Biblioteca:Ovidio, Amori, Libro III



				

				

C'è un'antica foresta per molti anni rispettata dalla scure; è da credere che vi abbia sede una divinità. Nel mezzo una sorgente consacrata e una grotta da cui pendono stalattiti; da ogni parte si leva dolce il cinguettio degli uccelli. Mentre passeggiavo nel bosco al riparo delle fronde ombrose, cercavo a quale argomento potesse dar vita la mia ispirazione; mi si presentò l'Elegia coi capelli profumati e intrecciati, e aveva, mi pare, un piede più lungo dell'altro. Era bella d'aspetto, con una veste leggerissima, il viso dell'innamorata, e il difetto al piede le conferiva una nota di grazia. Si presentò anche la Tragedia, avanzando impetuosa a grandi passi: aveva i capelli sparsi sulla fronte minacciosa e la veste toccava terra; la mano sinistra agitava con ampi gesti lo scettro regale, ai piedi calzava l'alto coturno lidio; e parlando per prima disse:

Quando porrai fine ai tuoi amori, o poeta troppo legato al tuo soggetto? Nei conviti fra lo scorrere del vino si parla delle tue dissolutezze, se ne parla anche nei crocicchi, dove si incontrano molte vie. Spesso qualcuno mostrandoti col dito mentre cammini esclama: «Ecco, è proprio lui il poeta che Amore consuma impietosamente.» Raccontando senza alcun riserbo le tue imprese, sei diventato, senza accorgertene, la favola di tutta Roma. È giunto il momento di mettersi all'opera sotto l'impulso di un'ispirazione più alta; hai oziato abbastanza: intraprendi un'opera di maggior impegno. Con simili argomenti soffochi il tuo talento; canta le gesta degli eroi: «Questo» dirai «è un campo degno del mio spirito.» Ti sei dilettato a comporre poesie adatte per giovani donne, e la tua prima giovinezza è trascorsa in mezzo ai versi a lei congeniali. Ora fa' sì che grazie a te io, la Tragedia romana, acquisti fama: la tua ispirazione darà corpo alle mie leggi.

Così parlò e, ergendosi sui ricamati coturni, agitò tre o quattro volte il capo dalla folta capigliatura. L'altra, se ben ricordo, mi lanciò uno sguardo di sottecchi e sorrise; m'inganno o nella mano destra aveva un ramo di mirto?

Perché, impetuosa Tragedia, disse, mi assali con parole severe? O forse non puoi mai fare a meno di essere severa? Eppure ti sei degnata di esprimerti in versi diseguali; hai combattuto contro di me servendoti dei miei versi. Io non oserei paragonare ai miei i tuoi canti elevati: la tua reggia fa' scomparire la mia angusta dimora. Sono leggera, e come me è leggero Cupìdo, il mio pupillo: io stessa non sono più nobile degli argomenti che tratto. La madre del malizioso Amore senza di me sarebbe inesperta: il mio compito è quello di essere consigliera e compagna alla dea. Quella porta, che col tuo robusto coturno non riuscirai a dischiudere, cede aprendosi alle mie lusinghe. E tuttavia ho meritato di aver più potere di te, sopportando molte cose che la tua alterigia non avrebbe sopportato: grazie a me, ingannato il custode, Corinna ha appreso a mettere alla prova la fedeltà di una porta chiusa e a scivolar via dal letto, velata appena dalla tunica slacciata, e a camminare nella notte senza far rumore. Quante volte sono rimasta appesa ad una porta impenetrabile su una tavoletta cerata senza preoccuparmi che i passanti mi leggessero! Anzi, in attesa che lo spietato guardiano se ne andasse, ricordo di essere stata nascosta, dopo il mio invio, nel seno di un'ancella. E quando tu mi invii come regalo per il suo compleanno e quella mi fa' in pezzi e mi getta crudelmente nell'acqua che ha davanti? Io per prima ho fatto spuntare i fertili germogli del tuo ingegno; quello che costei ora reclama da te è un dono che ti ho fatto io.

Aveva finito; ed io cominciai:

Per il vostro nome vi prego entrambe di porgere ascolto alle mie parole timorose. Tu, da un lato, mi adorni dello scettro e dell'alto coturno: espressioni altisonanti risuonano fin d'ora nel mio linguaggio contenuto. Tu, d'altro lato, doni al mio amore una fama duratura: perciò assistimi e unisci ai versi lunghi quelli brevi. O Tragedia, accorda un po' di tempo al poeta; tu impegni senza tregua; ciò che chiede quella è di breve durata.

Commossa, mi concesse il favore. Si affrettino i dolci Amori fin che il tempo lo consente: un'opera più elevata m'incalza alle spalle.

Non è l'interesse per i cavalli di razza che mi fa' sedere qui; in ogni modo faccio voti perché vinca la gara quello per il quale tieni tu. Io sono venuto per parlare con te e per sederti vicino, perché il sentimento d'amore che susciti in me non ti fosse ignoto. Tu guardi le corse, io guardo te: guardiamo pure entrambi quel che ci piace e lasciamo che i nostri occhi si sazino. O fortunato l'auriga, chiunque sia, per cui fai il tifo! Dunque egli ha avuto la fortuna di suscitare il tuo interesse? Possa questa fortuna capitare anche a me, ed io salirò pieno d'ardore sul carro mentre i cavalli si lanciano fuori dal sacro recinto e ora allenterò le briglie, ora li frusterò sul dorso, ora con la ruota interna sfiorerò la meta; ma se, mentre corro, tu mi guarderai, rallenterò e dalle mie mani le briglie penderanno abbandonate. O Ippodamìa, quanto poco mancò che Pélope, mentre contemplava il tuo volto, cadesse trafitto dalla lancia del re di Pisa! Eppure egli vinse infine secondo l'augurio della sua innamorata: possa ciascuno di noi vincere secondo l'augurio della sua donna. Perché cerchi invano di allontanarti? La linea che separa i posti ci costringe a stare uniti. Il Circo con la sua legge offre questi vantaggi. Tu però, chiunque tu sia che siedi alla sua destra, abbi riguardo per lei: ella è infastidita dal contatto con il tuo fianco; anche tu, che occupi il posto alle nostre spalle, ritrai le gambe, se hai un po' di rispetto, e non fare pressione sulla sua schiena con le tue dure ginocchia. Ma il tuo mantello è sceso troppo e tocca terra: sollevalo, altrimenti provvedo io con le mie mani. Eri una veste maligna, tu che coprivi delle gambe così belle; e per vedere di più... eri proprio una veste maligna. Gambe simili, quelle di Atalanta in fuga, Milanione avrebbe desiderato sorreggere con le sue mani; così vengono dipinte le gambe di Diana quando, in succinta tenuta da caccia, insegue gli animali selvaggi, ancor più selvaggia di loro. Io arsi di desiderio per quelle gambe che ancora non avevo visto; che accadrà ora che le ho viste? Tu alimenti le fiamme con la fiamma, il mare con l'acqua. A giudicare dalle gambe immagino che mi piaceranno anche le altre tue bellezze, che sono ben nascoste sotto la veste leggera. Vuoi comunque che nel frattempo, agitando con la mano il programma, io susciti un piacevole venticello? O forse questo calore ardente non deriva dalla stagione, ma dalla mia passione ed è l'amore per una donna che brucia il mio cuore ormai schiavo?. Mentre parlavo, la tua bianca veste si è cosparsa di polvere leggera: via, sporca polvere, lontano da questo corpo candido come neve! Ma ormai comincia la sfilata: raccoglietevi e fate silenzio; è il momento di applaudire: avanza il corteo sfavillante d'oro. Al primo posto procede la Vittoria con le ali spiegate: vieni qui, o dea, e fa' che il mio amore sia vincitore. Applaudite Nettuno, voi che guardate troppo fiduciosi alle onde: col mare io non ho nulla da spartire; mi trattiene la mia terra. Applaudi il tuo Marte, o soldato: io, le armi le odio; a me dà gioia la pace e il trovare in essa l'amore. Apollo sia propizio agli aùguri, Diana ai cacciatori; le mani degli artisti e degli artigiani si tendano verso di te, o Minerva. Voi, contadini, alzatevi al passaggio di Cerere e del giovane Bacco; ai pugili è caro Pollùce, ai cavalieri Càstore. Io applaudo te, dolce Venere, e gli Amorini signori dell'arco: concedi il tuo assenso alle mie imprese, o dea, e infondi ardire alla mia nuova padrona perché si lasci amare; Venere ha fatto un cenno di approvazione e con esso mi ha dato presagi favorevoli. Ti prego, prometti anche tu quel che ha promesso la dea; senza offesa per Venere, tu sarai per me una dea ancor più grande. Lo giuro davanti a tanti testimoni e al corteo degli dèi: ti desidero come mia signora per sempre. Ma le tue gambe sono senza sostegno: se ti fa' piacere, puoi appoggiarti con la punta dei piedi fra le travi dello steccato. Ma ecco che nella pista ormai libera del Circo il pretore ha dato il via dalla stessa linea di partenza ai cavalli delle quadrighe: è lo spettacolo più importante. Ho capito per chi fai il tifo; vincerà, chiunque sia a godere delle tue preferenze: perfino i cavalli sembrano sapere quali siano i tuoi desideri. Me infelice, ha preso una curva troppo larga; che fai? L'inseguitore, accostando il carro, sfiora la meta. Che fai, disgraziato? rendi vani i favorevoli auguri della mia donna; tira con mano sicura le redini dalla parte sinistra, te ne scongiuro! Abbiamo dato il nostro sostegno a un incapace. Ma avanti, cittadini, fateli ricominciare e agitando le toghe fate segno da ogni parte. Ecco, li fanno ricominciare; ma, per evitare che il movimento delle toghe ti scompigli i capelli, tu puoi ripararti stringendoti al mio petto. E ormai, aperti i cancelli, si spalancano di nuovo le porte delle scuderie e una schiera variopinta si slancia in avanti sui cavalli che vanno a briglia sciolta. Cerca di vincere almeno questa volta e svetta nello spazio che ti si apre davanti: fa' sì che le mie speranze e quelle della mia donna si realizzino. Le speranze della mia donna si sono realizzate, restano ancora le mie; quello ha conquistato la vittoria, ora devo conquistarla io.

Si è messa a ridere e parlando con gli occhi mi ha fatto una mezza promessa.

Questo per ora mi basta: il resto concedimelo altrove.

E poi va' a credere che gli dèi esistono! Ella è venuta meno alla fede promessa, eppure la sua bellezza è rimasta immutata. Quanto erano lunghi i suoi capelli, quando ancora non aveva spergiurato, tanto sono lunghi ora, dopo che ha offeso gli dèi. Prima era bianca come la neve e il bianco dell'incarnato si tingeva del colore della rosa: ora la medesima tinta rosata risplende sul suo bianco volto. Aveva il piede minuto: minutissimo è rimasto. Era alta e bella: alta e bella rimane. Aveva gli occhi penetranti: ora brillano come stelle e con essi quella spergiura cento volte mi ha tratto in inganno. Si vede che anche gli dèi immortali permettono alle donne di giurare il falso: anche la bellezza è una dea. Ultimamente, mi ricordo, ella ha giurato sui suoi occhi e sui miei: e a patirne sono stati i miei. Rispondete, o dèi: se era stata lei ad ingannarvi e non l'avete punita, perché a subire le conseguenze di una colpa altrui devo essere io? (Eppure non vi ha reso odiosi l'aver ordinato la morte della figlia di Cèfeo per colpa dell'infausta bellezza di sua madre). Non basta che voi siate stati per me testimoni privi di valore e che ella rida a un tempo di me e di voi, che ha ingannato impunemente? Io, che ho subìto l'inganno, sarò dunque la vittima dell'ingannatrice, in modo che ella possa scontare il suo spergiuro attraverso la mia punizione? O quello di dio è un nome senza valore, di cui si ha un'inutile paura e che turba le genti sciocche e credule, oppure, se un qualche dio esiste, si innamora delle giovani donne: allora non c'è da stupirsi che conceda ad esse sole un potere assoluto. Contro noi uomini Marte si arma della spada apportatrice di morte, Pallade, dalla mano invincibile, scaglia contro di noi la sua lancia, per noi Apollo incurva l'arco pieghevole, contro di noi il sommo Giove impugna nella destra il fulmine; i celesti, benché offesi, hanno paura di dispiacere alle belle, anzi hanno addirittura timore di chi non ebbe timore di loro. E c'è ancora qualcuno che devotamente si preoccupa di porre incenso sugli altari? Certo gli uomini dovrebbero avere maggior coraggio. Giove col suo fulmine saetta boschi e roccheforti, ma impedisce ai suoi dardi di colpire le spergiure. Tante avrebbero meritato d'essere incenerite: Sèmele sola bruciò miseramente. Trovò il castigo per la sua compiacenza (ma se si fosse sottratta all'amante che veniva da lei, al padre non sarebbe toccato di far da madre a Bacco). Ma perché mi lamento e rivolgo improperi a tutti quanti i celesti? Anche gli dèi hanno gli occhi, anch'essi hanno un cuore. Io pure, se fossi un dio, consentirei a una donna dalla bocca menzognera di ingannare senza danno la mia maestà divina; io stesso sarei pronto a giurare che le donne hanno giurato il vero e non sarei considerato un dio severo. Ad ogni modo, tu, o donna, fa' un uso più misurato di questo dono degli dèi, o almeno risparmia i miei occhi. O amante crudele, ponendo sotto custodia la tua giovane donna non concludi nulla: ognuna deve essere tutelata dalla propria indole. Se una donna, rimosso il timore, è casta, allora è veramente casta; ma colei che non pecca perché non può, quella pecca. Quand'anche tu ne abbia ben custodito il corpo, col pensiero ti tradisce: non si può sorvegliare la volontà di alcuna donna; ma neppure il corpo puoi preservare, anche se chiudi tutto: quando avrai chiuso tutti fuori, l'amante sarà già entrato. Colei che è libera di tradire, tradisce di meno: la possibilità stessa rende meno vivi gli stimoli del peccato. Dammi ascolto, smetti di sollecitarne le tentazioni con i divieti; le vincerai meglio con la tua condiscendenza. Ho visto or ora con i miei occhi un cavallo galoppare veloce come un lampo resistendo al morso con la bocca ribelle; non appena si accorse che le redini erano state allentate e che le briglie erano rilasciate sulla sua criniera scomposta, si fermò. Ci opponiamo sempre ai divieti e desideriamo quel che ci vien negato: così l'ammalato si protende verso l'acqua che non può bere. Argo aveva cento occhi sulla fronte e cento sulla nuca, eppure Amore da solo spesso sfuggì ad essi; Dànae, che era stata portata vergine in una dimora infrangibile, fatta di ferro e di pietra, divenne madre: Penelope, pur priva di guardiano, restò incontaminata fra tanti giovani pretendenti. Noi desideriamo maggiormente tutto ciò che viene custodito e sono proprio le precauzioni ad attirare il ladro; pochi s'innamorano della donna che l'altro permette di amare. Ella non piace per la sua bellezza, ma per l'amore del suo uomo: pensano che abbia non so quale attrattiva che ti ha conquistato. Colei che l'amante custodisce non diventa onesta, ma come adultera attrae: la paura stessa le conferisce un valore più grande di quello del suo corpo. Sdégnati pure: un amore illecito piace; è attraente soltanto colei che può dire:

Ho paura.

D'altronde non è un diritto mettere sotto custodia una donna libera; questo timore agiti le donne straniere. Solo perché il guardiano possa affermare:

È merito mio

ella dovrebbe essere casta a gloria di un tuo schiavo? Chi si sente offeso per il tradimento della moglie è troppo rozzo e non conosce a sufficienza i costumi di Roma, in cui i figli di Marte e di Ilia, Romolo e Remo, non nacquero senza colpa. Perché l'hai voluta bella, se ti piaceva soltanto se casta? Queste due virtù non possono coesistere in alcun modo. Se sei saggio, sii indulgente con la tua donna, deponi quel cipiglio austero, non tutelare i diritti del marito inflessibile e coltiva quegli amici che la tua compagna ti procurerà (e te ne procurerà molti): così con pochissima fatica ne avrai gran vantaggio; così potrai sempre partecipare ai festini dei giovani e vedere in casa tua molti doni che non avrai fatto tu.

Era notte e il sonno aveva avuto ragione dei miei occhi stanchi; ed ecco che questi sogni riempirono di paura il mio cuore: alle falde di un colle pieno di sole vi era un foltissimo bosco di elci, fra i cui rami trovavano riparo molti uccelli. Al di sotto si apriva una distesa di prati erbosi verdissimi, irrigata dalle acque di un ruscello dal dolce mormorio. Io cercavo di sfuggire alla calura riparandomi all'ombra delle fronde degli alberi, ma anche all'ombra delle fronde la calura era intensa. Quand'ecco comparve davanti ai miei occhi, in cerca d'erba mista a fiori variopinti, una giovenca bianca, più bianca della neve appena caduta, quando ancora non si è liquefatta per il trascorrere del tempo, più bianca del latte quando, appena munto dalla pecora, ribolle ancora di candida schiuma. Le era compagno un toro, suo fortunato consorte, che si adagiò sul molle terreno accanto alla sposa. Mentre se ne stava disteso ruminando lentamente l'erba richiamata alla bocca e masticava per la seconda volta il cibo del quale si era nutrito in precedenza, mi sembrò che reclinasse a terra il capo munito di corna, poiché il sonno gli toglieva la forza di tenerlo sollevato. A questo punto una cornacchia, scendendo a volo nell'aria con ali leggere, venne a posarsi gracchiando sul verde terreno e per tre volte ferì il petto della bianca giovenca a colpi di becco e con esso le strappò dei candidi crini. La giovenca, dopo aver a lungo esitato, abbandonò il prato e il toro, ma sul suo petto c'era un livido nero; come vide da lontano dei tori al pascolo (un po' discosto dei tori brucavano nei pascoli rigogliosi), si diresse di corsa laggiù e si unì a quella mandria, alla ricerca di un terreno dall'erba più abbondante. Dimmi dunque, chiunque tu sia, interprete della mia notturna visione, che significato abbia questo sogno e se contiene qualche verità.

Così dissi io; e l'interprete della visione notturna, valutando nel suo animo ogni singola parola, rispose:

Quella calura che tu cercavi di evitare senza riuscirci, al riparo delle tremule foglie, era la passione d'amore. La giovenca è la tua donna: quel colore è adatto a una donna; tu sei l'uomo ed essendo in compagnia di una giovenca eri il toro. Poiché la cornacchia col suo becco aguzzo feriva il petto alla giovenca, una vecchia ruffiana farà mutare l'indole della tua donna; poiché, dopo aver a lungo esitato, la giovenca ha abbandonato il suo toro, tu sarai lasciato solo nel freddo letto. Il livido e le macchie nere sul davanti del petto rivelano che il suo cuore non è esente dalla macchia dell'adulterio.

Così disse l'indovino: il sangue abbandonò il mio viso raggelato e davanti ai miei occhi calò, profonda, la notte. O torrente dalle rive fangose coperte di canne, sto correndo dalla mia donna: trattieni per un po' le tue acque. Tu non hai ponti, né una barca ricurva che mi trasporti sull'altra sponda a mezzo d'una fune, senza scomodare un rematore. Avevi un corso modesto, lo ricordo, e non avevo timore a traversarti; l'acqua nel suo punto più alto arrivava appena a sfiorarmi i talloni; ora che si sono sciolte le nevi, scorri impetuoso giù dal monte sovrastante e agiti vorticosamente le tue acque gonfie in gorghi orrendi. A che mi è valso l'affrettarmi, a che l'aver concesso breve spazio al riposo, a che l'aver unito il giorno alla notte, se devo tuttavia arrestarmi qui, se non mi si concede in alcun modo di porre il piede sull'altra sponda? Ora vorrei le ali che aveva il figlio di Dànae, Pèrseo, quando portò via la spaventosa testa anguicrinita della Górgone, ora vorrei il carro da cui per la prima volta vennero gettate nella terra incolta le sementi di Cerere. Parlo di fatti miracolosi, invenzioni dei poeti antichi: sono cose mai accadute e che non accadranno mai. Tu piuttosto, torrente, che ti riversi fuori dalle rive che ti accoglievano (possa tu fluire eternamente), scorri entro gli argini. Se si dovesse mai dire che io, innamorato, sono stato trattenuto per colpa tua, credimi, o torrente, non riuscirai a far fronte all'odio suscitato. I fiumi dovrebbero venire in aiuto dei giovani innamorati: i fiumi conobbero anch'essi la forza dell'amore. Si narra che per causa di Melia, ninfa di Bitinia, l'Inaco fluisse privo di colore e che nel suo alveo gelato ardesse d'amore. L'assedio di Troia non era ancor giunto al decimo anno quando Neera incantò i tuoi occhi, o Xanto. E che? Il saldo amore per una fanciulla arcade non costrinse forse l'Alfèo a scorrere in terre lontane? Anche di te, o Penèo, si narra che tu abbia nascosto nella Ftiòtide Creùsa, promessa a Xuto. A che citare l'Asòpo, che fu conquistato da Tebe, figlia di Marte, Tebe che avrebbe generato cinque figlie? Se ora ti chiedessi dove sono le tue corna, o Achelòo, lamenteresti che ti sono state spezzate per mano di Ercole al colmo dell'ira: non poté tanto Calidone, né tanto l'intera Etolia; solo Deianira ebbe un tal potere. Si narra che il famoso Nilo, che sbocca opulento in mare per sette foci, che con tanta cura nasconde la sorgente di un corso così ricco d'acqua, non sia riuscito a soffocare nei suoi gorghi il fuoco dell'amore concepito per Evante figlia di Asòpo. L'Enipéo per poter abbracciare all'asciutto la figlia di Salmonéo, ordinò alle sue acque di ritirarsi: e le acque al suo comando si ritirarono. Né mi dimentico di te che, scorrendo fra massi incavati, irrighi, rendendoli fruttiferi, i campi dell'argiva Tivoli, di te a cui piacque Ilia, benché incutesse spavento per il suo abbigliamento, dopo che con le unghie si era strappata i capelli e lacerata le guance. Straziata per il sacrilegio dello zio e per il misfatto di Marte, vagava a piedi nudi per plaghe deserte. L'Aniene impetuoso la scorse dall'interno dei suoi flutti vorticosi e, sollevata la rauca bocca dal mezzo dell'onda, disse:

Perché Ilia, prole dell'Ideo Laomedonte, percorri angosciata le mie rive? Dove sono finiti i tuoi ornamenti? Perché vai errando solitaria e la bianca benda non trattiene i tuoi capelli sciolti? Perché piangi e sciupi i tuoi occhi bagnandoli di lacrime e percuoti con mano insensata il nudo petto? Ha il cuore scolpito nella viva pietra e nel ferro colui che guarda insensibile le lacrime che rigano il tuo molle viso. Non aver più paura, Ilia: la mia reggia si aprirà per te e i fiumi ti onoreranno: aver più paura, Ilia. Tu sarai la signora fra cento o più ninfe, infatti cento o più abitano le mie correnti. Solo non disprezzarmi, te ne scongiuro, o discendente della stirpe troiana: e avrai doni più ricchi di quelli che ti promisi.

Così parlò; ella con gli occhi pudicamente rivolti verso terra bagnava il seno con una tiepida pioggia di lacrime; tre volte prese la fuga, tre volte si fermò dinanzi alle acque profonde, poiché la paura le toglieva la forza di correre; più tardi tuttavia, lacerandosi i capelli con dita ostili, pronunciò con bocca tremante queste parole indegne di lei:

Magari le mie ossa fossero state raccolte e chiuse nel sepolcro dei miei padri, quando erano ancora le ossa di una vergine! Perché invitare a nozze me che, poc'anzi Vestale, sono ora coperta d'infamia e ho macchiato i sacri focolari di Ilio? Perché indugio e mi lascio indicare a dito dal popolo come adultera? Possa scomparire questo volto macchiato dal rossore della vergogna. Dette queste parole si coperse con la veste gli occhi gonfi di pianto e si abbandonò disperata alla corrente vorticosa; si narra che il fiume dal mobile flusso sostenne con le mani il suo petto e le diede i diritti del talamo coniugale. C'è da credere che anche tu ti sia innamorato di qualche donna, ma i boschi e le selve celano le vostre colpe. - Mentre parlavo le acque copiose sono aumentate di volume e il letto, benché profondo, non riesce a contenere i flutti che vi si riversano. - Che hai contro di me, tu che vai infuriando? Perché ritardi le mie scambievoli gioie, perché, zotico, interrompi il cammino che ho iniziato? Che faresti se avessi un corso regolare, se fossi un fiume famoso, se godessi nel mondo della più grande celebrità? Non hai neppure un nome tu che sei formato di rivoli effimeri, non hai sorgenti, né letto ben definito: per te le sorgenti sono la pioggia e le nevi disciolte, ricchezze queste che a te dispensa l'inverno, che rende inattivi; o scorri fangoso nella stagione fredda, o ricopri polveroso un suolo riarso. Quale viandante assetato poté abbeverarsi alle tue acque? Chi grato ti augurò:

Possa tu scorrere in eterno? Il tuo corso nuoce al bestiame e nuoce maggiormente ai campi: questi danni forse toccano altri, i miei toccano me. Ed io, pazzo, gli raccontavo gli amori dei fiumi! Mi vergogno di aver proferito inopportunamente nomi tanto famosi. Volgendo lo sguardo a questo illustre sconosciuto ho potuto pronunciare il nome dell'Achelòo, dell'Inaco, e il tuo, o Nilo! Ma ti faccio un augurio secondo i tuoi meriti, sporco torrente: possano le estati bruciare d'arsura e l'inverno trascorrere tutto senza piogge! Ma non è forse bella, non è forse curata questa donna, ma, dico, non è stata tante volte oggetto dei miei desideri? Eppure l'ho avuta fra le braccia senza poter concludere nulla, vittima di una malaugurata impotenza, e sono rimasto inattivo, peso vergognoso, su un letto inerte e, benché lo desiderassi io e lo desiderasse in egual misura anche la mia donna, non sono riuscito a ricavare piacere dal mio membro spossato. A dire il vero ella mi gettò al collo le sue braccia d'avorio, più bianche della neve sitonia, mi impresse con lingua bramosa baci provocanti, insinuò lascivamente la sua coscia sotto la mia, mi disse frasi carezzevoli, chiamandomi padrone, e aggiunse quelle parole che nella circostanza riescono gradite. E tuttavia il mio organo virile, fiacco come se fosse stato sotto l'effetto debilitante della cicuta, deluse i miei intenti. Giacevo come un tronco privo di vita, larva d'uomo e inutile peso, e non era chiaro se fossi una persona vivente o un fantasma. Quale sarà la mia vecchiaia, se pur ci sarà per me una vecchiaia, quando perfino la giovinezza vien meno ai suoi compiti? Ahimè, mi vergogno della mia età: a che scopo esser giovane e uomo? La mia amante non mi ha conosciuto né giovane né uomo. Si è alzata dal mio letto come una devota Vestale, pronta ad accostarsi al fuoco inestinguibile o come una sorella rispettata dall'amato fratello. Eppure di recente ho posseduto due volte di seguito la bionda Clide, tre volte la bianca Pito, tre volte Libade; nel breve spazio di una notte ricordo che seppi far fronte nove volte alle pretese di Corinna. Le mie membra sono forse illanguidite per la malìa di un veleno tessalico, forse, infelice, sono sotto l'effetto nocivo di un incantesimo e di un filtro d'erbe, oppure una fattucchiera ha impresso il mio nome su una rossa cera e ha conficcato sottili aghi nel mio fegato? Il grano colpito dall'incantesimo isterilisce e diventa erbaccia, le acque di una sorgente colpita dall'incantesimo cessano di fluire; per effetto dell'incantesimo le ghiande cadono dalle querce e l'uva dalle viti e i frutti si staccano senza che nessuno li scuota. Che cosa vieta che anche la virilità sia paralizzata per effetto della magìa? Forse la mia impotenza deriva da questo. Si aggiunse a ciò la vergogna per l'accaduto: sì, anche la vergogna mi creava difficoltà; essa fu il secondo motivo del mio fallimento. Eppure che donna era quella che io mi limitavo a vedere e a toccare! (Così la tocca anche la sua sottoveste!) A contatto con lei Nestore ritornerebbe giovinetto e Titone diventerebbe più vigoroso di quel che gli consente la sua età. Ebbi la fortuna di averla per me, ma ella non ebbe la fortuna di incontrare un uomo. Quali preghiere potrò formulare adesso per mezzo di nuovi voti? Credo che anche i sommi dèi si siano pentiti di avermi offerto un dono che ho sciupato così vergognosamente. Sognavo di essere accolto: ebbene sono stato accolto; di baciarla: l'ho baciata; di starle vicino: le sono stato vicino. A che mi è valsa tanta fortuna? A che l'avere un regno, se non avevo lo scettro? Che ho fatto, tranne che possedere le ricchezze come un ricco avaro? Così brucia di sete in mezzo all'acqua colui che divulgò i segreti e vede davanti a sé dei frutti che non potrà mai toccare. Ahimè! C'è qualcuno che si alza al mattino dal fianco morbido di una donna, in condizioni tali da potersi subito accostare ai sacri altari degli dèi? Ma, dico, non sciupò vanamente con me i suoi baci invitanti, i suoi baci migliori, non tentò di eccitarmi in ogni modo? Con le sue lusinghe avrebbe potuto smuovere le pesanti querce e l'impenetrabile acciaio e le insensibili rocce: sarebbe stata certamente in grado di eccitare uomini vivi e veri, ma io allora non ero vivo e nemmeno ero, come nel passato, un vero uomo. Che diletto procurerebbe Femio se cantasse per le orecchie di un sordo? Che diletto procura un quadro all'infelice Tamira? Eppure a quali voluttà non avevo dato corpo con segreti pensieri, quali posizioni non avevo immaginato e preordinato! Tuttavia la mia virilità rimase inerte, come morta anzitempo, indegnamente afflosciata più di una rosa del giorno prima, mentre ora, che non è il momento, eccola, di nuovo viva e gagliarda, sollecitare l'impegno di un combattimento d'amore. Perché non te ne stai lì tranquilla, piena di vergogna, tu che sei la parte peggiore di me? Anche prima sono stato ingannato così dalle tue promesse. Tu inganni il tuo padrone, per colpa tua sorpreso inerme ho subìto un brutto scorno e mi sono coperto di vergogna. La mia donna non disdegnò neppure di sollecitarla agitando dolcemente la mano; ma quando vide che non riusciva a rizzarsi con nessun mezzo e che era ricaduta inerte, dimentica del suo passato, disse:

Perché ti fai gioco di me? Chi ti obbligava, insensato, a coricarti nel mio letto, se non ne avevi voglia? O una maga di Eea ti tiene in suo potere avendo trafitto la tua immagine, oppure giungi spossato dall'amore di un'altra.

E, senza porre indugio, saltò giù, appena coperta dalla tunica slacciata (ed era bella mentre balzava fuori a piedi nudi), e, perché le sue ancelle non potessero capire che io non l'avevo toccata, nascose questa umiliazione lavandosi. E qualcuno ammira ancora le arti liberali o pensa che le poesie d'amore abbiano qualche pregio? Un tempo il talento poetico valeva più dell'oro, ma ora essere nullatenenti è segno di grande inciviltà. Dopo che i miei libretti di poesie sono molto piaciuti alla mia donna, dove a loro è stato concesso di entrare, a me non è concesso; dopo avermi colmato di lodi, ha chiuso me e le mie lodi fuori della porta: con tutto il mio talento io vado girando indegnamente qua e là. Ecco, a me viene preferito un neo-ricco, un cavaliere che si è abbeverato di sangue e che ha raggiunto la dignità equestre grazie alle sue ferite. E tu, amor mio, hai cuore di stringere costui fra le tue belle braccia? Hai cuore, amor mio, di abbandonarti al suo abbraccio? Se non lo sai, quel capo era avvezzo a indossare un elmo e al fianco, che è al tuo servizio, era cinta una spada; la mano sinistra, a cui ora poco si addice un tardivo anello di cavaliere, reggeva uno scudo; toccagli la destra: è stata intrisa di sangue. E tu puoi toccare questa destra per cui qualcuno perse la vita? Ahimè, dov'è finita la tua sensibilità? Guarda le cicatrici, segni di una passata battaglia: tutto quel che possiede, l'ha acquistato pagando col proprio corpo. Forse egli ti svelerà quanti uomini ha sgozzato: e tu, cupida, dopo una simile confessione tocchi quelle mani? Ed io, vate incontaminato delle Muse e di Apollo, recito un'inutile poesia davanti a una porta impenetrabile. Voi, che avete senno, imparate non le nostre arti di oziosi, ma come seguire le schiere che corrono disordinate e i crudeli accampamenti e invece di allineare versi, allineate la prima fila: se tu combattessi, Omero, ti si potrebbe concedere una notte. Giove, consapevole che nulla ha più potere dell'oro, divenne egli stesso il compenso della fanciulla sedotta. Finché mancava una contropartita, il padre restava rigido, lei stessa insensibile, i battenti di bronzo, la torre di ferro; ma quando lo scaltro seduttore si presentò sotto forma di dono, fu lei stessa ad offrire il grembo e, invitata a concedersi, si concesse. Ma quando il regno del cielo apparteneva al vecchio Saturno, la terra nascondeva nel profondo delle tenebre ogni ricchezza: aveva spinto verso gli Inferi il bronzo e l'argento e le grandi masse d'oro e di ferro, e nessuno ne faceva tesoro. Essa però aveva di meglio da offrire: messi senza far uso del vomere ricurvo, frutta e miele, trovato nel cavo di una quercia. Eppure nessuno fendeva la terra con un robusto aratro, né l'agrimensore delimitava i terreni con alcun confine. Nessuno solcava i flutti che si sollevano immergendovi il remo: a quei tempi per l'uomo la spiaggia era il limite estremo del cammino. O natura umana, ti adoperasti contro te stessa e fosti troppo intelligente a tuo danno. A che ti giovò circondare le città di mura e di torri, a che spingere alle armi mani nemiche? Che cosa avevi a che fare col mare? Avresti dovuto accontentarti della terraferma. Perché non conquisti come terzo regno anche il cielo? Per quanto ti è possibile, aspiri anche al cielo: Romolo, Bacco, Ercole ed ora anche Cesare hanno un loro tempio. Dal suolo anziché biade caviamo fuori oro massiccio; i soldati sono padroni di ricchezze acquisite col sangue; il senato è precluso ai poveri, è il capitale che permette di ricoprire una carica: esso crea l'autorevole giudice; esso l'austero cavaliere. Siano pur padroni di tutto: agli uni obbedisca servilmente il Campo di Marte e il Fòro, gli altri amministrino la pace e le guerre feroci; purché non tentino, cùpidi, di comperare con il loro denaro la mia donna e consentano che anche il povero possieda qualcosa (tanto mi basta). Ma oggi, quand'anche una donna eguagliasse in austerità le Sabine, chi può farle molti doni le dà ordini come a una schiava. Quanto a me, il guardiano mi allontana, la donna, se ci son io, ha paura del marito; ma se metterò mano alla borsa, marito e guardiano mi lasceranno campo libero. Oh, se un dio, vendicatore degli amanti trascurati, riducesse in polvere ricchezze tanto malamente acquisite!

Se la madre pianse Mèmnone, se la madre pianse Achille, e un fato doloroso suscita commozione anche nelle grandi dèe, tu, che non lo meriti, o Elegia, sciogli piangendo i tuoi capelli: ahimè, ora il tuo nome risponderà troppo alla realtà! Il celebre cantore delle tue poesie, la tua gloria, Tibullo, ormai corpo senza vita, brucia sul rogo innalzato per lui. Ecco il figlio di Venere con la faretra rovesciata e l'arco spezzato e la fiaccola spenta; guarda come avanza mesto con le ali abbassate e come si strazia il petto percuotendolo con mano ostile. I suoi capelli sciolti sul collo sono intrisi di lacrime e con la bocca tremante non fa' che singhiozzare. Così narrano che egli sia uscito dal tuo palazzo, o bellissimo Iulo, per il funerale di suo fratello Enea. Anche Venere non è meno turbata per la morte di Tibullo di quando il cinghiale selvaggio squarciò il ventre al giovane Adone. E dire che noi poeti siamo definiti venerandi cantori, protetti degli dèi, e qualcuno pensa che abbiamo un sacro potere. Ma naturalmente la crudele morte non rispetta nulla di consacrato; essa pone le sue nere mani su ogni cosa. A che cosa giovarono al tracio Òrfeo il padre e la madre, a che cosa il fatto che al suo canto gli animali selvaggi restassero vinti e incantati? Si racconta che nella profondità delle selve anche per Lino il padre Apollo abbia cantato sull'afflitta cetra un canto lamentoso. Aggiungi il poeta meonio dal quale, come da una fonte perenne, le labbra dei poeti sono irrorate con l'acqua delle Muse; il giorno estremo fece sprofondare anche lui nelle tenebre dell'oltretomba; soltanto la poesia sfugge alle avide brame del rogo. Duratura, opera dei poeti, resta la fama dell'assedio di Troia e della lenta tessitura della tela, disfatta di notte con l'inganno. Così Némesi e Delia, l'una nuova passione, l'altra primo amore, saranno a lungo famose. A che servono i vostri sacri riti? A che giovano ora i sistri egizi? A che l'aver dormito sole nel letto vuoto? Quando chi è buono ci viene strappato da un destino crudele (perdonate questa mia confessione), io son portato a credere che gli dèi non esistono. Conduci pure una vita da santo: da santo morirai; celebra i sacri culti: mentre li stai celebrando, la morte crudele ti trascinerà dai templi nel profondo di un sepolcro. Abbi fiducia nella bellezza dei componimenti poetici: ecco, Tibullo è morto; una piccola urna contiene quello che resta di un così grande poeta. Le fiamme del rogo ti hanno dunque ghermito, venerando cantore, e non hanno esitato a cibarsi del tuo cuore? Avrebbero potuto distruggere i templi d'oro degli dèi beati, esse che hanno osato macchiarsi di simile sacrilegio! La dea signora della rocca di Èrice ha distolto lo sguardo; qualcuno dice anche che non ha saputo trattenere le lacrime. Meglio così, comunque, che se, sconosciuto, tu fossi stato seppellito nel paese dei Feaci, in una terra priva per te di valore. Qui, almeno, mentre morivi tua madre ti ha chiuso gli occhi bagnati di pianto ed ha portato un estremo omaggio alle tue ceneri; qui a condividere il dolore della povera madre è venuta la sorella che, scarmigliata, si andava lacerando i capelli, e Némesi e Delia, il tuo primo amore, unirono i loro baci con quelli dei tuoi cari e non lasciarono il tuo rogo nella solitudine. Delia allontanandosi disse:

Io fui amata da te con miglior fortuna: finché fui io la tua fiamma, tu fosti vivo.

Ma Némesi le rispose:

Perché ti addolori per una pena che è mia? Era me che teneva morente con la mano ormai priva di forze.

Se però di noi qualcosa rimane che non sia solo un nome e un'ombra, Tibullo abiterà nei campi Elisi. E tu, o dotto Catullo, con l'amico Calvo, ti farai incontro a lui con le tempie giovanili cinte di edera; e, se a torto ti accusarono di aver tradito l'amicizia, tu pure vi andrai, o Gallo, che, versando il tuo sangue, sacrificasti la vita. Di costoro è compagna la tua ombra, se è vero che esiste un'ombra del corpo; tu hai accresciuto, elegante Tibullo, il numero dei beati. Io faccio voto che le tue ossa riposino tranquillamente in pace nell'urna e che la terra non sia gravosa alle tue ceneri. Ricorre l'anniversario delle feste di Cerere: la mia donna dorme sola nel letto vuoto. O bionda Cerere, dai fini capelli incoronati di spighe, perché con le tue festività impedisci i nostri piaceri? Eppure, o dea, tutti i popoli ovunque ti proclamano generosa e nessuna divinità è meno ostile di te alla prosperità degli uomini. Prima i rozzi coloni non abbrustolivano il grano e aia era un termine sconosciuto sulla terra, ma le querce, i più antichi oracoli, producevano ghiande: e le ghiande appunto e l'erba tenera di una zolla costituivano il cibo. Cerere per prima insegnò a far maturare il seme nei campi e a mietere le bionde messi con la falce. Per prima costrinse i tori a piegare il collo sotto il giogo e aperse con l'aratro ricurvo la terra indurita dal tempo. E qualcuno può credere che ella si rallegri per il pianto degli innamorati e che soffrire dormendo soli sia un buon modo di venerarla? Pur amando i campi rigogliosi, non per questo è rozza e il suo cuore non è chiuso all'amore. Ne saranno testimoni i Cretesi e i Cretesi non dicono solo menzogne: Creta, la loro terra, è orgogliosa per aver allevato Giove. Laggiù il dio che governa la volta celeste del mondo bevve bambino il latte con labbra delicate; la testimonianza merita molta fiducia: essa è garantita dal bimbo allevato; io credo che Cerere ammetterà una colpa famosa. A Creta, alle pendici dell'Ida, la dea aveva scorto Iasio mentre con mano sicura trafiggeva il dorso di animali selvaggi; lo scorse e, appena nelle sue intime fibre divampò la fiamma della passione, il ritegno la spingeva da una parte, l'amore dall'altra. L'amore prevalse sul ritegno: si potevano vedere i solchi disseccarsi, mentre il raccolto era ben poca cosa rispetto alla semina; dopoché, maneggiando opportunamente la marra, avevano rivoltato i campi e avevano squarciato la terra con l'aratro ricurvo e avevano sparso in egual misura i semi nelle vaste campagne, i contadini delusi vedevano le loro speranze cadere nel vuoto. La dea signora delle messi oziava nel profondo dei boschi; la corona di spighe era caduta dalla sua chioma fluente. Soltanto Creta conobbe la prosperità di un'annata fertile: in ogni luogo, per cui era passata la dea, crescevano le biade; perfino il boscoso Ida biondeggiava di messi e nella macchia il selvaggio cinghiale troncava le spighe. Minosse, il legislatore, si augurava molte annate del genere; si sarebbe augurato che l'amore di Cerere durasse a lungo. Quelle notti di solitudine che sarebbero state per te dolorose, o bionda dea, io sono ora costretto a subirle per le tue feste. Perché io dovrei soffrire, quando tu hai ritrovato tua figlia e a lei è toccato di essere regina, seconda soltanto a Giunone? Il giorno di festa invita all'amore, ai canti e al vino: ecco i doni che conviene offrire ai nostri signori, agli dèi.

Ho a lungo sopportato con pazienza; la mia resistenza è stata vinta dai tuoi peccati: abbandona il mio cuore sfinito, o amore infamante. Ebbene sì, mi son liberato e sono sfuggito alle catene e mi vergogno di aver sopportato quello che non mi vergognai di sopportare. Ho vinto e calpesto sotto i piedi Amore ormai domo: tardi al vitellino sono spuntate le corna di toro. Resisti e sta saldo: questa pena un giorno ti sarà di giovamento: una pozione amara di solito reca sollievo a chi è sfinito. Respinto tante volte dalla tua porta, potei dunque tollerare di sdraiarmi sulla dura terra, benché fossi di nascita libera? Per un ignoto, che tu stringevi fra le braccia, vegliai dunque come uno schiavo davanti alla porta chiusa? E lo vidi, il tuo amante, mentre usciva sfinito dalla casa con le reni fiaccate per la fatica; eppure questa è cosa di poco conto rispetto al fatto che lui vide me: una simile onta possa toccare ai miei nemici! Quando mai non rimasi tenacemente attaccato al tuo fianco, ad un tempo guardiano, amante e compagno? Proprio grazie alla mia compagnia incontravi il favore della gente: il mio amore generò l'amore di molti. A che ricordare le sfrontate menzogne della tua bocca fatua e gli spergiuri a mio danno pronunciati in nome degli dèi, a che i muti cenni d'intesa dei giovanotti durante i banchetti e le parole nascoste sotto un frasario convenzionale? Mi si disse che era malata: mi precipitai di corsa come un pazzo; giunsi e... per il mio rivale non era malata. Ebbi spesso la forza di sopportare queste e altre cose, che passo sotto silenzio: cércane un altro al posto mio che sia disposto a subire codesti affronti. Ormai la mia navicella, adorna di una corona votiva, ascolta impassibile il tumultuare delle onde. Smetti di sprecare moine e parole un tempo efficaci: non sono più sciocco come prima. Da un lato l'amore, dall'altro l'odio sono in lotta e infondono nel mio fragile cuore opposti sentimenti; ma l'amore prevale, io credo. [Se ci riuscirò, odierò; altrimenti, cederò, mio malgrado, all'amore: anche il toro non ama il giogo; eppure porta quel che odia.] Sfuggo la tua perfidia: mentre fuggo, la bellezza mi riconduce sui miei passi; detesto l'immoralità, ma amo il tuo corpo. Così non son capace di vivere né con te, né senza di te e mi sembra di ignorare quel che desidero. Vorrei che tu fossi meno bella o meno impudica: una bellezza così incantevole non si accorda con costumi corrotti. Le tue azioni meritano l'odio, il tuo bel viso induce all'amore: o me infelice, esso è più potente delle tue colpe. Rispàrmiami, te ne prego, per i diritti del letto che ci unisce, in nome di tutti gli dèi, che spesso si lasciano ingannare da te, in nome della tua bellezza, che per me ha potere divino, in nome dei tuoi occhi, che hanno conquistato i miei. Comunque ti comporterai, sarai sempre mia; tu scegli soltanto se vuoi che io ti ami perché anch'io lo desidero, oppure perché vi sono costretto. Piuttosto alzerei le vele e mi affiderei al soffio dei venti e vorrei una donna che, s'io non volessi, mi costringesse ad amarla.

Quale fu il giorno, neri uccelli, in cui avete annunciato con i vostri canti infausti presagi per me che sono sempre innamorato? Quale stella devo pensare che sia ostile al mio destino, o di quali divinità devo dolermi perché sono scese in guerra contro di me? Colei che poc'anzi io dicevo mia, che prima ero il solo ad amare, temo di doverla dividere con molti. M'inganno o sono stati i miei libri a darle notorietà? Sarà così: allora è diventata la donna di tutti a causa del mio talento. Ed è giusto: infatti, perché ho celebrato la sua bellezza? È colpa mia se è diventata una donna che si vende. Piace perché io sono il suo ruffiano, l'amante viene da lei sotto la mia guida, la porta l'ho aperta io, con le mie mani. Che le mie poesie mi abbiano giovato è discutibile, ma che mi hanno danneggiato è certo: esse hanno suscitato l'invidia intorno al mio bene. Mentre potevo celebrare Tebe, Troia o le gesta di Cesare, solo Corinna suscitò il mio estro poetico. Oh, se mi fossi accostato alla poesia senza il favore delle Muse, se Febo mi avesse abbandonato mentre intraprendevo la mia opera! Tuttavia non si è soliti prendere sul serio le affermazioni dei poeti: avrei preferito che alle mie parole non fosse dato alcun peso. A sentir noi Scilla, per aver rubato al padre il prezioso capello, sovrasta coll'inguine e coi fianchi dei cani rabbiosi; noi abbiamo dotato i piedi di ali e i capelli di serpenti; Pèrseo vittorioso vien trasportato a volo da un cavallo. E ancora abbiamo rappresentato Tizio disteso su uno spazio immenso e abbiamo immaginato un cane con tre teste, irte di serpenti; abbiamo dipinto Encélado mentre lanciava dardi con mille braccia, e gli eroi ammaliati dal canto delle fanciulle dalla doppia natura; abbiamo rinchiuso in otri itacesi i venti di Eolo; Tàntalo, per il suo tradimento, muore di sete in mezzo all'acqua; abbiamo trasformato Nìobe in una roccia e una fanciulla in un'orsa; l'uccello di Cécrope canta il tracio Iti; Giove si muta ora in uccelli, ora in pioggia d'oro, ora attraversa il mare con aspetto taurino portando in groppa una fanciulla. Perché ricordare Pròteo e i denti da cui prese origine la stirpe tebana; che esistevano tori capaci di vomitare fiamme dalla bocca, che alle tue sorelle, o Fetonte, rigarono le gote lacrime di ambra, e che quelle che furono navi ora sono dee marine, e che il giorno volse le spalle alle atroci mense di Atreo, e che le insensibili pietre seguivano il suono della lira? La fertile fantasia dei poeti non conosce confini e non vincola le proprie parole con la fedeltà alla storia: anche la mia donna avrebbe dovuto apparire magnificata senza motivo; ora la vostra credulità è la causa dei miei guai.

Poiché mia moglie è originaria di Falerii, ricca di frutti, abbiamo raggiunto le mura da te conquistate, o Camillo. Le sacerdotesse approntano le pie cerimonie in onore di Giunone e i giuochi solenni e il sacrificio di una giovenca di quelle terre. Assistere alle cerimonie fu un notevole premio per la nostra sosta, benché la strada d'accesso in pendio presenti un faticoso cammino. Vi sorge un antico bosco sacro, tenebroso perché folto d'alberi; basta uno sguardo per comprendere che è sede di una divinità. Un altare accoglie le preghiere e l'incenso votivo dei fedeli, è un altare innalzato con semplicità dalle mani degli antenati. Là, quando il flauto ha intonato una sacra melodia, si dirige ogni anno la processione attraverso le strade, parate a festa. Mentre la gente applaude, vengono fatte avanzare candide giovenche che si sono nutrite dell'erba della campagna falisca e vitellini che agitano minacciosi la fronte non ancora temibile e, vittima meno pregiata, un maiale strappato al suo oscuro porcile e un ariete le cui corna s'incurvano sulla solida fronte; soltanto la capra non gode del favore della dea: si racconta che ella, scoperta nel folto di una foresta dietro sua indicazione, desistette dalla fuga intrapresa. Ancor oggi la spiona viene bersagliata con dardi dai ragazzi e viene offerta in premio a chi la colpisce. Giovinetti e fanciulle timorose preparano le ampie strade distendendo tappeti nei luoghi per i quali deve passare la dea. Le chiome delle giovani sono cariche d'oro e di pietre preziose e mantelli sontuosi scendono a coprire i piedi calzati d'oro; ornate di bianche vesti, secondo il costume degli antenati greci, portano sul capo gli oggetti del culto a loro affidati. Poi, quando avanza la processione sfolgorante d'oro e la dea stessa appare dietro le sue sacerdotesse, la gente fa' silenzio. L'apparato della processione è argivo: dopo l'assassinio di Agamennone, Aleso abbandonò il luogo del delitto e le ricchezze paterne e, dopo aver vagato esule per terra e per mare, innalzò con fausta mano queste mura superbe. Fu lui ad insegnare ai suoi sudditi falisci il culto di Giunone: possa questo culto essere sempre propizio a me e alla sua gente!

Poiché sei bella, non ti posso impedire di cadere in peccato, però non voglio nemmeno, infelice, essere obbligato a saperlo, e il mio rimprovero non è un invito alla castità, ma una preghiera, perché tu almeno cerchi di dissimulare. La donna che riesce ad affermare di non essere colpevole non è colpevole, solo la confessione della colpa le rovina la reputazione. Che pazzia è mai questa di rivelare in pieno giorno cose che sono celate dalle tenebre e di raccontare pubblicamente quel che fai di nascosto? La prostituta, che sta per congiungersi con uno sconosciuto, allontana prima i curiosi chiudendo la porta col paletto; tu, invece, darai le tue colpe in pasto alla malignità dell'opinione pubblica e denunzierai i tuoi misfatti? Cerca di avere maggior criterio, o almeno di imitare le donne oneste, e possa io ritenerti tale, anche se non lo sarai. Continua pure a fare quel che fai; lìmitati solo a dire che non l'hai fatto e non vergognarti di usare in pubblico un linguaggio da donna perbene. C'è un posto in cui è necessaria la sfrontatezza: quello riempilo di ogni piacevole audacia, la riservatezza stia lontana di là. Ma non appena ne sarai uscita, sùbito scompaia ogni atteggiamento lascivo e i tuoi misfatti lascia che rimangano nel tuo letto. In esso non aver vergogna di spogliarti della sottoveste, né di sorreggere la coscia distesa sulla tua coscia; in esso un'altra lingua trovi accoglienza fra le tue rosse labbra e l'amore rappresenti le mille posizioni del piacere. In esso non manchino i gemiti e le parole di incitamento e la sponda vibri sotto i tuoi movimenti lascivi. Ma indossando le vesti assumi anche un atteggiamento di orrore nei confronti del vizio e la tua modestia sconfessi l'impudicizia delle tue azioni. Fatti giuoco della gente, fatti giuoco di me; lasciami nella mia ignoranza e consentimi di godere di una sciocca credulità. Perché tante volte vedo inviare e ricevere lettere? Perché il tuo letto è schiacciato al di sopra e all'interno? Perché i tuoi capelli sono più scomposti che per il sonno e sul tuo collo scorgo i segni dei denti? Ti astieni soltanto dal compiere il misfatto proprio davanti ai miei occhi; se non ti importa di aver riguardo per la tua reputazione, abbi riguardo per me. Ogni volta che mi confessi i tuoi peccati, esco di senno e mi sento morire e il sangue mi scorre gelato attraverso le membra. Allora amo, allora odio invano quel che non posso evitare di amare, allora vorrei esser morto, ma insieme a te. Io non farò alcuna indagine, né farò ricerche su quel che procurerai di tenermi nascosto e l'essere ingannato sarà per me una sorta di dono. Tuttavia, se sarai colta in flagrante e dovrò constatare le tue colpe con i miei occhi, quel che avrò visto chiaramente tu di che non l'ho visto chiaramente: i miei occhi si arrenderanno alle tue parole. È un successo facile per te vincere chi desidera esser vinto, purché la tua lingua si ricordi di dire:

Sono innocente. Poiché hai modo di vincere pronunciando due parole, se non per la tua causa, vinci almeno per il tuo giudice.

Cércati un altro cantore, o madre dei dolci Amorini: questa, sfiorata dalle mie elegie, è l'ultima meta; io che le ho composte sono figlio della terra peligna (e questo mio svago non mi ha arrecato disonore) e, se la cosa ha un qualche valore, sono erede di un titolo la cui antichità risale ai miei antenati e non sono diventato cavaliere di recente, in seguito ai disordini della guerra. Mantova è fiera di Virgilio, Verona di Catullo; io sarò considerato il vanto del popolo dei Peligni, costretto ad impugnare nobilmente le armi in difesa della propria indipendenza, quando Roma angosciata ebbe paura delle schiere alleate. E un forestiero, osservando le mura dell'umida Sulmona, che recingono pochi iugeri di campagna, dirà:

Poiché foste capaci di generare un poeta così eccelso, per piccole che siate, io vi proclamo grandi.

O delicato fanciullo, e tu, Venere Amatusia, madre del delicato fanciullo, strappate le vostre insegne d'oro dal mio campo; Lieo dalle corna caprine mi ha pungolato con un tirso più pesante: devo percorrere su grandi cavalli una superficie più vasta. Addio, molli elegie, addio, poesia dei miei svaghi, carmi destinati a sopravvivere alla mia morte.