Biblioteca:Ovidio, Heroides, 18. Leandro a Ero



				

				

Accogli, Ero, la lettera scritta dalla mano che vorrei porgerti, come al solito, attraverso le onde, finché non giunga Leandro stesso. Il ragazzo di Abido ti invia il saluto che preferirebbe portarti, fanciulla di Sesto, se si placassero le onde del mare. Se gli dèi mi sono propizi, e sono favorevoli in amore, leggerai queste mie parole con disappunto. Ma non sono propizi. Infatti perché pongono un freno ai miei desideri e non permettono che io corra sulle acque, a me così familiari? Vedi tu stessa il cielo più nero della pece e i flutti in burrasca per i venti, quasi impraticabili anche per le concave navi. Un solo marinaio, questo audace, da cui ti è recata la mia lettera, si mette in viaggio dal porto. Stavo per salire a bordo anch'io, senonché, mentre scioglieva gli ormeggi di prua, tutta Abido era di vedetta. Non potevo tenermi nascosto come prima ai miei genitori, o, l'amore che vogliamo celare non sarebbe più rimasto segreto. Subito, nello scrivere dissi: "Va', lettera fortunata! Fra poco lei ti porgerà la sua bella mano e forse ti toccherà, avvicinando le sue tenere labbra, quando vorrà spezzare la cordicella con i suoi candidi denti". Dopo aver pronunciato tra di me queste parole con un leggero bisbiglio, la mia mano disse alla carta tutto il resto. Ma quanto preferirei che la mia mano nuotasse, piuttosto che scrivere, e mi trasportasse con slancio attraverso le acque ben note! È certamente più adatta a sferzare le acque calme del mare, ma è anche valida intermediaria dei miei sentimenti. È già la settima notte, un tempo per me lungo più di un anno, da quando il mare agitato ribolle con le acque che rimbombano cupamente. Se in queste notti io ho conosciuto il sonno che ristora la mente, sia ancora lunga l'attesa imposta dal mare impazzito! Seduto su di una roccia, in preda alla tristezza, fisso lo sguardo alla tua riva e mi lascio condurre con la mente, là, dove non posso con il corpo; anzi il mio sguardo o vede, o crede di vedere, la luce che veglia sulla sommità della torre. Per tre volte ho deposto la mia veste sulla sabbia asciutta, per tre volte, nudo, ho tentato di intraprendere il viaggio rischioso: al mio gesto giovanile si oppose la furia del mare e mi sommerse la testa, mentre nuotavo, rovesciandomi contro le sue ondate. Ma tu, il più indomabile dei venti impetuosi, perché mi fai guerra con tanta ostinazione? Tu infierisci contro di me, Borea, se non lo sai, non sul mare! Che cosa faresti tu, se non conoscessi l'amore? Per quanto tu sia di ghiaccio, neghi forse, malvagio, di esserti acceso, un tempo, di un fuoco ateniese? Se qualcuno ti avesse precluso le vie dell'aria, quando stavi per rapire il tuo amore, come lo avresti tollerato? Abbi pietà ti supplico, e fai soffiare più dolcemente una brezza favorevole! Così il figlio di Ippote non abbia a ordinarti nulla di sgradito. Chiedo cose inutili; egli stesso rumoreggia contro le mie preghiere, e non placa in nessun punto le acque che sconvolge. Oh, se Dedalo mi desse le sue ali ardite, anche se il lido Icario è qui vicino! Qualunque cosa sarà, la sopporterò, mi sia solo concesso di librare nell'aria il mio corpo che tante volte è rimasto in balia dell'acqua infida. Nel frattempo, mentre i venti ed il mare mi negano ogni possibilità, ritorno col pensiero ai primi momenti del mio amore furtivo. Calava la notte - è un piacere ricordarlo - quando, innamorato, uscivo dalla casa paterna; senza indugio, deposto il mio abito assieme al timore, muovevo le braccia con regolarità nelle fluide acque del mare. La luna quasi sempre mi offriva, mentre avanzavo, una luce palpitante, come una premurosa compagna del mio cammino. Io, scrutandola, dissi: "Assistimi, dea argentea, e affiori alla tua mente il ricordo delle rupi del Latmo! Endimione non ti permette di avere un cuore duro; volgi, ti prego, il tuo sguardo verso il mio amore segreto! Tu, una dea, discesa dal cielo cercavi l'amore di un mortale - mi sia concesso di dire la verità! -; quella che io cerco di raggiungere è lei stessa una dea. Non parlerò del suo carattere degno di un animo celeste, una tale bellezza non tocca se non alle vere dee. Dopo quello di Afrodite ed il tuo, non c'è viso più bello. E se non credi alle mie parole, guarda tu stessa! Come tutti gli astri scompaiono al confronto del tuo chiarore quando risplendi argentea con i tuoi raggi luminosi, così lei è la più bella fra tutte le belle: se non ci credi, Cinzia, la tua luce è cieca". Mentre dicevo queste parole, o parole certamente non dissimili, mi lasciavo trasportare di notte sulle acque, che non mi opponevano resistenza. L'onda luccicava per l'immagine della luna che vi si rifletteva e nella notte silenziosa c'era un chiarore come di giorno. Nessun suono, da nessuna parte, giungeva alle orecchie, se non il fruscio delle acque smosse dal mio corpo. Le sole alcioni, memori dell'amato Ceice, mi sembravamo emettere non so quale struggente lamento. E con le braccia ormai affaticate alla giuntura delle spalle, mi sollevo con forza in alto, sopra la superficie delle acque. E come vidi la luce da lontano dissi: "Lì c'è la mia fiamma; in quella riva c'è la mia luce". E subito mi tornarono le forze nelle braccia spossate e l'onda mi sembrò più cedevole di prima. Perché io non possa avvertire il gelo delle acque profonde, mi viene in aiuto l'amore, che arde nel mio petto appassionato. Quanto più procedo e si fa vicina la riva, e meno mi resta, più ancora mi piace avanzare. Quando poi posso anche essere visto, subito, tu che mi guardi, aggiungi coraggio e fai in modo che io prenda vigore. Ora anche nuotando mi sforzo di piacere alla mia donna ed è per il tuo sguardo che muovo le mie braccia. La tua nutrice impedisce a stento che tu ti addentri nelle acque; mi accorsi anche di questo e tu non mi hai ingannato. Tuttavia, pur trattenendo il tuo slancio, non riuscì ad impedire che l'onda avanzando ti bagnasse il piede. Mi accogli con un abbraccio e mi dai dolci baci, baci degni, o grandi dèi, di essere cercati al di là del mare; e mi cedi il mantello tolto dalle tue spalle e mi asciughi i capelli inzuppati d'acqua marina. Il resto lo sa la notte, e noi, e la torre complice e la luce che mi indica la via tra i flutti. Le gioie di quella notte non si possono contare, non più delle alghe dell'Ellesponto. Quanto più breve era il tempo concesso al nostro amore clandestino, tanto più si faceva attenzione che quello non andasse sprecato. E ormai la moglie di Titone stava per mettere in fuga la notte ed era sorto Lucifero, precursore dell'Aurora; accumuliamo baci affannosi, disordinatamente, precipitosamente e ci lamentiamo che l'intervallo della notte sia troppo breve. E così, esitando, al severo richiamo della nutrice abbandono la torre e mi avvio alla gelida riva. Ci separiamo fra le lacrime ed io ritorno al mare della Vergine, voltandomi continuamente a guardare la mia signora, finché mi è possibile. Se vuoi credere alla verità, venendo da te, mi sembra di essere un nuotatore, al ritorno, un naufrago. Aggiungo anche questo, se mi vuoi credere: il percorso verso di te mi sembra in discesa, quando torno via da te, un'immobile montagna d'acqua. Raggiungo la mia patria controvoglia. Chi potrebbe crederlo? Certamente controvoglia ora sono trattenuto nella mia città. Ahimè, perché, uniti nell'animo, siamo separati dai flutti ed un unico sentimento, ma non una unica terra possiede noi due? O la tua Sesto accolga me, o la mia Abido te: tanto piace a me la tua terra, quanto a te la mia. Perché io sono sconvolto tutte le volte che è sconvolto il mare? Perché mi può essere di ostacolo un impedimento lieve come il vento? Ormai i sinuosi delfini conoscono il nostro amore e io penso di non essere sconosciuto ai pesci. Ormai la via delle solite acque si apre profondamente tracciata come una strada calcata da molte ruote. Prima mi lamentavo di non avere altra via se non questa; ma ora mi lamento che anche questa mi venga a mancare a causa dei venti. Le acque della figlia di Atamante biancheggiano per le immani ondate e la nave a stento è al sicuro nel porto. Penso che questo mare fosse in tali condizioni quando per la prima volta prese il nome, che ora conserva, dalla fanciulla annegata; questo luogo è già abbastanza nefasto per la morte di Elle e anche se mi risparmia, prende già nome da un crimine. Invidio Frisso che l'ariete dal lanuto vello d'oro trasportò incolume attraverso il mare funesto. Io non cerco tuttavia l'aiuto di un ariete o di una nave, purché mi siano concesse acque da solcare con il mio corpo. Non ho bisogno di nessun espediente; mi si dia solo l'opportunità di nuotare, sarò io nave, nocchiero, passeggero. Non mi guida Elice, o l'Orsa, della quale si servono i Fenici: il mio amore non tiene conto degli astri alla portata di tutti. Un altro osservi Andromeda e la fulgida Corona e l'Orsa Parrasia che splende nel cielo a settentrione; a me non piace che mi siano di guida nel pericoloso viaggio gli amori di Perseo e di Libero e di Zeus. C'è un'altra luce, per me molto più affidabile di queste, sotto la sua guida il mio amore non si smarrisce nelle tenebre; pur di contemplarla, io andrei in Colchide e nelle più remote regioni del Ponto e fin dove si diresse la nave tessala e, nel nuoto, sarei in grado di battere il giovane Palemone e colui che l'erba miracolosa rese istantaneamente un dio. Spesso le mie braccia perdono vigore per il movimento incessante e, spossate, si trascinano a fatica nell'immensità del mare. Ma quando dico loro: "Come apprezzabile ricompensa della vostra fatica, avrete presto da abbracciare il collo della mia signora", subito quelle si rinfrancano e si dirigono verso il loro premio come un cavallo veloce, fatto uscire dal recinto di Elide. Io stesso dunque rivolgo lo sguardo al mio amore, per il quale ardo, e mi lascio guidare da te, fanciulla, degna piuttosto del cielo.
Degna sì del cielo, ma rimani ancora sulla terra, oppure insegnami per quale via anch'io possa arrivare agli dèi! Sei qui sulla terra, ma sono troppo brevi gli incontri con il tuo amante infelice ed i flutti sono sconvolti come il mio cuore. Che giova se non mi separa da te un'ampia estensione di mare? Questo stretto così breve, ci è forse di minore ostacolo? Quasi preferirei, ma non ne sono sicuro, restare isolato dal mondo intero, avere lontano, con la mia donna, anche la speranza. Ora quanto più sei vicina, più vicina è la fiamma che mi scalda e la speranza è sempre con me, non sempre il suo oggetto. Quasi tocco con la mano - tanta è la vicinanza - il mio amore, ma spesso, ahimè, questo "quasi" mi induce alle lacrime. Cosa c'è di diverso nel voler afferrare i frutti che sfuggono e seguire con la bocca il miraggio di un'acqua che si ritira? Dunque io non ti avrò mai, se non quando lo vorrà il mare e nessun inverno mi vedrà felice. E poiché non c'è nulla di più incostante del vento e delle onde, la mia speranza sarà sempre riposta nel vento e nell'acqua? E tuttavia è ancora estate. Che cosa avverrà quando le Pleiadi, il Guardiano dell'Orsa e la Capra di Oleno mi turberanno il mare? O io non so quanto sono audace, o, anche allora, il mio amore sconsiderato mi spingerà nelle acque dello stretto. E non pensare che io ti prometta questo perché non è ancora tempo; non tarderò a darti un pegno della mia promessa. Anche se il mare resta grosso ancora per poche notti, cercherò di attraversare le acque ostili. O la mia audacia avrà fortuna e io sarò salvo, o la morte sarà la fine di un amore tormentato. Pregherò tuttavia di essere scaraventato sulla tua riva e che il mio corpo di naufrago raggiunga il tuo porto. Certo piangerai e vorrai toccare il mio cadavere e dirai: "Sono stata io la causa della sua morte". Naturalmente sei turbata dal presagio della mia fine e, in questa parte, la mia lettera ti è odiosa. La smetto, non ti addolorare. Ma affinché il mare ponga termine alla sua ira, si uniscano, ti prego, le tue preghiere alle mie. Ho bisogno di una breve tregua, il tempo di venire da te; quando avrò toccato la tua riva, continui pure la burrasca. Lì c'è il porto adatto al mio scafo e non c'è acqua in cui la mia nave stazioni meglio. Lì mi rinchiuda Borea, dove è dolce trattenersi. Allora sarò pigro a nuotare, allora sarò prudente e non lancerò nessun insulto ai flutti che non mi ascoltano e non mi lamenterò che il mare sia pericoloso per chi si accinge a nuotare. Mi trattengano ugualmente i venti e le tue morbide braccia, che mi leghino qui a te tutte e due le ragioni. Quando la tempesta lo permetterà, mi servirò dei remi del corpo; tu, solo, tieni sempre in vista il lume. Frattanto, al posto mio, sia la mia lettera a trascorrere la notte con te e io prego di seguirla di persona, dopo una brevissima attesa.