Biblioteca:Pindaro, Olimpiche, VII



				

				

A DIAGORA DA RODI VINCITORE NEL PUGILATO IN OLIMPIA
I
Strofe
Come l’uomo che un calice d’oro, prezioso cimelio
di quante ricchezze ei possiede,
in cui la rugiada
dei grappoli bulica, leva con prodiga mano, e lo dona
al genero suo giovinetto, libando da un tetto a un tetto, e
onora simposio e parente,
e segno d’invidia fra i giovani lui fa, per le nozze concordi:

Antistrofe
cosi io, di mio spirito il frutto soave stillando,
gli eroi che in Olimpia ed in Pito
vincevan le gare,
col nettare vo’ delle Muse propizi a me render. — Beato
chi cinto è di nobile fama. La Grazia che infiora la vita, or
questo protegge, ora quello,
cor note soavi di cétere, di flauti con vario sospiro.

Epodo
Ed ora con flauti e con cétere, cantando Diagora, io giunsi
a Rodi, alla Ninfa marina, di Cipride figlia e del Sole;
e l’uomo possente ed audace sublimo, che presso l’Alfèo,
che presso la fonte Castalia,
vincendo la pugile gara, di serto fu cinto; e suo padre
Damàgeto, caro a Giustizia.
Essi hanno dimora, con gli uomini d’Argo, vicino allo sprone
dell’Asia infinita, nell’isola cui fanno tre rocche famosa.

II
Strofe
Menati vanto ch’è Zeus lor ceppo paterno: ché sono
gagliarda progenie d’Alcide:
ad Astidamia
loro ava, fu Amintore padre. — Ora io, dai primi evi
movendo,
a voi di Tlepòlemo voglio l’antica leggenda esplicare. Degli
uomini attorno a le menti
si appendono errori infiniti, né alcuno può mai prevedere

Antistrofe
quali fatti maturin per l’uomo più prospera sorte.
Un giorno, in Tirinto, il signore
che venne a quest’isola,
salito in furore, vibrò lo scettro di duro oleastro,
e uccise Licimnio, bastardo fratello d’Alcmena, nel talamo
nato di Midia: ché l’ira
sconvolge anche ai savi la mente. E al Nume un oracolo
chiese.

Epodo
E il Dio chioma d’oro, dagli aditi fragranti del tempio,
gl’impose
salpare dai lidi di Lema a un pascolo cinto dal mare,
là dove il gran re dei Celesti un tempo la rocca innondava
coi fiocchi d’un’aurea neve,
quel di che per l’arte d’Efesto, pel cozzo di bronzea scure,
dal sommo cerèbro del padre,
Atena balzò fuor, cacciando un urlo acutissimo, immane,
e tutta la terra ed il cielo un orrido brivido corse.

III
Strofe
Il figliuol d’iperione, il Demone datore di luce,
pensando al futuro vantaggio,
ai figli diletti
impose che primi alla Diva levassero un’ara fulgente,
e, offertivi sacri libami, molcessero al padre e alla figlia che
in guerre dilettasi, il cuore:
ché agli uomini reca salute saper di Prometeo l’arte.

Antistrofe
Ma una nube imprevista d’oblio su loro si stese;
e lunge dal giusto sentiero
sviò le lor menti.
Asceser l’Acropoli privi del germe divin della fiamma,
e il tempio sacraron senz’ardere vittime. Il padre, addensando
su loro una nuvola gialla,
molto oro fe’ piovere. E ad essi la Diva che glauche ha le
ciglia

Epodo
concesse in ogni arte fra gli uomini ecceller con abili mani:
e statue simili agli esseri ch’àn moto portavan le vie;
onde alta s’effuse lor gloria: l’artefice saggio, ben grandi
miracoli fa, senza frode. —
Le antiche leggende degli uomini raccontan che un df si
divisero Giove e i Celesti la terra;
che ancora fra i gorghi marini non era visibile Rodi,
ma l’isola giù negli abissi salmastri nascosta giaceva;

IV
Strofe
e che il Sole non c’era; e niun trasse per lui la sua sorte.
Cosf lo lasciarono senza
retaggio di terra,
il Demone puro. Egli a Giove lo disse; e a ripeter la prova
già quegli era pronto. Ma il Sole non volle. Da! fondo del
mare, fra spume, vedeva, egli disse,
levarsi una terra ferace di biade, ridente di greggi.

Antistrofe
E Lachèsi dall’aureo velo pregò che le palme
su alto levasse, e giurasse
di non violare
il gran giuramento dei Numi, ma insieme assentisse col figlio
di Crono, che l’isola, a luce venuta, perenne retaggio suo
fosse. — Caduti nel vero,
quei voti fiorirono. E l’isola dall’umido gorgo sbocciò.

Epodo
Ed or sua la tiene il Signore che genera i raggi corruschi,
che guida i cavalli dal fiato di fiamma. E qui un giorno s’unt
con Rodi; e ne nacquero sette figliuoli, le menti più sagge
che fosser fra gli uomini prischi.
E un d’essi fu padre a Ialiso, che primo gli nacque, e a
Camfro, e a Lindo. E divisero il regno.
La tena paterna in tre parti divisero; ognuno una rocca
si tenne; ed ancor dai lor nomi le sedi derivano il nome.

V
Strofe
A espiar la fatale sciagura, pel re dei Tirinzi
Tlepolemo, un dolce compenso,
come uso è pei Numi,
è qui stabilito: un coi )o che fumiga d’ostie, e un giudizio
d’agoni; i cui fiori trivolte Diagora cinse alle chiome; e
quattro nell’Istmo famoso;
e l’una su l’altra a Nemea, e sovra le rocce d’Atene.

Antistrofe
Bene pure jl conobbero i bronzi che foggiami in Argo,
e l’opre d’Arcadia e di Tebe,
le gare beote.
Pellene ed Egina: qui vinse sei volle; né dicon diverso
Megara e gl’incisi suoi marmi. — Su’, Zeus, signore che
reggi le balze del monte Atabirio,
onora la legge dell’inno che onora chi vinse in Olimpia,

Epodo
e l’uom che nel pugile gioco trovò la sua gloria. Concedi
che grazie fra i suoi conterranei, che grazie riscuota fra gli
ospiti.
Ché egli per vie s’incammina nemiche a superbia; e ben nota
è a lui la saggezza dei padri.
Di Callianatte la stirpe comune celar non ti piaccia. Se feste
in onor degli Eratidi
si fanno, di feste sonora è pur la città. Ma in un punto
del tempo, per tramiti vari si sfrenan le Furie del vento.