Grifone (1)



				

				

È straordinario il fatto che un animale come il grifone, presente ininterrottamente nell'iconografia e nella storia dell'arte da circa seimila anni nell'area mediterranea e medio-orientale senza aver mai conosciuto momenti di eclisse, non abbia mai dato luogo ad una vera narrazione mitica. Attorno al grifone, infatti, non abbiamo che due abbozzi mitici (la lotta contro i grifoni custodi dell'oro e il viaggio celeste di Alessandro Magno) che poco hanno contribuito a fare di questa creatura un archetipo mentale, come è avvenuto per la Sirena, il Drago, la Sfìnge o l'Unicorno. Sembra in realtà che l'enorme diffusione iconografica di questo animale sia dovuta in massima parte proprio al suo aspetto formale, che per eleganza e vigore si presta particolarmente bene a svolgere un ruolo emblematico o allegorico, piuttosto che incarnare le ambiguità simboliche di cui quegli altri mostri sono portatori.

Indice

[modifica] Etimologia

Nelle traduzioni bibliche l'ebraico peres, che si trovava in Levitico, XI, 13 ed in Deuteronomio, XIV, 12, era stato tradotto dai Settanta con gryps e dalla Vulgata con gryphes, cioè grifone. Va tuttavia fatto notare che le traduzioni bibliche non sembrano rispondere pienamente al senso dell'ebraico peres, il quale, come fece già notare Boehart, si riferisce semplicemente ad un uccello con becco ed unghie ricurve, cioè semplicemente un rapace. Tuttavia, questa traduzione imprecisa servì ad accreditare ulteriormente la presunta esistenza dei grifoni, grazie all'autorità indiscussa che godevano i testi biblici. Quanto all'etimologia del nome abbiamo tre ipotesi: che esso derivi da guròs, ricurvo, con riferimento evidente al carattere rapace; dall'idoeuropeo grah, afferrare (da cui i demoni indiani Graha e Grahi); o dall'ebraico kerub, orante. Quest'ultima ipotesi non sembra molto calzante con quel poco che sappiamo del carattere del grifone; le altre due sono più consone al comportamento aggressivo dell'animale, ed inoltre fanno riferimento, più o meno direttamente, agli artigli ricurvi del grifone, che erano una delle reliquie più frequentemente commerciate nel Medioevo, poiché si credeva che avessero il potere di rivelare i veleni, cambiando di colore quando vi venivano immersi.

[modifica] Iconografia

Il grifone è infatti composto dai due animali che più di ogni altro sono rappresentativi del potere e della nobiltà: il leone e l'aquila, i più fortemente connotati tra gli animali di terra e dell'aria. La forma varia nel tempo e nello spazio ma rimane sempre facilmente riconoscibile: il corpo è sempre quello possente del Ieone, munito però di ali ampie; la testa è generalmente di aquila (o di avvoltoio), e solo sporadicamente, per lo più in Mesopotamia, è anch'essa di leone; le quattro zampe presentano tutte le varianti possibili:,sono tutte di aquila, tutte di leone, oppure due dell'una e due dell'altro.

[modifica] La diffusione della figura del Grifone

[modifica] Egitto

In Egitto il tipo base è a testa di avvoltoio, anziché di aquila, e lo si trova raffigurato come un animale del deserto che assale altri animali. Esiste anche una variante senza ali e con la testa di falco, che compare in scene in cui calpesta un uomo di razza non egiziana (nero o asiatico). E chiaro che in questa seconda forma anomala è una rappresentazione allegorica del Faraone che sottomette le popolazioni straniere.

[modifica] Mesopotamia

In Mesopotamia lo si trova più frequentemente che in Egitto, ma ci manca anche il più piccolo cenno scritto. Accanto al tipo che diventerà canonico, a testa d'aquila, abbiamo anche un tipo a testa di leone, con zampe ed ali d'aquila. Lo troviamo in vari atteggiamenti tipici: o incombe rampante su di un personaggio inginocchiato, ed è la personificazione del dio dell'Oltretomba Nergal; o lo troviamo dietro il trono del dio, come guardiano; o funge da cavalcatura del dio stesso; o appare come semplice animale da preda che assale un Ieone, una gazzella o un toro. Nei periodi più tardi si fa prevalentemente motivo ornamentale, scisso da ogni riferimento religioso o naturalistico. Dalla Mesopotamia il motivo passa in Siria e Palestina, in Anatolia e di qui in Grecia. È qui che, verso il 1700 a.C., compare per la prima volta il motivo della vera e propria lotta tra l'uomo ed il grifone, accanto ai già noti motivi di lotta contro gli altri animali, ed alle finalità puramente ornamentali.

[modifica] Grecia

È sempre in Grecia che, accanto alle immagini, compaiono i primi tratti leggendari. L'accenno più antico sembra sia dovuto ad Esiodo, ma la storia più nota è quella che fu raccontata da un poeta dai tratti semimitici, Aristea di Proconneso, vissuto intorno al VI sec. a.C., in un poema perduto, intitolato Arimaspea. In esso si narrava di un viaggio che l'autore aveva intrapreso per giungere tra gli Iperborei, paese favorito del dio Apollo che era il suo ispiratore. Nel corso del viaggio aveva incontrato prima gli Issedoni, una popolazione scitica, poi gli Arimaspi, quindi i grifoni, guardiani delle miniere d'oro, ed infine gli Iperborei. Questo racconto subisce una fondamentale variante verso il IV secolo, ad opera di Ctesia, medico di Artaserse, in una opera perduta, Indika, di cui ci resta solo un riassunto trasmesso da Fozio. Ctesia attinge le sue notizie da Erodoto, che narrava dell'esistenza degli Arimaspi e che, in tutt'altra parte, raccontava di certe formiche giganti dell'India che estraevano l'oro per scavarsi le tane, e che assalivano con ferocia gli uomini che volevano impadronirsene (v. Mirmicoleone). Ctesia pensa bene di unire queste due storie, ed innesca così la leggenda delle lotte continue tra gli Arimaspi e i grifoni custodi dell'oro, leggenda che ebbe un certo seguito nell'iconografia antica e che dava un ruolo preciso a queste due categorie di esseri immaginar! e mostruosi. Questo comportamento feroce del grifone, che era già desumibile nell'arte mesopotamica, diventa quindi un tratto determinante, perché mitizzato, dell'animale, tanto che quando Virgilio dovrà descrivere l'età del¬l'oro, non troverà paragone più significativo che dire che in quel tempo perfino i grifoni si eongiungeranno ai cavalli (di cui invece li vediamo feroci nemici nella pittura vascolare), impostando le premesse per la futura creazione dell'Ippogrifo.
Dalla letteratura greca, oltre che questo primo accenno di mito, si può desumere anche qualche ulteriore tratto descrittivo del grifone. Filostrato lo dice della taglia e della forma del leone, ma con le ali così possenti che lo rendono facilmente vittorioso sull'elefante e sul drago. Ctesia lo descriveva dettagliatamente come un uccello a quattro zampe, della grandezza di un lupo, le cui gambe e gli artigli somigliano a quelli del leone, coperto di piume rosse sul petto, nere sul dorso, blu sul collo, e bianche nelle ali. Il colore bianco diventerà con il bizantino Manuele Philes il colore dominante, in ossequio al valore so¬lare che questo mostro sottintende costantemente. Già in Egitto troviamo grifoni accompagnati da iscrizioni a Ra, il dio solare; in Mesopotamia abbiamo grifoni che reggono il disco solare, nonché accoppiati con simboli astrali e stellari; in Grecia stessa è costante il rapporto dei grifoni con Apollo; oltre al fatto che essi si trovano lungo il cammino per i paesi Iperborei, vari autori ci confermano esplicitamente questo rapporto (Servio, Probo), ed inoltre sono numerose le raffigurazioni del dio a cavallo di grifoni, o su carri da essi tirati.

[modifica] Medioevo

La seconda leggenda che riguarda il grifone compare invece in epoca medievale, nell'epopea dedicata ad Alessandro Magno. L'episodio in cui il re, che ha esplorato tutto il mondo, vuole provare ad esplorare anche le vie del cielo, si trova per la prima volta in un testo dell'XI secolo. Alessandro, arrivato al Mar Rosso e salito su un'alta montagna, aveva costruito una specie di navicella a forma di cesto, che era stata attaccata con catene a dei grifoni. Il re si era seduto all'interno, tenendo delle lunghe aste alla cui estremità era appeso del cibo che, posto dinanzi al naso degli animali, li aveva convinti ad alzarsi in volo, per tentare di afferrarlo. Lo strano velivolo si era quindi innalzato nel cielo, fino a vedere la terra come una specie di isola circondata da un drago (l'Oceano). Poi tutto l'apparecchio era crollato a terra, senza alcuna conseguenza tragica. La suggestione di questo episodio, che si basava su un mito presente in molte culture, quello del viaggio al cielo su di un uccello (Etana in Mesopotamia, Ganimede in Grecia), costituisce il motivo del largo uso che se ne fece nell'iconografia medievale. Tuttavia, nonostante la sua popolarità, anche questa leggenda, non più di quella dei grifoni custodi dell'oro, ha lasciato traccia nell'immaginario dell'uomo, al di là del Medioevo. Ed oggi del grifone ci resta solo l'elegante immagine di un animale impossibile, motivo decorativo o emblematico, non diversamente da ciò che probabilmente è sempre stato anche nelle civiltà precedenti, cessati i brevi fuochi degli stentati abbozzi mitici.

[modifica] Interpretazione

L'eleganza della forma e la nobiltà dei due costituenti del grifone, ne facevano un emblema straordinariamente significativo della regalità e spiegano il larghissimo uso che ne viene fatto nel campo dell'araldica. Ma oltre a ciò questo suo esser composto dei più rappresentativi esponenti degli abitanti del cielo e della terra si prestava egregiamente a fungere da allegoria della doppia natura di Cristo, divina e umana, e ciò spiega la popolarità di questo tema nella simbolica cristiana.