli d'un tempo e li guarda, ornamento, ahimè, certo non degno di quel luogo. - Ma tu cerca di riprendere insieme il tuo aspetto e il tuo coraggio: è un danno a cui si può rimediare: ben presto ti si potrà ammirare con i tuoi capelli naturali.
  
Perché, Invidia vorace, mi rinfacci gli anni trascorsi nell'ozio e definisci la mia poesia opera di un ingegno indolente, perché mi rinfacci di non ambire, sulle orme dei padri e finché mi sorregge la gagliardia della giovinezza, ai polverosi allori della guerra e di non voler imparare a memoria leggi prolisse e di non prostituire la mia eloquenza nel foro a me sgradito? Tu mi richiedi un'opera destinata a perire; io cerco una gloria imperitura per essere sempre celebrato in tutto il mondo. Il cantore meonio vivrà finché non crolleranno Tenedo e l'Ida, finché il Simoenta riverserà nel mare le sue acque tumultuose; e vivrà il poeta di Ascra fino a quando l'uva diverrà mosto fermentando, fino a quando la spiga cadrà sotto la falce ricurva; il Battiade sarà celebrato in eterno in tutto il mondo, benché si distingua per la tecnica, non per l'ingegno; lo stile tragico di Sofocle non conoscerà declino; la stella di Arato brillerà sempre, col sole e con la luna; finché esisteranno uno schiavo ingannatore, un padre severo, una sporca ruffiana e una cortigiana adescatrice, vivrà Menandro; Ennio ignaro d'artifici e Accio dagli animosi accenti hanno un nome che non conoscerà mai tramonto; a quale età saranno ignoti il nome di Varrone e la prima nave e il vello d'oro conquistato sotto il comando del figlio di Esone? I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta; il nome di Titiro e le messi e le armi di Enea saranno letti fintanto che Roma sarà la capitale del mondo su cui ha trionfato; finché le fiamme d'amore e l'arco saranno le armi di Cupido, si impareranno i tuoi versi armoniosi, o raffinato Tibullo; Gallo sarà noto a Oriente e a Occidente e con Gallo sarà nota la sua Licoride. Dunque, mentre perfino le rocce, perfino il dente del duro aratro si consumano col tempo, la poesia non conosce la morte: si arrendano alla poesia i re e i loro trionfi, si arrenda anche la fertile riva del Tago, la cui onda trascina oro. La gente comune continui pure ad ammirare le cose comuni; a me il biondo Apollo riempia la coppa di acqua attinta alla fonte Castalia e possa io poggiare sui capelli il mirto che teme il freddo e l'ansioso amante legga e rilegga i miei versi. L'Invidia trova il suo pasto fra i vivi; dopo la morte si acquieta, quando ciascuno è tutelato dalla gloria che si è meritato: perciò anche quando il fuoco supremo avrà consumato il mio corpo, io vivrò ancora e gran parte di me sopravviverà.
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Perché, Invidia vorace, mi rinfacci gli anni trascorsi nell'ozio e definisci la mia poesia opera di un ingegno indolente, perché mi rinfacci di non ambire, sulle orme dei padri e finché mi sorregge la gagliardia della giovinezza, ai polverosi allori della guerra e di non voler imparare a memoria leggi prolisse e di non prostituire la mia eloquenza nel foro a me sgradito? Tu mi richiedi un'opera destinata a perire; io cerco una gloria imperitura per essere sempre celebrato in tutto il mondo. Il cantore meonio vivrà finché non crolleranno Tenedo e l'Ida, finché il Simoenta riverserà nel mare le sue acque tumultuose; e vivrà il poeta di Ascra fino a quando l'uva diverrà mosto fermentando, fino a quando la spiga cadrà sotto la falce ricurva; il Battiade sarà celebrato in eterno in tutto il mondo, benché si distingua per la tecnica, non per l'ingegno; lo stile tragico di Sofocle non conoscerà declino; la stella di Arato brillerà sempre, col sole e con la luna; finché esisteranno uno schiavo ingannatore, un padre severo, una sporca ruffiana e una cortigiana adescatrice, vivrà Menandro; Ennio ignaro d'artifici e Accio dagli animosi accenti hanno un nome che non conoscerà mai tramonto; a quale età saranno ignoti il nome di Varrone e la prima nave e il vello d'oro conquistato sotto il comando del figlio di Esone? I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta; il nome di Titiro e le messi e le armi di [[Enea]] saranno letti fintanto che Roma sarà la capitale del mondo su cui ha trionfato; finché le fiamme d'amore e l'arco saranno le armi di Cupido, si impareranno i tuoi versi armoniosi, o raffinato Tibullo; Gallo sarà noto a Oriente e a Occidente e con Gallo sarà nota la sua Licoride. Dunque, mentre perfino le rocce, perfino il dente del duro aratro si consumano col tempo, la poesia non conosce la morte: si arrendano alla poesia i re e i loro trionfi, si arrenda anche la fertile riva del Tago, la cui onda trascina oro. La gente comune continui pure ad ammirare le cose comuni; a me il biondo [[Apollo]] riempia la coppa di acqua attinta alla fonte Castalia e possa io poggiare sui capelli il mirto che teme il freddo e l'ansioso amante legga e rilegga i miei versi. L'Invidia trova il suo pasto fra i vivi; dopo la morte si acquieta, quando ciascuno è tutelato dalla gloria che si è meritato: perciò anche quando il fuoco supremo avrà consumato il mio corpo, io vivrò ancora e gran parte di me sopravviverà.
 
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Versione attuale delle 12:05, 30 apr 2017

Epigramma dell'autore
Noi, che poc'anzi eravamo cinque libri di Nasone, ora siamo tre: l'autore ha preferito questo lavoro al precedente. Anche ammettendo che tu non provi alcun piacere a leggerci, ne avrai però minor fastidio, poiché due libri sono stati tolti.

Mi accingevo a celebrare con metro solenne le armi e le guerre crudeli, in modo che l'argomento e l'elemento ritmico concordassero. Il verso che seguiva era di lunghezza uguale al precedente; dicono che Cupìdo abbia riso e abbia sottratto un piede. "Chi, o crudele fanciullo, ti ha concesso tale diritto sulla poesia? Noi poeti siamo seguaci delle Muse, non tuoi. Che accadrebbe se Venere strappasse via le armi alla bionda Minerva, o se la bionda Minerva agitasse al vento le fiaccole ardenti? Chi potrebbe accettare che Cerere sia la regina delle selve montane e che i campi vengano coltivati agli ordini della vergine con la faretra? Chi potrebbe fornire a Febo, che si distingue per la sua chioma, un'aguzza lancia, mentre Marte fa' risuonare le corde della lira aonia? Tu possiedi, fanciullo, regni grandi e molto potenti; perché aspiri ambiziosamente a una nuova impresa? Ti appartengono forse tutte le cose, dovunque esse siano? È tua anche la valle di Elicona? Neppure Febo dovrà considerare sicura la sua lira? Appena il nuovo componimento si è elevato nel primo verso, il verso successivo attenua l'impeto del mio carme. Ed io non ho argomenti adatti a poesia più leggera: un fanciullo o una fanciulla dalle lunghe chiome ben pettinate." Mi ero lamentato, quand'ecco egli, schiusa la faretra, scelse frecce destinate alla mia rovina, piegò con decisione contro il ginocchio l'arco ricurvo e disse: Eccoti, o poeta, l'argomento dei tuoi canti! Me sventurato! Quel fanciullo aveva frecce infallibili: brucio, e nel mio cuore, già libero, ora regna Amore. Nei sei piedi si alzi il mio canto, nei cinque si abbassi. Addio, crudeli guerre, a voi e al vostro metro!

O Musa che si deve cantare con undici piedi, cingi le tempie bionde con il mirto che fiorisce sui litorali!

Quale mai sarà il motivo per cui i materassi mi sembrano tanto duri, e le coperte non vogliono star ferme sul mio letto, ed io ho trascorso l'intera notte, così lunga, senza prendere sonno, e a forza di voltarmi e rivoltarmi le ossa mi dolgono come fiaccate? Infatti, credo, mi accorgerei se fossi tentato da qualche amore - o forse esso si insinua in maniera subdola e astutamente procura danno con arte nascosta? - Sarà così: le frecce sottili si sono piantate nel mio cuore e Amore tormenta ferocemente il mio petto, del quale si è impadronito. Mi conviene cedere, oppure attizzare lottando questo fuoco improvviso? È meglio cedere: un peso ben sopportato diventa più leggero. Io stesso ho visto che, agitando una torcia, le fiamme ravvivate aumentavano, mentre, quando nessuno l'agitava, le fiamme si estinguevano: i buoi da poco catturati, mentre respingono il loro primo giogo, ricevono più colpi di quelli che accettano la fatica dell'aratro; al cavallo che recalcitra viene straziata la bocca col morso a dente di lupo: del morso si accorge meno quello che si è abituato ai finimenti. Così Amore incombe molto più duramente e crudelmente su coloro che si ribellano che su coloro che accettano di sopportare la sua schiavitù. Ecco, lo ammetto, io, o Cupìdo, sono la tua nuova preda; mi sottometto alle tue leggi con le mani legate. Non è necessaria una guerra: io chiedo perdono e pace; né per te in armi io, disarmato, potrò costituire motivo di vanto se mi vincerai. Intreccia la tua chioma col mirto, aggioga le colombe materne; il tuo stesso patrigno ti donerà un carro degno di te; e su questo carro a te donato tu starai ritto e guiderai abilmente le colombe aggiogate, mentre il popolo acclamerà il tuo trionfo. Sfileranno i prigionieri, giovani e fanciulle: questa processione sarà per te un magnifico trionfo. Anch'io, recente preda, avrò la ferita or ora ricevuta e porterò ceppi per me nuovi con mente da prigioniero. Sfileranno con le mani legate dietro la schiena la Saggezza e il Pudore e tutto ciò che nuoce agli accampamenti di Amore. Tutti avranno timore di te, tendendoti le braccia il popolo canterà a gran voce: Io triumphe. Ti saranno compagne le Lusinghe, l'Illusione e la Passione, una schiera che ha seguito assiduamente le tue parti. Con questi soldati tu vinci uomini e dèi; se queste prerogative ti fossero tolte, rimarresti nudo. Lieta, dalla sommità dell'Olimpo, tua madre applaudirà al tuo trionfo e spargerà sul tuo viso le rose preparate vicino a lei. Tu con le ali e le chiome adorne di pietre preziose andrai sul carro dorato, biondo tu stesso come l'oro. Ma anche allora, se ben ti conosco, tu farai ardere d'amore non pochi; anche allora infliggerai passando molte ferite. Le tue frecce non possono avere sosta nemmeno se lo volessi tu; la fiamma ardente brucia all'intorno con la sua vampa. Tale era Bacco dopo aver soggiogato la terra del Gange: tu sei un peso per gli uccelli, egli lo fu per le tigri. Poiché dunque io posso far parte del tuo sacro trionfo, non sprecare le tue forze con me, o vincitore. Guarda le armi fortunate del tuo parente Augusto: con quella stessa mano con cui li vinse egli protegge i vinti.

Son giuste le mie preghiere: la ragazza che da poco mi ha fatto sua preda mi ami, oppure faccia in modo che sempre l'ami io. Ahimè! Ho chiesto troppo: ella accetti almeno di essere amata; possa Citerea porgere ascolto a tante mie preghiere. Accogli chi è disposto a servirti per lunghi anni; accogli chi ti sappia amare con fedeltà sincera. Se non mi raccomandano nomi altisonanti di antichi avi, se il mio capostipite fu un cavaliere e i miei campi non sono rivoltati da innumerevoli aratri ed entrambi i miei genitori limitano le spese con parsimonia, avanzano però come miei alleati Febo e le sue nove compagne e l'inventore della vite e con essi Amore, che a te mi dona, e una fedeltà a nessuna seconda, costumi senza macchia e una franca schiettezza e un sentimento di vergogna che mi imporpora le guance. A me non piacciono mille donne, non sono uno che passa da un amore all'altro: se mi concederai fiducia, tu sola sarai l'eterno mio pensiero; possa io vivere con te gli anni che mi concederanno i fili delle Parche e possa io morire suscitando il tuo dolore; offriti come felice argomento dei miei carmi: ne sortiranno carmi degni del soggetto che li ha ispirati. Per mezzo della poesia hanno acquisito fama Io, atterrita al vedersi spuntare le corna, e colei che l'amante sedusse sotto forma di uccello fluviale e colei che, valicando il mare in groppa al finto torello, tenne strette con la sua mano di vergine le corna ricurve. Così anche noi saremo celebrati per tutta la terra ed il mio nome sarà sempre unito al tuo.

Il tuo amante sta per andare allo stesso banchetto a cui vado io: faccio voto perché questa sia per lui l'ultima cena. Dovrò dunque accontentarmi di ammirare la donna che amo solo in qualità di convitato? Sarà un altro quello che avrà la gioia di essere toccato da te e tu strettamente allacciata riscalderai il petto di un altro? Egli potrà dunque, quando vorrà, cingere il tuo collo con la sua mano? Smetti di stupirti che per effetto del vino la bianca fanciulla di Atrace sia divenuta motivo di contesa per gli uomini dalla doppia natura; io non abito in una selva e le mie membra non sono unite a quelle di un cavallo: eppure mi sembra di riuscire a stento a tenere le mie mani lontane da te. Senti bene però quel che devi fare e non lasciare le mie parole in balìa degli Euri o dei tiepidi Noti. Vieni prima del tuo amante; non che io veda la possibilità di fare qualcosa se verrai prima, ma comunque vieni prima di lui. Quando egli prenderà posto sul triclinio e anche tu, con viso pieno di modestia, andrai a prender posto al suo fianco, premi di nascosto il mio piede; guardami, fa' attenzione ai cenni del mio capo e alle espressioni del mio volto: sappi cogliere i miei segnali furtivi e ricambiali. Senza aprir bocca ti parlerò con le sopracciglia; potrai leggere parole scritte con le dita, parole disegnate con il vino. Quando ti tornerà in mente il piacere lascivo del nostro amore, tocca col pollice delicato le tue gote accese; se avrai motivo di lamentarti silenziosamente di me, la tua mano rimanga mollemente sospesa all'estremità dell'orecchio; quando invece le cose che farò o dirò ti piaceranno, o luce dei miei occhi, gira e rigira l'anello fra le dita; quando augurerai a quell'uomo i molti malanni che si merita, tocca la tavola con la mano, nel modo in cui toccano l'altare i supplici. Il vino ch'egli mescerà per te, dammi retta, fallo bere a lui; chiedi tu stessa a bassa voce allo schiavo il vino che vorrai: il boccale che tu gli avrai restituito sarò io il primo a prenderlo e berrò da quella parte dalla quale avrai bevuto tu. Se per caso ti offrirà quel che egli abbia assaggiato per primo, rifiuta i cibi sfiorati dalla sua bocca; non permettere che egli opprima il tuo collo con le sue braccia; non porre il tuo dolce capo sul suo duro petto; la piega della tua veste e i tuoi seni fatti per le carezze non lascino insinuare le sue dita; ma, soprattutto, rifiuta di dargli anche un solo bacio. Se gli darai dei baci, mi proclamerò apertamente tuo amante e dirò: Questi baci sono miei e ne rivendicherò la proprietà. Queste cose, comunque, potrò vederle, ma quante la coperta tiene ben celate, quelle saranno per me motivo di cieco timore. Non allacciare la tua coscia con la sua, non accostarti con la gamba e non intrecciare il tuo piede delicato con il suo brutto piede. - Molti timori, infelice, mi assalgono, poiché molte volte ho còlto il piacere con impudenza e mi tormento per paura del mio stesso esempio: spesso io e la mia donna per affrettare il godimento portammo a termine la dolce fatica sotto una coltre che ci nascondeva. - Tu non farai questo; ma perché non si creda che tu lo abbia fatto, tògliti di dosso la complice coperta. Esorta quell'uomo a bere continuamente (ma non accompagnare le esortazioni con i baci) e mentre beve, senza che se ne accorga, se ti riesce, aggiungi vino puro. Se giacerà sdraiato, pieno di vino e di sonno, il luogo e la circostanza ci forniranno consiglio. Quando ti alzerai per andartene a casa, e ci alzeremo tutti, ricòrdati di procedere in mezzo al gruppo: là in mezzo o sarai tu a trovare me, o sarò io a trovare te; e allora qualsiasi cosa di me tu avrai modo di toccare, tóccala. - Me infelice! Ho indicato quel che può giovare per poche ore; ma col calare della notte sono costretto a star lontano dalla mia donna. - Di notte il suo amante la terrà chiusa in casa; mesto in volto per lo spuntare della lacrime, io mi limiterò a seguirla, per quanto mi è possibile, fin presso la crudele porta della sua casa. Ma ormai egli rapirà baci, ormai rapirà non solo baci: quel che a me concedi di nascosto, dovrai concederglielo, perché è un suo diritto. Tu, però, concediti con riluttanza, come chi è costretta (questo puoi farlo): le tue carezze siano mute, Venere sia ostile. Se i miei voti hanno un qualche valore, desidero che anch'egli non ne tragga alcun piacere; se no, che almeno non ne tragga alcun piacere tu. Ma tuttavia, comunque si concluda la vicenda di questa notte, domani tu dimmi e ripetimi che non ti sei concessa a lui.

Era l'ora della calura e il giorno aveva già compiuto metà del suo cammino; io mi gettai sul letto per dare ristoro alle membra. Una parte della finestra era aperta, l'altra era chiusa e c'era quella penombra che si suol trovare nei boschi, o al crepuscolo, quando il sole tramonta, o quando la notte è ormai lontana eppure non è ancor spuntato il giorno. Questa è la luce da offrire alle fanciulle pudiche, perché in essa la loro riservata timidezza possa sperare di trovare un rifugio. Ecco, Corinna avanza velata appena dalla tunica slacciata, con i capelli che scendono da un lato e dall'altro a coprirle il candido collo, come si racconta che si accostassero al talamo la bella Semiramide e Laide amata da molti. Le strappai la tunica; trasparente com'era non dava molto fastidio, ma tuttavia ella resisteva per essere coperta almeno dalla tunica; ma, poiché lottava come chi non ha alcun desiderio di vincere, fu vinta senza troppa fatica con la sua stessa complicità. Come la ebbi davanti agli occhi, senza alcun velo, in tutto il suo corpo non vidi neppure un difetto: che spalle, che braccia vidi e toccai! Come sembrava fatta per le carezze la dolce bellezza dei seni! E com'era liscio il ventre sotto il seno perfetto! Com'erano grandi e belli i fianchi! Come giovani le sue cosce! Perché riferire tutti i particolari? Non vidi nulla che non fosse da lodare e la strinsi nuda contro il mio corpo. Chi ignora il seguito? Dopo, entrambi riposammo esausti. Possano capitarmi spesso pomeriggi come questo!

O custode legato (che indegnità!) con crudele catena, apri, facendolo girare sui cardini, il crudele battente. Quel che chiedo è piccola cosa: concedi che la porta socchiusa accolga attraverso un esiguo spiraglio la mia persona che si insinua di fianco. Un lungo amore ha reso sottile il mio fisico e, sottraendogli peso, ha reso le mie membra capaci di compiere simili esercizi; l'amore insegna ad insinuarsi senza far rumore fra i guardiani che vigilano, l'amore guida senza danno i passi. E pensare che c'era un tempo in cui temevo la notte e le sue vane ombre! Ero ammirato se qualcuno osava avventurarsi tra le tenebre: Cupìdo con la tenera madre rise tanto che io lo sentissi e sussurrò: "Anche tu diventerai coraggioso." Né ci fu indugio alcuno, venne l'amore: io non temo più le ombre che si aggirano volando nella notte, non temo mani pronte a darmi la morte; temo solo la tua eccessiva insensibilità, te solo cerco di blandire: tu possiedi la folgore con cui puoi incenerirmi. Guarda (e, per vedere, allenta il crudele catenaccio) come la porta è intrisa delle mie lacrime. Fui io sì che intervenni presso la padrona a difendere te che tremavi, mentre, privo di vesti, eri in attesa di ricevere le sferzate. Dunque quel favore che un tempo valse anche per te, ora per me, o gran misfatto, non vale più nulla? Ricambiami la cortesia: hai la possibilità, come desideri, di mostrarmi la tua riconoscenza. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Toglila: così possa tu un giorno essere liberato dalla catena che da gran tempo trascini e non ti tocchi di bere per sempre l'acqua della schiavitù. Ma tu, custode, ascolti impassibile chi invano ti scongiura: anche la porta, rinforzata da crudeli puntelli di quercia, rimane fredda e insensibile. Lo sbarramento di una porta sprangata può giovare a una città assediata, ma in tempo di pace perché temi le armi? Quale trattamento riserverai al nemico, tu che lasci fuori così crudelmente l'innamorato? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Io non vengo in compagnia di soldati in armi: sarei stato solo, se non mi si fosse affiancato il crudele Amore; da lui non posso mai distaccarmi, anche se lo desiderassi: sarei piuttosto disposto a separarmi dalle mie stesse membra. Dunque con me ci sono Amore, un po' di vino attorno alle mie tempie e una ghirlanda che è scivolata dai miei capelli umidi. Chi potrebbe aver timore di queste armi? Chi non andrebbe incontro ad esse? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Sei insensibile, oppure il sonno (che ti spedisca in malora!) disperde nel vento le mie parole di innamorato a cui non vuoi prestare ascolto? Eppure, mi ricordo, prima, quando avrei voluto passarti inosservato, eri ben desto fino a notte fonda. Forse ora accanto a te dorme la tua amante: ahimè, di quanto la tua sorte è migliore della mia! A questo patto, circondate pure il mio corpo, crudeli catene. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Mi inganno, o l'uscio ha cigolato girando sui cardini e i battenti smossi hanno inviato uno stridulo segnale? Mi inganno: era la porta investita dal vento impetuoso. Ahimè, quanto lontano quel soffio ha portato la mia speranza! Ma se tu, o Borea, ancora ti ricordi del rapimento di Orizia, vieni qui e sfianca colle tue folate queste porte che non mi dànno ascolto. E intanto, madide di fresca rugiada, le ore della notte stanno trascorrendo silenziose per tutta la città; togli la spranga dallo stipite, altrimenti io stesso, fatto ormai più risoluto, darò l'assalto a questa casa superba col ferro e col fuoco che porto nella fiaccola. La notte, Amore e il vino non inducono ad alcuna moderazione: la notte è priva di pudore, Bacco e Amore non conoscono la paura. Ho fatto ogni sforzo, ma né con preghiere né con minacce ho potuto smuoverti, o custode più duro perfino del legno della tua porta. Non eri adatto a custodire la soglia di una bella ragazza: saresti stato degno di essere il vigile custode di una prigione. Ormai la stella di Venere avanza sul suo carro coperto di brina e l'uccello del mattino risveglia i miseri mortali chiamandoli al loro lavoro. Ma tu, o ghirlanda levata tristemente dai capelli, resta tutta la notte sulla soglia crudele; quando al mattino la padrona ti vedrà gettata a terra, tu sarai la prova del tempo da me tanto malamente sprecato. E tu, o malvagio, che hai crudelmente impedito l'ingresso all'amante, ricevi comunque il mio saluto mentre mi allontano: addio. E addio anche a voi, stipiti inesorabili e spietata soglia, e a voi, battenti, legni crudeli, voi pure schiavi, come il vostro guardiano.

Ora che il mio furore si è placato, se ho vicino a me un amico, incateni le mie mani (lo hanno ben meritato): infatti il furore ha spinto le mie braccia dissennate contro la mia donna ed ella piange, ferita dalla mia pazza mano. Allora io avrei potuto anche battere i miei genitori, o colpire crudelmente perfino i sacri dèi. E che? Aiace, l'eroe dal settemplice scudo, non fece forse a pezzi le greggi sorprese nei vasti campi e Oreste, vendicatore del padre sulla persona della madre (tristo vendicatore), non osò forse chiedere dardi contro le dee occulte? Io sono stato dunque capace di strapparle i capelli acconciati? Ma neppure la chioma scomposta le toglieva la sua grazia, tanto era bella! Posso immaginare che così la Scheneide incalzasse con l'arco le fiere sul Mènalo; così Arianna si dolse che gli impetuosi venti del Sud si fossero portate via le vele e le promesse spergiure di Tèseo; così Cassandra si sarebbe gettata in ginocchio nel tuo tempio, o casta Minerva, se non avesse avuto i capelli trattenuti dalla benda. Chi non mi avrebbe gridato "Pazzo", chi non mi avrebbe chiamato "Barbaro"? Lei nulla: la lingua fu bloccata dalla timidezza e dalla paura. Ma tuttavia con l'espressione del viso mi muoveva un muto rimprovero; benché tacesse, le sue lacrime mi dichiararono colpevole. Avrei voluto che le braccia mi fossero prima cadute dalle spalle; avrei potuto con mio vantaggio restare privo di una parte di me: ho esercitato forze pazze a mio danno e mi sono dimostrato forte per punire me stesso. Che cosa ho a che fare io con voi, ministre di scelleratezze e di morte? Affrontate le giuste catene, mani sacrileghe! Se avessi percosso il più umile dei plebei sarei punito; avrò forse maggiori diritti nei confronti della mia donna? Il Tidìde ha lasciato un terribile ricordo dei suoi delitti: egli fu il primo che ferì una dea; io il secondo. Egli però fu meno colpevole, poiché io ho ferito colei che proclamavo di amare, mentre il Tidìde fu spietato contro una nemica. Va' ora e, vincitore, celebra splendidi trionfi: cingi la chioma di alloro e sciogli voti a Giove e la turba di accompagnatori che seguirà il tuo carro gridi: "Evviva, il nostro eroe ha vinto una fanciulla!" E la misera prigioniera cammini davanti a te con i capelli sciolti, tutta bianca, se non fosse per le guance graffiate. Sarebbe stato meglio che i suoi lividi recassero l'impronta delle tue labbra e che il collo portasse il segno dei tuoi dolci morsi. Infine, se ero agitato come le acque di un torrente in piena e una rabbia cieca mi aveva fatto sua preda, non sarebbe stato sufficiente sgridare la fanciulla impaurita e proferire con voce tonante terribili minacce o stracciarle indegnamente la tunica dall'estremità superiore fino a mezzo il corpo (là dove la cintura avrebbe posto riparo)? Ma io ebbi il coraggio, dopo averle strappato i capelli dalla fronte, di segnare crudelmente con le unghie le sue guance delicate. Ella rimase immobile, fuori di sé, col volto esangue, bianca come i marmi tagliati sui gioghi di Paro; io vidi le sue membra esanimi e il suo corpo scosso da tremiti, come quando il vento fa' ondeggiare le chiome dei pioppi, come la canna sottile è agitata dal dolce soffio dello Zèfiro o quando l'onda viene increspata sulla cima dal tiepido vento del Sud; e le lacrime a lungo trattenute scesero copiose sul viso, come l'acqua promana dalla neve caduta al suolo. Allora per la prima volta cominciai a sentirmi colpevole: le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi erano sangue mio. E tuttavia tre volte volli gettarmi supplice ai suoi piedi; tre volte ella respinse le temute mani. Ma tu non esitare (la vendetta placherà in parte il tuo dolore) a graffiarmi sùbito il viso con le unghie; e non avere riguardo per i miei occhi né per i miei capelli: l'ira può donare forza alle tue mani, benché esse siano deboli. E perché non restino tracce tanto spiacevoli del mio misfatto, rimetti in bell'ordine la tua capigliatura. C'è una vecchia (chiunque vorrà far conoscenza con una ruffiana, presti ascolto), c'è una vecchia di nome Dipsa. Trae il nome dal suo comportamento: infatti non è mai riuscita a vedere la madre del nero Mèmnone sui suoi cavalli rosati senza essere ubriaca. Ella conosce le arti magiche, le formule e gli incantesimi di Eea, con i suoi sortilegi può far risalire alla sorgente le acque correnti; sa bene qual sia il potere delle erbe, quale quello del filo messo in movimento dalla trottola che gira, quale quello dell'umore che stilla dalle cavalle in foia. Ad un suo cenno in tutto il cielo si addensano le nubi; ad un suo cenno il giorno risplende sotto la limpida volta del cielo. Io ho visto, se qualcuno vuol credermi, le stelle grondare sangue; la superficie della luna era rossa di sangue. Nutro il sospetto che costei, mutato aspetto, si aggiri volando fra le tenebre notturne e che il suo corpo di vecchia sia coperto di penne; lo sospetto io ed è voce diffusa; anche negli occhi lampeggia una duplice pupilla e da quel doppio cerchio emanano bagliori. Evoca gli avi e gli antenati dai loro antichi sepolcri e con un prolungato incantesimo riesce a fendere la terra. Costei si propose di contaminare casti talami e la sua lingua non è certo priva di una, sia pur deleteria, facondia. Il caso mi fece assistere a un suo discorso; ella forniva questi consigli (io ero nascosto da un doppio battente): "Lo sai, o luce dei miei occhi, che ieri sei stata ammirata da un ricco giovane? Egli è rimasto immobile e ha tenuto lo sguardo costantemente fisso sul tuo viso. D'altronde, perché non dovresti piacere? La tua bellezza non è seconda a nessuna; ma, me infelice, non hai un tenore di vita degno della tua bellezza. Vorrei che tu fossi fortunata quanto sei bella: quando sarai diventata ricca io non rimarrò certo povera. Finora ti è stato sfavorevole il pianeta Marte in opposizione; ma ora Marte è scomparso; ora è apparsa Venere favorevole con la sua costellazione. Ecco, guarda quanto giovamento ella arreca col suo arrivo: un ricco amante ti ha desiderato: si prende cura che non ti manchi nulla. Inoltre ha anche una bellezza paragonabile alla tua: se non fosse stato lui a volerti comprare, avresti dovuto comprarlo tu. È arrossita! Il pudore si addice a un viso bianco, ma ti giova solo se è finto; quando è vero, in genere nuoce. Quando terrai gli occhi bassi bassi, fissi sul tuo grembo, dovrai guardare ciascuno in base a quel che ti porta. Forse al tempo del re Tazio le sciatte Sabine non avrebbero voluto compiacere a più uomini; ora Marte impegna i cuori animosi con guerre in terra straniera, ma nella città del suo Enea impera Venere. Le belle folleggiano: casta è solo colei che nessuno mai richiese; anzi, se non è di ostacolo l'inesperienza, è la donna stessa ad avanzar proposte. Anche quelle che hanno la sommità della fronte corrugata, scuotile e da quelle rughe cadranno molte colpe. Penelope sottoponeva i giovani alla prova dell'arco per saggiarne la vigoria; l'arco era di corno per scoprire quanta forza avessero nelle reni. Il tempo scorre insensibilmente e vola via senza che ce ne accorgiamo e veloci scorrono gli anni sui cavalli lanciati a briglia sciolta. Il bronzo risplende quando viene adoperato, un bel vestito richiede di essere indossato, le case abbandonate in un desolato squallore si sgretolano: se non accogli gli amanti, la bellezza declina senza qualcuno che se ne prenda cura; né sono sufficienti uno o due amanti. La preda che si ricava da molti è più sicura e non suscita invidie; i lupi grigi il bottino completo lo fanno in un gregge. Ecco, che doni ti porta questo tuo poeta oltre a nuove poesie? Da questo amante raccoglierai invece una gran somma di denaro. Perfino il dio dei poeti, splendido in un manto intessuto d'oro, fa' vibrare le armoniose corde della sua lira dorata. Chi ti farà doni sia per te più grande del grande Omero; dammi retta, chi dona sì che dimostra talento. Inoltre se uno avrà pagato il riscatto per ottenere la propria libertà, non disprezzarlo: è una colpa assai lieve avere i piedi segnati col gesso. E non ti traggano in inganno le antiche immagini di cera disposte all'intorno nell'atrio: pòrtati via con te i tuoi antenati, amante squattrinato! Senti un po', perché è bello pretenderà forse di godersi una notte gratuitamente? Prima chieda al suo amante qualcosa da donare a te. Mentre tendi le reti, chiedi un prezzo più modesto, perché non scappino; quando li hai accalappiati, spremili e imponi le tue condizioni. Neppure reca danno il fingere l'amore: lascia che creda di essere amato; bada solo che questo amore non sia senza ricompensa. Nega spesso le tue notti: una volta fingi un'emicrania; un'altra sarà Iside e fornirti un pretesto. Poi accoglilo nuovamente, perché non si abitui a subire questa situazione e il suo amore spesso respinto non si raffreddi. La tua porta rimanga sorda a chi si limita a pregare, si apra a chi reca doni; l'amante accolto in casa ascolti le parole dell'escluso; e talvolta adìrati con chi hai offeso come se fossi stata offesa tu per prima: la tua colpa, compensata dalla sua, perde importanza. Ma non dedicare mai troppo tempo all'ira: spesso l'ira prolungata ingenera odio. Anzi, i tuoi occhi sappiano versare lacrime a comando e, ora l'uno ora l'altro, bàgnino di pianto le guance; e se vorrai ingannare qualcuno, non esitare a spergiurare: Venere, quando si tratta di faccende amorose, rende gli dèi sordi. Siano pronti a spalleggiarti uno schiavo e un'ancella scaltra, che sappiano ben consigliare che cosa ti si possa comprare e chiedano poco per sé: se chiederanno poco a molti amanti, dopo breve tempo, a forza di pagliuzze, metteranno insieme un bel mucchio; anche la madre, la sorella e la nutrice pelino l'amante: si fa' presto un buon bottino quando le mani che arraffano sono molte. Quando ti mancheranno i pretesti per chiedere doni, mostra che è il giorno del tuo compleanno offrendo una focaccia. Bada bene che, privo di rivali, non goda di un amore tranquillo: se elimini le rivalità, l'amore non dura a lungo. Egli veda le tracce di un altro uomo su tutto quanto il letto e il tuo collo cosparso di lividi causati da morsi lascivi; soprattutto fa' in modo che veda i doni mandati dal rivale: se nessuno ti avrà fatto doni, dovrai cercarli nella Via Sacra. Quando gli avrai sottratto molte cose, tuttavia perché non siano proprio tutti doni, chiedi tu stessa in prestito qualcosa che non gli renderai mai. La lingua ti sia di aiuto e sappia nascondere il tuo pensiero: blandiscilo e maltrattalo; sotto il dolce del miele si possono celare crudeli veleni. Se tu applicherai questi precetti, che io conosco per lunga pratica, e i soffi del vento non si porteranno via le mie parole, spesso mi manderai benedizioni finché sarò in vita, e spesso, quando sarò morta, pregherai che le mie ossa riposino in pace." Stava dicendo queste parole, quando la mia ombra mi tradì; e le mie mani si trattennero a stento dallo strappare i bianchi e radi capelli e dal dilaniare quegli occhi lacrimosi per il troppo vino e quelle gote piene di rughe. Gli dèi non ti concedano mai alcuna dimora, ti riservino una vecchiaia povera e infelice e lunghi inverni e una sete continua!

Ogni amante è un soldato e Cupìdo ha un suo accampamento; credimi, Attico, ogni amante è un soldato. Infatti l'età adatta per far la guerra va bene anche per far l'amore: è ignobile far combattere un vecchio, è ignobile una passione senile. Quegli stessi anni fiorenti che il capitano esige dal soldato coraggioso, la bella innamorata li esige dall'uomo che le è compagno: entrambi nella notte vegliano, entrambi riposano per terra; l'uno monta la guardia davanti alla porta della sua donna, l'altro davanti a quella del suo capitano. Il dovere di soldato comporta lunghi viaggi: manda lontano la ragazza, instancabile l'amante la seguirà fino in capo al mondo; affronterà i monti che incontrerà sul suo cammino e i fiumi gonfi per le piogge, calpesterà le nevi ammassate e, se dovrà solcare i mari, non addurrà a pretesto la furia dei venti e non scruterà il cielo cercando le costellazioni propizie per la navigazione. Chi, se non il soldato o l'amante, vorrà sopportare il rigore della notte e la neve mista a fitta pioggia? Uno viene inviato come esploratore contro terribili nemici, l'altro tiene d'occhio il rivale come un nemico. Questo stringe d'assedio importanti centri urbani, quello la soglia della crudele amica; questo sconquassa le porte della città, quello la porta della sua bella. Spesso fu utile attaccare i nemici immersi nel sonno e con le armi in pugno fare strage di una moltitudine inerme; così furono sconfitte le feroci schiere del tracio Reso e voi, cavalli, rapiti doveste abbandonare il vostro padrone: naturalmente anche gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e, mentre i nemici dormono, mettono in azione le loro armi. È compito del soldato e dell'assiduo sfortunato amante oltrepassare schiere di custodi e squadre di guardia. Se Marte è insicuro, anche Venere non offre certezza: i vinti si riprendono, mentre soccombono quelli che mai avresti detto che potevano cadere. Perciò chiunque definiva l'amore come inerzia, la smetta: l'amore è indizio di un'indole intraprendente. Achille si consuma di dolore per la sottrazione di Briseide (finché ne avete la possibilità, o Troiani, fiaccate le forze argive); Ettore andava in battaglia reduce dagli amplessi di Andromaca ed era proprio la moglie a mettergli l'elmo in capo; si narra che il sommo dei duci, l'Atride, rimase attonito nel vedere la figlia di Priamo con le chiome sciolte come una Mènade; anche Marte, sorpreso in flagrante, dovette subire i lacci del fabbro divino: in cielo nessuna vicenda suscitò maggior scalpore.

Anch'io ero pigro e nato per i molli ozii, il letto e la penombra avevano reso fiacco il mio animo; ma l'amore per una bella ragazza mi ha scrollato di dosso l'apatia e mi ha spinto a militare al suo servizio. Da allora tu mi vedi agile e pronto ad affrontare i combattimenti notturni; un rimedio c'è dunque per chi non voglia impigrire: l'amore.

Come colei che, rapita dalle sponde dell'Eurota su navi troiane, fu motivo di guerra fra due sposi, come Leda, che l'astuto amante, celato da bianche penne, sedusse sotto mentite spoglie di uccello, come Amìmone errò vagando per l'Argolide riarsa recando un'urna sul capo, così eri tu: ed io temevo per te l'aquila e il toro e qualunque altro aspetto poté assumere, spinto dall'amore, il sommo Giove. Ma ora ho scacciato ogni paura e ho liberato l'animo dal mio errore; ormai questa tua bellezza non rende più schiavi i miei occhi. Vuoi sapere perché sono cambiato? Perché chiedi una ricompensa: questo fa' sì che tu non mi piaccia. Finché eri ingenua, io amai di te il corpo e l'anima; ora la tua bellezza fisica è stata guastata da un difetto della tua indole. Amore è nudo e fanciullo, ha un'età che non conosce la gretta avarizia e, poiché non indossa alcuna veste, non può celare nulla. Perché volete che il figlio di Venere si venda per denaro? Egli non ha pieghe della veste in cui nasconderlo. Né Venere né suo figlio sono fatti per le armi crudeli: non si addice a dèi contrari alla guerra ricevere la paga di soldati. La puttana è disponibile per chiunque a un determinato prezzo e raccoglie infami ricchezze rendendo schiavo il suo corpo; costei però maledice gli ordini dell'avido protettore e fa' perché costretta quel che invece voi fate spontaneamente. Prendete ad esempio gli animali privi di raziocinio: sarà triste constatare che le bestie hanno un'indole migliore della vostra. La cavalla non chiede un compenso al cavallo, né la giovenca al toro, senza compensi l'ariete fa' sua la pecora che gli piace. Solo la donna gioisce per le spoglie rapite all'uomo, lei sola fa' mercato delle sue notti, lei sola fa' mercato di se stessa vendendosi e vende ciò che ad entrambi dà gioia, quel che entrambi desideravano, e stabilisce il prezzo a seconda del godimento che ella stessa prova. Quel piacere amoroso che egualmente ad entrambi giungerà gradito perché l'una deve venderlo e l'altro comprarlo? Perché quel piacere che l'uomo e la donna si procurano associando i loro movimenti deve essere fonte di danno per me e di guadagno per te? Non è bello che testimoni prezzolati vendano i loro spergiuri; non è bello che la cassaforte di un giudice prescelto resti aperta; è ignobile difendere dei miseri imputati con un'eloquenza comperata, è ignobile un tribunale che tenga in gran conto le ricchezze; è ignobile aumentare gli averi paterni con i guadagni del letto e prostituire per lucro la propria bellezza. È giusto provare riconoscenza quando hai ricevuto qualcosa senza pagare; ma nessuna riconoscenza è dovuta se hai preso in affitto un letto con sporco denaro: chi prende in affitto, quando ha versato la somma pattuita, ha pagato tutto; egli non ti resta debitore per le tue prestazioni. Evitate, o belle, di pattuire il compenso per una notte: il denaro guadagnato in maniera abietta va a finire male. Non valeva la pena che la sacra vergine ottenesse come compenso i braccialetti dei Sabini per farsi poi schiacciare la testa dai loro scudi. Un figlio trapassò con la spada il ventre che lo aveva dato alla luce e la causa di questo castigo fu un gioiello. Tuttavia non è un delitto chiedere regali a un ricco: egli ha i mezzi per fare regali a chi glieli chiede; cogliete pure i grappoli che pendono dalle viti cariche, gli orti di Alcinoo offrano largamente i loro frutti. Il povero paga con i buoni uffici, con le cure, con la fedeltà; ciascuno metta tutto quel che possiede a disposizione della sua donna. Io ho anche la dote di rendere famose le fanciulle che lo meritano con i miei canti: colei che io voglio diviene celebre grazie alla mia poesia. Le vesti si lacereranno, le pietre preziose e perfino l'oro andranno in frantumi; ma la fama donata dalla poesia durerà eterna. Del resto non è il donare che mi indigna e mi disgusta, ma il ricevere la richiesta di un compenso; smetti di esigere, e quel che ti nego quando mi viene chiesto, te lo donerò.

O Nape, tu che sai l'arte di raccogliere i capelli scomposti e di acconciarli, tu che non sei da porre nel numero delle ancelle e di cui ho avuto modo di apprezzare i servigi nelle furtive attività notturne e la scaltrezza nel linguaggio dei cenni, tu che hai spesso indotto l'esitante Corinna a venire da me e la cui fedeltà ho più volte sperimentato nei momenti difficili, prendi queste tavolette che ho scritto stamattina e portale alla tua padrona e rimuovi con sollecitudine gli ostacoli e i motivi di indugio. Tu non hai il cuore duro come la pietra o come il ferro, né sei più ingenua di quel che conviene; c'è da credere che anche tu sia stata ferita dalle saette di Cupìdo: aiutando me difendi l'insegna sotto la quale militi anche tu. Se ti chiede che cosa faccio, le dirai che vivo nella speranza di una notte; il resto l'hanno scritto con amore sulla cera le mie mani. Mentre parlo, il tempo vola via: consegnale le mie tavolette mentre è libera, ma, in ogni modo, procura che le legga sùbito. Mentre legge, ti raccomando di osservarle la fronte e gli occhi: anche sul viso di chi tace è possibile leggere quel che accadrà. Poi non concederle indugi: appena ha finito di leggere, falle scrivere una lunga risposta: odio vedere nelle tavolette larghi spazi vuoti, coperti di lucida cera. Scriva le parole strette strette e i miei occhi siano costretti a indugiare su una lettera semicancellata scritta sul bordo estremo. Ma del resto che motivo c'è che le sue dita si stanchino ad impugnare lo stilo? L'intera tavoletta sia occupata da una sola parola: Vieni. Io allora non esiterei un momento a cingere di alloro le tavolette del mio trionfo e a collocarle nel tempio di Venere. Sotto scriverei questa dedica:

NASONE CONSACRA A VENERE LE SUE FEDELI AIUTANTI. POC'ANZI ERAVATE SOLTANTO MODESTO LEGNO D'ACERO.

Compiangete le mie sventure: le tavolette hanno compiuto un mesto ritorno; una triste lettera dice che oggi non è possibile. I presagi hanno un loro valore: poco fa, mentre era in procinto di andarsene, Nape si è fermata dopo aver inciampato sulla soglia. Quando uscirai un'altra volta, ricòrdati di varcare la soglia con maggior cura e di stare attenta a sollevare in alto i piedi. Andatevene via di qua, dannate tavolette, legno buono per costruire bare, e vattene anche tu, cera, piena di risposte negative, raccolta, credo, da un fiore di lunga cicuta e inviata da un'ape della Corsica sotto il suo miele amaro! Eppure rosseggiavi come se fossi stata tinta a fondo con minio: in realtà quel colore era ottenuto col sangue. Scaraventate per terra, possiate marcire in un crocicchio, dannose tavolette, e il peso di una ruota che vi passa sopra possa spezzarvi! Dimostrerò che anche colui che da pianta vi mutò in utensili aveva mani sacrileghe; quanto all'albero, esso offerse a un poveraccio la maniera di impiccarsi e fornì al boia croci funeste; offerse la sua tetra ombra a striduli gufi e i suoi rami furono il nido per uova di avvoltoi e di civette. Ed io fui tanto pazzo da affidare il mio amore a questo legno e da consegnare ad esso dolci messaggi da portare alla mia donna? Queste tavolette cerate meglio potrebbero contenere una particolareggiata promessa di comparsa in giudizio, che un procuratore potrebbe leggere con voce aspra; starebbero meglio fra i libri contabili e i registri, sui quali il taccagno segna piangendo i denari che ha speso. Io dunque vi ho scoperto anche nella realtà doppie, come indica il vostro nome: perfino il numero non era di buon auspicio. Che cosa potrei augurarvi nella mia collera, se non che la vecchiaia, che tutto consuma, vi faccia tarlare e che la cera sbiadisca per la sozza putredine?

Lasciato l'annoso marito, sopraggiunge ormai, sorvolando l'oceano, la bionda dea che porta il giorno sul carro coperto di brina. Dove ti affretti, Aurora? Férmati: così ogni anno gli uccelli possano celebrare un solenne sacrificio funebre per l'ombra di Mèmnone. Ora per me è bello starmene abbandonato fra le morbide braccia della mia donna; ora, se mai altre volte, ella è strettamente allacciata al mio fianco. Ora si fanno anche sonni profondi e l'aria è fresca e gli uccelli intonano limpidi gorgheggi con l'esile gola. Dove ti affretti, sgradita agli uomini e alle donne? Trattieni con la tua mano splendente le redini rugiadose. Prima del tuo sorgere il marinaio scruta meglio le stelle e non va errando senza sapersi dirigere in mezzo al mare; al tuo apparire, benché stanco, il viandante si alza e il soldato riprende a maneggiare le armi crudeli; tu sei la prima a vedere i contadini col bidente in spalla e la prima a chiamare i lenti buoi sotto il curvo giogo; tu rubi il sonno ai fanciulli e li affidi ai maestri, perché le loro mani delicate subiscano sferzate crudeli, e sei sempre tu che costringi la gente a mettersi l'abito buono e a rendersi garante per qualcuno davanti al tempio di Vesta, salvo il subire poi gravi conseguenze per aver detto una sola parola; tu non giungi gradita né al giureconsulto né all'avvocato: entrambi sono costretti ad alzarsi per affrontare nuove cause; tu, mentre le donne potrebbero imporre una sosta alle loro occupazioni, richiami la mano della filatrice al suo lavoro. Tutto avrei potuto tollerare; ma chi può accettare che le innamorate si alzino di buon mattino, se non chi l'innamorata non ce l'ha? Quante volte mi sono augurato che la notte non volesse lasciarti il posto e che al tuo apparire le stelle spinte via non fuggissero! Quante volte mi sono augurato o che il vento mandasse in frantumi il tuo carro o che uno dei cavalli ruzzolasse, dopo essere rimasto invischiato in una densa nuvola! Dove ti affretti, piena di livore? Tu avevi un figlio dalla pelle nera, perciò quello doveva essere il colore del tuo cuore di madre. Io vorrei che a Titone fosse permesso di parlare di te: nel cielo non ci sarebbe nessuna storia più ignobile. Per fuggire da lui, perché troppo vecchio sotto il carico degli anni, ti alzi presto dal suo letto e sali sul tuo carro odioso; ma se tu stringessi fra le braccia uno come Céfalo, allora grideresti: Correte adagio, cavalli della notte! Se il tuo uomo è disfatto dalla vecchiaia, perché devo essere io a subirne le conseguenze? È forse dietro mio consiglio che hai sposato un vecchio? Pensa quante ore di sonno ha concesso la Luna al giovane amato, e la sua bellezza non è certo inferiore alla tua. Perfino il padre degli dèi, per non vederti tanto di frequente, unì insieme due notti per appagare i suoi desiderî. Io avevo posto fine alle mie proteste. C'era da credere che mi avesse ascoltato: era rossa; eppure il giorno non spuntò più tardi del solito.

Te lo dicevo: Smetti di tingerti i capelli!; ora capelli da tingere non ne hai più. Eppure, se tu mi avessi dato ascolto, che cosa c'era di più fluente di essi? Ti arrivavano fino all'estremità del fianco, là dove esso si incurva allargandosi. Anzi, erano fini tanto che c'era da aver paura a pettinarli, sottili come i veli dei bronzei Seri o come il filo che il ragno tende con le sue zampette, quando tesse la sua trama leggera sotto una trave abbandonata. Essi non erano neri e tuttavia non erano biondi, ma, benché non fossero né biondi né bruni, avevano l'uno e l'altro colore, lo stesso che, nelle umide, scoscese valli dell'Ida, presenta un superbo cedro al quale sia stata strappata la corteccia. Aggiungi che erano morbidi e si prestavano a cento acconciature e certo non erano per te motivo di sofferenza: non fu lo spillone a strapparli, non i denti del pettine; la pettinatrice poteva star tranquilla per la propria incolumità; spesso la padrona fu da lei pettinata davanti ai miei occhi e mai le strappò lo spillone per pungerle le braccia. Molte altre volte, al mattino, ella rimase semisdraiata sul letto coperto di porpora con i capelli ancora in disordine; eppure anche allora, benché scarmigliata, era bella, come una baccante tracia quando giace spossata e scomposta sul verde tappeto dell'erba. Benché fossero delicati e fini come lanugine, quanti tormenti sopportarono, ahimè, i tuoi poveri capelli! Con quanta pazienza si offrivano al ferro caldo per essere intrecciati e arricciati in sinuose volute! Io gridavo: È un delitto bruciare questi capelli, un vero delitto. Sono belli naturalmente: risparmia, o crudele, la tua chioma. Tieni lontano da essa questa violenza: non sono capelli da bruciare; sembra che indichino da soli dove va posto lo spillone. Ora la bella chioma, di cui Apollo e Bacco avrebbero desiderato avere il capo adorno, è rovinata; io l'avrei paragonata con quella che, come appare nel dipinto, Venere, sorgendo un giorno nuda dall'acqua, sostenne con mano stillante. Perché ti lamenti di aver perduto dei capelli che ritenevi mal disposti? Perché, sciocca, deponi lo specchio con mano dolente? Ti guardi con occhi non avvezzi a vederti così: per piacere a te stessa devi dimenticare com'eri. Non sono state le erbe incantate di una rivale a nuocerti, non è stata una perfida strega a lavarti i capelli con acqua emonia, non ti ha recato danno una violenta malattia (lontano da te questo triste presagio!), non sono state le maledizioni di una lingua invidiosa a rendere meno folta la tua chioma: tu soffri per una perdita voluta dalla tua mano colpevole; tu stessa ti versavi sul capo quei miscugli velenosi. Ora dalla Germania ti invieranno capigliature di schiave; potrai star tranquilla grazie a un popolo su cui abbiamo celebrato il trionfo. O quante volte, mentre qualcuno ammira i tuoi capelli, arrossirai e dirai: Ora ricevo lodi per una merce che ho acquistata: lodando me, costui loda ora non so quale Sigambra; però mi ricordo di un tempo in cui la lode toccava veramente a me. - Me infelice! Ella fatica a trattenere le lacrime e con la destra nasconde il viso, mentre il rossore si dipinge sulle sue guance delicate; ella tiene in grembo i suoi capelli d'un tempo e li guarda, ornamento, ahimè, certo non degno di quel luogo. - Ma tu cerca di riprendere insieme il tuo aspetto e il tuo coraggio: è un danno a cui si può rimediare: ben presto ti si potrà ammirare con i tuoi capelli naturali.

Perché, Invidia vorace, mi rinfacci gli anni trascorsi nell'ozio e definisci la mia poesia opera di un ingegno indolente, perché mi rinfacci di non ambire, sulle orme dei padri e finché mi sorregge la gagliardia della giovinezza, ai polverosi allori della guerra e di non voler imparare a memoria leggi prolisse e di non prostituire la mia eloquenza nel foro a me sgradito? Tu mi richiedi un'opera destinata a perire; io cerco una gloria imperitura per essere sempre celebrato in tutto il mondo. Il cantore meonio vivrà finché non crolleranno Tenedo e l'Ida, finché il Simoenta riverserà nel mare le sue acque tumultuose; e vivrà il poeta di Ascra fino a quando l'uva diverrà mosto fermentando, fino a quando la spiga cadrà sotto la falce ricurva; il Battiade sarà celebrato in eterno in tutto il mondo, benché si distingua per la tecnica, non per l'ingegno; lo stile tragico di Sofocle non conoscerà declino; la stella di Arato brillerà sempre, col sole e con la luna; finché esisteranno uno schiavo ingannatore, un padre severo, una sporca ruffiana e una cortigiana adescatrice, vivrà Menandro; Ennio ignaro d'artifici e Accio dagli animosi accenti hanno un nome che non conoscerà mai tramonto; a quale età saranno ignoti il nome di Varrone e la prima nave e il vello d'oro conquistato sotto il comando del figlio di Esone? I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta; il nome di Titiro e le messi e le armi di Enea saranno letti fintanto che Roma sarà la capitale del mondo su cui ha trionfato; finché le fiamme d'amore e l'arco saranno le armi di Cupido, si impareranno i tuoi versi armoniosi, o raffinato Tibullo; Gallo sarà noto a Oriente e a Occidente e con Gallo sarà nota la sua Licoride. Dunque, mentre perfino le rocce, perfino il dente del duro aratro si consumano col tempo, la poesia non conosce la morte: si arrendano alla poesia i re e i loro trionfi, si arrenda anche la fertile riva del Tago, la cui onda trascina oro. La gente comune continui pure ad ammirare le cose comuni; a me il biondo Apollo riempia la coppa di acqua attinta alla fonte Castalia e possa io poggiare sui capelli il mirto che teme il freddo e l'ansioso amante legga e rilegga i miei versi. L'Invidia trova il suo pasto fra i vivi; dopo la morte si acquieta, quando ciascuno è tutelato dalla gloria che si è meritato: perciò anche quando il fuoco supremo avrà consumato il mio corpo, io vivrò ancora e gran parte di me sopravviverà.