Basilisco

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Il Basilisco
Il Basilisco

Per Plinio il Vecchio il basilisco è un serpentello di modestissime dimensioni, con una specie di diadema bianco sulla testa, e dotato di qualità velenose così potenti che si dice faccia appassire le piante, spezzi i sassi ed uccida l'uomo e perfino gli altri serpenti con l'odore ed anche con lo sguardo; peraltro si attribuiscono al suo sangue delle straordinarie doti terapeutiche; ha la particolarità di non camminare "serpeggiando" sul terreno, ma avanza col corpo ritto e perpendicolare al terreno dalla metà alla testa.
La descrizione di Plinio viene ripetuta pressoché identica per tutto il Medioevo, arricchendosi però di altri particolari derivati dalla fusione con la tradizione culturale ebraica, che trasformano quella che poteva essere la semplice descrizione sovradimensionata di un qualsiasi serpente molto velenoso, in un autentico mostro mitico. Alla fine del Medioevo la descrizione del nostro basilisco si presenta nella sua forma più completa: Pierre de Beauvais (per non prendere che uno degli autori più noti di Bestiari) per esempio, oltre a ripetere pressoché pedissequamente quanto già detto da Plinio, incorpora anche tutte le nuove aggiunte. Il basilisco nasce da una strana forma di ibridazione: si dice che quando un gallo raggiunge i sette anni di vita, deponga un uovo, che viene poi fecondato da un serpente e covato da un rospo. Da questa complicata gestazione vede la luce il basilisco che porta su di sé i segni della sua tormentata procreazione. Ha infatti (contrariamente alla più antica descrizione di Plinio) il corpo di un gallo, con la cresta regale, che termina però in una coda di serpente; assume perciò in quest'epoca il nome di Basilecoq, Coquatrix o Cocadrille (gallo-serpente o figlio di gallo). Le proprietà velenose rimangono immutate, salvo una che acquista nuove modalità di estrinsecazione: abbiamo visto che già per Plinio il solo sguardo del basilisco è sufficiente ad uccidere un uomo; per i Bestiari medievali la proprietà diviene transitiva. Cioè se è il basilisco a vedere per primo la sua vittima, questa non ha scampo; ma se è quest'ultima a scorgere il piccolo mostro in anticipo, è il basilisco che è condannato a morire. Questa nuova variante porta con sé come corollario che per scampare allo sguardo del micidiale serpente è sufficiente coprirsi con una superficie specchiante in modo che il fluido velenoso dei suoi occhi gli rimbalzi contro.

[modifica] Etimologia

Il nome (dal greco basileus, re, che in latino viene tradotto con l'equivalente regulus) sottolinea la sua potenza venefica, che ne fa appunto il Re dei serpenti.

[modifica] Interpretazioni

Le strutture simboliche di questo essere mitico si raggruppano attorno a tre nuclei: il rapporto serpente-gallo; l'ambivalenza mortale-terapeutica del mostro; il tema dello sguardo mortale, anch'esso fondato su di un'ambiguità di fondo.
Il parallelismo tra gallo e serpente non è un fatto insolito. Ambedue sono animali sacri sia ad Ermes che ad Asclepio e sono inoltre accomunati da due sequenze simboliche: si tratta di animali legati alla morte, ma con valenze di continuità attraverso la resurrezione (il gallo annuncia il rinascere del giorno ed il serpente rinasce attraverso la muta della pelle; anche il legame con Ermes, conduttore delle anime dei morti nell'Ade, e con Asclepio, famoso per le resurrezioni operate, sottolinea la bivalenza morte-rinascita). Inoltre sono ambedue animali che simboleggiano la ciclicità del tempo: il gallo è uccello solare, legato alla vicenda del tempo profano (giorno-notte); il serpente, nella sua forma di Ouroboros rappresenta l'eternità dei cicli cosmici. Non mancano però le divergenze; animale tendenzialmente positivo, il gallo diviene in ambita cristiano simbolo negativo per alcuni aspetti del suo carattere: la lussuria e la violenza di cui da prova nei combattimenti. Probabilmente sono proprio questi aspetti che, uniti con quelli del serpente, fanno di questo essere il più diabolico concentrato di malvagità, di cui è sottolineata l'incompatibilità assoluta con i valori stessi dell'esistenza: appassisce le piante, brucia le erbe, uccide gli esseri viventi e distrugge perfino i sassi. L'idea di una generazione dalle uova di gallo è anche supportata da una tradizione ebraica, risalente ed un versetto di Isaia (59, 9): «Hanno schiuso la covata di aspidi ed hanno tessuto tele di ragno. Chi mangerà delle loro uova morirà e, se saranno poste a covare, ne usciranno dei basilischi», e si ricollega ad un evento insolito ma del tutto naturale; capita che talora delle galline (e non, evidentemente, dei galli!) quando sono molto vecchie o, al contrario, alla prima cova, depongano delle uova prive di tuorlo e dotate di un guscio semiduro. Questo fatto, come tutte le cose fuori della normalità, era visto come un evento di cattivo auspicio e sembrava naturale che fosse portatore di mali, da attribuire più all'irascibile e lussurioso gallo che alla sciocca gallina, sul contenuto delle cui uova non c'erano dubbi. Inoltre, varie leggende rendevano plausibile che dalle uova di un uccello potessero nascere dei serpenti: in pieno Rinascimento si credeva ancora che dalle uova di Ibis potessero nascere dei serpenti; ed inoltre era ben nota la leggenda della nascita di Alessandro Magno, l'annuncio della quale era stato dato al padre Filippo da uno strano prodigio: un'oca gli aveva lasciato cadere in grembo un uovo da cui uscì un serpentello che, dopo aver fatto un giro attorno al guscio, morì. E nell'epopea medievale dello stesso Alessandro Magno veniva ribadito il rapporto tra il re ed il basilisco vero e proprio: Alessandro aveva infatti, tra le sue innumerevoli avventure, incontrato anche dei basilischi, e li aveva vinti col trucco di farli specchiare in armature lucide di vetro.
L'idea che il sangue di basilisco abbia delle straordinarie virtù terapeutiche, lo accomuna a quello di drago, di cui si dicevano le stesse meraviglie. Non deve stupire che un animale nocivo in maniera così spiccata, abbia anche delle potenzialità positive, poiché ciò rientra pienamente nel campo dell'ambivalenza delle strutture simboliche. Peraltro questa idea si ricollega anche ad un celebre mito greco, che con il nostro ha delle sorprendenti analogie: quello delle Gorgoni. Come è noto, queste erano tré sorelle abitanti ai confini del mondo, che avevano capigliature di serpenti, ali d'oro di uccello (ritroviamo la tipica correlazione serpente-uccello comune tanto al drago che al basilisco), mani di bronzo e sguardo che tramutava gli esseri viventi in pietra (cioè mortale, come quello del basilisco). Perseo, su ordine di Polidette, tiranno di Serifo, riesce ad uccidere l'unica mortale delle tre, Medusa, col trucco di usare uno specchio che rimbalza lo sguardo pietrificante addosso a lei stessa (anche questo espediente è il medesimo usato da Alessandro contro i basilischi). Secondo Lucano (Farsalia IX, 724-726) dal sangue di Medusa gocciolato sul suolo della Libia sarebbero nati tutti i serpenti velenosi del luogo, compreso lo stesso basilisco, che «emette sibili capaci di atterrire tutti gli altri mostri, e uccide prima ancora di mordere e attorno a sé per largo tratto mette in fuga ogni vivente, per regnare solo sulle sabbie deserte». Ora bisogna sapere che quel medesimo sangue di Medusa, responsabile della nascita dei primi basilischi, aveva anche delle strane proprietà: quello che era uscito dalla vena di sinistra era un potentissimo veleno, mentre quello di destra aveva virtù curative elevatissime, tanto da arrivare a risuscitare i morti. Ecco quindi che alle radici stesse del mito del basilisco troviamo tanto la spiegazione della sua incredibile nocività, quanto del potere benefico del sangue.
Il mito delle Gorgoni ci ha già chiarito anche le radici del tema dello sguardo mortale; ma resta ancora senza spiegazione la strana storia della relatività del potere mortale del mostro. Abbiamo infatti accennato che in età medievale si fa strada una possibilità di salvezza a buon mercato, che contraddice tutta la costruzione di implacabile potenza mortifera del basilisco: basta in effetti vedere il basilisco per primi per sfuggire alla morte, anzi, addirittura, per uccidere il mostro. Da dove deriva questo potere che rende a sua volta l'uomo un basilisco? Escludendo spiegazioni di tipo razionalistico o psicologico, che non rendono conto di tutti gli aspetti di questa anomalia, bisogna rivolgersi ad un parallelo che prende vita nello stesso perìodo, nella letteratura mistico-allegorica dei bestiari, la storia del Caladrio. Questo è un uccello, identificato generalmente col pluviere, le cui proprietà esorbitano tuttavia dalla semplice razionalistica riduzione ad un modello reale. Il caladrio ha la proprietà di diagnosticare il futuro dei malati; portato dinanzi al letto di un infermo, se questi è destinato a morire, l'uccello distoglierà da lui lo sguardo; se invece guarirà, il caladrio lo fissa dritto negli occhi. Inoltre questo uccello, descritto con un piumaggio bianco senza macchia, produce degli escrementi che vengono usati come cura per la cataratta. Questo ultimo accenno rende ancora più evidente la stretta correlazione tra lo sguardo ed i poteri del caladrio; è bene notare che si credeva che anche il sangue di gallo, componente del basilisco, fosse un importante farmaco per gli occhi. Ma le analogie più evidenti tra caladrio e basilisco si trovano proprio nella parte centrale della leggenda, con la differenza che si presentano strutturalmente in maniera inversa: se il caladrio guarda l'uomo, questi si salva, perché «il caladrio assorbe la malattia e la disperde»; al contrario quando il basilisco guarda l'uomo è quest'ultimo ad assorbire il flusso malefico del mostro. Se il caladrio non guarda l'uomo, questo muore; il contrario avviene nel caso del basilisco. Il parallelo incrociato è reso più stretto dal fatto che, secondo alcune fonti, nel primo caso il caladrio, liberando l'uomo dalla malattia, muore, così come muore il basilisco nel secondo caso. Il caladrio ed il basilisco sembrano dunque rappresentare due poli opposti di una medesima struttura simbolica. Anche l'apparente differenza di forma dei due esseri svanisce in epoca fardo-medievale, quando anche il caladrio viene raffigurato, come il basilisco, con la parte anteriore di uccello e la coda di serpente.
Il basilisco-caladrio rappresenta quindi il binomio morte-vita; il suo legame con gli aspetti della resurrezione (gallo e serpente simboli della continuità ciclica; caladrio che ristabilisce il fluido vitale; connessioni con Asclepio per le guarigioni e la resurrezione) ci induce a pensare ad una correlazione con aspetti iniziatici, sbiaditi col tempo, ma ancora percepibili. La costante presenza del serpente, la bivalenza dei poteri terapeutici e mortali (e cioè la perpetuazione di una vita superiore attraverso la conoscenza, o l'abbrutimento mortale della materialità del quotidiano) e l'importanza data al motivo dello sguardo ed all'occhio, sempre strettamente correlati alla conoscenza divina: tutti questi punti suggeriscono che questo complesso mitico si fonda su aspetti sapienziali, collegati a conoscenze sacre ed esoteriche.