Biblioteca:Pindaro, Istmiche, VII

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A STREPSIADE DI TEBE. VINCITORE NEL PANCRAZIO

I
Strofe
Quale mai delle indigene glorie,
o Tebe felice, t’allegra più l’anima? Quando
a luce recasti Dioniso chiomato, che siede
vicino a Demetra dai cròtali
di bronzo? Od il tempo che Zeus, converso in neve aurea, ti cadde,
di nolte, nel grembo; oppure quando

Antistrofe
alle soglie sostò d’Anfitrione,
il germe divino d’Alcide recando ad Alcmena?
Oppur di Tiresia pei saggi consigli? Pel mastro
di guerra Ioloo? Per gli Sparti
mai stanchi di pugna? O allorquando dall’ululo truce di guerra
valesti respingere Adrasto,

Epodo
orbato di mille compagni,
ad Argo l’equestre? O perché
la doria colonia su saldo malleolo
piantasti in Laconia? Perché per gli oracoli
di Pito gli Egidi tuoi posteri presero Amicla?
Ma poi che la gloria
antica sopiscesi, e gli uomini obliano quanto

II
Strofe
non attinge il fior sommo dell’arte,
unito agli armonici spiri dell’inclito canto,
lodiamo nell’inno, ch’è miele soave, Strepsiade,
che vinse, nell’Istmo, al pancrazio.
Tremenda a veder, la sua possa, formose le membra; e il valore
non era minor che l’aspetto.

Antistrofe
Or di fiamma lo cingon le Muse
dal crin di viola. Onde gloria sovresso il cugino
omonimo elfonde, cui Ares dal clipeo di bronzo
mesceva la morte. Compenso
è ai buoni la fama. Ora sappia chi lunge tra questa bufera
la grandin sanguinea tiene

Epodo
dal suolo diletto, e a sterminio
affronta i nemici, che gloria
ai suoi conterranei da vivo e da morto
procura. E tu, d’Ettore, d’Anfiarao,
del forte guerrier Meleagro le gesta emulando,
figliuol di Diodato,
il vivido fiore degli anni spirasti, pugnando

III
Strofe
nelle file primiere, ove i forti
al cozzo di guerra opponevano l’estreme speranze.
E me non dicibile cruccio percosse. Ma ora
il Nume che cinge la terra
mi die’, dopo il nembo, il sereno. E canto, e di fondi mi cingo.
Né invidia dei Numi distrugga

Antistrofe
il piacer ch’io proseguo di giorno
in giorno, con placido cuore movendo a vecchiaia
e al termin fatale. Ché varia è la sorte, ma tutti
ci attende la morte. E chi troppo
agogna, il suo passo è pur breve, per giungere al seggio didi bronzo
dei Superi; e Pegaso alato

Epodo
arollò giù di sella il signore
che giunger pretese alle case
del cielo, e al concilio dei Superi. Amaro
è il fin di dolcezza contraria a giustizia.
Or tu, Nume ambiguo, fulgente nell’aurea chioma,
concedine a Pito
recingere, pur nei tuoi ludi, l’amabile serto.