Diavolo



				

				

Il nome deriva dal greco diabolici, getto attraverso, calunnio. Tuttavia il significato del nome va con più plausibilità fatto risalire al radicale indoeuropeo dv, da cui Div, Deva, che indica gli esseri divini. Il medesimo radicale indica l'idea della luce sia in senso proprio (il giorno = dies), sia in senso figurato (partorire, dare alla luce). Tuttavia, derivano dalla medesima radice anche l'ariano dhvan e il greco thanatos che significano "morte", il germanico devan, morire, l'ariano dvi, temere ed il greco deos, terrore. Per di più alla medesima origine va ascritta anche l'idea di dualità: dva sanscrito, duo latino, two inglese e deux francese, tutti col significato di "due". Dal solo nome già si ricava quindi una fondamentale ambiguità dal personaggio: luminoso e divino, ma calunniatore; possibile datore di vita ma anche di morte; fonte di ogni terrore ed espressione della dualità, antagonista o deuteragonista di natura. Termine quindi straordinariamente calzante ad esprimere la natura del principio del male, assai più dei nomi propri Satana o Lucifero e simili, troppo chiusi e riduttivi nella loro specificità. Pur non essendo, o meglio, proprio perché non è un nome personalizzato, Diavolo è divenuto il termine che meglio di ogni altro incarna la gamma estremamente vasta di sfumature che può assumere nella concezione cristiana questo concentrato di male allo stato puro. A questa ampiezza di significati fa riscontro una disintegrazione dello stesso Diavolo, che si specializza in tutta una serie di Diavoli minori, riuscendo però a mantenere integra la sua caratteristica personalità unitaria, come un corpo unico, le cui cellule hanno però dei compiti specifici. Questa disintegrazione e moltiplicazione di diavoli raggiunge forse il suo massimo con il demonologo rinascimentale Jean Wier, che nel De praestigiis Daemonum (Bàie, 1568) ne stabilisce il numero totale in 7.405.926, cui sovrintendono 72 prìncipi. Essi sono divisi in legioni di 6666 membri ciascuna.

[modifica] Iconografia

Non stupisce quindi, data questa abbondanza di diavoli, che le numerosissime descrizioni che ne hanno fatto le varie persone che hanno avuto modo di vederli (santi, mistici, streghe), siano estremamente eterogenee e che da esse sia impossibile tirarne fuori un ritratto-robot. Queste descrizioni rappresentano tuttavia il più interessante capitolo del folklore diabolico, perché in esse si rispecchiano tutti i condizionamenti, i pregiudizi, le credenze dell'epoca e della società di appartenenza, oltre che, ovviamente, della psicologia del visionario. Credo che uno studio dell'iconografia diabolica, quale risulta dalle "testimonianze" vive (che non mi risulta mai affrontato da nessuno), sarebbe di estremo interesse e fornirebbe un utile confronto all'iconografia quale emerge dalle opere d'arte, sulla quale abbiamo invece dei pregevoli studi.
A Rodolfo il Glabro appare come «un piccolo mostro umanoide». Aveva, per quanto potei vedere, il collo gracile, la faccia smunta, occhi neri, una fronte stretta e rugosa, naso piatto, una bocca enorme con labbra gonfie, il mento affilato, una barba caprina, orecchie tese e a punta, capelli radi e spettinati, denti da cane, l'occipite a punta, dorso e petto gibbosi, e vestiti sordidi». Niente di eccezionale, dunque, in questa che è una delle testimonianze "oculari" più antiche: il Diavolo di Rodolfo ha l'aspetto di un infelice, forse un nano, in cui solo alcuni qualificativi animali (barba caprina, denti da cane) sembrano alludere ad una appartenenza extraumana. Un monaco di Chiaravalle desrive invece già dei diavoli di taglia gigantesca, neri come Mori, agili come serpenti, feroci come leoni, con grandi teste, un ventre deforme, il collo lungo e sottile, una gobba pronunciata e braccia e gambe di lunghezza smisurata. Ancora siamo lontani da una vera descrizione teratologica, ma comunque gli elementi mostruosi si affiancano sempre più alle generiche aggettivazioni animali. Per Cornelio Agrippa il Diavolo ha la forma di un grande cane nero (v. Black Dogs); per Maddalena della Croce ha gambe di capro, torso umano e testa di satiro, secondo l'iconografia che è più in voga anche nelle opere d'arte a partire dal Medioevo. Molto più eterodosse sono altre descrizioni.
Per esempio San Furseo parla di demoni dai lunghi colli e con teste simili a caldaie di rame; e Santa Brigida dice di avere incontrato un diavolo dalla testa simile ad un mantice munito di una lunga canna, le braccia come serpenti, le gambe simili a un torchio ed i piedi ad uncino.
Anche le confessioni delle streghe non ci offrono un materiale più omogeneo per definire l'aspetto del Diavolo. Esso ci appare un po' in tutte le forme animali, con una preferenza per il capro ed il gatto. Ma abbiamo anche descrizioni in cui somiglia ad un grande tronco d'albero; ad un uomo gigante col viso rosso fuoco, o con due visi sulla stessa testa e sei corna; ad un uomo con piedi di grifone; o ad uno col naso terminante in tré punte. La descrizione più dettagliata ce la da una strega spagnola, Maria Zozaya (De Lancre, Tableau de l'inconstance, V, 4): «Ha una corona di corna nere, di cui tré più grandi, come quelle di un capro, e altre più piccole. Na ha poi altre due nel collo e uno in mezzo alla fronte,e questo è luminoso e con questo illumina tutti quelli che sono al Sabbat [...] i capelli sono ritti, il viso pallido, gli occhi grandi, spalancati, orribili e fiammeggianti, la barba di capro, la forma del collo e tutto il resto del corpo sproporzionato: il corpo in forma di uomo e di caprone, mani e piedi umane, ma con dita tutte di ugual lunghezza ed appuntate [...] le mani in forma di uccello da preda e i piedi d'oca, la coda lunga come quella di un asino, che gli copre le pudende». Più coerenti sono le descrizioni che vengono fatte, sempre dalle donne accusate di stregoneria, degli attributi sessuali del Maligno, col quale esse confessano, sotto tortura, di essersi accoppiate. Il membro del diavolo appare sostanzialmente enorme e rigido, e nel coito provoca molto dolore alle partners. Secondo le varie testimonianze il fallo del Diavolo è «forte e duro»; «fatto a scaglie come un pesce, e le scaglie si chiudono entrando e si aprono uscendo»; «è lungo circa due metri e normalmente è tenuto ripiegato e sinuoso come un serpente»; «è rosso, scuro e nodoso, duro e tagliente»; «è come quello di un mulo, largo e lungo come un braccio»; «è per metà di ferro e per metà di carne»; «è di corno, o per lo meno ne ha l'apparenza, ed è per quello che fa urlare le donne». In definitiva, sia pur con immagini assai diversificate, emerge una certa unanimità di opinioni: si tratta di un fallo di proporzioni gigantesche (lungo due metri, come quello di un mulo), rigido (di ferro o di corno) e provoca sofferenza (è tagliente, fatto a squame che impediscono l'uscita, fa urlare le donne). In tanta unanimità di testimonianze spicca per originalità quella di una tale Jaquema Paget che, forte della sua esperienza «per aver impugnato più volte con la mano il membro del Demonio», lo descrive in maniera assai deludente «lungo poco più di un dito e meno largo di quello umano».