Tantalo (1)



				

				

Figlio di Zeus e della titanessa Pluto, la ricchezza, nacque in Lidia e governò a Sipilo. Sposo di Dione o di Eurianassa. Tantalo ebbe tre figli: Pelope, Niobe e Brotea. Tantalo, invidiato per le proprie ricchezze non regnava soltanto in Lidia, ma anche sulla Frigia, sul monte Ida, la piana di Troia e sull'isola di Lesbo. Ammesso alla mensa degli dèi, e avendo ascoltato le loro conversazioni, era divenuto immortale. Per contraccambiare l'ospitalità un giorno invitò gli dèi ad un banchetto nella sua capitale Sipilo, dove, in onore delle divinità intervenuto, osò imbandire quanto di più caro aveva, il figlio Pelope, tagliato a pezzi e fatto bollire. Il gesto fu interpretato con l'intenzione di mettere a prova l'onniscenza degli dèi e non con l'intenzione di onorarli con quanto aveva di più prezioso, ma ad ogni modo sia l'una che l'altra intenzione risultava essere una nefandezza, la prima perché metteva in dubbio le qualità degli dèi, la seconda per il sacrificio umano che gli dèi olimpi avevano ripudiato e sostituito con sacrifici di animali. Ritornando al banchetto gli dèi rifiutarono di assaggiare quel piatto, tranne Demetra che ancora sconvolta dal dolore per la perdita della figlia Persefone, distrattamente mangiò la carne di una spalla. Ermes andò nell'Ade a prendere Pelope, Rea ricompose i pezzetti e fece riemergere dal calderone il giovane più bello che mai, la spalla mangiata venne sostituita con una d'avorio. Il sacrificio di Pelope non fu l'unica empietà di Tantalo; infatti, invitato alla mensa degli dèi, egli avrebbe rubato nettare ed ambrosia per darla ai propri amici mortali ed avrebbe divulgato i segreti appresi dagli dèi. Per queste offese, Tantalo venne relegato nel Tartaro, dove tormentato dalla fame e dalla sete, legato ad un albero da frutto, immerso nell'acqua di una palude, non riesce a berla perché appena si avvicina l'acqua si ritrae e ogni volta che cerca di raccogliere un frutto, i rami si allontanano ed inoltre un enorme masso incombe sul suo capo minacciandolo di schiacciargli il cranio a ogni momento, facendolo così rimanere in una condizione di perenne terrore.

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