Biblioteca:Pindaro, Istmiche, III-IV



				

				

PER MELISSO DI TEBE. VINCITORE COI CAVALLI E NEL PANCRAZIO SULL’ ISTMO

I
Strofe
L’uomo cui ride propizia la sorte, o per fama d’agoni
o per potenza e ricchezza, se porre sa freno a Superbia
fastidiosa, è ben degno che trovisi misto agli elogi
de la città. Da te, Zeus, provengono agli uomini
l’alte virtudi; e Fortuna più a lungo dimora fra i pii;
ché gli animi obliqui
non sempre accompagna con fiore perenne.

Antistrofe
Inni che premino l’opere famose convengono al prode:
sopra le Cariti amabili conviene che il prode s’estolla.
Ed a Melisso or sorrise d’agoni una duplice sorte;
onde a letizia gioconda può volgere il cuore:
poi che gli anfratti dell’Istmo lui cinser di serti, e la concava
vallea del lione
dal petto gagliardo: sì ch’egli bandi.

Epodo
vincendo nel corso, la gloria di Tebe; né l’insita
virtù di sua gente
bruttò. Noto pure è qual fama
pei carri già s’ebbe Cleonimo.
Poi ch’essi, degli avi materni labdàcidi avuti in retaggio
i beni, a cuore ebbero i cocchi.
Il tempo, ora questo, or quel cangia, volgendosi i giorni; ed
illesi
non restan che i figli dei Numi.

II
Strofe
Strade infinite a me s’aprono dinanzi, mercè dei Celesti:
ché negli agoni dell’Istmo trovar tu sapesti, Melisso,
facile modo che l’inno prosegua le vostre virtù;
sempre dà fior di Cleonimo la stirpe; ed al Nume
cara, sul tramite muove del viver mortale: ché vario
soffiare di venti
su gli uomini tutti si lancia, e gl’incalza.

Antistrofe
Dicono ch’ebbero in Tebe, dagli avi antichissimi, onore:
ospiti grati ai finitimi, alieni dal vano clamore
di tracotanza. E di quante s’effondon tra gli uomini chiare
testimonianze di gloria di vivi e di spenti,
immensurabili, attìnsero d’ognuna la mèta; e in prodezza.
da Tebe movendo,
toccaron d’Alcide l’estreme colonne.

Epodo
di là dalle quali sospingere non puoi tua virtù.
Corsieri allevarono,
e piacquero al bronzeo Ares.
Poi, solo in un giorno, ben dura
procella di guerra vuotò la casa beata di quattro
suoi figli. Ma or, dissipata
la bruma del verno e la tènebra, di nuovo dà fiori, si come
la terra purpuree rose.

III
Strofe
Grazia è dei Superi. E il Nume che scuote la terra, ed Onchesto
abita, e il ponte del pelago, dinanzi a le mura corinzie,
questo mirabile canto largendo a sua stirpe, riscuote
su dal giaciglio l’antica lor fama d’egregi
fatti. Ella in sonno giaceva. Ma or, sua sembianza, ridesta
rifulge sì come
bellissima Vespero fra tutte le stelle.

Antistrofe
Essa, nei solchi d’Atene, dei cocchi annunziando il trionfo,
ed in Sicione, nei giuochi d’Adrasto, largì tali frondi.
grazie ai poeti che allora quivi eran presenti. Né astennero
dalle comune tenzoni la curva quadriga;
ma ne l’agon panellènico, di quanto in corsieri largirono
raccolsero il frutto.
È ignoto il silenzio di chi non si prova;

Epodo
ma ignota è pur anche fortuna di chi si cimenta,
se prima la mèta suprema
non tocca; ché il bene s’alterna
col male; ché l’arti del debole
soverchiano spesso il più forte. V’è nota la furia cruenta
d’Aiace, che a notte profonda,
trafittosi sopra la spada, raccolse da tutti gli Elleni
che a Troia convennero, biasimo.

IV
Strofe
Ma lo coperse d’onore fra gli uomini Omero, che tutte,
a ristorare sua fama, narrò sue prodezze nei numeri,
nelle divine parole che i posteri godon cantare.
E van perpetui degli uomini sui labbri gli egregi
detti d’ un vate; e sovressa la terra feconda e nel pelago
un raggio s’effonde,
che mai non s’offusca, da l’opere belle.

Antistrofe
Deh! Sian le Muse benevole a noi, ché tal face di canto
ardere pure a Melisso possiam, di Teleside al figlio,
degna corona al pancrazio. Ché simile egli è ne.l’ardire
e nel travaglio, ai rugghianti selvaggi leoni;
e per prudenza a la volpe, che, tutta supina, dell’aquila
la romba sostiene.
È lecita ogni arte, se strugge il nemico:

Epodo
ché non d’Orione possiede le membra: a vederlo
lo avresti a dispetto;
ma duro, se in zuffa si mesce.
Un giorno, alla casa d’Antèo
un uomo da Tebe cadmèa giungeva, di piccole membra,
ma d’animo indomito: in Libia
giungea, per pugnare ed abbattere Anteo, che a Poseidone il tempio
copriva coi crani degli ospiti.

V
Strofe
Era figliuolo d’Alcmena. E ascese l’Olimpo, quand’ebbe
ogni recesso esplorato di tutta la terra, e del candido
mare scoglioso, ed agevole resa ai nocchieri la rotta.
Or, presso il Sire de l’ègida soggiorna; e si gode
felicità soavissima. È caro, è onorato dai Superi;
è d’Ebe consorte;
è genero d’Era, nell’auree case,

Antistrofe
E noi Tebani, dinanzi le porte elettrèe l’onoriamo
con un convivio; e di fiori cingiamo gli altari, bruciamo
vittime, a onore degli otto suoi figli dall’armi di bronzo,
che di Creonte la figlia, Megara, gli die’.
Vibra per essi all’occaso di raggi la fiamma che brilla
per tutta la notte;
e calcitra al fumo che pingue vapora.

Epodo
E termine è il giorno secondo dei giuochi annuali,
cimento di forza.
E qui, biancheggiante la fronte
dei rami di mirto, Melisso
riscosse una doppia vittoria; e un’altra già pria, tra i fanciulli
ne ottenne, ossequente ai consigli
del suo ben esperto pilota. Onde ora, stillando la grazia,
io lui con Orsea canterò.