Fenice (1)



				

				
SCHEDA ANAGRAFICA
IDENTITA'
Nome orig.: -
Etimo: -
Origine: Greci
Tipologia: Creature
Sottotipologia: Animali
Specificità: {{{specificità}}}
Sesso: Maschio, Femmina
ICONOGRAFIA
Aspetto: Animale
Attributi.: -
CARATTERI
Indole: Neutrale
Elemento: Fuoco
Habitat: -
Tematiche: Resurrezione


La leggenda della Fenice si incontra per la prima volta completa di tutti i suoi elementi, nel Physiologus greco (II-III secolo d.C.): «Esiste in India un uccello detto fenice; ogni cinquecento anni se ne va verso gli alberi del Libano ed empie le sue ali di aromi, e si annuncia con un segno al sacerdote di Eliopoli[…] Il sacerdote, avvertito, giunge e carica l'altare di sarmenti di vite: l'uccello allora entra in Eliopoli carico di aromi, e sale sull'altare, e il fuoco si accende da sé e lo consuma. L'indomani il sacerdote, frugando l'altare, scopre nella cenere un verme; il secondo giorno lo trova divenuto uccello adulto; il quale saluta il sacerdote e se ne va nella propria dimora. Se dunque questo uccello ha il potere di uccidersi e rinascere, come possono gli insensati giudei indignarsi contro le parole del Signore: "Ho il potere di deporre la mia anima e il potere di riprenderla"? La fenice è un'immagine del Salvatore nostro: Egli è sceso infatti dai cieli, ha steso le sue due ali e le ha portate cariche di soave odore, cioè delle virtuose parole celesti, affinchè anche noi spieghiamo le mani in preghiera e facciamo salire un profumo spirituale mediante ouoni comportamenti».
Abbiamo dunque il tema centrale della combustione-rinascita, affiancato da altri temi minori: il ciclo ultraumano di 500 anni, gli aromi, il verme come fase intermedia tra la morte e la rinascita.
Nel medesimo periodo troviamo un'altra descrizione della fenice, che a prima vista sembra quanto di più lontano ci possa essere dalla precedente. Il testo appartiene alla letteratura apocrifa delle Apocalissi, ed è attribuito a Baruch. L'autore narra una visione, in cui un angelo lo porta su un carro di fuoco al punto dal quale il sole inizia ogni mattina il suo tragitto. «Ed ecco che un uccello si mise a correre davanti al sole, ed era grande come nove montagne, io dissi all'angelo: "Cos'è quell'uccello?" Lui rispose: "E il guardiano della terra abitata". Io dissi: "Signore, come è il guardiano della terra abitata? Insegnamelo". L'angelo mi disse: "Questo uccello corre a fianco del sole e, allargando le ali, ne riceve i raggi infuocati; se non li intercettasse la razza umana, ne alcuna specie di animale potrebbe vivere […]". E l'uccello stese le sue ali ed io vidi su quella destra delle lettere gigantesche, paragonabili ad una estensione della superficie di quattromila moggi; ed erano delle lettere d'oro.
L'angelo mi disse: "Leggi quelle lettere". Ed io lessi ed esse dicevano : "Non mi genera ne la terra ne il cielo, sono le ali di fuoco che mi generano". E dissi: "Signore, che cosa è questo uccello e come si chiama?". L'angelo rispose Fenice è il suo nome". "E cosa mangia?" "La manna del cielo e la rugiada della terra". Ed io chiesi: "L'uccello produce escrementi?" "Produce un verme e l'escremento che è questo verme diventa il cinnamomo di cui fanno uso re e capi di stato"».
Mentre la prima versione del mito, riportata più sopra, ricalcava abbastanza i luoghi comuni della storia della fenice, questa sembra essere totalmente aliena. Tuttavia ad un esame più approfondito appaiono alcuni paralleli non secondari. Anzitutto il tema del fuoco generatore, fulcro del mito, compare in ambedue le versioni: se la fenice nel Physiologus viene rigenerata dal fuoco, quella dello pseudo-Baruch è generata dalle "ali del fuoco". Quanto alle ali, ed al loro distendersi, ambedue le versioni sembrano darvi una certa importanza: nel primo caso servono a contenere gli aromi che innescheranno il fuoco sacro, nel secondo nascondono le lettere che celano il segreto della generazione ignea; ma c'è di più: il Physiologus infatti paragona le ali cariche di aromi alle "virtuose parole celesti" e lega quindi anch'esso, esplicitamente, il dispiegarsi delle ali all'apparire di parole sacre. Anche la menzione del verme, comune alle due leggende, seppure apparentemente in contesti diversi, è feconda di analogie strutturali; nel primo caso il verme funge da forma intermedia tra la morte e la rinascita, è quindi da immagine allegorica della fase della putrefazione, tramite necessario tra le altre due, anche nella simbolica alchimistica; nel secondo è parallelamente un prodotto di putrefazione, ma si tratta di un particolare escremento, capace di mutarsi in cinnamomo, pianta aromatica; questa trasformazione escremento fetido/ cinnamomo profumato è riferibile ad un medesimo simbolismo morte-rinascita: infatti il morto che si putrefa e manda cattivo odore è l'opposto di quello che rimane incorrotto (cioè che non muore realmente) e che emana "odore di santità", preludendo al mistero della resurrezione della carne. Del resto lo stesso tema degli aromi, che appare in ambedue le versioni, era strettamente connesso con il processo di rinascita, poiché essi venivano usati nell'imbalsamazione.
È tuttavia indubitabile che restano differenze notevoli tra queste due versioni coetanee del mito. La più importante mi sembra quella del ruolo cosmico che svolge la fenice nel racconto dello pseudo-Baruch, assente totalmente da quello del Physiologus. Questo ruolo di protezione della terra dai raggi del sole (una specie di premonizione del ruolo dello strato di ozono dell'atmosfera!), ci ricorda una antica leggenda ebraica, che è stata probabilmente la fonte immediata dell'Apocalissi apocrifa: l'uccello Ziz le cui ali difendono la terra dal sole e dal vento del sud, che la prosciugherebbero. Dobbiamo anche ricordare che nel libro di Henoch ebraico troviamo delle fenici cosmiche, accanto ai Chalkydri. Esse sono degli elementi a carattere solare, che vegliano sul corso dell'astro. Hanno dodici ali e cantano inni di gloria al sole nascente, e vivono tra il quarto e il sesto cielo. Se comunque qualche aspetto del mito può essere fatto risalire a fonti ebraiche, è indubitabile che il nucleo centrale sia egiziano. Che la fenice sia strettamente legata alla civiltà egiziana ce lo dice già Erodoto, che è la fonte più antica della leggenda: «Vi è anche un uccello sacro: la fenice. Io non l'ho vista con i miei occhi, ma ne ho visto l'immagine, poiché questo uccello giunge raramente in Egitto, solo una volta ogni 500 anni, come dicono gli abitanti di Eliopoli. Questo avviene alla morte di suo padre. Se le immagini dell'uccello corrispondono al vero, questo dovrebbe essere il suo aspetto: piumaggio in parte rosso e in parte d'oro. Si racconta di lui una storia piuttosto curiosa, che però mi sembra poco credibile: si dice che venga in volo dall'Arabia, trasportando il cadavere del padre tutto coperto di mirra e che gli dia sepoltura nel tempio di Elio. Per seppellirlo procede in questo modo. Anzitutto forma un uovo di mirra, così grosso che a malapena riesce a portarlo. Poi lo solleva per sperimentarne il peso lo scava dentro, vi pone il padre morto, e chiude di nuovo il foro con la mirra: cosicché l'uovo torna del peso di prima e la fenice lo porta verso l'Egitto» (Storie, 11, 73). In questo racconto ritroviamo alcuni dei temi strutturanti del mito: il periodo di 500 anni, il rapporto con il Sole, i luoghi (l'Egitto, l'Arabia, Heliopolis), gli aromi (la mirra), i colori rosso (il fuoco) e oro (le lettere sulle ali della fenice apocalittica). Manca invece ogni accenno, almeno a prima vista, con quello che siamo ' portati a pensare dovrebbe essere il nucleo centrale del mito: la morte per fuoco e la resurrezione. Per trovare maggiori lumi è necessario rivolgersi alla civiltà cui lo stesso Erodoto attingeva le sue notizie: l'Egitto. La fenice egiziana o Bennu sembra a prima vista allontanarci ulteriormente dal nostro tema. Essa è infatti un uccello con ruolo cosmogonico, che emerge da un uovo primigenio (un ricordo del quale è forse l'uovo di mirra descritto da Erodoto); è l'uccello della luce, con il quale ha inizio il ciclo quotidiano del tempo (giorno-notte), e che emette anche il suono primigenio creatore di vita. Tuttavia l'uccello Bennu non si limita a comparire all'inizio del mondo, ma si manifesta ciclicamente, proponendo una ripetizione rituale delle fasi iniziali del cosmo; il suo grido, che riecheggia ad ogni nuova fase, rappresenta il succedersi delle ere ed è la scansione dei cicli cosmici, che coincidono col "grande anno", cioè con quel periodo di tempo necessario perché Sirio e il Sole nascano contemporaneamente durante il periodo di crescita del Nilo. La durata del grande anno è pari a 1461 anni. Ora, questo è anche il numero di anni che vive la fenice secondo Tacito (Annali, VI, 28). Plinio riprende questo simbolismo cosmico temporale come indicazione della durata della vita della fenice, ma prende come parametro l'anno platonico, e cioè l'intervallo di tempo che impiegano Sole, Luna e i cinque pianeti a ritornare tutti nelle medesime posizioni reciproche. Dunque vediamo che una prima identità tra fenice egiziana e fenice propriamente detta si verifica proprio a proposito di aspetti cosmici in relazione al tempo; si tenga presente che per gli egiziani questo era un fatto di primaria importanza, tanto che il famoso tempio di Heliopolis, quello della fenice, era il centro regolatore del calendario.
La ciclicità, la ripetizione di fasi temporali sottintende evidentemente la vicenda della morte e resurrezione, esattamente come l'anno passa attraverso cicli ascendenti e discendenti che si evidenziano nelle trasformazioni della vegetazione. Sappiamo come, in genere, gli dei legati alle vicende della vegetazione sono, come la fenice, sottoposti a periodiche morti e rinascite; lo stesso Osiride,, legato in molti testi al Bennu, può, per certi aspetti, rientrare in questa tipologia. Del resto anche le semplici correlazioni tra la fenice e il sole basterebbero già ad immaginare una periodicità ciclica di vita e morte, Parallela alla vicenda del giorno e la notte e al percorso solare nei cieli e nel mondo infero. Dunque il tema della resurrezione, che non era esplicitamente espresso in alcune delle versioni, rientra in campo a pieno diritto dovunque sia presente un accenno ad una temporalità ciclica. Un aspetto che non abbiamo ancora considerato è quello della unicità della fenice, che nel racconto del Physiologus, e in tutta la tradizione successiva, è essenziale. Un uccello unico, che si autorigenera, è evidentemente privo di connotazioni sessuali: a volte si dice che è ermafrodito, a volte che rinasce alternativamente come maschio e femmina; questo tipo di procreazione che esclude evidentemente la bramosia sessuale e l'accoppiamento (non esistendo che un solo esemplare per volta) è una delle ragioni, e non l'ultima, del successo del mito in ambito cristiano, poiché esso viene anche usato come simbolo della castità. Invece in Erodoto, alle scaturigini della leggenda, le fenici sono almeno due: il seppellitore e suo padre. Questo fatto sembra postulare una discendenza naturale, e quindi anche un bimorfismo sessuale, oltre che l'esiàtenza contemporanea di più esemplari di fenice. Inoltre, nello storico greco ricordiamo che non vi è traccia del rogo, ne della resurrezione, almeno in maniera esplicita. Tuttavia il tema della rinascita è implicito anche in Erodoto, come è facile comprendere analizzando più a fondo il suo racconto. Anzitutto il fatto che il padre morto sia rinchiuso in un uovo. Che è il simbolo della vita nascente in genere nonché del nucleo primigenio del cosmo intero, è un chiaro indizio del significato di auspicio di immortalità e di rinascita che assume la complicata cerimonia compiuta dalla fenice figlio. Inoltre, il fatto che questo uovo sia fatto di mirra, cioè di una sostanza aromatica usata nelle imbalsamazioni, sottolinea ulteriormente le valenze rigeneratrici che assume il rito del seppellimento.
Il motivo degli aromi a strettamente connesso al sole e al fuoco, oltre che all'immortalità: i prodotti aromatici si raccoglievano infatti nei giorni di Sirio, cioè durante la canicola, nel periodo più caldo dell'estate; il calore, che asciuga ed elimina l'umidità, preserva dalla corruzione ed è quindi antagonista della putrefazione, che si identifica con un odore opposto a quello degli aromi. Sole, fuoco ed aromi sono quindi sullo stesso versante simbolico dell'immortalità. La loro reciproca parentela è attestata anche da alcune notizie tramandateci da Teofrasto e Plinio: secondo questi autori, durante la raccolta del cinnamomo un terzo del raccolto veniva lasciato in offerta al sole, e questa parte prendeva fuoco spontaneamente. Vediamo dunque che si cominciano ad intrawedere delle .
Analogie precise anche dove sembrava ci fossero distanze difficilmente colmabili. Prendendo in esame tutte le testimonianze ordinate cronologicamente si viene a scoprire che una linea evolutiva continua corre dall'uno all'altro estremo (Erodoto e il Physiologus), operando una trasformazione che sembrava incomprensibile se esaminata discontinuamente. Non potremo in questa sede fare un esame così dettagliato. Ricorderò solo alcune fasi fondamentali.
La prima menzione del rogo della fenice viene fatta da Lucano (Farsaglia, VI, 680), ma il poeta non parla affatto della rinascita; Plinio il Vecchio, viceversa, non conosce il rogo, ma la sua fenice muore, e dalla sua putrefazione nasce un verme, che si trasforma in pulcino e poi in fenice (HistoriaNaturalis, X, 2). S. Clemente Papa è il primo a mescolare le informazioni di Erodoto con quelle di Plinio, creando tuttavia una versione ibrida in cui si unisce l'unicità dell'animale postulata dal secondo, con una certa permanenza e contemporaneità di due animali, presente nel primo. La versione definitiva, in cui la fenice riacquista la sua assoluta unicità ed in cui la morte-rinascita passa attraverso il rogo, si trova quindi solo nel Physiologus per la prima volta; mentre nello stesso periodo la versione dello pseudo-Baruch rappresenta l'ultima metamorfosi dei risvolti cosmici dell'antico mito egiziano.
Ci resta da esaminare un ultimo aspetto. Abbiamo visto che se il nucleo primitivo del mito è egiziano, c'è anche un costante riferimento ai paesi dell'Oriente (Arabia, India). Abbiamo visto che certamente alcuni aspetti della fenice derivano dalla leggenda ebraica dello Ziz. Tuttavia esistono anche certi altri accenni che fanno pensare che rivolgendosi ad Oriente sia possibile trovare effettivamente qualche altro suggerimento in merito al mito della fenice. Niccolo Conti, viaggiatore italiano medievale, ci parla di una leggenda indiana, chiaramente modellata sulla nostra, che riguarda l'uccello Sevienda, che si suicida su un nido di legno secco, cantando dolcemente (un ricordo del canto del cigno?). Poi dalle ceneri nasce un verme, che diventerà uguale al genitore. Il dettaglio più curioso è che la Sevienda ha il becco pieno di fori, come un flauto. Ricordo anche che nell'apocrifa Lettera del Prete Gianni, compare una versione del mito in esame, in cui la fenice compare col nome di Yllerion. Gli Yllerion sono due uccelli, che vivono 60 anni; poi procreano, facendo due o tré uova che si aprono dopo 40 giorni di cova. Nati i piccoli, i genitori si affogano in mare. È da notare che l'Yllerion diviene, nel bestiario di Pierre de Beauvais (versione lunga), Alerion, come l'uccello araldico. Tutti questi miti tuttavia sono chiaramente mutuati da quello europeo, e non ci offrono chiarimenti ulteriori sulle origini del mito della fenice. Invece un reale rapporto di parallelismo indipendente può essere offerto dalla cosiddetta fenice cinese (Feng Huang).

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