Polifemo

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È il più celebre dei Ciclopi, discendente però da un ceppo secondario, che non appartiene alla più antica generazione divina, ma che sembra essere stato unicamente una popolazione selvaggia di pastori antropofagi. stabilitisi in Sicilia. Polifemo ed i suoi compagni non hanno infatti niente in comune con i Ciclopi celesti, abili fabbri, forgiatori delle saette di Zeus, nè con la razza mitica. cui si attribuivano tutte le costruzioni preistoriche. dette appunto "ciclopiche". Polifemo è figlio di Poseidone e di una ninfa, figlia di Forco. Si tratta quindi di un essere strettamente legato all'elemento acquatico: è questo il motivo che lo pone come protagonista di una delle più celebri avventure di Ulisse. Imprigionato con i suoi compagni nella grotta del mostro, l'eroe è destinato, come tutti gli altri, ad essere cibo per Polifemo. Avendogli però Ulisse dato un vino delizioso che aveva portato con sé sbarcando, il ciclope gli promette di mangiarlo per ultimo.
Poi il mostro, poco abituato al vino, si ubriaca e cade addormentato; Ulisse ed i compagni superstiti ne approfittano per perforargli con un tronco l'unico occhio e, al risveglio rabbioso del mostro, si nascondono aggrappandosi sotto il ventre dei montoni, e riescono cosi a fuggire incolumi. Il ciclope cerca aiuto tra i suoi simili, ma non riesce a spiegare l'accaduto con precisione, e questo da modo ad Ulisse di imbarcarsi e partire. È evidentissima in Omero la volontà di descrivere in maniera accentuata lo stato primitivo di questi esseri e la loro condizione subumana. Ciò ha portato a varie interpretazioni razionalistiche del mito. C'è chi ha pensato che i ciclopi siciliani fossero una popolazione di scimmie antropomorfe, per la precisione gorilla; chi ha pensato che l'idea del ciclope monocolo dovesse attribuirsi ai ritrovamenti, avvenuti più volte in Sicilia, di crani di elefanti fossili, nei quali il grosso foro centrale, che corrisponde all'attacco della proboscide, veniva scambiato per un occhio; chi, come Roger Dion, ha visto nel mito dei ciclopi siciliani una satira del popolo dei corinzi e della città di Corinto in particolare; infine, ed è l'interpretazione più famosa, c'è chi ha visto nei ciclopi dell'Odissea delle figurazioni allegoriche delle zone vulcaniche e nell'occhio unico le bocche degli stessi vulcani. In questa stessa chiave si possono interpretare tutte le fasi del racconto omerico: i sonni del mostro, alternati a risvegli collerici, sono i "parossismi" o le eruzioni alternate a periodi di pausa: le urla del ciclope, le esplosioni; le materie rigurgitate, le eruzioni laviche; i massi scagliati contro la nave di Ulisse, l'esplosione delle pareti interne del cratere, lanciate a distanza dal vulcano. Accanto al più celebre mito omerico, ne esiste un altro, riportato da Teocrito e da Ovidio, che vede il rustico Polifemo teneramente innamorato della nereide Galatea, che lo snobba perché troppo rozzo. Secondo un'altra versione, invece, Galatea ricambierebbe l'amore di Polifemo e gli darebbe perfino dei figli.