Anfesibena



				

				

Serpente favoloso a due teste, citato da molti autori antichi e medievali.
Secondo il mito greco, fu generata dal sangue gocciolato dalla testa della gorgone Medusa quando Perseo volò, stringendola in pugno, sopra il deserto libico. Era velenosa e aveva lo sguardo che paralizzava. Inoltre era capace di muoversi in avanti e anche all'indietro.

Indice

[modifica] Iconografia

Le due teste sono situate alle due estremità del corpo, e rendono l'animale capace di muoversi con la stessa facilità nelle due direzioni opposte. L'Anfesibena ha anche gli occhi (che sono ovviamente quattro) luminosi come lucerne, e quindi in grado di rischiarare il cammino dell'animale anche durante la notte. Secondo l'apocrifa Lettera del Prete Gianni, avrebbe anche delle corna ritorte da ariete, fatto che la avvicinerebbe ad uno dei più frequenti ed anonimi mostri della mitologia celtica, il serpente crioce-falo o a testa d'ariete.
Secondo Plinio il Vecchio<ref>Plinio il Vecchio, Naturalis Historia</ref> le due teste dell'animale erano necessarie per poter smaltire la sovrabbondante quantità di veleno che questo serpente generava. Tuttavia, a questo aspetto nocivo faceva da contraltare il valore terapeutico che altri autori (ma anche lo stesso Plinio) riconoscevano all'Anfesibena, oltre al fatto che si diceva che anche la pelle delle sue mute fosse un'efficace protezione contro gli altri rettili.

[modifica] Interpretazione

Nella realtà l’anfisbena è un innocuo animale realmente esistente, facente parte dell’ordine degli squamati insieme a lucertole e serpenti, molto simile per certi versi alle descrizioni della creatura mitologica: la testa e la coda di questi rettili infatti sono pressoché indistinguibili tra loro. Nonostante la famiglia di appartenenza, a differenza dei loro più popolari cugini però, quasi nessuno conosce le anfisbene e il loro stile di vita rimane tutt’ora per lo più avvolto nel mistero.
Il motivo di tanto mistero è che le anfisbene sono l’unico gruppo di rettili esistente adattato a vivere nel sottosuolo e a non uscirne praticamente mai: un adattamento antichissimo che risale almeno al Giurassico, a quando esisteva ancora la Pangea, a giudicare dalla distribuzione di questi animali che al momento occupano tutta la fascia equatoriale e tropicale. In Europa abbiamo solamente una specie, il Blanus cinereus, che vive nella penisola iberica (Spagna e Portogallo). Esistono però resti fossili di 65 milioni di anni fa di Amphisbaenidi che vivevano in Germania, Inghilterra e Belgio.
Gli adattamenti alla vita nel sottosuolo hanno profondamente modificato il corpo di questi rettili, che adesso somigliano tutti esteriormente a dei lombrichi giganti: le zampe sono scomparse in quasi tutte le specie, anche se spesso conservano gli abbozzi delle anche e delle spalle; gli occhi sono diventati atrofici, affondati e ricoperti da una squama più o meno trasparente a seconda della specie; le squame sono profondamente modificate e hanno una struttura ad anello intorno al corpo. Per questo motivo le anfisbene vengono chiamate annuli: sono proprio queste squame a dare loro l’aspetto di un gigantesco lombrico. Inoltre non c’è differenza di diametro tra la testa, il corpo e la coda; la coda è capace di staccarsi come quella delle lucertole, ma a differenza delle loro cugine alle anfisbene non ricresce; l’orecchio esterno è scomparso e al suo posto è presente una struttura bizzarra, chiamata extracolumella, che sostituisce il timpano e sbuca ai lati della mandibola permettendo comunque la ricezione dei suoni e delle vibrazioni, ma nella specie Blanus cinereus la extracolumella manca ed è sostituita da una placca cartilaginea e per questo motivo quella iberica viene considerata una specie primitiva. Altre caratteristiche della misteriosa anfisbena realmente esistente è il polmone destro, che è di dimensioni ridotte, mentre nei serpenti manca completamente. Inoltre il cranio è formato da un’unica, robustissima placca ossea a volte ricoperta da squame fortemente cheratinizzate; la pelle è poco attaccata all’interno del corpo, si muove per conto proprio e alla muta si stacca tutta in un pezzo; nella bocca esiste solo un dente, posto al centro del palato, per ancorare le prede.
La particolarità più eclatante di tutte le anfisbene è la loro tecnica di scavare gallerie nel sottosuolo, in quanto hanno il non indifferente problema di non voler emergere all’aperto per eliminare il materiale di risulta dello scavo, come fanno ad esempio le talpe che lo depositano in montagnole esterne. Il problema e’ risolto in modi leggermente diversi in base alla specie di anfisbena, ma il fulcro della tecnica rimane lo stesso: prendere a capocciate il terreno fino a che non cede.

[modifica] Riferimenti letterari

  • L'Anfesibena è ricordata da Dante nella Commedia, Inferno XXIV, 87. ss.

[modifica] Bibliografia

[modifica] Fonti antiche

[modifica] Fonti moderne

  • Jorge Luis Borges, Margarita Guerrero, Manuale di zoologia fantastica, Einaudi, Torino 1998, ISBN 8806148699

[modifica] Note

<references />