Fauni



				

				

Nel primo cristianesimo si assiste ad una demonizzazione di molti dei minori romani, ed il singolo Fauno si stempera in tutta una popolazione di Fauni che, accostati ai Satiri e ai Silvani, viene a far parte del confuso popolo diabolico degli Incubi. Peraltro già Ovidio parla di Fauni al plurale, chiamandoli bicomes. Questo popolo aveva una vita molto lunga, ma era comunque soggetto alla morte. San Girolamo, dovendo tradurre l'ebraico seirim nel libro di Isaia (XIII, 22), usò la parola Fauni, commentando: «Esistono degli uomini selvaggi di cui si parla, che certi autori chiamano Fauni Ficarii». La figura di Fauno, con le sue corna e le zampe caprine, diventerà poi il modello del diavolo-tipo. Nello stesso periodo, però, l'accostamento con le Fate, porta anche ad una trasformazione parallela più benevola, in cui il Fauno diventa una sorta di essere intermediario bizzarro ma non malvagio, una specie di Folletto. In una curiosa interpolazione del medievale [[Liber Monstrorum]] accanto ad una descrizione classica dei Fauni, troviamo la seguente, curiosa annotazione: «I Fauni furono antichi pastori nei primordi del mondo, che abitarono nei luoghi sui quali fu costruita Roma, e i poeti cantarono poesie su di loro. I Fauni nascono dai vermi nati tra il legno e la corteccia, ed alla fine scendono a terra ed acquistano le ali e, in seguito, le perdono e divengono uomini silvestri e i poeti cantarono molte poesie su di loro».