Biblioteca:Trifiodoro, La Presa di Troia



				

				

La tarda fine della penosa guerra, e l'inganno, opera equestre dell'Argiva Minerva, tosto a me che ho fretta, omettendo un lungo discorso, narra, o Calliope; e l'antica contesa degli uomini, sul finir della guerra, sciogli con veloce canto.

Ormai volgendo al suo termine il decimo anno, vecchia Bellona si stendea, di stragi insaziata, sovra ai Troiani ed ai Greci; degli uccisi guerrieri erano dunque stanche, le lance, e languivano le minacce de' Brandi; si estingueva lo strepito delle corazze; scioglevasi infranta la stretta connessura delle soghe portanti gli scudi; gli scudi più non reggevano d'aspettar lo strepito de'dardi; stendevansi gli archi ricurvi, e giù scorreano le veloci saette. Da soli i destrieri nelle oziose stalle, meschinamente chinando il capo, sospiravano i compagni cavalli, ed altri, desiderandoli, sospiravano, gli uccisi aurighi. Giaceva il figlio di Peleo, avendo insieme il morto amico; sovra il figlio Antiloco piangeva il vecchio Nestore, ed Ajace, con ferita di sua mano, avendo sciolto il robusto corpo, lavò la nemica spada con una pioggia di furioso, sangue. Agli sventurati Troiani, lagrimanti per Ettore trascinato, non solo domestico era il dolore, ma ancor piangendo per i lutti altrui, rispondevano alle lagrime degli alleati dalle molte favelle Piangevano.

I Licii Sarpedonte cui già la madre avea mandato a Troia superba per il letto di Giove, dalla lancia disteso del Meneziade Patroclo, e lagrimando si effuse in sangue l'Etere paterno. Sovra Reso urlavano i Traci, nell'ingannevol notte legato in tristo sonno. Per la morte di Mennone la madre entrò sotto una celeste nube, nascondendo l'Aurora il lume di un tenebroso giorno. E le donne del Termodonte diletto a Marte, ferite all'immaturo cerchio della maschia mamma, piangevano la vergine guerriera Pentesilea, la quale, andata alla danza della guerra che ha molti stranieri, con femminea destra dissipò un nuvol d'uomini alle navi del lido; ma col frassino Achille solo assalendola, l'uccise o la spogliò e tomba le diede.

Ma sulle torri dai Numi fabbricate, ancora tutto Ilio reggeasi, montato sovra immobili fondamenta. Per l' indugio pesante si affliggeva il popolo degli Achei; e, spossata dall'estreme fatiche, benchè indefessa, indarno avrebbe sudato Minerva, se, lasciando le ingiuriose occulte nozze di Deifobo, da Ilio non fosse venuto ospite a' Greci un indovino, che, facendo certo piacere al travagliante Menelao, profetò l'ultima rovina alla sua patria. Ma dessi, per i vaticinii dell'adirato Eleno, tosto apparecchiarono il termine della lunga guerra. Avendo poi abbandonato Sciro, città di vergini vezzose, venne anche il figlio d'Achille e della lodata Deidamia, che, non avendo ancor messa la prima lanugine sulle graziose guance, la forza del padre mostrava, giovanissimo guerriero. Venne poi anche a' Danai, recando la sua veneranda statua, Minerva ch'è predatrice, ma ausiliatrice agli amici.

E già coi consigli della dea il fabbro Epeo, faceva un immenso cavallo, opera nemica a Troia; e già tagliavansi le legne, e nella pianura erano tranate dall'Ida stessa, donde ancor prima Fereclo aveva costrutto ad Alessandro le navi, principio della sciagura. Faceva poi ne' vastissimi fianchi un ben acconcio ventre, incavandolo quant'è l' ampiezza di nave quinci e quindi spinta da' remi. Diritta a squadra l'artefice descrisse la grandezza. Sull'incavato petto fissò il collo, di biond'oro spruzzando il rosseggiante crine, che, sublime ondeggiando sul curvo collo, giù dal capo piovendo, era raccolto con legame simigliante a cresta; pose poi in due cerchi occhi di pietra, di ceruleo berillo e di sanguigno ametisto; e per lo sfolgorare del doppio colore risultante dall'unione delle cerulee pietre mischiate all'ametisto rosseggiavano gli occhi.

Nelle mascelle sculse denti d'argento, studiantisi di mordere le cime del ben ritorto freno; e della grande bocca aprì furtivamente le vie, salvando ai nascosti guerrieri la scorrevol aria, e per le nari spirava il vivifico fiato. Sulle altissime tempia adattò le orecchie assai ben ritte, sempre apparecchiate ad aspettare il suon della tromba. Insieme a' fianchi congiunse la spalle e la schiena arrendevole, ed unì le cosce alle sdrucciolevoli natiche. Traevasi poi sino agli ultimi vestigi la dimessa coda, qual vite trascinatesi co' tortuosi tralci. I piedi, che venivan dopo macchiate ginocchia, come se dovesser accingersi a non veloce corso, così camminavano; ma necessità li costrinse a starsene immoti. Nè sotto le gambe sporgevan unghie non ferrate, ma desse eran ricoperte con cerchi di risplendente tartaruga, toccando appena il suolo col robusto bronzo. Una chiusa porta vi pose ed una scala da lui fabbricata, ond'essa, invisibile e adatta ne' fianchi del cavallo, quinci e quindi portasse l'inclito agguato degli Achei, e quella sciolta e sempre salda, fosse loro via di andar sopra e sotto. D'ogni parte, sul candido collo e sulle mascelle, il cinse con purpurei fiori all'intorno delle briglie e coi tortuosi giri del necessario freno, attaccando quest'ultimo con avorio e con rame dalle argentine volute. Ora, poichè tutto egli ebbe lavorato il nemico Cavallo, pose sotto a ciascun piede una ben acconcia ruota, acciò tratto pe' campi fosse versatile nè a chi lo trascinava rendesse difficil la via. Così egli sfolgorava di spavento, e di molta bellezza, e vasto ed alto, nè avrebbe rifiutato di guidarlo l'equestre Marte, se vivo preso l'avesse: ed intorno a lui l'artefice avea condotto un gran muro, perchè nessuno degli Achei prima non lo vedesse e rivelasse il non palese inganno.

Ora, presso la nave Micenea d'Agamennone, fuggendo l'onda e la turba delle irrompenti moltitudini, si radunarono a consiglio i re degli Achei. Presa figura di canora araldo, consigliera stava allato di Ulisse l'impetuosa Minerva, ungendo la voce dell'eroe con melato nettare. Ma egli, volgendo in menta divini consigli, prima se ne stava simile ad uomo stupito, fissando a terra lo sguardo dell'immobil vecchio, e tosto, aprendo le fonti di perenni parole, tonò terribilmente, e, qual da sacra sorgente, versò grande fiume di melliflua neve:

«O amici, già è compiuto l'occulto agguato, per mano dell'uomo, ma con voler di Minerva. Or voi, che moltissimo confidate nella vigoria delle destre, con intrepido petto ed animo paziente, pronti seguitemi; imperciocchè non conviene, lungo tempo qui stando, travagliar senza fine ed invecchiar senza frutto; ma è d'uopo compir vivendo questa celebre impresa, o con sanguinosa morte sfuggire turpe ignominia. Noi abbiam di loro più belle speranze quando non vi scordiate della passera e dell'antico drago e del leggiadro platano e della madre uccisa sui figli di corta vita e dei teneri pulcini. Che se il vecchio Calcante allungò il tempo coi vaticinii, ora le predizioni d'Eleno, vate straniero, ne chiamano a vittoria prontissima. Epperò a me ubbidite e nell'equino ventre audacemente affrettiamoci, acciò la spontanea sciagura, opera fallace dell' intrepida dea, in Ilio conducano i Troiani, il proprio danno abbracciando. Voialtri poi sciogliete le sarte estreme delle navi, gettando di vostra mano il fuoco nelle tende intrecciate; e lasciando deserta la spiaggia dell'Iliaca terra, navigate a tutta voga verso la patria fingendo falso ritorno, finchè da una vedetta dell'alto lido, a voi. raccolti sulle spiagge vicine, notturna fiamma dia segno di rinavigare indietro; ed allor non abbiano i vogatori posa alcuna nell' arrancare, nè vi sia altra nube di spavento e quelle paure che le notti arrecano agli uomini di trepido animo, ma sorga in voi l'ingenito pudore della virtù primiera, né alcun deturpi sua gloria, onde ciascuno riceva premio condegno alle sue guerresche imprese.»

Così dicendo usciva dal Consiglio; ed alla sue parole primo tenne dietro Neottolemo simile ad un Nume, qual puledro che affrettasi per rugiadoso campo, e, superbo per la nuova bardatura, previene la sferza e la minaccia dell'auriga. Diomede poi figliuol di Tideo mosse dietro a Neottolemo, maravigliando che tale era ancor prima Achille. Seguì poi anche Cianippo, cui la nobil Cometo, figlia di Tideo, che s'ebbe brevi nozze in sorte, generò al bellicoso Egialeo di corta vita. E vi fu Menelao, cui fiero impeto portava alla contesa con Deifobo, e ribolliva nell'anima feroce, bramoso di trovare il secondo rapitore della propria sposa. Dopo lui sorse il locrese Aiace, figlio d'Oileo, che per anco aveva cuor saggio, ne per fanciulle disonestamente impazziva; e fece levarsi un altro, cioè Idomeneo, il semicanuto re dei Cretesi. Ed insieme a questi andò il Nestoride Trasimede ed andò il figlio di Telamone, il lungi saettante Teucro. E con loro si levò il figlio di Admeto, il ricco di cavalli Eumelo e dopo costui affrettavasi l'indovino Calcante, ben sapendo che, finita l'immensa guerra, già gli Achei sarebbero entrati col cavallo nella città di Troia. Nè indietro si rimasero restii dal prestare aiuto Euripilo Evemonide e il prode Leonteo, e Demofoonte ed Acamante, due figli di Teseo; l'Ortigida Anticlo, cui, quivi morto essendo, gli Achei lagrimando seppellirono nel cavallo; e Peneleo e Megete e Antifate magnanimo, e Ifidamante ed Euridamante, prole di Pelia; e Anfidamante armato d'arco, ed ultimo ascese nella sua macchina Epeo, l'artefice dall'illustre ingegno. Fatta poi preghiera all'occhiazzurra figlia di Giove, si affrettavano, nella nave cavallina, e Minerva recò loro la vivanda de' Numi mescolandola coll'ambrosia, perchè avessero da banchettare e perchè, stando in agguato tutto il giorno, non si aggravassero loro le ginocchia, consumati dall'ingrata fame. Come allorquando pei freddi delle veloci nubi, la neve, addensando l'aere, asperge i campi, e sciolta fa precipitare un gran torrente, e dalle rupi celermente balzano con rumoroso salto, paventando il fragore dell'alpestre fiume, le fiere che fuggono sotto una falda di concava tana, stando in silenzio negli orridi fianchi del monte, e, forte affamate per la dura necessità, pazienti aspettano quando cessi la dirotta pioggia, così, nell'incavato legno saltando, gli indefessi Achei sostenevano intollerabili fatiche. Ulisse poi, il fedel guardiano dell'invisibile agguato, chiuse loro la porta del pregnante cavallo; ed egli.stesso sedeva nella testa quale osservatore, ma i suoi occhi desiosi non potevan scorgere chi fuora si stesse. L'Atride allora comandò a’ guastatori Achei che colle ricurve zappe distruggessero il muro di pietra, dal quale era coperto il cavallo poichè voleva nudo lasciarlo, acciò, visto da lontano, a tutti gli uomini mostrasse la propria leggiadria: e quello infatti, giusta i comandi del re, fu atterrato.

Ma quando il Sole, traendo agli uomini la notte ombrosa. volse il risplendente giorno al tenebroso occaso, allora si sparse per il popolo la voce degli araldi, annunziando che si fuggisse e si traessero nel profondo mare le celeri navi, e si sciogliessero i poppesi. Or quivi, alzando impetuoso fuoco di pece ed i ripari abbrucciando delle ben saldo tende, navigavan colle navi indietro dalla Reziaca spiaggia al porto opposto della ben coronata Tenedo, fendendo l'onda azzurra dell'Atamantide Elle.

Ma solo venne lasciato l'Esimide Sinone, ingannevole eroe, che, volontariamente feritosi le membra con battiture, nascondeva i danni e l'occulto agguato contro i Troiani. Come allorquando. messa all'intorno una rete colle stagge, i cacciatori tendono un'accorta, insidia alle fiere montane, e, in disparte dogli altri, un uomo spiator di belve, furtivamente penetrato sotto i densi rami, se ne stà nascosto osservando le reti, così Sinone allora, segnato nelle malconce membra, a Troia macchinava trista rovina, e, giù per le spalle, egli scorreva il sangue versato dalle infertesi ferite.

Ora, presso le tende, notturna infuriava la fiamma, gettando vorticoso fumo con grand'impeto, poichè il gravisonante Vulcano così comandava, e, soffiando, varie procelle squassava anche la stessa madre del fuoco immortale, la risplendente Giunone. E già ai Troiani ed all'Iliache donne, in sull'alba ombrosa, venne la sonante, Fama, annunciando la nemica fuga col fumo indicatore. Ma tosto, aperte le sbarre delle porte, uscivano fanti e cavalli e si riversavano nella pianura, cercando se mai vi fosse qualche inganno degli Achei, e gli altri vecchi del popolo, aggiogati ai carri i veloci muli, calavano dalla città insieme al re Priamo e furono lestissimi, rallegrandosi per i figli cui il sanguinoso Marte avea loro lasciati, e vedendo pur libera la vecchiaja: ma non doveano gioire a lungo, poi ch'era giunto il decreto di Giove. Ed essi, dopo ch'ebbero veduto il variopinto corpo dell'artificioso cavallo, maravigliarono sparendosi a lui d'intorno, come gracchian stridule cornacchie ch'hanno veduta un'aquila robusta. Ma dubbio ed aspro cadde tra loro un consiglio, imperciocchè gli uni stanchi della luttuosa guerra, odiando il cavallo poich'era opera degli Achei, volevano o frangerlo ne' profondi precipizii, ovvero spezzarlo colle taglienti scuri; gli altri invece, fidenti nel lavoro della macchina di recente lavorata, volevano che il marzial cavallo si offerisse agli Immortali, acciò per l'avvenire fosse monumento della guerra argiva. Or mentre deliberavano di queste cose, trascinando le membra cariche di varie ferite, nudo apparve sulla pianura il malconcio eroe. ed i lividi pieni di corrotto sangue mostravano le orme oltraggiose dei veloci flagelli. Ma tosto egli, prostrato avanti i piedi. di Priamo, colle supplici palme toccò le senili ginocchia, e, pregando il vecchio, fece un discorso tessuto di menzogne:

«Se hai pietà di un uomo che ha navigato insieme agli Argivi, salverai certo o Dardanide scettrato, me che sarò il difensore della città e dei Troiani e l'estremo nemico degli Achei. Così quelli mi hanno offeso che in nulla ho peccato, non curando la vendetta degli dei, malvagi e spietati sempre. Così rapirono il dono dell'Eacide Achille; così abbandonarono Filottete allacciato dall'Idra, e per invidia uccisero anche lo stesso Palamede. Ed ora a me quali cose fecero gli iniqui, perchè non voleva fuggir con loro ed esortava i compagni a rimanere! Essi, colpiti dalla malvagità che le menti sconvolge,mi spogliarono delle, vesti, e, co' dei flagelli tutto il corpo ferendomi, mi abbandonarono. Alla spiaggia straniera. Ma tu, beato serba la riverenza dell'Icesio Giove, poichè diverrò oggetto di esultanza agli Argivi, se mi lascerai perire supplice ed ospite per mano de' Troiani. Ma io a voi tutti sarò d'aiuto, onde più non temiate di ritorno la guerra degli Achei». Così disse; ed il vecchio Priamo lo consolò con benigna voce:

«O straniero, in mezzo a' Troiani, non ti conviene l'aver timore, poichè fuggisti l'empia ingiuria degli Achei. Sempre sarai nostro amico: nè della patria nè dei ricchi talami mai ti prenderà dolce desiderio. Ma or via, dimmi tu pure perchè mai venne fatta questa maraviglia di cavallo, prodigio di crudele spavento, e dimmi il tuo nome e la stirpe, e donde ti recaron le navi».

Ma incoraggito così gli rispose l'astutissimo eroe:

«Dirò ancor questo, poichè tu comandi a me che il voglio. Argo è la mia città, Sinone il nome, ed Esimo si chiama il mio canuto genitore. Epeo trovò agli Argivi il cavallo, già dall'antico tempo predetto dagli oracoli. Che se voi qui in paese il lasciate, è fatale che i figli degli Achei prendano la città di Troia, ma se Minerva ne' suoi tempii riceve il venerando simulacro, fuggiranno, lasciando incompiuta la guerra. Ma or via, cintolo dovunque con funi, traete nella vasta rocca il cavallo, che ha d'oro il freno. Ed a noi sia duce Minerva, custode della città, affrettandosi anch'essa a ricevere l'artificiosa offerta».

Così disse; e il re comandò che, presa clena e tunica, se ne rivestisse. Ma i Troiani, legando de' cuoi, con ritorte funi traevano per la pianura il cavallo montato sulle veloci ruote, ed onusto de' greci maggiorenti, mentre davanti a lui flauti e cetre modulavano concordi. armonie. O infelice stirpe dei mortali disconsigliati, ai quali oscura è la nebbia delle future cose.

Molti, tra i vani tripudii, ignoran spesso che cadono in rovina, come anche allora a' Troiani venne in città di suo proprio talento rovinosa sciagura, e non sapeva alcuno che rapidamente trascinavasi lutto infinito, ed anzi cogliendo i fiori del rugiadoso fiume, ne inghirlandavano la criniera del loro uccisore. La terra premuta dalle bronzee ruote, terribilmente tramugghiava; ed i ferrei perni delle stesse, urtati, gemevano in aspro suono. Strideva la giuntura delle travi, e tutta tesa la ritorta catena sollevava torbida polvere, mentre sorgevano grida e schiamazzi da chi trascinava il cavallo. Fremeva colle ninfali querce d'Ida ombrosa, strepitava pur l'acqua del fiume Xanto, aggirandosi a vortice, e rimbombava la bocca Simoesia, mentre la celeste tromba di Giove, prediceva squillando la guerra trascinata da' Troiani. Questi avanti guidavano la mole smisurata; ed aspra e lunga era la via, attraversata. da fiumi e non eguale nelle pianure. Ma il variopinto cavallo procedeva agli altari: di Marte, oltremodo superbo, e con forza lo spingeva Minerva, aggravando le mani sulle cosce di recente scolpite. Così avanzandosi spedito, correva più celere d'una. saetta, seguendo i Troiani con veloci passi, finchè giunse alle porte dardanidi; ma stretti n'erano gli angoli a lui ch'entrava; epperò accorse Giunone, e dilatolle, acciò proseguir potesse nella propria via. E dalle torri, Nettuno spezzò col tridente il limitare delle spalancate porte, e per la città le donne Troiane in ogni canto, e fanciulle, o spose, e quelle che avean provata Lucina, con canti e danze carolavano intorno al simulacro; ed alcune, tergendo la graziosa spuma della pioggia, distendevano rosei tappeti sulla mole di legno, altre poi, sciogliendosi la preziosa zona. ornamento del seno, inghirlandavano il cavallo con fiori intrecciati: ed altra, tolto il coperchio di capacissimo vaso, e spargendo vino mischiato con aureo croco, profumava la terra con odorato liquore. Col grido degli uomini si confondeva lo schiamazzo delle donne, e le strida dei fanciulli mescolavansi alle voci della vecchiaja. Come pellegrine del ricco Oceano, ed ancelle dell'inverno, torme di gru nell'aria strepitanti, s'accavallano errando in circolo di danza, e stridendo annunziano cose nemiche agl'aratori che lavoran la terra, così quelli, con grida e tumulto traverso alla città, conducevan nella rocca, il pregnante cavallo.

Ma la vergine Cassandra, spinta da Nume fuori dal talamo, più non volea restarvi, e, spezzando i serrami, correva quale disciolta giovenca, cui percosse l'ago dell'assillo pungitor di buoi: essa più non ritorna in branco, nè ubbidisce al pastore, nè brama il pascolo, ma ferita dall'acuto strale, fugge dal chiuso de' buoi; tale adunque la fanciulla, per gli stimoli del fatidico, impeto, smarrita in cuore, scuoteva il sacro alloro: e dappertutto, urlava per la città, e non curavasi punto nè dei genitori nè degli amici, poichè il virgineo pudore l'avea abbandonata. Non così in selve il dolce flauto di Bacco, che impazza ne' monti, Colpì tracia donna, che, eccitata dal dio, gira l'errante sguardo, nudo scuotendo il capo ornato con edera nereggiante, come allora Cassandra, uscita dalla volubil mente, inspirata dal Nume, infuriava, e, lacerandosi spesso la chioma ed il petto, proruppe con smaniosa voce:

«O infelici perchè, conducendo tale detestando cavallo, spiritati impazzite, ed all'ultima notte v'affrettate e al fine della guerra e al sonno onde più non si sveglia? Questo è tumulto guerriero degl'inimici; or sì che certo maturan le doglie dei sogni d' Ecuba sventurata e finisce il tardo anno, sciolta la guerra. Tal si avanza l'agguato de' maggiorenti, cui, sfolgoranti d'armi in oscurissima notte, il robusto cavallo partorirà alla pugna, e, appena balzati a terra, si precipiteranno nel combattimento perfettissimi guerrieri; imperciocchè le donne non assisteranno i nascenti eroi, sollevando tra i dolori il partoriente cavallo, ma d'aiuto gli sarà Lucina stessa che fabbricollo; e, apertogli il pieno ventre, griderà Minerva, che le città distrugge ricoglitrice del luttuoso parto. E già purpureo s'aggira dentro le torri un mare di sangue versato e onda di strage. Mille lacci si avvolgono allo mani delle infelicissime donne, e, sotto le travi del cavallo, cova occulto il fuoco. Oh! miei dolori, oh! mia città paterna! Fra poco mi sarai polvere minuta; perisce l'opera degli immortali, e dalle radici si scuotono le fondamenta di Laomedonte. E te, padre, e te, madre, io piango: quali cose mai soffrirete entrambi! Tu, o padre, miseramente cadendo, giacerai presso la grand'ara di Giove Erceo, e te, o madre di fortissimi figli, togliendoti l'umana forma, faranno i Numi rabbiosa cagna ululante sui figli uccisi. O divina Polisssena, per poco ti piangerò, sacrificata, presso la, patria terra: così alcun degli Argivi uccidesse me pure dopo i tuoi pianti! Poichè qual bisogno ho io di più lunga vita, se mi riserba più misera morte, e mi coprirà terra straniera?

Tali doni a me la padrona Clitennestra, ed allo stesso re Agamennone tesse, per tanti affanni, in morte! Ma pensatevi una volta, e tali cose conoscerete, o miseri; dissipate la nube del divin castigo, o amici, che vi toglie il sonno. Si spezzi colle scuri il corpo del capace cavallo, o col fuoco s'abbruci, e perisca poichè contiene corpi nemici, e diventi pei Greci un rogo immenso: ed allora banchettate in grazia mia ed affrettatevi alle danze, all'amata libertà sacrando le tazze ».

Ella disse; e nessuno l'obbediva, poichè Apollo l'uno e l'altro la fece, e buona indovina, e non creduta. Ma rimproverolla il padre, minacciandola colle parole:

«Qual infausto demone di nuovo qua ti addusse, o indovina di sciagure, audace, impudente? Inutilmente gridando ci esorti. E non ancora hai stanca la mente del rabbioso morbo, e sazia de' turpi furori, ma invisa venisti ai nostri conviti, quando il Saturnio Giove a noi tutti diede libero giorno e dissipò le navi degli Achei. Più non si vibrano le lunghe aste, o gli archi più non si tendono, non s'ode rumoreggiar di spade e taccion le saette; ma abbiamo danze e canti soavissimi, quali sogliono esser nella vittoria. La madre non piange sul figlio, nè la sposa, mandato alla, pugna il marito, vedova, morto lo piange. Minerva, custode della città, accoglie il trascinato cavallo. O vergine ardita, tu balzando fuori di casa, spargendo vaticinii falsi ed inutili alla tua città inutilmente t'affatichi, e funesti la città sacra. Vattene dunque, e nostra cura siano le danze ed i conviti; imperciocchè più non è rimasto il terrore sotto le mura di Troia, e più non abbisogniamo della tua fatidica voce».

Così dicendo, comandò si conducesse la furiosa fanciulla ne' recessi' del talamo; ed al genitore appena suo malgrado obbediva:indi sul virgineo letto caduta. piangeva, consapevole del suo destino, e già scorgeva il fuoco struggitore sulle mura dell'ardente patria. Ma quelli, collocando sui ben lisci gradi il cavallo nel tempio della dea Minerva, custode della città, ardevano belle vittime sulle are odorate: ma gl'immortali rifiutavano le ingrate ecatombe. Eravi popolar banchetto ed infinita. licenza, la quale provoca l'ebbrezza causata dal vino che snerva gli uomini; di follia era piena e istupidita la città intera, e poche guardie aveon cura delle porte. E già tramontava la luce del sole, e la divina notte, struggitrice di città, circondava l'eccelsa Troia. Ma ad Elena Argiva, prese senili sembianze, venne, macchinando un agguato, l'astuta Venere, e, chiamatola fuori, le disse con blanda voce: «O diletta sposa, il magnanimo marito Menelao ti chiama, nascosto nel cavallo di legno; chè dentro ad esso i duci degli Achei, bramosi di combattere per te, stanno in agguato. Ma vattene, e più non ti cura del vecchio Priamo nè degli altri Troiani, nè dello stesso Deifobo, imperciocchè io già ti dono al dolente Menelao». Così dicendo, la dea scomparve: ma quella, dagli inganni addolcita in cuore, lasciò il profumato talamo, e la seguiva lo sposo Deifolo, e, mentre procedeva l'ammiravan le donne 'Troiane dalle strascicanti vesti. Ma come giunse all'alto tempio di Minerva, stette riguardando la statura dall' illustre cavallo, e attorno tre volte aggirandosi, e chinando gli Argivi, nominò con sottil voce tutte le greche mogli dalle belle chiome: e quelli se ne rattristavano in cuore, rattenendo le lagrime in doloroso silenzio. Gemeva Menelao poichè udì la figlia di Tindaro, piangeva il Titide, rammentandosi di Egialea, ed il nome di Penelope faceva lagrimare Ulisse. Ma Anticlo, come sentì lo stimolo dell'amore di Laodamia, solo cominciò a rispondere, aprendo la bocca. Ma Ulisse si slanciò sopra lui, ed il premeva, abbracciatolo con ambedue le palme, impedendogli di aprir bocca, e, con infrangibili lacci, afferrategli le mascelle, fortemente il teneva e quegli scontorcevasi premuto dalle mani, onde sfuggire i dispietati nodi del silenzio omicida, e abbandonollo lo spirito vitale. Gli altri Greci allora piangendolo con lacrime furtive, nascondendolo il posero nella concava coscia del Cavallo, ed una veste gettarono sulle fredde membra. E certo l'ingannevol donna avrebbe intenerito qualcun altro degli Achei, se, con truce aspetto, dal cielo venuta ad incontrarla, Minerva. non l'avesse minacciata, e condotta fuori dal proprio tempio, a lei sola manifesta; e quindi proruppe in duri accenti:

«O sciagurata, fin dove ti trasportan le follie, ed il desiderio de' letti altrui, e la sciagura di Ciprigna? E non per anco senti pietà del primo sposo, nè desideri la figliuola Ermione? Ed ancora soccorri a' Troiani? Ritirati, ed entrata di sopra nelle stanze, coll'amico fuoco, accogli le navi degli Achei»

Così dicendo, rese vano l'inganno della donna, ed i piedi portavan quella al talamo. Ma i Troiani, cessando dal ballo, spossati dallo fatiche, caddero nel sonno; e già riposava. la cetra, e stanco giaceva il flauto sull'anfora, e molte tazze ricolme, non sostenute, sdrucciolavan dalle mani di chi le portava. Per la città vagava la, Quiete, compagna della Nyx; non s' udiva latrar cani, e tutta Troia se ne stava in silenzio, chiamando le urla spiranti stragi. Ma ormai Giove, arbitro della guerra, avea fatto calare l'esizial bilancia a' Troiani, ed appena fe' rivoltare i Greci. Addolorato per le grandi mura, Febo Apollo ritiravasi da Ilio al pingue tempio della Licia. E tosto, presso la tomba d'Achille. Sinone diede il segnale agli Argivi colla. rilucente face. E per tutta la notte anche la stessa Elena bella mostrava dal talamo l'aurea fiamma, Come allorquando, piena di glauco fuoco, la Luna colla sua faccia indora il risplendente cielo; non dico allorchè aguzzando le punte delle corna, di fresco nata sul principio del mese, suscita folta tenebria, ma quando, il rotondo splendor dell'occhio rotando in giro, attrae gli opposti raggi del sole, tale allor raggiante la sposa Terapnea, sollevò il rosato braccio, regolatore dell'amica fiamma. Ma gli Argivi in fretta, veduto l'alto splendor del fuoco, rivolsero le navi con retrogrado corso, e ciascun vogatore affrettavasi, bramoso di trovare il fine della diuturna guerra. Or dessi erano marinai insieme e forti guerrieri, e tra loro incoraggiavansi, mentre le veloci navi spinte dal rapido soffio de' celeri venti, giunsero ad Ilio coll'ajuto di Nettuno. Quivi i fanti andavan i primi, ed i cavalieri furono lasciati addietro, acciò i cavalli, alzando il nitrire, non svegliassero il popolo Troianio. Ma gli altri duci armati balzarono dall'incavato legno, come api da una quercia, le quali, allor che hanno lavorato dentro capace alveare, tessendo melata cera con arte occulta, al pascolo diffuse per una concava vallata, con punture offendono i viaggiatori che passano; così i Danai, aprendo l'occulto agguato, s'avventarono contro a' Troiani, e, ancor tenenti il letto, li coprirono con tristi sogni di ferrea morte.

Nuotava nel sangue la terra: immense strida uscivano dai Troiani fuggenti: si faceva angusto il sacro Ilio per il cader dei cadaveri; o quelli, con micidiale tumulto, quinci e quindi balzarono furiosi come leoni, facendo ponti sulle vie coi corpi uccisi. Le Troiane donne su' tetti udendo lo strepito, dell'amata libertà alcune ancor sitibonde, porgevano per morte il collo a' miseri consorti, ed altre, madri, sui cari figli lagrimavano, come leggiere rondinelle. Qualche fanciulla, piangendo, il palpitante giovanotto, si affrettava anch'essa a morire, e andar non volle insieme a' prigionieri fatti in guerra, ma irritò contro sè stessa il non volontario uccisore, e s'ebbe letto comune col proprio sposo. Molte che i figli portavano immaturi e non ancora spiranti, sciogliendo dall'acerbo ventre il parto, co' figli anch'esse dolorosamente spirarono. E tutta la notte per la città, quale procella, ribollendo ne' fatti della tumultuosa guerra, l'insolente Bellona danzava ebbra di puro sangue, e con lei la Discordia, levando l'eccelso capo al cielo, gli Argivi eccitava, poichè anche il sanguinoso Marte, sebben tardi, pur venne recando ai Greci l'alternante vittoria della guerra ed il non mai stabil soccorso. Strepitò l'occhiazzurra Minerva alla rocca, squassando l'Egida, scudo di Giove; tremò l'Etere all'affrettarsi di Giunone; risuonò la grave Terra, percossa dalla tridentata punta di Nettuno; inorridì Plutone, e balzò dal sotterraneo seggio temendo non forse, gravemente Giove adirato, il guidator delle anime Mercurio giù conducesse tutta l'umana stirpe. Ogni cosa assieme moveasi ed immensa era la strage. Alcuni, fuggendo a porte Scee, furon uccisi da chi vi stava a guardia: taluno di letto balzato, mentre cercava le armi, cadde sopra oscura lancia, e qualche guerriero nascosto in riparata casa, essendo straniero, chiamava alcuno, credendo fosse un amico; stolto! Ei non doveva incontrare un uomo benigno, e riportò nemici doni ospitali. Sul tetto un altro, ancor nulla vedendo, incontrò veloce saetta; ed alcuni, gravati il cuore da tristo vino, esterrefatti allo strepito, e frettolosi di scendere, si dimenticarono delle scale, ed ignari caddero dall' alte soglie, rompendosi i nodi del collo e vomitando il vino. Molti, strettisi in un sol luogo, erano uccisi combattendo, e molti, inseguiti, dalle torri precipitarono alla cupa dimora di Plutone, facendo l'ultimo salto. A simiglianza di ladri, pochi si nascosero in un'angusta valle, fuggendo la burrasca fatale, mentre periva la patria. Altri invece, in mezzo alla guerra ed alle tenebre ondeggiando, simili ad uomini brancolanti piuttosto che a fuggenti cadevan gli uni sugli altri. La città non conteneva il sangue, vedovata d'uomini e ripiena, di cadaveri. Nè v'era clemenza alcuna; e i Greci, irrompendo col furioso, flagello del notturno tumulto, non avean timore de' Numi per la scellerata violenza e bruttavano di sangue le mai tristi are degl'Immortali. Con infame strage, i miserrimi vecchi non già ritti venivano uccisi, ma, distese a terra le supplici ginocchia, eran colpiti sulle canute teste. Molti teneri pargoletti dalle poppe ormai di corta vita della madre rapivansi, ed innocenti pagavano i falli dei genitori; mentre la nutrice, porgendo al bambino le fonti del non munto latte, invano gliele appresentava. Quinci e quindi per la città uccelli. e cani, aerei e terrestri domestici commensali, bevendo il nero sangue, traevano il fiero pasto; e lo stridere degli uni spirava strage, mentre ululando gli altri ferocemente urlavano sugli uccisi guerrieri, e spietati, non avean riguardo di lacerare i proprii loro padroni.

Ma Ulisse intanto e Menelao dalla bella chioma, si affrettano alle case di Deifobo impazzato per donne, simiglianti a lupi dagli aguzzi denti, che, in una notte invernale, avidi di strage, vanno a non guardate pecore e divoran la fatica dei pastori. Quivi, sebbene in due, con infiniti guerrieri nemici s'affrontarono e si destò novella zuffa, gli uni movendo all'assalto, gli altri dall'alto della casa lanciando sassi e mortali saette. Ma pure, munite ed accerchiate l'altere fronti cogl'infrangibili elmi e cogli scudi, balzarono nell'ampia casa, ed Ulisse assalendo ruppe la contraria turba, come fiera disperde timide cerve. Ma d'altra parte l'Atride, inseguendo l'impaurito Deifobo, il prese, colpendolo nel mezzo del ventre: fuori si riversò il fegato co' lubrici intestini, e quegli giacque colà dimentico dell'arte equestre. La consorte, guadagnata coll'asta, tremando teneva dietro a Menelao, or giuliva per il fine delle tristi fatiche, ed or vergognando, e benchè tardi, come in sogno, allora con gemiti furtivi si ricordò dell'amata patria.

L'Eacide Neottolemo intanto, presso l'ara Ercea, uccise il vecchio re oppresso dalle sciagure, respinta la paterna clemenza; e non sentì preghiere e non vergognossi vedendo la chioma pari d'età a quella di Peleo, per la quale dianzi Achille ruppe l'ira e risparmiò il vecchio, quantunque gravemente irato. Infelice! Ancor egli dovea poi similmente perire della morte stessa vicino all'altare del veritiero Apollo, quando un uom di Delfo, assalendolo, l'uccise colla sacra spada quale nemico del tempio divino.

Andromaca piangeva il piccolo Astianatte, vedendolo, miserando strale, scagliato dalla mano d'Ulisse. Il rapido Ajace, figlio d'Oileo, forzò Cassandra caduta sotto le -ginocchia di Pallade, intatta dea. Ma quella abborrì la violenza, e Minerva, che prima era stata difenditrice, per uno solo, si corrucciò con tutti gli Argivi. Venere rapì furtivamente Enea ed Anchise, compassionando il vecchio ed il figlio, e, lungi dalla. patria, lo fece abitar l'Italia, poichè il voler de' Numi compivasi, approvandolo Giove, acciò fosse eterno impero ai figli ed ai nepoti di Venere, diletta a Marte. I figliuoli e la famiglia d'Antenore divino salvò l'Atride, ricordandosi della dolcezza primiera del vecchio, amico degli ospiti e della. mensa. comune, dove lo ricevette la cortese moglie Teano.O Laodice infelice! Te, vicina al patrio suolo, la terra abbracciandoti, accolse nell'aperto seno; e non il Teside Acamante, nè alcuno degli Achei, ti condusse schiava, poichè moristi insieme alla patria terra.

Ma non già io potrei cantar tutto il torrente della guerra, narrando ad uno ad uno i dolori di quella notte; quest'è fatica delle Muse: io solo, come cavallo, spronerò il volubil canto all'ormai raggiunta meta; chè già dall'oriente la cavalcante Aurora, sorta dall'Oceano, a poco a poco in bianco colorò molt'aria, squarciando la notte macchiata di stragi. Ma i Greci tutti, superbi per l’altera vittoria della guerra, guardavan per la città se altri, nascosti, fuggissero la comune sciagura della strage; ma dessi pure eran avvinti nel laccio universale di morte, come pesci dispersi sulle sabbie marine. E gli Argivi trasportavano da' palazzi i freschi ornati, doni dei templi: dalle case abbandonate rapivan molti tesori: schiave le donne a forza traevano coi figli verso le navi, ed armando la fiamma devastatrice contro le mura, distrussero le opere di Nettuno in una vampa sola; e quivi l'incenerita Troia divenne un gran sepolcro a' diletti cittadini, mentre lo Xanto, veduto il danno del fuoco struggitore, lagrimò con una fonte di salso pianto, ma cedette a Vulcano, paventando l'ira di Giunone. Intanto quelli sparsero il sangue di Polissena sulla tomba d'Achille, placando l'ira del morto Eacide. Trassero quindi a sorte le donne trojane, e di tutti si divisero l'oro e l'argento, onde caricate lo navi profonde, per il gravisonante mare navigando, sciolsero da Troia gli Achei a guerra compiuta