Biblioteca:Apuleio, Le Metamorfosi, Libro II



				

				

I
Appena il sole fugò le tenebre e riportò sulla terra la luce, io mi destai e subito saltai fuori dal letto desideroso e impaziente di conoscere tutte le cose bellissime e rare del luogo, tanto più, pensai, che mi trovavo proprio nel cuore della Tessaglia, la terra degli incantesimi, la culla della magia, famosa per questo in tutto il mondo e, per giunta, proprio dove era accaduto il fatto straordinario raccontato da quell'ottimo compagno di viaggio che era stato Aristomene.
Mi misi così a osservare attentamente ogni cosa con uno stato d'animo misto di curiosità e insieme d'ansia.
Ma in quella città tutto mi sembrava strano, irreale, ovunque posassi lo sguardo, come se un qualche funesto incantesimo avesse stregato ogni cosa: i sassi in cui inciampavo mi pareva fossero uomini pietrificati, gli uccelli che sentivo cantare esseri umani diventati pennuti, gli alberi che cingevano le mura uomini anch'essi mutati in creature arboree, perfino l'acqua mi sembrava sgorgasse da corpi umani. Mi aspettavo, da un momento all'altro, che le statue e le figure degli affreschi si mettessero a camminare, le pietre delle mura a discorrere fra loro, che i buoi o, che so io, animali simili a predire il futuro e che dal cielo stesso e dal disco del sole sarebbe, a un tratto, venuto giù un qualche oracolo.

II
Così me ne andavo a zonzo qua e là tutto frastornato e eccitato da una curiosità tormentosa senza tuttavia riuscire a trovare un benché minimo indizio di quanto mi stava a cuore.
Bighellonavo di porta in porta come uno sfaccendato che ha quattrini da spendere e senza accorgermene mi trovai al mercato.
Qui affrettai il passo per dare una sbirciatina a una donna che passava di lì circondata da un codazzo di schiavi. I monili d'oro scolpiti e l'abito trapunto in oro anch'esso mi mostravano chiaramente che si trattava di una vera signora. Era al suo fianco un vecchio molto avanti negli anni il quale appena mi vide: "Ma sì, è proprio lui, Lucio" esclamò stampandomi un bacio e bisbigliando poi qualcosa che non compresi all'orecchio della donna.
"Perché non ti fai avanti a salutare questa tua parente?" mi fece poi. Ed io vergognoso: "Non conosco la signora" risposi arrossendo e rimasi lì fermo impalato, a capo chino.
"Ma guardalo, lo stesso ritegno signorile di sua madre Salvia, santa donna," commentava quella, intanto, guardandomi. "Straordinario, anche nel fisico le somiglia, tale e quale; statura regolare, forte e slanciato, colorito roseo, capelli biondi, ondulati di natura, occhi azzurri ma vivi e lampeggianti come quelli di un aquilotto, e i lineamenti del volto? una bellezza, e poi, elegante e disinvolto nel portamento."

III
"Sai, Lucio" continuò "ti ho allevato io, con queste mani, come no? Fra me e tua madre non c'è soltanto un vincolo di sangue ma siamo state allevate insieme.
"Tutte e due discendiamo dalla famiglia di Plutarco e siamo state allattate dalla stessa balia e insieme siamo cresciute, come due sorelle; solo la posizione sociale ci divide perché lei ha sposato un uomo importante, io un semplice borghese: sono Birrena e forse hai già sentito fare il mio nome fra quelli che ti hanno educato.
"Non fare complimenti, quindi, e accetta la mia ospitalità, anzi considerati a casa tua."
Sentendola parlare così io vinsi ogni impaccio e le risposi:
"Madre, non è assolutamente il caso che io senza motivo, ora pianti lì Milone che mi ha dato ospitalità; comunque, appena possibile, con le dovute convenienze, saprò regolarmi altrimenti e tutte le volte che mi capiterà di passare di qui non mancherò di fermarmi da te."
Così, tra una chiacchiera e l'altra, in pochi passi fummo a casa sua.

IV
L'atrio era bellissimo, colonne ai quattro angoli reggevano Vittorie palmate che, ferme, ad ali aperte sembravano sfiorare con le agili piante il mobile sostegno di una sfera nell'atto di spiccare il volo non di sostare.
Al centro, stupendo capodopera, una Diana in marmo pario, con la veste gonfia di vento sembrava protendersi leggera verso chi entrava, eppure veneranda nella sua divina maestà.
Ai lati della dea, a suo presidio, stavano due molossi, anch'essi in marmo pario: erano i loro occhi minacciosi, ritte le orecchie, dilatate le narici, le fauci avidamente spalancate. Se fosse risuonato lì intorno un latrato, certo lo avresti creduto uscito da quelle gole di marmo. Qui, appunto, quell'insigne artista aveva dato la prova più alta della sua arte, raffigurando quei cani con il petto proteso, le zampe posteriori ben ferme a terra e quelle anteriori nell'atto della corsa.
Aveva anche scolpito un macigno alle spalle della dea in foggia di spelonca e muschio, morbide foglie, ramoscelli, pampini e arbusti sembravano fiorire dalla pietra. All'interno, nel nitore del marmo, risplendeva l'immagine divina.
Dagli orli alti del sasso frutti ed uve pendevano, di squisita fattura, simili in tutto al vero, l'arte avendo emulato la natura. Certo avresti pensato di coglierli e mangiarli quando l'autunno che porta il mosto avesse in essi infuso i bei colori maturi. Se, poi, chinandoti a guardare il ruscello che ai piedi della dea scorreva in onde lievi, quei grappoli riflessi tu li avresti creduti non solo naturali ma persino oscillanti come quelli sospesi ai tralci veri.
Tra le fronde si distingueva l'immagine marmorea di Atteone cupidamente proteso a spiare la dea che si bagnasse in quella fonte, nuda; ma già mutato in cervo.

V
Mentre io guardavo ogni cosa con gran piacere e interesse, Birrena mi fece: "Tutto questo è tuo" e, così dicendo, invitò gli altri, con un cenno discreto ad allontanarsi. Rimasti soli, continuò:
"Sapessi, Lucio, come sono in ansia per te, come vorrei proteggerti, più che se fossi mio figlio. In nome di questa idea, guardati, per carità, guardati dalle male arti e dalle pericolose lusinghe di Panfile, la moglie di quel Milone di cui mi hai detto che sei ospite: è una maga famosa, nessuna, a quanto dicono, è più esperta di lei a evocare gli spiriti maligni: soffiando su dei rametti, su delle pietruzze e cose del genere, quella è capace di sprofondare sole e stelle giù nel Tartaro e nel vecchio Caos. Per di più quando vede un bel giovane ne resta subito presa e non lo molla più, lo lusinga, gli si insinua nell'animo, lo lega indissolubilmente a sé. I meno compiacenti o quelli che le son venuti a noia li trasforma invece in sassi o in caproni o in altri animali o addirittura li uccide. Ecco perché io sono in pena per te e ti supplico di stare attento: quella è una che è sempre in calore e tu, per età e per avvenenza, fai proprio al caso suo."
Questo mi disse tutta preoccupata Birrena.

VI
Ma io che sono curioso per natura, appena sentii la parola magia, che sempre mi aveva sedotto, a tutt'altro pensai che a guardarmi da Panfile, anzi mi venne tanta voglia d'essere iniziato anch'io nell'arte magica e di gettarmici a capofitto, costasse quel che costasse, che, tutto eccitato, mi liberai di Birrena, come da una catena, e gettandole un "salve" in tutta fretta, mi precipitai a casa di Milone.
Intanto, correndo come un pazzo, mi dicevo:
"Coraggio, Lucio, apri gli occhi e bada a te. Questa è la volta buona, finalmente potrai appagare il tuo desiderio e saziarti di storie meravigliose. Bando alle paure da ragazzini, prendi di petto la cosa, ma soprattutto astinenza con la tua ospite, e guardalo da lontano e con rispetto il letto del buon Milone; datti da fare, piuttosto, con Fotide, la servotta: è appetitosa e ci sta e poi è simpatica. Ieri sera, quando sei andato in camera, lei è venuta con te, ti ha messo a letto con un sacco di moine, ti ha rimboccato le coperte in modo piuttosto provocante e baciandoti in fronte ti ha fatto capire che le dispiaceva andarsene; infatti s'è voltata indietro più volte, a guardarti. Questo è di buon augurio; può darsi effettivamente che tutta la faccenda non finisca bene, almeno cerca di portarti a letto questa Fotide."

VII
Così ragionando arrivai alla porta di Milone e vidi che tutto funzionava, come suol dirsi, a pennello.
A casa, infatti, non c'era né Milone né sua moglie ma solo la mia cara Fotide che stava preparando per i suoi padroni un ripieno di trippa e polpa di carne tritata, una cosetta veramente squisita a giudicar dall'odore.
Indossava una linda tunichetta di lino con una cinturina rosso vivo che le stringeva la vita, proprio sotto i seni. Con le sue manine tondette rimestava il cibo nel tegame, che scuoteva continuamente, di modo che quel movimento le si comunicava a tutto il corpo e così dondolava mollemente la schiena e ancheggiava ch'era uno spettacolo.
A quella vista rimasi lì fermo incantato, in estasi, e mi si rizzò anche un certo arnese che prima era penzoloni.
"Che bellezza!" riuscii alla fine a esclamare, "Fotide mia, come sai muovere bene quei tuoi fianchi e quel tegamino. Chissà che intingoletto squisito stai preparando. Beato, eh, sì, proprio beato chi, col tuo permesso, potrà metterci il dito."
Ma lei, civetta e spiritosa com'era: "Sta' lontano, sbarbatello, sta' lontano dal mio fornello, quanto più puoi, ché se appena ti tocca questo mio focherello, ti sentirai bruciare fin le midolla e nessuno potrà estinguerti l'incendio se non io che, con lo stesso piacere, ci so fare assai bene sia coi sughetti e le pentole sia a letto."

VIII
Così dicendo si voltò a guardarmi e rise mentre io restai lì a mangiarmela con gli occhi. Ma, in effetti, perché mettermi a parlare degli altri particolari quando delle donne la mia unica passione sono sempre stati il viso e i capelli, che prima ammiro in pubblico e poi me li godo in privato.
La ragione di questa mia debolezza sta, forse, nel fatto che questa importante parte del corpo, così in evidenza e così esposta, è la prima a colpirci; e poi, anche perché se per le altre parti, gli abiti e i bei colori delle vesti fanno molto, per questa è solo la bellezza naturale che conta.
Del resto un po' tutte le donne, quando vogliono farsi ammirare per la loro bellezza e per le grazie che hanno, si spogliano, buttano via i veli e, tutte compiaciute, mettono in mostra le loro nudità sapendo che è un dolce incarnato a far colpo più che l'oro di una veste.
Ma se - dico per assurdo, e non voglia mai che succeda una cosa del genere - se a una donna, fosse anche la più bella, tu le tagliassi via i capelli, la privassi di quel naturale ornamento del viso, venisse pure dal cielo o sorgesse dal mare, figlia dell'onda, fosse pure Venere in persona circondata dalle sue Grazie e accompagnata da tutto lo stuolo dei suoi Amorini, ornata del suo cinto fragrante di profumi e stillante balsami, se si mostrasse calva non potrebbe piacere nemmeno al suo Vulcano.

IX
Vuoi mettere, invece, il fascino di una bella chioma quando fiammeggia viva ai raggi del sole o, morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare nei suoi cangianti riflessi? O quando il fulgore dell'oro sfuma nel biondo del miele, o il nero corvino ha iridescenze azzurre come il collo delle colombe o, ancora, quando densa di balsami orientali e ravviata dai denti sottili del pettine, raccolta a nodo dietro la nuca, si offre agli occhi dell'amante, come a uno specchio, porgendo di sé l'immagine più gradita?
E vuoi mettere ancora quando, folta, fa da corona al capo oppure quando scende fluente, a onde, lungo le spalle? Insomma è così importante una bella chioma che, per quanto una donna si mostri adorna d'oro, di belle vesti, di gemme o d'ogni altro ornamento, se non ha una particolare cura dei suoi capelli, non può mai dirsi elegante.
Ma la mia Fotide era seducente per una certa qual negligenza, più che per l'accurata ricercatezza: infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente sulla nuca e lungo il collo, fino a lambire l'orlo della veste; le estremità erano poi raccolte in un nodo al sommo del capo.

X
Non resistetti alla tortura di un piacere così intenso e piegandomi su di lei le lasciai un bacio più dolce del miele, proprio alla radice dei capelli, dove essi risalivano verso la sommità del capo.
Ella si volse lanciandomi di sottecchi uno sguardo assassino:
"Ehi, ehi, scolaretto, mi sa che tu ti stai prendendo un bocconcino agrodolce, sta' attento che per la troppa dolcezza del miele tu poi non abbia a sentire a lungo l'amaro della bile."
"E che m'importa, gioia mia, soltanto un bacino e poi son pronto, a mettermi lungo disteso sul tuo fornello e a farmi abbrustolire," e così dicendo me la strinsi forte fra le braccia e cominciai a baciarla e poiché lei mi corrispose con eguale ardore e gareggiò con me in ogni sorta di libidine, schiudendomi la sua bocca odorosa e cercando con la sua lingua, che sapeva di nettare, la mia, vinto dal desiderio: "Mi fai morire," le dissi, "anzi sono già morto se tu non mi compiaci." Ed ella riprendendo a baciarmi: "Pazienta, anch'io sono ormai tua e perciò non dovremo aspettare a lungo per goderci; questa sera, appena farà buio, verrò in camera tua. Ora va, ma preparati perché voglio misurarmi con te e darci sotto quant'è lunga la notte."

XI
Queste promesse ci sussurrammo prima di staccarci. Intanto s'era fatto mezzogiorno e Birrena pensò bene di farmi pervenire, come segno di benvenuto, un grasso porcellino, cinque gallinelle e un'anfora di vino pregiato.
"Ecco che arriva Bacco con le sue armi a dar man forte a Venere," gridai a Fotide. "Ce lo berremo tutto questo vino, oggi, per vincere ogni ritegno, ogni fiacchezza ed eccitare ancora di più la nostra libidine. Queste sono le provviste che occorrono per una notte d'amore: olio alla lucerna e vino nei calici."
Passai il resto della giornata ai bagni e, poi, a cena, con il buon Milone che mi aveva invitato a mangiare un boccone con lui, ma avendo cura di evitare lo sguardo di sua moglie, memore degli avvertimenti di Birrena; e se per caso i miei occhi si posavano sul volto di lei subito li ritraevo spaventatissimo, come se avessi visto l'inferno. Guardavo, invece, continuamente Fotide che ci serviva e in lei mi rincuoravo.
S'era, intanto, fatta notte, quando Panfile, guardando la lucerna esclamò: "Quanta acqua verrà giù domani," e al marito che le chiese come facesse a saperlo, rispose che era la lucerna a dirglielo. Al che Milone, sbottando a ridere: "Proprio una gran sibilla noi manteniamo con questa lampada. In cima al suo candeliere, come da un osservatorio, quella vede tutto ciò che succede in cielo e perfino nel sole."

XII
"Ma sono proprio questi," intervenni io, "i primi tentativi di magia e non c'è niente di strano se questo focherello così piccino, acceso dalla mano dell'uomo, ricordi quel gran fuoco celeste dal quale ha avuto origine e quindi conosca e ci riferisca con un presagio divino le cose che quello è in procinto di combinare lassù nel cielo.
"Del resto, da noi, a Corinto, ora c'è un forestiero, un Caldeo, che con le sue strabilianti profezie sta mettendo lo scompiglio in città e per quattro soldi svela tutti i misteri del destino. Ti sa dire, per esempio, il giorno in cui ti devi sposare, in qual'altro puoi mandar su i muri di una casa se vuoi che non ti vada in malora, quando puoi concludere buoni affari, iniziare un viaggio o metterti in mare. Anch'io gli chiesi cosa mi sarebbe capitato in questo viaggio e lui mi disse un sacco di cose, tutte molto strane: che sarei diventato famoso, addirittura il protagonista di una storia incredibile, straordinaria e che avrei scritto anche dei libri."

XIII
"Che tipo è questo Caldeo e come si chiama?" fece Milone sorridendo.
"È alto, piuttosto bruno e si chiama Diofane."
"Ma allora è proprio lui, non ci sono dubbi!" esclamò. "Anche qui da noi s'era messo a tutto spiano a far l'indovino fra la gente, guadagnando quattrini a palate, altro che pochi soldi, finché non gli toccò, poveraccio, un incidente, o meglio, un vero accidente è proprio il caso di dirlo.
"Una mattina, mentre stava predicendo l'avvenire al solito crocchio di gente, gli si avvicinò un mercante, un certo Cerdone, per sapere quale fosse il giorno più favorevole per mettersi in viaggio. Come Diofane glielo predisse Cerdone mise subito la mano alla borsa e aveva già rovesciato i soldi per contare cento denari quale compenso per la profezia, quando un giovanotto dall'aspetto distinto si fece alle spalle di Diofane e tirandolo per un lembo del mantello, tanto da costringerlo a voltarsi, gli buttò le braccia al collo e cominciò a baciarlo con trasporto. Diofane fece altrettanto, lo invitò a sedere accanto a lui e stupito di quell'improvvisa apparizione, dimenticando completamente l'affare che stava combinando, cominciò: 'Che piacere vederti qui! Quand'è che sei arrivato?'

XIV
"'Soltanto ieri sera,' fece l'altro di rimando, 'ma tu, fratello, raccontami del tuo viaggio per mare e per terra, dopo che sei partito in tutta furia dall'Eubea..'
"A questo punto Diofane, il nostro grande Galdeo, balordo e distratto, attaccò: 'Un viaggio così infame come quello vorrei che toccasse soltanto ai nemici della patria e a quelli che mi vogliono male: una vera odissea. La nave sulla quale eravamo imbarcati, sbattuta dalla tempesta e dal vento, perse tutti e due i timoni e andò alla deriva, finché non calò a picco sfasciandosi contro la riva opposta. Perdemmo tutto e a stento riuscimmo a salvarci a nuoto. Tutto quello, poi, che potemmo racimolare per la compassione di ignoti e il buon cuore di amici, ci fu portato via da una banda di malfattori. Arignoto, il mio unico fratello, che aveva tentato di opporsi alla loro violenza, poveretto, fu sgozzato sotto i miei occhi.'
"Ma, intanto, mentre Diofane, col cuore a pezzi, raccontava tutto questo, Cerdone, il mercante, ripresisi i soldarelli che aveva già sborsato per la profezia, se la squagliò.
Soltanto allora Diofane tornò in sé e s'accorse della sua balordaggine, specie quando vide che noi, tutt'intorno, ci sbellicavamo dalle risa.
"Però, caro Lucio, speriamo almeno che a te, quel Caldeo abbia detta la verità e che tu possa essere fortunato e proseguire felicemente il tuo viaggio."

XV
Mentre Milone parlava e sembrava non volere smettere più, io mi rodevo e me la prendevo con me stesso che involontariamente avevo dato esca a tutte quelle ciarle inutili e mi stavo perdendo il meglio della serata e il suo frutto più ghiotto. Finalmente messa da parte ogni esitazione, dissi a Milone: "Se la veda lui quel Diofane con le sue disavventure e si Porti pure per mare c per terra tutto il denaro che spilla alla gente, quanto a me sono ancora stanco del viaggio di ieri e, se permetti, vorrei andare a dormire un po' prima."
Detto fatto mi avviai in camera mia e qui trovai tutto bell'apparecchiato per una cenetta infima. I letti della servitù erano stati spostati, messi il più lontano possibile dalla mia porta, immagino perché non sentissero i nostri notturni gemiti di piacere; accanto al mio letto era stato posto un tavolino con ciò che di meglio era rimasto della cena e coppe riempite a metà di vino, bell'e pronte ad accogliere la giusta porzione d'acqua; accanto, una brocca dall'imboccatura larga fatta a posta per le abbondanti bevute, insomma un gustoso aperitivo per una notte d'amore.

XVI
M'ero appena coricato che la mia Fotide, la sua padrona era già andata a letto, Se ne venne da me tutta giuliva.
Aveva una ghirlanda di rose fra i capelli e petali di rose anche sul florido seno. S'appressò e mi baciò lungamente, mi cinse il capo di fiori, altri ne sparse in torno. Poi prese una coppa di vino, vi mescolò dell'acqua tepida e me l'offrì da bere; ma dolcemente me la rubò dalle mani prima ch'io l'ebbi del tutto vuotata e l'accostò alle sue labbra e bevve a piccoli sorsi, guardandomi. Una seconda coppa e una terza e poi altre ancora così ci scambiammo.
Io, tra i fumi del vino, non solo la mia fantasia ma tutti i sensi sentivo eccitati dalla libidine, bramosi, anelanti; allora, tirandomi su la tunica fino all'inguine e mostrandole quanto impellente fosse il mio desiderio d'amore: "Per carità," esclamai, "fa' presto, vedi come son tutto teso e pronto alla guerra che tu, alla brava, mi hai dichiarato. Da quando Amore crudele ha trafitto il mio cuore con la sua freccia, anch'io con tutto il vigore ho teso il mio arco ed ora ho paura che il nerbo troppo rigido mi si spezzi.
"Ma se tu vuoi veramente offrirmi proprio tutte le tue delizie, sciogli i capelli e abbracciami nell'onda delle tue chiome."

XVII
Non se lo fece dire due volte. In fretta sgombrò piatti e vivande, si liberò delle vesti mostrandosi tutta nuda, si sciolse i capelli con maliziosa lascivia; bella, simile a Venere quando emerse dai flutti, più per civetteria che per pudore mi nascondeva il liscio pube con le sue dita rosate.
"Vieni" mi disse "vieni all'assalto. Ti terrò testa, sai, non ti cederò. Drizzati, se sei uomo, e lotta corpo a corpo, trafiggimi, fammi morire perché anche tu morirai. È una battaglia questa che non avrà tregua."
Così dicendo entra nel letto e mi monta sopra, adagio; poi comincia a muoversi con voluttà, su e giù, veloce, inarca la schiena, vibra tutta di libidine e a me supino, dispensa tutti i doni di Venere. Questo finché ad entrambi resse il respiro, finché non cademmo esausti, l'uno sull'altro abbracciati.
In cosiffatti assalti ci producemmo ben desti fino alle prime luci dell'alba, di volta in volta chiedendo al vino nuovo vigore, perché non scemasse in noi il desiderio e si rinnovasse il piacere.
Così volemmo che molte altre notti fossero simili a questa.

XVIII
Un giorno Birrena insistette perché a tutti i costi io andassi a cena da lei e benché cercassi di sottrarmi al l'invitò, non volle sentire ragioni.
C'era Fotide, però, a cui dar conto e fu a lei, come a un oracolo, che io dovetti chiedere il permesso: sebbene a malincuore, perché ormai non voleva ch'io mi allontanassi nemmeno d'un filino, gentilmente lei concesse alle mie prestazioni amorose una breve licenza. "Bada, però" mi fece "a non far tardi dal pranzo. C'è una banda di giovani, delle migliori famiglie ma scapestrati, che mette a soqquadro la città; vedrai tu stesso qua e là gente ammazzata per le strade e le guardie del governatore sono troppo lontane per liberarci da questo flagello. E tu, sia per la tua invidiabile condizione, sia perché qui i forestieri sono malvisti, sei proprio l'uomo giusto a cui tendere un'imboscata."
"Sta' tranquilla, cara Fotide, sai bene quanto mi sarebbe piaciuto fare all'amore con te anziché andarmene a cena fuori, perciò non temere che tornerò presto. Comunque ho anch'io la mia scorta: questo fedele pugnale qui al mio fianco saprà ben difendermi."
E così, con questa precauzione, mi recai a cena.

XIX
Trovai un gran numero di invitati, il fior fiore della città, dato che Birrena era una donna di classe; mense sontuose, splendenti di cedro e d'avorio, letti coperti di drappi trapunti d'oro, grandi, preziosi calici ciacuno con una sua bellezza particolare, unica, vetri artisticamente incisi, cristalli istoriati, argenterie scintillanti, ori abbaglianti, coppe per bere scavate nell'ambra o in altre pietre pregiate, insomma cose da non potersi immaginare. E c'era poi uno stuolo di camerieri splendidamente vestiti, inappuntabili, che servivano numerose portate e giovani schiavi dai capelli ricci e dalle vesti succinte che versavano in continuazione vino pregiato in calici ricavati da pietre preziose.
Portate le lucerne, assai vivo si fece il cicaleccio dei convitati, si rideva, si scherzava, fiorivano qua e là facezie, battute piccanti.
A un certo punto Birrena mi fece: "Beh, come te la passi nel nastro paese? A quanto ne so, in fatto di templi, di terme, di altri edifici pubblici noi superiamo di molto tutte le altre città, e poi godiamo di molte comodità ancora: libertà assoluta per chi vuole starsene tranquillo, via vai di gente, come a Roma, invece, per chi viene in cerca d'affari, una pace addirittura campestre per l'ospite di poche pretese. Stiamo proprio nel posticino più delizioso di tutta la provincia."

XX
"Verissimo" feci io di rimando, "proprio così. In nessun altro luogo mi sono sentito a mio agio come qui. Soltanto devo dire che ho una certa paura della magia, delle sue insidie oscure e inevitabili. Si dice che da queste parti non lasciano in pace nemmeno i morti nelle loro tombe, e che dalle urne e dai roghi si trafugano reliquie e pezzetti di cadavere per gettare il malocchio sui vivi, e che ci sono vecchie streghe che al momento dei funerali, in un battibaleno, ti portano via il morto."
"Purtroppo, qui, non risparmiano nemmeno i vivi" intervenne uno degli invitati. "E c'è un tale, chissà chi è, a cui è capitata una cosa del genere, ed è rimasto tutto mutilato e col volto sfregiato."
A queste parole scoppiò una risata generale e gli occhi di tutti si posarono su un tizio che se ne stava appartato in un angolo. Imbarazzatissimo di sentirsi piovere addosso tutti quegli sguardi, brontolando qualcosa, costui aveva già fatto le mosse di andarsene, quando Birrena: "Eh, no, caro Telifrone, ora devi fermarti al meno un pochino e con la tua solita compiacenza raccontarci ancora una volta la tua avventura, perché il qui presente Lucio che è per me come un figlio possa godere anche lui del tuo piacevole racconto."
"Sempre buona e gentile, tu, mia signora, ma l'insolenza di certa gente è insopportabile." Era tutto agitato, ma Birrena insistette assicurandogli che nessuno lo avrebbe più insolentito e così alla fine, sebbene malvolentieri, quello si decise.

XXI
Si sistemò i cuscini, vi si appoggiò col gomito, restando a busto eretto, portò avanti la destra, assumendo l'atteggiamento degli oratori, cioè le ultime due dita chiuse, le altre distese, il pollice puntato avanti e in cominciò:
"Ero ancora un ragazzino quando, per vedere i giochi olimpici, lasciai Mileto; ma desiderando visitare anche le località di questa provincia famosa, dopo aver vagato, sotto cattivi auspici, in lungo e in largo per la Tessaglia, giunsi a Larissa. Ero quasi al verde, dato che le mie scorte, durante il viaggio s'erano di molto assottigliate e così mi misi a girare un po' qua e un po' là cercando di rimediare qualcosa. A un tratto, nel bel mezzo di una piazza, vidi un vecchio allampanato che, in piedi su un pilastro, andava chiedendo ad alta voce se c'era qualcuno che volesse far la guardia a un morto; e che si facesse avanti a contrattare il compenso."
"Ma che storia è questa" chiesi io esterrefatto a un passante; "forse che da queste parti i morti hanno l'abitudine di scappare?"
"Sta zitto" rispose quello "si vede proprio che sei un ragazzo e forestiero per giunta. Ma lo sai o no che sei in Tessaglia e che qui le streghe strappano a morsi la faccia dei morti per ricavarne il materiale necessario alle loro diavolerie?"

XXII
"Dimmi ancora una cosa" gli chiesi "in che consiste questo far la guardia ai morti?"
"Per prima cosa" mi rispose "bisogna stare svegli tutta la notte, con gli occhi ben aperti e sempre fissi sul morto; guai se per un momento solo volgi lo sguardo altrove, perché quelle maledettissime megere sono capaci di assumere l'aspetto dell'animale che vogliono, avvicinarsi di soppiatto e ingannare gli stessi occhi del Sole e della Giustizia. Possono diventare uccelli, cani, topi, perfino mosche; poi con i loro terribili incantesimi fanno cadere i guardiani in un sonno profondo e nessuno riesce a immaginare tutte le trappole che ti sanno architettare queste scelleratissime donne pur di ottenere quel che gli gira pel capo. E con tutto ciò un servizio così pericoloso te lo pagano appena quattro o sei monete d'oro. Ah già, a proposito, dimenticavo la cosa più importante: se al mattino uno non consegna intatto il cadavere, quelle parti che mancano deve rimpiazzarle con altrettante del proprio corpo."

XXIII
Saputo di che si trattava mi feci coraggio e, avvicinandomi al banditore: "Piantala di gridare" gli dissi "faccio io la guardia, dimmi quanto mi dai."
"Ci sono per te mille denari, ma patti chiari, giovanotto: sta bene all'erta dalle maledette arpie perché si tratta del figlio di un pezzo grosso della città"
"Sono sciocchezze queste per me" gli risposi. "Tu hai di fronte un uomo di ferro, che non dorme mai, tutt'occhi, e con la vista più acuta di Linceo e di Argo."
Non avevo ancora finito di parlare che quello mi menò a una casa che aveva tutte le porte sprangate; mi fece entrare per una porticina di servizio e mi introdusse in una stanza anch'essa con le finestre chiuse, immersa nel buio, e mi indicò una donna vestita di nero che piangeva: "Ecco l'uomo" le disse avvicinandosi "che ho ingaggiato per far la guardia a tuo marito; dice che è sicuro del fatto suo."
Quella ravviandosi i capelli che le cadevano sul viso e mostrando una cera assai bella pur nel dolore, mi guardò e: "Ti prego" esclamò "mettici tutto il tuo impegno."
"Non preoccuparti di questo; tu però preparami una buona mancia."

XXIV
Con quest'accordo ella si alzò e mi condusse in un'altra stanza dove c'era il morto coperto di candidi lini e, fatti entrare sette testimoni, sollevò il lenzuolo e, fra molte lacrime, invocando la testimonianza dei presenti, cominciò a elencare, con accento dolente, ogni parte di quel corpo mentre un tizio trascriveva scrupolosamente ogni sua parola: Ecco, vedete, il naso è perfetto, gli occhi intatti, così le orecchie e le labbra, il mento intero, voi, onesti cittadini ne siete testimoni," e così dicendo sigillò le tavolette e fece per andarsene. Ma io: "Signora, fammi almeno portare l'indispensabile."
"E cioè? Cosa vuoi?"
"Una lucerna" le feci, "bella grande, con olio a sufficienza fino a domani mattina, dell'acqua calda, un fiaschetto di vino e un vassoio con il resto della cena."
"Ma va in malora, sfacciato," mi fece scrollando il capo, "in una casa colpita dal dolore tu vieni a chiedere cena e avanzi; proprio qui dove da molti giorni non s'è visto nemmeno un filo di fumo. Credi forse di esser venuto a far bisboccia? Non pensi che dovresti anche tu rattristarti o, per lo meno, assumere un contegno adeguato?"
Così mi disse poi rivolgendosi a una servetta: "Mirrina, portagli olio e lume e chiudilo dentro, ma veh, tu però vieni via subito."

XXV
Così mi ritrovai solo a tener compagnia a un morto. Mi fregai gli occhi per prepararli alla veglia e mi misi a canticchiare per farmi coraggio.
Ed ecco scendere la sera, il buio, sempre più fitto e la notte, la notte profonda. A mano a mano anche la mia paura cresceva, quando, a un tratto, una faina scivolò dentro la stanza e mi si venne a piazzare proprio davanti, fissandomi con i suoi occhietti acutissimi. Era una bestiola innocua ma io rimasi egualmente turbato, proprio per la sicurezza con cui mi si era avvicinata: "Va via, bestiaccia" alla fine le gridai "vatti a confondere tra i topi pari tuoi, prima che ti faccia assaggiare la mia forza. E allora, che aspetti?" Fece dietro front e scivolò via dalla stanza. Ma subito dopo un sonno pesante mi sprofondò, all'improvviso, come in un baratro, sicché nemmeno il dio di Delfo avrebbe più potuto distinguere chi fra noi due, in quella stanza, fosse il più morto, lunghi distesi com'eravamo. Insomma ero privo di vita, fuori di questo mondo e di un guardiano ero io ad averne bisogno.

XXVI
Già il canto dei galli crestati riempiva del suo strepito la quiete notturna. Finalmente io mi svegliai e pieno di spavento, afferrato il lume, mi precipitai sul morto a scoprirgli la faccia per accertarmi che ogni cosa fosse al suo posto. In quel mentre anche l'inconsolabile moglie entrò piangendo, seguita dai testimoni del giorno prima e, ansiosa, si gettò su quel corpo baciandolo a lungo e, al lume della lampada, controllandoselo tutto. Poi, voltandosi e cercando Filodespoto, l'amministratore, gli ordinò di pagare senza indugio il prezzo convenuto a un guardiano così in gamba.
E mentre io venivo soddisfatto all'istante, ella si profondeva in mille ringraziamenti per il mio zelante servizio, assicurandomi che da quel momento mi considerava uno della famiglia.
Dal mio canto gongolavo dalla gioia per il guadagno insperato e, ancora incredulo, facevo tintinnare nella mano quelle monete d'oro sonanti. "Ma figurati, sono io che mi considero ormai un tuo schiavo; anzi ogni volta che ti servirà l'opera mia, comandami pure."
M'erano appena uscite di bocca queste parole che tutti quelli della famiglia, imprecando al malaugurio, mi si avventarono addosso con tutto quello che capitò loro fra le mani: uno mi mollò un pugno in faccia, un altro mi prese a gomitate nella schiena, un terzo si mise a darmi gran manate nei fianchi, chi a sferrarmi calci, chi a tirarmi per i capelli, chi a strapparmi i vestiti, fino a che mi buttarono fuori tutto lacero e a pezzi, come il bell'Aonio o il vate Orfeo.

XXVII
Ma fu soltanto nella pubblica piazza, un po' in ritardo in verità e dopo aver ripreso fiato, che ripensando alla mia frase di così cattivo augurio e del tutto fuori luogo, compresi con quanta ragione mi avessero caricato di botte. Ecco, intanto, uscire il morto seguito dall'estremo compianto e dagli ultimi addii e il corteo funebre attraversare il foro, secondo l'usanza, essendo quello un cittadino importante.
A un tratto si fece avanti un vecchio vestito di nero, tutto sconvolto e in lacrime che strappandosi la folta capigliatura bianca e gettandosi a braccia aperte sul feretro, con voce alta sebbene rotta dai continui singulti, comincio a dire: "In nome della vostra coscienza, cittadini, e della pubblica pietà vendicate questo morto e punite l'efferato crimine di questa femmina scellerata. È stata lei e nessun altro a uccidere col veleno questo povero giovine, figlio di una mia sorella, per compiacere il suo amante e mettere le mani sull'eredità. Così quel vecchio andava gridando fra i singhiozzi e i lamenti. La folla allora cominciò ad agitarsi perché la verisimiglianza di quelle parole lasciava effettivamente pensare a un delitto e già si sentiva gridare "al rogo, al rogo", già si raccattavano sassi e si incitavano gli schiavi a uccidere la donna, mentre questa con false lacrime e giurando su tutti gli dei con quanta più devozione poteva, negava un simile delitto.

XXVIII
Ma il vecchio riprese: "Allora rimettiamo il giudizio della verità nelle mani della provvidenza. C'è qui tra noi un profeta di prim'ordine, Zathlas l'Egiziano, che proprio un momento fa mi ha promesso, dietro una forte ricompensa, di richiamare dal mondo dei morti lo spirito di costui e di rianimare il suo corpo strappandolo per un momento alla morte" e così dicendo fece venire avanti un giovane che indossava una tunica di lino, aveva sandali di palma e il capo completamente rasato.
"Abbi pietà, sacerdote" cominciò a implorare il vecchio baciandogli le mani e abbracciandogli perfino le ginocchia "pietà per gli astri del cielo, per le potenze infernali, per gli elementi della natura, per i silenzi della notte, per i santuari di Copto, per le piene del Nilo, per i misteri di Memfi, per i sistri di Faro, concedigli ancora un po' di sole, versa appena una piccola luce nei suoi occhi chiusi per sempre. Noi non vogliamo forzare le leggi della natura né negare alla terra ciò che le è dovuto, ma imploriamo un breve istante di vita per avere il conforto della vendetta."
Così propiziato il profeta mise un'erbetta speciale sulla bocca del morto e un'altra sul petto, si volse verso oriente e, in silenzio, pregò il sommo sole che stava sorgendo. A questa messinscena da rito sacro nell'animo dei presenti si accrebbe l'attesa di tanto prodigio.

XXIX
Anch'io mi feci largo tra la calca e salito su una sporgenza del terreno sufficientemente alta, proprio dietro al catafalco, seguii la scena con occhi sgranati.
A un tratto il petto del morto cominciò a gonfiarsi, la vena del polso a palpitare e tutto il corpo ad animarsi di un soffio vitale; finalmente la salma si sollevò e il giovine così cominciò a parlare: "Perché, di grazia, richiamare ai compiti di una vita effimera me che avevo già bevuto le acque del Lete e navigavo ormai sulla palude Stigia? Non più, ti scongiuro, non più, lasciami alla mia pace."
Questa la voce che venne da quel corpo, ma il profeta eccitandosi: "Perché, invece, non racconti al popolo ogni cosa, non sveli il mistero della tua morte? Non sai che io posso evocare le Furie con i miei scongiuri e far torturare le tue stanche membra?"
Allora quello dal suo lettuccio con un profondo gemito e volgendosi alla folla, così riprese: "Sono morto per le male arti della mia giovane sposa, ucciso dal veleno ho ceduto a un amante il mio letto ancor caldo."
Ma quella brava moglie dimostrò un'impudente presenza di spirito e con animo sacrilego prese a rimbeccare il marito negando ogni accusa.
La folla cominciò ad agitarsi, divisa in due opinioni contrarie: alcuni volevano prendere quella criminale e seppellirla viva accanto al marito, altri dicevano che non si poteva prestar fede alle menzogne di un morto.

XXX
Ma quello che il giovane disse subito dopo troncò ogni incertezza. Così, infatti, fra gemiti sempre più alti riprese: "Vi darò, sì, vi darò le prove inconfutabili che questa è la verità, vi rivelerò cose che nessuno all'infuori di me può sapere" e indicando me alla folla, "mentre costui faceva una guardia scrupolosissima al mio corpo, le streghe in agguato sulle mie spoglie, invano presero più volte aspetti diversi. Non riuscendo a trarlo in inganno per la sua straordinaria diligenza, alla fine, lo avvolsero in una nuvola di sonno e lo fecero piombare in un profondo letargo; poi cominciarono a chiamarmi per nome, finché le mie giunture inerti e le mie gelide membra fra continui tentativi non sentissero i richiami della magia. Costui però che ha il mio medesimo nome, vivo com'era, morto infatti soltanto di sonno, sentendosi chiamare si levò in piedi, senza riprendere coscienza, e si avviò come un fantasma verso la porta della stanza. Questa era chiusa a dovere, ma le streghe, si vede, attraverso qualche fessura, riuscirono egualmente a tagliargli prima il naso, poi le orecchie. Così la mutilazione l'ha subita lui al posto mio. Inoltre perché di quella diavoleria non restasse traccia, con della cera hanno plasmato due orecchie e glie l'hanno applicate al posto di quelle tagliate, la stessa cosa hanno fatto col naso: perfetto, identico al suo.
Guardatelo là quel disgraziato: ha fatto un bell'affare con tutto il suo zelo: quel po' po' di mutilazione!"
A quelle parole, spaventatissimo, cominciai a tastarmi: mi presi il naso e quello mi restò in mano, mi toccai le orecchie e mi si staccarono. La gente cominciava a guardare nella mia direzione, a indicarmi a dito, finché non scoppiò una risata generale ed io, sudando freddo, riuscii a battermela sgusciando tra la folla.
Così conciato e ridicolo non ebbi nemmeno il coraggio di tornare a casa mia; per nascondere le cicatrici delle orecchie mi sono spartiti i capelli lasciandoli cadere ai due lati, e con questa benda legata stretta cerco di nascondere nel modo più conveniente il ribrezzo del mio naso.

XXXI
Appena Telifrone ebbe finito di raccontare, i convitati, sbronzi com'erano, ricominciarono a sghignazzare e mentre reclamavano nuove bevute in onore del dio Riso, Birrena si rivolse a me: "Domani" mi disse "ricorre una solenne festività che risale addirittura alla fondazione di questa città; in questo giorno noi, unici al mondo, con un rito allegro e divertente, ci propiziamo il venerabile dio Riso. La tua presenza renderà più lieta la festa. Se poi tu volessi, a tuo estro, inventare qualcosa di spiritoso per onorare il dio, meglio ancora: potremmo ottenere in misura maggiore i favori di una divinità così potente."
"Bene" assicurai "sarà come tu desideri. E poi, caspita, farebbe piacere anche a me avere una qualche idea che andasse bene per un così grande dio.
Dopo di che, avvertito dal servo che s'era fatto tardi e sentendomi gonfio per la gran bevuta, decisi di alzarmi e salutata in fretta Birrena, un po' barcollando, mi diressi verso casa.

XXXII
Ma appena fuori uno sbuffo di vento ci spense la lucerna che ci faceva da guida, tanto che dovemmo faticare parecchio a districarsi al buio. Finalmente, stanchi e con i piedi doloranti per aver dato spesso nei sassi, imboccammo la via di casa. Eravamo quasi arrivati, sorreggendoci stretti l'un l'altro, quando scorgemmo tre omaccioni nerboruti che, con tutte le loro forze, tentavano di forzare la nostra porta. Alla nostra vista non sembrarono per nulla intimiditi, anzi mettendocela tutta, raddoppiarono i loro assalti. Era chiaro che si trattava di briganti, e della peggiore risma.
Subito misi mano al pugnale che avevo portato con me per simili evenienze e che tenevo nascosto sotto il mantello, e senza alcun indugio mi gettai su di loro e li affrontai mano a mano che mi vennero sotto, finché, trapassati da parte a parte, non rimasero morti stecchiti ai miei piedi.
Al rumore di quel combattimento Fotide, intanto, s'era svegliata e venne ad aprirci. Io, ansante e tutto coperto di sudore, mi infilai dentro: quella battaglia contro i tre briganti mi aveva sfinito come se avessi lottato contro Gerione, così mi lasciai cadere sul letto è mi addormentai.