Biblioteca:Ovidio, Heroides, 14. Ipermestra a Linceo



				

				

Ipermestra scrive all'unico rimasto dei suoi fratelli; la schiera degli altri giace morta, per il crimine delle loro spose. Sono confinata in casa, stretta da pesanti catene; il motivo della mia punizione è che ho avuto pietà. Sono colpevole, perché la mia mano ebbe orrore di affondarti una spada in gola; sarei elogiata, se avessi avuto il coraggio di compiere il delitto. È meglio essere colpevole che aver assecondato in quel modo mio padre; non mi rincresce di avere le mani monde dal sangue. Mi bruci pure mio padre, con quel fuoco che non ho profanato, mi scagli pure in faccia quelle fiaccole, che brillavano alla cerimonia, o mi sgozzi con quella spada che mi consegnò con scopi malvagi, così che sia uccisa io, la sposa, con quella morte che non subì mio marito - non riuscirà però ad ottenere che la mia bocca, in punto di morte, dica: "Mi pento". Non lo è colei che rimpiange di essere pia! Si pentano del delitto Danao e le mie crudeli sorelle; questo è di solito l'effetto delle azioni scellerate. Il mio cuore è atterrito al ricordo della notte profanata dal sangue ed un tremito improvviso mi impedisce di articolare la mano. Quella mano che tu crederesti capace di compiere l'assassinio del marito, ha paura di scrivere dell'assassinio che non ha compiuto. Ma tuttavia tenterò. Era appena sceso il crepuscolo sulla terra, terminava il giorno, aveva inizio la notte. Noi, discendenti di Inaco, siamo condotte al palazzo del grande Pelasgo ed il suocero in persona accoglie le nuore armate. Da ogni parte risplendono le lampade, tutte ornate d'oro, sul fuoco, che sembra rifiutarlo, viene sparso incenso sacrilego. La gente invoca: "Imene, Imeneo". Il dio fugge chi lo invoca; persino la consorte di Zeus si allontanò dalla sua città. Ed ecco i numerosi fratelli, barcollanti per il vino, fra gli schiamazzi degli amici, con le chiome umide trattenute da corone di fiori freschi, si ritirano gioiosi nelle stanze nuziali - le stanze, loro tombe! - e coi loro corpi si abbandonano di peso sui letti, adatti piuttosto a un funerale. Ormai giacevano addormentati, appesantiti dal cibo e dal vino e una profonda quiete regnava su Argo tranquilla. Mi sembrava di sentire attorno a me gemiti di moribondi, e li udivo davvero, ed era ciò che temevo. Il sangue si ritira, il calore abbandona il corpo e la mente e, divenuta di ghiaccio, giacqui nel letto nuovo. Come le spighe sottili vibrano al lieve soffio di Zefiro, come un vento freddo scuote le chiome dei pioppi, così, o anche di più, tremai. Tu eri coricato, ed il vino, che ti avevo dato, ti aveva stordito. Gli ordini del mio violento padre ricacciarono la paura; mi alzo ed afferro l'arma con mano tremante. Non dirò il falso. Per tre volte la mia mano levò la spada affilata, per tre volte la mano ricadde, dopo aver sollevato la spada con crudele decisione. Alla fine, vinta dalla terribile paura di mio padre, accostai alla tua gola l'arma paterna. Ma timore e compassione si opposero al crudele misfatto e la mia casta mano rifuggì dall'azione imposta. Mi strappai la veste di porpora, mi strappai i capelli e, con un filo di voce, pronunciai queste parole: "Ipermestra, hai un padre crudele; esegui gli ordini del tuo genitore; vada costui a fare compagnia ai suoi fratelli! Sono donna e vergine, mite per natura e per gli anni: mani delicate non si prestano ad armi crudeli. Suvvia, finché giace nel sonno, imita le coraggiose sorelle; è probabile che tutte abbiano ormai ucciso i loro mariti. Ma se questa mano potesse commettere qualche delitto, sarebbe insanguinata per la morte della sua padrona. O hanno meritato la morte per voler possedere il regno dello zio, che tuttavia doveva essere destinato a generi stranieri? Mettiamo pure che i nostri mariti avessero meritato la morte; ma noi, che abbiamo fatto? Per quale delitto commesso non mi è concesso di essere pia? Cosa ho a che fare con la spada? A che scopo armi da guerra ad una fanciulla? La lana e la conocchia si adattano meglio alle mie dita". Così parlai. Mentre mi lamento, le lacrime tengono dietro alle parole e dai miei occhi cadono giù sul tuo corpo. Mentre cerchi di abbracciarmi e agiti le braccia addormentate, per poco la tua mano non fu ferita dalla mia spada. E ormai temevo mio padre e i servi di mio padre e la luce del giorno. Queste mie parole ti scacciarono il sonno: "Alzati, presto, nipote di Belo, unico, ormai di tanti fratelli! Se non ti affretti, questa notte sarà eterna per te!". In preda al terrore balzi su, tutto il torpore del sonno svanisce, scorgi nella mia mano timorosa l'arma violenta. A te, che me ne domandavi il motivo, risposi: "Finché la notte lo permette, scappa!". Finché l'oscurità della notte lo permette, tu fuggi, io resto. Era mattina e Danao conta i generi che giacciono uccisi. Tu solo manchi a completare la strage. Egli mal sopporta che al massacro dei parenti ne sia scampato uno e lamenta che sia poco il sangue versato. Vengo strappata via dai piedi di mio padre e trascinata per i capelli - questa è la ricompensa che ha ottenuto la mia pietà? -, mi rinchiude ora il carcere. L'ira di Era perdura certo, dal momento in cui una donna diventò giovenca e da giovenca dea. Eppure è punizione sufficiente che una delicata fanciulla abbia emesso muggiti, e che lei, poco prima bella, non potesse più piacere a Zeus. La nuova giovenca si fermò sulle rive del fiume suo padre e vide nelle acque paterne corna non sue e dalla bocca che aveva tentato un lamento, emise dei muggiti e rimase terrorizzata dal suo aspetto, terrorizzata dalla sua voce. Perché sei sconvolta, o infelice? Perché ti specchi nell'acqua? Perché ti conti i piedi fatti per le nuove membra? Tu, l'amante del grande Zeus, motivo di timore per sua sorella, allevii la grande fame con foglie ed erbe, bevi alla sorgente e guardi piena di stupore la tua immagine e temi che ti feriscano le armi che porti. Tu che poc'anzi eri ricca, da poter sembrare degna anche di Zeus, ti stendi nuda sulla nuda terra. Corri attraverso il mare, attraverso le terre e lungo i fiumi tuoi parenti; il mare, la terra, i fiumi ti offrono un passaggio. Che motivo hai di fuggire? Ah, perché vai errando sul mare sconfinato? Non potrai sfuggire al tuo stesso aspetto. Dove ti affretti, figlia di Inaco? Sei sempre tu a inseguire e fuggire; tu sei la guida che ti accompagna, tu la compagna che ti guida. Il Nilo che sfocia in mare per sette bocche, liberò il volto dell'amante di Zeus dalla giovenca infuriata. Perché ricordare cose remote, che mi raccontano vecchi canuti? Ecco che i miei anni mi danno di che lamentarmi. Mio padre e mio zio sono in guerra; siamo scacciati dal regno e dal palazzo, siamo scaraventati e relegati ai confini del mondo. Lui, violento, da solo si impadronisce del trono e dello scettro; mentre noi, misero drappello, vaghiamo con un misero vecchio. Della schiera dei fratelli sopravvive una parte piccolissima; piango sia chi fu dato alla morte, sia chi la diede. Infatti quanti fratelli mi sono morti, altrettante sorelle ho perduto; l'una e l'altra schiera riceva il mio pianto. Ecco, poiché tu sei vivo, mi attendono i tormenti della punizione. Cosa mi accadrà in caso di colpa, se vengo accusata per un'azione lodevole? E io sventurata, centesima un tempo della schiera dei consanguinei, morirò, mentre è salvo un solo fratello. Ma tu, Linceo, se ti sta un po' a cuore la tua pia sorella e se sei degno della grazia che ti ho concesso, dammi il tuo aiuto o uccidimi; deponi di nascosto sul rogo il mio corpo senza vita e seppellisci le mie ossa bagnate di lacrime devote; sul mio sepolcro sia scolpita questa breve iscrizione: "Ipermestra, un tempo esule, subì ella stessa, come ingiusta ricompensa della sua pietà, la morte che evitò al fratello". Vorrei scrivere più a lungo; ma la mia mano è affaticata dal peso della catena e la paura stessa mi toglie le forze.