Vita Merlini

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Le avventure di Merlino nella Historia Regum Britanniae cessano nel momento in cui il mago rende possibile l'incontro tra Uther Pendragon e Igerne, nella notte fatale in cui verrà concepito Artù. Successivamente Geoffrey tornò sul personaggio, componendo, intorno al II48, un poemetto in I.529 esametri, la Vita MerIini, di cui il mago è protagonista assoluto. Quest'opera presenta molte sorprese, soprattutto per quanto concerne l'evoluzione del personaggio: scopriamo infatti che Merlino ha cinto la corona di un regno nel Galles, è sposato e ha una sorella che si preoccupa per lui. Conserva le virtù profetiche, ma non fa più uso dei poteri straordinari dei quali era depositario nella Historia. Nel corso di una battaglia perde addirittura la ragione e fugge in una foresta, vivendo come una bestia selvatica.
La follia e le vicende che ne seguono apparentano la Vita Merlini ad altri testi medievali. Innanzitutto al Buile Suibne (La follia di Suibne), un racconto appartenente alla ricca produzione letteraria celtica di Irlanda: vi si narra la vicenda del Re Suibne, che, vittima della maledizione di un santo abate, perde la ragione nel corso di una battaglia e si mette a vagare tra i boschi come un animale selvatico; rintracciato da un amico, ritorna alla vita civile, ma cade di nuovo preda della follia e riprende la via dei boschi, dove sarà ucciso per errore. Dallo Strathclyde provengono invece due componimenti latini, imperniati sul personaggio di Lailoken: anche questi è un folle, che vive nei boschi e si rivela in grado di predire il futuro.
Le analogie tra questi testi e la Vita Merlini sono numerose ed è problematico stabilire la priorità di uno di essi sugli altri, o le loro reciproche influenze. Dietro i vari Suibne, Lailoken o Merlino, peraltro, si intravvede un archetipo comune, quello dell'Uomo Selvatico.
La convinzione che nei boschi vivano uomini solitari, in qualche modo partecipi della natura animalesca, è molto antica, presente presso diverse culture e documentata anche a livello letterario. Leggende sull'Uomo Selvaggio sono fiorite fino a epoche recenti nell'Italia centro-settentrionale, in corrispondenza con aree anticamente popolate dai Celti. L'Uomo Selvaggio è una creatura sostanzialmente innocua, sfugge gli uomini, vive in comunione con la natura, è in possesso di conoscenze negate all'uomo comune, ma è disposto a rivelarle pur di conservare la libertà; la sua figura, nella fantasia popolare, spesso si confonde con quella del folle e dell' eremita. Non è difficile individuare in questa fenomenologia molti degli atteggiamenti assunti da Merlino nel corso della sua esperienza di abitatore dei boschi. L'Uomo Selvaggio incarna un mito: il mito di colui che è in grado di comprendere il linguaggio della natura e perciò di accedere a segreti preclusi all'uomo comune. Lo stesso mito incarnato dalla figura del mago Merlino, la cui diversità dall'uomo comune è evidente sin dal momento del concepimento. Solo a un personaggio del genere, capace di valicare i limiti spazio-temporali attraverso la conoscenza del linguaggio degli astri, Goeffrey poteva affidare il ruolo di protagonista della sua opera e di suo portavoce, per rendere ancor più autorevole e convincente la recisa condanna delle contese civili. Quella di Merlino non è dunque follia, ma superiore lucidità: la vera follia è quella dei Britanni, incapaci di trovare la concordia e perennemente sprofondati nell' abisso della guerra civile.