Manucodiata



				

				

Si tratta del niente affatto immaginario Uccello del Paradiso, attorno al quale si sviluppò, per circa tre secoli, una serie di leggende, che lo tramutarono in essere fantastico. Le prime spoglie pervenute in Europa di questi stupendi volatili, colpirono grandemente l'immaginazione degli occidentali, sia per gli incredibili colori delle piume, che per il fatto che si trattava di spoglie mutilate ad arte; iniziarono a circolare una serie di leggende apocrife: si disse che l'uccello non aveva ne ali ne zampe (come appariva dalle spoglie pervenute) e che quindi doveva vivere fluttuando nell'aria, sostenuto da un fluido solare ardente, e che non si posava mai; la femmina perciò partoriva in aria e covava le nova sul dorso del maschio, sul quale esisteva una apposita cavità. Vennero anche spacciate per vere delle presunte leggende malesi secondo le quali le piume del Manucodiata rendevano gli stregoni capaci di volare. La leggenda nacque al ritorno dell'unica nave superstite della flotta di Magellano, reduce dal giro del mondo, nel 1522. Tra le varie rarità che si trovavano a bordo, la più splendida erano certo le spoglie degli Uccelli del Paradiso. La lavorazione cui gli indigeni delle Molucche e della Nuova Guinea sottoponevano queste spoglie, consisteva nel privare il corpo delle interiora, ossa comprese, e delle zampe, lasciando solo la spessa pelle, su cui erano innestate le strabilianti multicolori piume. La pelle veniva poi tesa su una bacchetta di legno, e fatta seccare su un fuoco, finché non diventava dura e tesa, rimanendo gonfia anche quando si toglieva dall'interno la bacchetta. L'animale appariva così intatto e gonfio, come da vivo, ma senza zampe, ed' innaturalmente leggero. Il naturalista spagnolo Francisco Lopez de Gomora, il primo ad esaminare l'uccello, sentenziò: «Siamo d'avviso che questi uccelli si nutrano di rugiada e del nettare degli alberi di droghe. Comunque stiano le cose, è chiaro che non si decompongono mai». Qualche anno dopo anche il Parè si occupa del Manucodiata (il nome deriva dall cranico ma'nuq devota, uccello degli dei) ed aggiunge nuove suggestioni alla leggenda: «Abita nell'aria, in alto; il suo becco e il corpo somigliano a quello della rondine, ma sono ornati di molte piume; quelle sopra alla testa sembrano di oro puro, e quelle della gola simili a quelle di un'anatra, mentre la coda e le ali sono simili a quelle del pavone. Non ha piedi, e se si sente stanco, o vuole dormire, si appende ai rami di qualche albero, attorcigliandovi le piume. Vola a velocità straordinaria e si nutre di aria e di rugiada. Il maschio ha una cavità sul dorso, nella quale la femmina cova i suoi piccoli». Cosi autorevolmente suffragata la leggenda passa indenne per quasi tre secoli, ed è solo nel XIX secolo che viene infine sfatata definitivamente, dopo essere comparsa perfino nelle documentatissime opere di Linneo e Buffon.