Biblioteca:Ovidio, Heroides, 21. Cidippe ad Aconzio



				

				

Mi è giunta la tua lettera, Aconzio, dove è solita giungere e ha quasi insidiato i miei occhi. Ho avuto molta paura ed ho letto il tuo scritto in silenzio, perché la mia lingua, inconsapevolmente, non giurasse su qualche divinità. E credo che tu mi avresti di nuovo ingannata se, come tu stesso ammetti, non sapessi che è sufficiente esserti stata promessa una volta. E stavo per non leggere, ma, se fossi stata inflessibile con te, forse sarebbe aumentata la collera inesorabile della dea. Benché faccia di tutto, benché offra a Artemide il sacro incenso, ella tuttavia ti favorisce più del giusto e, come vuoi che si creda, ti difende con la sua collera che non dimentica: a mala pena con il suo Ippolito si comportò così. Ma lei, vergine, avrebbe fatto meglio a proteggere i miei verginali anni, che temo ella voglia siano pochi per me. Infatti il mio indebolimento persiste senza una causa apparente ed io, spossata, non trovo giovamento nell'aiuto di nessun medico. Lo credi che sono indebolita al punto di scrivere questa risposta a fatica e che a fatica riesco a sollevare, appoggiando sul gomito, le mie membra esangui? Ora si aggiunge il timore che qualcuno, oltre alla nutrice al corrente di tutto, si accorga che fra noi c'è un colloquio epistolare. Costei siede davanti alla porta e a coloro che chiedono che cosa io stia facendo dentro, risponde: "Dorme", perché mi sia possibile scriverti in tranquillità. Poi, quando il sonno, il migliore pretesto per un lungo isolamento, cessa di essere credibile per l'eccessiva durata e quando ormai lei vede arrivare chi sarebbe difficile non lasciare entrare, tossisce e mi avverte con il segnale convenuto. In fretta lascio le parole incompiute, così come erano e la lettera iniziata viene nascosta nel mio seno trepidante. Quando poi la riprendo di lì, affatica di nuovo le mie dita: vedi tu stesso che grande sforzo sia per me. Possa io morire se, a dire il vero, tu ne eri degno; ma io sono più generosa del dovuto e di quanto tu meriti. Dunque io, tante volte in precarie condizioni di salute per causa tua, sono e sono stata punita per le tue trovate? Questa è la ricompensa che mi è toccata perché tu esalti lo splendore della mia bellezza e l'esserti piaciuta si ritorce contro di me? Se ti fossi sembrata brutta, cosa che preferirei, il mio corpo disprezzato non avrebbe bisogno di nessun aiuto; ora mi lamento perché sono ammirata, ora mi fate morire con la vostra rivalità e sono io ad essere colpita proprio dalle mie stesse doti. Mentre tu non ti ritiri e quell'altro non si considera secondo, mentre tu contrasti le sue aspirazioni, egli le tue, io sono sballottata come una nave che il soffio di Borea senza tregua sospinge al largo e la furia delle onde respinge indietro; e quando è imminente il giorno sperato dagli amati genitori, contemporaneamente una febbre incontrollata si impadronisce del mio corpo. Ora, al momento stesso delle mie nozze, la spietata Persefone bussa anzitempo alla mia porta. Ormai mi vergogno e temo, benché io non ne abbia coscienza, di dare l'impressione di aver meritato lo sdegno degli dèi. Uno pretende che questo fenomeno avvenga per caso, un altro afferma che questo sposo non è gradito agli dèi. E non credere che non vi siano dicerie anche contro di te; certuni attribuiscono questi avvenimenti ai tuoi sortilegi. Il motivo è occulto, ma il mio male è evidente; mentre voi respingete la pace e provocate aspri scontri, io ne sono vittima. Ma dimmi, e ingannami come è tuo solito: che cosa farai per odio, se per amore mi fai così male? Se fai del male al tuo amore, il nemico lo amerai con giudizio; ti prego allora, per salvarmi, di avere l'intenzione di volermi rovinare! O non ti preoccupi più, ormai, della fanciulla desiderata, che tu, crudele, lasci morire per un male che non merita, oppure, se invano supplichi per me la dea implacabile, perché ti vanti con me? Non sei affatto nei suoi favori. Scegli cosa dare ad intendere; non vuoi placare Artemide: allora ti sei dimenticato di me; non ne sei capace: allora è lei che si è dimenticata di te. Preferirei non avere mai conosciuto Delo nelle acque dell'Egeo, o almeno, non in quelle circostanze. Allora la mia nave affrontò un mare difficile e l'ora di inizio del viaggio fu infausta. Con quale piede mi incamminai? Con quale piede uscii dalla soglia? Con quale piede toccai il tavolato dipinto della nave veloce? Due volte le vele furono respinte dal vento contrario: ma sono pazza, mento! Era favorevole. Era favorevole quel vento che mi respingeva mentre proseguivo e che mi impediva un viaggio malaugurato. Oh, se fosse stato costante contro le mie vele! Ma è sciocco lamentarsi della mutevolezza del vento. Sollecitata dalla fama del luogo, avevo fretta di visitare Delo e mi sembrava di avanzare su di una imbarcazione pigra; quante volte rimproverai la lentezza dei remi e mi lamentai che venisse data poca velatura al vento! E avevo già superato Micono, già Teno e Andro e ormai Delo, la luminosa, era davanti ai miei occhi. Come la vidi da lontano dissi: "Isola perché mi sfuggi? Vai forse errando, come per il passato, nel vasto mare?". Ero scesa a terra al cadere del giorno, quando ormai il Sole stava per togliere il giogo ai suoi cavalli purpurei. Quando poi il dio li richiamò al consueto levarsi, per ordine di mia madre mi vengono acconciati i capelli. Ella stessa mi mise alle dita pietre preziose e oro fra i capelli e fu proprio lei a ricoprirmi le spalle con una veste. Appena uscite onoriamo gli dèi ai quali è consacrata l'isola e offriamo biondo incenso e vino. E mentre mia madre tinge l'altare del sangue delle vittime e getta le viscere a pezzi tra le fiamme fumanti, la mia nutrice sollecita mi guida in altri templi e ci aggiriamo qua e là per i luoghi sacri. Ora passeggio sotto i portici, ora ammiro i doni dei re e le statue che si innalzano ovunque. Ammiro anche l'altare costruito con innumerevoli corna e l'albero al quale si appoggiò la dea partoriente e inoltre tutto quello che Delo possiede - non ricordo, e non ho voglia di descrivere tutto ciò che vidi in quel luogo. Forse, mentre guardavo queste cose ero guardata da te, Aconzio, e la mia semplicità ti sembrò facile preda. Ritorno al tempio di Artemide, che si erge alto sui gradini: quale luogo doveva essere più sicuro di questo? Viene gettata davanti ai miei piedi una mela con versi di questo tenore... Ahimè, stavo quasi per ripeterti il giuramento! La mia nutrice la raccolse e, stupefatta, mi disse: "Leggi bene!" - ed io lessi, o grande poeta, il tuo inganno. Nel pronunciare la parola matrimonio, turbata per la vergogna sentii che le mie guance erano completamente arrossite e tenevo gli occhi come inchiodati al grembo, occhi divenuti complici del tuo proposito. Perché, disonesto, gioisci? Quale gloria pensi di aver acquistato o quale merito hai come uomo per esserti preso gioco di una fanciulla inesperta? Io non ti stavo innanzi munita di pelta e con una scure in pugno, come Pentesilea in territorio troiano; tu non hai riportato come bottino di guerra nessuna cintura di Amazzone d'oro cesellato, come quella presa a Ippolita. Perché ti inorgoglisci se le tue parole mi hanno ingannata e io, fanciulla poco avveduta, sono caduta nel tuo tranello? Una mela ha ingannato Cidippe, una mela la figlia di Scheneo: tu, ora, sarai dunque un secondo Ippomene? Ma sarebbe stato meglio, se davvero ti possedeva questo fanciullo che tu dici avere non so quali fiaccole, seguire la consuetudine dei galantuomini e non guastare la speranza con un inganno: tu avresti dovuto persuadermi con le preghiere, non vincermi a tradimento. Perché, dal momento che mi volevi, non ritenevi di dover manifestare i motivi per i quali io dovevo scegliere te? Perché volevi costringermi piuttosto che persuadermi, se potevo essere conquistata dopo aver ascoltato la tua proposta di matrimonio? Che vantaggio ti porta la formula di un giuramento e che la mia lingua abbia chiamato a testimone la dea presente? È la mente che giura: io non ho giurato nulla con quella; solo la mente può aggiungere fede alle parole. Giurano la volontà e la decisione consapevole dell'animo e nessun obbligo ha valore se non quelli contratti per propria convinzione. Se di mia volontà ti promisi le nozze con me, esigi il dovuto diritto del letto promesso. Ma se non ti ho dato nulla, se non una voce senz'anima, possiedi inutilmente parole svuotate del loro valore. Non sono io che ho giurato, io ho letto le parole di un giuramento: non dovevo sceglierti come marito in questo modo. Inganna altre, così; sostituisci una lettera alla mela; se questo metodo funziona, porta via ai ricchi i loro grandi patrimoni. Fa' giurare ai re di darti i loro regni e che sia tua qualunque cosa ti piaccia, in tutto il mondo! Sei molto più grande, credimi, della stessa Artemide, se una tua lettera ha un potere tanto efficace. Tuttavia, dopo averti detto questo ed essermi rifiutata a te con fermezza, dopo aver esaurientemente esposto il motivo della mia promessa, temo, lo confesso, la collera della inflessibile figlia di Leto e ho il sospetto che venga di là la malattia che affligge il mio corpo. Infatti perché ogni volta che vengono preparate le cerimonie nuziali, altrettante volte il corpo della promessa sposa cade malato? Per tre volte Imeneo, arrivando dinanzi agli altari preparati per me, è fuggito volgendo le spalle sulla soglia del talamo; a fatica si rianimano le fiaccole tante volte alimentate dalla sua mano svogliata, a fatica tiene accese le torce, agitando la fiamma. Spesso dai suoi capelli inghirlandati stillano unguenti e trascina il mantello splendente di croco. Non appena ha toccato la soglia e vede lacrime e paura di morte e molte cose che contrastano con i suoi ornamenti, egli stesso leva via le corone dalla fronte, le getta lontano e deterge dalle chiome rilucenti il denso amomo; si vergogna di apparire gioioso in un triste consesso e quel rossore che era sul manto passa sul suo viso. Ma le mie membra, ah sventurata! bruciano di febbre e le coperte mi pesano più del dovuto; vedo i miei genitori in lacrime chini sul mio viso e al posto della fiaccola nuziale, mi è accanto la fiaccola di morte. Dea che ti compiaci della faretra dipinta, abbi pietà di chi soffre e concedimi l'aiuto salutare di tuo fratello. È vergognoso per te che sia lui ad allontanare le cause della mia morte e che sia tu, al contrario ad avere la responsabilità della mia fine. Forse quando volevi lavarti in una sorgente ombrosa, ho diretto, incauta, il mio sguardo al tuo bagno? O forse, fra tanti altari degli dèi, ho trascurato i tuoi, o vostra madre è stata disprezzata da mia madre? Io non ho commesso nessuna colpa se non quella di aver letto un falso giuramento, di essere stata capace di leggere versi infausti. Offri anche tu incenso per me, se il tuo amore non è una finzione; mi rechino aiuto le mani che mi hanno fatto del male! Perché colei che si adira, se non è ancora tua la fanciulla che ti è stata promessa, non fa in modo che possa diventarlo? Finché sono viva, puoi sperare tutto da me: perché la dea crudele toglie a me la vita, a te la speranza di avermi? E tu non credere che colui al quale sono destinata in moglie, tocchi con le sue mani il mio corpo malato e lo accarezzi! Certo, egli mi siede accanto, per quanto gli è concesso, ma non dimentica che il mio è il letto di una vergine. Sembra anche che ormai si sia accorto di qualcosa sul mio conto, spesso infatti gli scendono lacrime per un motivo segreto; mi accarezza con meno ardore e raramente... qualche bacio e con voce incerta mi chiama sua; e non mi stupisco che se ne sia accorto, dal momento che mi tradisco con segni evidenti: quando lui arriva, mi giro sul fianco destro, non parlo, fingo di dormire, tenendo gli occhi chiusi e respingo la sua mano che cerca di toccarmi. Geme e sospira in silenzio dal profondo del petto e ritiene che io sia offesa, sebbene lui non lo meriti. Ahimè, tu ne gioisci e ti piace questo spettacolo! Ahimè, ti ho confessato i miei sentimenti! Invece tu, che mi tendevi le reti, meriteresti a maggior diritto la mia collera se io fossi capace di provarne! Mi scrivi che ti sia concesso di venire a visitare il mio corpo malato - sei lontano da me e tuttavia anche da lì mi fai del male. Ero curiosa di sapere perché tu ti chiamassi Aconzio: è perché possiedi una punta acuminata che ferisce a distanza. Sicuramente io non mi sono ancora ristabilita da una tale ferita, colpita a distanza dal tuo scritto come da un giavellotto. Ma perché vorresti venire qui? Senza dubbio per vedere un corpo che muove a compassione, doppio trofeo del tuo ingegno! Sono consunta dalla magrezza, il mio incarnato è esangue come, mi ricordo, era il colore della mela. Il candore del mio viso non traspare più, luminoso, sotto un diffuso rossore: tale è solitamente l'aspetto del marmo appena tagliato, tale è il colore dell'argento nei banchetti, che si appanna al gelido contatto dell'acqua. Se mi vedessi ora, diresti di non avermi mai vista prima; dirai: "Questa non è donna che meriti di essere conquistata con la mia astuzia". Mi dispenserai dal mantenere la promessa, perché non debba unirmi a te e desidererai che la dea non se ne ricordi. Forse farai anche in modo che io giuri di nuovo il contrario e mi invierai un'altra formula da leggere. Tuttavia vorrei che tu riuscissi a vedermi, come tu stesso chiedevi e ... lo stato di indebolimento della tua promessa sposa. Anche se tu, Aconzio, hai un cuore più duro del ferro, tu stesso chiederesti perdono per le mie parole. Tuttavia, perché tu lo sappia, si sta chiedendo a Delfi, al dio che vaticina il destino, con quale mezzo io possa recuperare la salute. Anche lui (non so... mormorano voci imprecisate) anche lui, che è stato ugualmente testimone, si lamenta, che non sia stata mantenuta la parola data. Questo dice il dio e vate, questo dicono anche i miei versi, ma al tuo desiderio non manca nessun verso! Da dove ti viene questo favore? A meno che tu non abbia trovato per caso un nuovo scritto, la cui lettura inganni i grandi dèi; e se tu tieni dalla tua parte gli dèi, anch'io seguo il volere divino e di buon grado, secondo i tuoi desideri, ti porgo le mie mani, ormai vinte. Ho confessato a mia madre il patto stretto dalla mia lingua ingannata, tenendo gli occhi fissi a terra, pieni di vergogna. Il resto dipende da te; io ho fatto anche più di quanto dovesse una fanciulla, poiché la mia lettera non ha avuto timore di parlare con te. Ho già affaticato abbastanza con la penna le mie deboli membra e la mia mano malata rifiuta di prolungare il suo compito. Che mi resta da dire, se non che la mia lettera aggiunga l'augurio di buona salute che desidero ormai godere con te?