Il Vij



				

				

Indice

[modifica] La Trama

L'intera vicenda può essere considerata una vera e propria fiaba: ma non a lieto fine. Il protagonista è Chomà (Tommaso) Brut, un orfano seminarista, che all'interno della bursà fa parte dell'ultimo corso, quello dei filosofi. Chomà è un bel giovane con una grande voglia di vivere e di godersi a pieni i piaceri della vita, ama tutto ciò che è bello: dagli amori di graziose fanciulle e avvenenti vedove al fumare la pipa in tutta tranquillità tra le stupende campagne ucraine, dal gustarsi abbondanti e succulenti cibi al bere vodka senza misura. Durante le vacanze i seminaristi senza famiglia, e quindi anche Chomà, si sparpagliano per le campagne e per le città alla ricerca di qualche famiglia che li ospiti in cambio di qualche piccolo lavoro. Sfortunatamente Chomà insieme ai suoi amici, che però hanno poco peso nella storia, viene ospitato da una vecchietta che si rivela poi essere una strega. La vecchia si mostra in tali sembianze al filosofo, di notte, e, montandogli sopra, lo costringe a galoppare per luoghi misteriosi e tetri. Per sua enorme fortuna il giovane conosce qualche preghiera contro le creature del Male, e grazie a queste riesce a capovolgere la situazione: ora è lui a cavalcare la vecchia strega. Costei, oppressa dalla fatica, stramazza al suolo moribonda. Solo allora ella si trasforma in ciò che realmente è: una bellissima fanciulla. Il padre della ragazza è però un sotnik, ovvero il comandante di una centuria, e non ha quindi difficoltà a costringere Chomà a recitare, come la stessa fanciulla aveva chiesto sul letto di morte, per tre notti salmi e preghiere nella chiesa in cui si trova la bara della figlia. Chomà più volte cerca di fuggire, ma è sempre strettamente sorvegliato dai cosacchi del sotnik. Così, facendosi coraggio, riesce con l'aiuto delle sue preghiere a tenere a bada le forze malefiche che, durante la notte, si scatenano nella chiesa. ma l'ultima gli è fatale: infatti in aiuto degli spiriti interviene il Vij, il re degli gnomi, che indica loro dove si trova il filosofo, ma quest'ultimo appena vede lo gnomo muore di paura.. Ma se la storia non è a lieto fine per il protagonista, che incarna le forze del Bene, non lo è nemmeno per le forze diaboliche: gli spiriti infatti, non sentendo il terzo canto del gallo, rimangono spiaccicati alle finestre della chiesa nel tentativo di fuggire.

[modifica] La figura del Vij

Sicuramente quella del Vij è la figura più enigmatica e strana. Il racconto porta il suo nome, ma egli non appare se non alla fine della storia e la sua descrizione è racchiusa in poche righe. Inoltre riguardo alla sua importanza nella vittoria del Male in questa vicenda nascono dubbi inspiegabili e domande che, come risposte, possono avere solo ipotesi affascinanti. Il Vij è davvero una potenza tale da vedere ciò che gli altri spiriti non riescono ad individuare, da rendere nulli gli scongiuri del filosofo, scongiuri creati, badate bene, da una cultura popolare, quella ucraina, che è ricca di figure malefiche più o meno importanti e che risulta molto esperta nel combatterli? Forse si, forse questa potenza deriva dal fatto che il Vij, essendo uno gnomo, anzi il re degli gnomi, al contrario degli altri demoni è legato alla natura terrestre (gli gnomi infatti vivono nelle viscere della Terra), cui appartiene lo stesso Chomà. La sua stessa immagine e la sua composizione sembrano testimoniarlo. Esso appare come un miscuglio di sostanze vegetali e minerali e non mancano certamente caratteristiche umane. E' un tozzo albero con rami contorti al posto delle braccia e radici nodose al posto delle gambe, è completamente ricoperto di terra, il suo volto è coperta da una lastra di ferro, cosa che sembra spaventare molto Chomà , ma egli non sa che per lui il pericolo viene dagli occhi, quegli occhi su cui si abbassano palpebre pesanti e minacciose. D'altra parte nasce il dubbio che Chomà avrebbe potuto salvarsi anche dal re degli gnomi, bastava "non guardare", come gli suggeriva una voce interna, ma "non guardare significa essere passivo e indifferente, lasciarsi travolgere dalla realtà, guardare è morire, ma guardare significa anche rendersi conto di ciò che accade intorno a noi, aver voglia di godersi la vita, essere vivo. Guardare è tutto ciò che Chomà aveva fatto nella sua vita, perché adesso avrebbe dovuto comportarsi in maniera diversa, perché non avrebbe dovuto vedere ciò che lo minacciava, invece di chiudere semplicemente gli occhi e sperare che tutto finisse nel migliore dei modi o abbandonarsi alla furia distruttiva degli spiriti.

[modifica] La visione della realtà di Gogol

Sicuramente Il Vij è un racconto molto sentito da Gogol, egli identifica in Chomà tutto ciò che avrebbe voluto essere ed avere, il suo modo di vivere così spensierato e tutt'altro che impegnativo, il suo rapporto con le donne fondato su un dare e ricevere fuggevole e spontaneo, il suo vivere alla giornata, senza preoccuparsi del domani, senza angosce e problemi inutili per la testa. Il rapporto Gogol-Chomà è senza ombra di dubbio un rapporto di amore-odio. Gogol capisce che la vita che Chomà ha scelto di condurre è il modo più giusto di affrontare la realtà, di porsi di fronte ai problemi che la vita ci porta ogni giorno con attività ma senza per questo rimanerne scottati più di tanto, lo testimonia anche il fatto che l'unica cosa che può mettere fine alla sua felicità è una forza esterna, soprannaturale. Ma allo stesso tempo Gogol odia il personaggio di Chomà. Il suo odio nasce però più che altro dall'invidia per essere stato tanto fortunato da nascere e vivere libero da ogni vincolo sociale, può vagabondare felice e spensierato per le campagne, e tutto questo gli ha consentito di coltivare in sè la cultura del piacere e del divertimento. Ma per meglio capire quale sia la condizione di Gogol, per la quale egli prova un'indicibile sofferenza, è necessario confrontare la figura di Chomà con quella di un altro personaggio creato dal genio di Gogol, Akakij Akakievic, protagonista del racconto Il cappotto . Akakij rappresenta, a differenza di Chomà, ciò che Gool realmente è, la sua vera condizione esistenziale. Akakij è un insignificante impiegato di una città non meglio identificata, la sua vita è fatta di miseria e di isolamento, per questo i suoi colleghi lo deridono e lo sfottono, loro cercano di condurre una vita mondana fatta di feste noiose e stupide, Akakij invece è tutto preso dal suo lavoro, tanto che continua a lavorare anche a casa, e si estranea totalmente dal resto del mondo; conduce, quindi, una vita povera, pur lavorando senza posa, infatti, guadagna pochissimo, e infelice. Ma Akakij Akakievic, in realtà, non si sente tale: gli piace il lavoro che fa, anzi sembra vivere solo per quello, e sicuramente non lo cambierebbe per nessuna di quelle feste che tanto piacciono ai suoi colleghi. Ma la condizione di Akakij non viene vista da Gogol con un senso di pietà verso un uomo che ha sbagliato a scegliere il tipo di vita da condurre, piuttosto quello di Gogol è un sentimento di solidarietà verso una persona che , come lui, "non vive", non per vigliaccheria, non perché ha paura di "guardare", ma perché ha avuto la sfortuna di trovarsi in una società opprimente e classista in cui è praticamente impossibile condurre il tipo di vita di Chomà, e per questo Akakij ha preferito vivere in modo misero, accontentandosi di cose semplici, come il suo lavoro non gratificante, piuttosto che crearsi una vita fatta di felicità false e piaceri illusori, come avevano fatto i suoi colleghi. Una vita, la loro, falsa e illusoria perché non totalmente libera ma limitata e regolata sempre da un oppressivo sistema sociale, che lo stesso autore disprezza più di ogni altra cosa. Da questo punto di vista, quindi, Gogol ritiene più meritevole di stima il povero Akakij che non i suoi colleghi. Ed è ancora quella maledetta società a decretare la fine del povero Akakij. Costui, infatti, spinto dalla necessità di comperarsi un cappotto nuovo per l'inverno, finisce anch'egli per identificarsi nella classe sociale dei suoi colleghi, il cappotto infatti gli procura, per la sua bellezza, la stima delle persone che lavorano con lui, le quali, impersonando la società, lo travolgono nella loro vita fatta di squallide feste. Ma già solo la prima di questa gli sarà fatale per l'impiegato: ritornando a casa da una festa in piena notte, viene aggredito da due loschi figuri che gli rubano il cappotto nuovo. Akakij per il dolore (aveva fatto enormi sacrifici per comprarlo), muore lì sul posto dove è stato compiuto lo scempio. Alla fine del racconto Gogol ci informa che il fantasma di Akakij si aggira per la città terrorizzando chiunque porti un cappotto. Gogol, quindi, identifica la propria condizione con quella di Akakij, vi è però una importante differenza. Akakij non è mai consapevole del fatto di condurre un tipo di vita che, paragonato a quello di Chomà, non è certamente il migliore, e non è nemmeno cosciente di essere travolto, dagli ingranaggi della società, verso quel modo di vivere che egli stesso aveva rifiutato. Gogol, invece, è consapevole del fatto che gli è impossibile vivere nel modo in cui egli invece desiderava, anzi è consapevole anche del fatto che il tipo di vita di Chomà sta per essere lentamente eliminato a causa dell'enorme sviluppo della città, portatrici di quella società che si pone come un grande pericolo per l'uomo, in quanto ne limita la libertà. Ed è proprio questa consapevolezza che comprometterà irrimediabilmente la salute di Gogol, i suoi giorni diventeranno un alternarsi sempre più frequente e penoso di dubbi e rimorsi, che lo porteranno, poi, alla morte.

[modifica] Stile e Struttura

Passiamo ora ad analizzare lo stile e la struttura che Gogol utilizza nella maggior parte dei suoi racconti e che gli permette di trasformare quelle leggende popolari ucraine, che egli tanto amava, in veri e propri racconti letterari. Il suo modo di scrivere è straordinariamente mobile, egli riesce a cambiare tono e ritmo della narrazione molto velocemente a seconda della situazione che vuole descrivere, e ancora il suo stile è estremamente asciutto e lineare, porta il lettore ad abbandonarsi totalmente al ritmo delle parole, delle frasi, e a vivere con emozioni palpitanti e sempre più travolgenti il susseguirsi degli eventi. Ma particolarmente interessante è la struttura del racconto, una struttura che riassume perfettamente il genio di Gogol. L'autore riesce ad elaborare una miscela formidabile, in cui l'elemento realistico e quello fantastico si intrecciano, si rincorrono, si sfiorano, si separano, si incontrano di nuovo, fino a formare un fluido che scorre veloce per luoghi inesplorati e misteriosi. All'inizio è il mondo reale a farla da padrone: Gogol descrive, da grande conoscitore del folklore e della vita ucraina quale è, in modo mirabile la vita dei seminaristi nella bursà. Veniamo così a sapere che questa si divide in tre corsi: grammatici, retori e filosofi. Ci istruisce poi sulle loro diverse abitudini, su come passano il tempo libero, sulle attività che svolgono per guadagnarsi quel poco che permetta loro di vivere, sul modo di passare le vacanze, e infine ci racconta in modo molto scherzoso le bizzarre battaglie che avvengono tra le classi quando qualche professore arriva in ritardo. L'elemento fantastico si inserisce invece con la comparsa della strega che monta su Chomà e lo costringe a galoppare: ed è proprio questo il momento in cui Gogol raggiunge l'apice del suo repertorio fantastico. La descrizione del mondo in cui Chomà si ritrova è sublime: "La falce di luna risplendeva in cielo, ma rovesciata. Il timido chiarore di mezzanotte, come un manto trasparente, si stendeva lievemente sulla terra, evaporava. I boschi, i prati, il cielo, le valli, tutto sembrava che dormisse con gli occhi aperti....Le ombre degli alberi e dei cespugli cadevano come comete, in cunei acuminati, sulla dolce pianura....Chomà vedeva come, invece della luna risplendeva laggiù non sapeva quale sole; sentiva che azzurre campanule, piegando i capini, risuonavano. Vedeva che da dietro un carice usciva a nuoto una rusalka, apparivano la sua schiena e una gamba ben tornita, morbida, tutta fatta di splendore e di tremore. La rusalka si girò verso di lui: ecco il suo volto, con gli occhi scintillanti, luminosi, acuti. Cantava un canto che penetrava nell'animo;... ed ecco la rusalka rovesciarsi sulla schiena, e le sue mammelle, simili a nuvole, dolcemente opache come la porcella na non smaltata, che trasparivano sotto quel sale, l'una e l'altra, con la loro rotondità bianca, elastica, tenera....E la rusalka freme tutta, e ride nell'acqua..."
Gli elementi che caratterizzano questa descrizione sono eccezionalmente simbolici ed espressivi, la chiave di lettura della dimensione in cui Chomà si trova ci viene offerta subito dalla prima frase: la falce di luna rovesciata. E' proprio quell'aggettivo "rovesciata" che ci fa subito comprendere di essere entrati in un mondo diverso da quello umano, in cui tutto è appunto capovolto: il regno dei morti. Oltre alla luna Chomà intravede anche un'altra luce, quella di un sole , anzi del sole che, dopo essere tramontato nel mondo dei vivi, risplende al contrario in quello dei morti. E' logico quindi aspettarsi di vedere cose e personaggi fantastici. Molto si potrebbe dire anche sulla falce di luna che si ritrova in moltissimi racconti dell'orrore e che lascia sempre presagire che qualcosa di brutto stia per accadere, diventa così, segnale che preannuncia lo scatenarsi delle forze diaboliche. Ad essa molte popolazioni hanno attribuito poteri magici, come ad esempio i Celti, per i quali essa era il simbolo di Morrigan, dea degli inferi, ed era possibile resuscitare i morti celebrando particolari riti solo quando la falce di luna risplendeva in cielo.
Ma ritorniamo al mondo fantastico dove abbiamo lasciato Chomà e a ciò che il bursakì vede. La natura sembra placida e tranquilla, tutto ciò che lo circonda sembra dormire, anche l'oscurità e le ombre degli alberi scendono dolcemente sulla terra, ma questa è solo apparenza, e lo sa anche Chomà: i prati, il cielo, tutto lo scruta, ogni cosa dorme con gli occhi aperti, e da un momento all'altro da un cespuglio potrebbe sbucare all'improvviso un essere mostruoso. Ed infatti a completare il quadro tetro ed angosciante in cui si muove il disgraziato filosofo è l'apparizione di una rusalka, che lo terrorizza oltremodo. Ma non è l'aspetto della creatura, sicuramente non umano e mostruoso, a suscitare in Chomà un sentimento d'orrore, è invece quel ghigno diabolico, carico d'odio, che per Chomà sembra voler dire che la morte è in agguato, ed anche quel canto che la creatura intona e che si insinua nelle ossa e nella carne, fino ad arrivare poi nell'anima per tormentarlo e scombussolare la sua mente. Ma alla fine, come sappiamo, è Chomà ad averla vinta, ed ancora una volta la chiave per tornare nel mondo dei vivi consiste in un capovolgimento: quello che vede Chomà montare in groppa alla strega.
D'ora in poi il reale ed il fantastico assumeranno dimensioni distinte, ma allo stesso tempo indissolubilmente legate tra loro. Di giorno Gogol ci allieterà con felici e colorate descrizioni della vita quotidiana di un povero villaggio ucraino, e lo stesso Chomà penserà solo a spassarsela. allontanando ogni pensiero tetro e triste legato alla sua infelice condizione di prigioniero. Di notte invece gli spiriti maligni e la cadaverica figura della fanciulla spaventeranno il povero Chomà che lotterà contro di loro pronunciando senza posa preghiere e scongiuri.
Abbiamo parlato finora dell'abilità di Gogol nel fondere realtà e fantasia, cosa che, come abbiamo visto, costituisce la struttura fondamentale dell'intero racconto e di molti altri suoi racconti, ma ci rimane ancora da analizzare un ultimo elemento che distingue lo stile narrativo dello scrittore russo: il grottesco. Per grottesco si intende il creare in un momento di drammaticità un evento tragicomico che abbia proporzioni paradossali e d inspiegabili, che sembra a prima vista sdrammatizzare la situazione, ma che in realtà ne accentua il carattere tragico. Il grottesco è posto nei racconti di Gogol sempre verso la fine, e conferisce al racconto un svolta, o meglio un'evoluzione che lo rende ambiguo e bizzarro. Nel Vij il grottesco sta nel fatto che Chomà non muore perché gli spiriti aiutati dallo gnomo gli si avventano contro e lo sopraffanno, bensì perché egli non regge alla vista del Vij, prima ancora dunque che esso possa intervenire a favore degli spiriti da cui era stato invocato.
Nel già citato racconto "Il cappotto" l'elemento grottesco è costruito dal fatto che Akakij, dopo aver fatto enormi sacrifici per riuscirsi a comprare il suo cappotto nuovo, se lo vede rubare dopo averlo indossato per la prima volta.