Biblioteca:Ovidio, Amori, Libro I

(Differenze fra le revisioni)



				

				
			
m (Sostituzione testo - 'Elicona' con 'Elicona')
Versione corrente (10:05, 30 apr 2017) (modifica) (annulla)
m (Sostituzione testo - 'Troia' con 'Troia')
 
Era l'ora della calura e il giorno aveva già compiuto metà del suo cammino; io mi gettai sul letto per dare ristoro alle membra. Una parte della finestra era aperta, l'altra era chiusa e c'era quella penombra che si suol trovare nei boschi, o al crepuscolo, quando il sole tramonta, o quando la notte è ormai lontana eppure non è ancor spuntato il giorno. Questa è la luce da offrire alle fanciulle pudiche, perché in essa la loro riservata timidezza possa sperare di trovare un rifugio. Ecco, Corinna avanza velata appena dalla tunica slacciata, con i capelli che scendono da un lato e dall'altro a coprirle il candido collo, come si racconta che si accostassero al talamo la bella Semiramide e Laide amata da molti. Le strappai la tunica; trasparente com'era non dava molto fastidio, ma tuttavia ella resisteva per essere coperta almeno dalla tunica; ma, poiché lottava come chi non ha alcun desiderio di vincere, fu vinta senza troppa fatica con la sua stessa complicità. Come la ebbi davanti agli occhi, senza alcun velo, in tutto il suo corpo non vidi neppure un difetto: che spalle, che braccia vidi e toccai! Come sembrava fatta per le carezze la dolce bellezza dei seni! E com'era liscio il ventre sotto il seno perfetto! Com'erano grandi e belli i fianchi! Come giovani le sue cosce! Perché riferire tutti i particolari? Non vidi nulla che non fosse da lodare e la strinsi nuda contro il mio corpo. Chi ignora il seguito? Dopo, entrambi riposammo esausti. Possano capitarmi spesso pomeriggi come questo!
Era l'ora della calura e il giorno aveva già compiuto metà del suo cammino; io mi gettai sul letto per dare ristoro alle membra. Una parte della finestra era aperta, l'altra era chiusa e c'era quella penombra che si suol trovare nei boschi, o al crepuscolo, quando il sole tramonta, o quando la notte è ormai lontana eppure non è ancor spuntato il giorno. Questa è la luce da offrire alle fanciulle pudiche, perché in essa la loro riservata timidezza possa sperare di trovare un rifugio. Ecco, Corinna avanza velata appena dalla tunica slacciata, con i capelli che scendono da un lato e dall'altro a coprirle il candido collo, come si racconta che si accostassero al talamo la bella Semiramide e Laide amata da molti. Le strappai la tunica; trasparente com'era non dava molto fastidio, ma tuttavia ella resisteva per essere coperta almeno dalla tunica; ma, poiché lottava come chi non ha alcun desiderio di vincere, fu vinta senza troppa fatica con la sua stessa complicità. Come la ebbi davanti agli occhi, senza alcun velo, in tutto il suo corpo non vidi neppure un difetto: che spalle, che braccia vidi e toccai! Come sembrava fatta per le carezze la dolce bellezza dei seni! E com'era liscio il ventre sotto il seno perfetto! Com'erano grandi e belli i fianchi! Come giovani le sue cosce! Perché riferire tutti i particolari? Non vidi nulla che non fosse da lodare e la strinsi nuda contro il mio corpo. Chi ignora il seguito? Dopo, entrambi riposammo esausti. Possano capitarmi spesso pomeriggi come questo!
-
O custode legato (che indegnità!) con crudele catena, apri, facendolo girare sui cardini, il crudele battente. Quel che chiedo è piccola cosa: concedi che la porta socchiusa accolga attraverso un esiguo spiraglio la mia persona che si insinua di fianco. Un lungo amore ha reso sottile il mio fisico e, sottraendogli peso, ha reso le mie membra capaci di compiere simili esercizi; l'amore insegna ad insinuarsi senza far rumore fra i guardiani che vigilano, l'amore guida senza danno i passi. E pensare che c'era un tempo in cui temevo la notte e le sue vane ombre! Ero ammirato se qualcuno osava avventurarsi tra le tenebre: Cupìdo con la tenera madre rise tanto che io lo sentissi e sussurrò: "Anche tu diventerai coraggioso." Né ci fu indugio alcuno, venne l'amore: io non temo più le ombre che si aggirano volando nella notte, non temo mani pronte a darmi la morte; temo solo la tua eccessiva insensibilità, te solo cerco di blandire: tu possiedi la folgore con cui puoi incenerirmi. Guarda (e, per vedere, allenta il crudele catenaccio) come la porta è intrisa delle mie lacrime. Fui io sì che intervenni presso la padrona a difendere te che tremavi, mentre, privo di vesti, eri in attesa di ricevere le sferzate. Dunque quel favore che un tempo valse anche per te, ora per me, o gran misfatto, non vale più nulla? Ricambiami la cortesia: hai la possibilità, come desideri, di mostrarmi la tua riconoscenza. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Toglila: così possa tu un giorno essere liberato dalla catena che da gran tempo trascini e non ti tocchi di bere per sempre l'acqua della schiavitù. Ma tu, custode, ascolti impassibile chi invano ti scongiura: anche la porta, rinforzata da crudeli puntelli di quercia, rimane fredda e insensibile. Lo sbarramento di una porta sprangata può giovare a una città assediata, ma in tempo di pace perché temi le armi? Quale trattamento riserverai al nemico, tu che lasci fuori così crudelmente l'innamorato? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Io non vengo in compagnia di soldati in armi: sarei stato solo, se non mi si fosse affiancato il crudele Amore; da lui non posso mai distaccarmi, anche se lo desiderassi: sarei piuttosto disposto a separarmi dalle mie stesse membra. Dunque con me ci sono Amore, un po' di vino attorno alle mie tempie e una ghirlanda che è scivolata dai miei capelli umidi. Chi potrebbe aver timore di queste armi? Chi non andrebbe incontro ad esse? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Sei insensibile, oppure il sonno (che ti spedisca in malora!) disperde nel vento le mie parole di innamorato a cui non vuoi prestare ascolto? Eppure, mi ricordo, prima, quando avrei voluto passarti inosservato, eri ben desto fino a notte fonda. Forse ora accanto a te dorme la tua amante: ahimè, di quanto la tua sorte è migliore della mia! A questo patto, circondate pure il mio corpo, crudeli catene. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Mi inganno, o l'uscio ha cigolato girando sui cardini e i battenti smossi hanno inviato uno stridulo segnale? Mi inganno: era la porta investita dal vento impetuoso. Ahimè, quanto lontano quel soffio ha portato la mia speranza! Ma se tu, o Borea, ancora ti ricordi del rapimento di Orizia, vieni qui e sfianca colle tue folate queste porte che non mi dànno ascolto. E intanto, madide di fresca rugiada, le ore della notte stanno trascorrendo silenziose per tutta la città; togli la spranga dallo stipite, altrimenti io stesso, fatto ormai più risoluto, darò l'assalto a questa casa superba col ferro e col fuoco che porto nella fiaccola. La notte, Amore e il vino non inducono ad alcuna moderazione: la notte è priva di pudore, Bacco e Amore non conoscono la paura. Ho fatto ogni sforzo, ma né con preghiere né con minacce ho potuto smuoverti, o custode più duro perfino del legno della tua porta. Non eri adatto a custodire la soglia di una bella ragazza: saresti stato degno di essere il vigile custode di una prigione. Ormai la stella di Venere avanza sul suo carro coperto di brina e l'uccello del mattino risveglia i miseri mortali chiamandoli al loro lavoro. Ma tu, o ghirlanda levata tristemente dai capelli, resta tutta la notte sulla soglia crudele; quando al mattino la padrona ti vedrà gettata a terra, tu sarai la prova del tempo da me tanto malamente sprecato. E tu, o malvagio, che hai crudelmente impedito l'ingresso all'amante, ricevi comunque il mio saluto mentre mi allontano: addio. E addio anche a voi, stipiti inesorabili e spietata soglia, e a voi, battenti, legni crudeli, voi pure schiavi, come il vostro guardiano.
+
O custode legato (che indegnità!) con crudele catena, apri, facendolo girare sui cardini, il crudele battente. Quel che chiedo è piccola cosa: concedi che la porta socchiusa accolga attraverso un esiguo spiraglio la mia persona che si insinua di fianco. Un lungo amore ha reso sottile il mio fisico e, sottraendogli peso, ha reso le mie membra capaci di compiere simili esercizi; l'amore insegna ad insinuarsi senza far rumore fra i guardiani che vigilano, l'amore guida senza danno i passi. E pensare che c'era un tempo in cui temevo la notte e le sue vane ombre! Ero ammirato se qualcuno osava avventurarsi tra le tenebre: Cupìdo con la tenera madre rise tanto che io lo sentissi e sussurrò: "Anche tu diventerai coraggioso." Né ci fu indugio alcuno, venne l'amore: io non temo più le ombre che si aggirano volando nella notte, non temo mani pronte a darmi la morte; temo solo la tua eccessiva insensibilità, te solo cerco di blandire: tu possiedi la folgore con cui puoi incenerirmi. Guarda (e, per vedere, allenta il crudele catenaccio) come la porta è intrisa delle mie lacrime. Fui io sì che intervenni presso la padrona a difendere te che tremavi, mentre, privo di vesti, eri in attesa di ricevere le sferzate. Dunque quel favore che un tempo valse anche per te, ora per me, o gran misfatto, non vale più nulla? Ricambiami la cortesia: hai la possibilità, come desideri, di mostrarmi la tua riconoscenza. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Toglila: così possa tu un giorno essere liberato dalla catena che da gran tempo trascini e non ti tocchi di bere per sempre l'acqua della schiavitù. Ma tu, custode, ascolti impassibile chi invano ti scongiura: anche la porta, rinforzata da crudeli puntelli di quercia, rimane fredda e insensibile. Lo sbarramento di una porta sprangata può giovare a una città assediata, ma in tempo di pace perché temi le armi? Quale trattamento riserverai al nemico, tu che lasci fuori così crudelmente l'innamorato? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Io non vengo in compagnia di soldati in armi: sarei stato solo, se non mi si fosse affiancato il crudele Amore; da lui non posso mai distaccarmi, anche se lo desiderassi: sarei piuttosto disposto a separarmi dalle mie stesse membra. Dunque con me ci sono Amore, un po' di vino attorno alle mie tempie e una ghirlanda che è scivolata dai miei capelli umidi. Chi potrebbe aver timore di queste armi? Chi non andrebbe incontro ad esse? Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Sei insensibile, oppure il sonno (che ti spedisca in malora!) disperde nel vento le mie parole di innamorato a cui non vuoi prestare ascolto? Eppure, mi ricordo, prima, quando avrei voluto passarti inosservato, eri ben desto fino a notte fonda. Forse ora accanto a te dorme la tua amante: ahimè, di quanto la tua sorte è migliore della mia! A questo patto, circondate pure il mio corpo, crudeli catene. Le ore della notte stanno trascorrendo; togli la spranga dallo stipite. Mi inganno, o l'uscio ha cigolato girando sui cardini e i battenti smossi hanno inviato uno stridulo segnale? Mi inganno: era la porta investita dal vento impetuoso. Ahimè, quanto lontano quel soffio ha portato la mia speranza! Ma se tu, o [[Borea]], ancora ti ricordi del rapimento di Orizia, vieni qui e sfianca colle tue folate queste porte che non mi dànno ascolto. E intanto, madide di fresca rugiada, le ore della notte stanno trascorrendo silenziose per tutta la città; togli la spranga dallo stipite, altrimenti io stesso, fatto ormai più risoluto, darò l'assalto a questa casa superba col ferro e col fuoco che porto nella fiaccola. La notte, Amore e il vino non inducono ad alcuna moderazione: la notte è priva di pudore, Bacco e Amore non conoscono la paura. Ho fatto ogni sforzo, ma né con preghiere né con minacce ho potuto smuoverti, o custode più duro perfino del legno della tua porta. Non eri adatto a custodire la soglia di una bella ragazza: saresti stato degno di essere il vigile custode di una prigione. Ormai la stella di Venere avanza sul suo carro coperto di brina e l'uccello del mattino risveglia i miseri mortali chiamandoli al loro lavoro. Ma tu, o ghirlanda levata tristemente dai capelli, resta tutta la notte sulla soglia crudele; quando al mattino la padrona ti vedrà gettata a terra, tu sarai la prova del tempo da me tanto malamente sprecato. E tu, o malvagio, che hai crudelmente impedito l'ingresso all'amante, ricevi comunque il mio saluto mentre mi allontano: addio. E addio anche a voi, stipiti inesorabili e spietata soglia, e a voi, battenti, legni crudeli, voi pure schiavi, come il vostro guardiano.
-
Ora che il mio furore si è placato, se ho vicino a me un amico, incateni le mie mani (lo hanno ben meritato): infatti il furore ha spinto le mie braccia dissennate contro la mia donna ed ella piange, ferita dalla mia pazza mano. Allora io avrei potuto anche battere i miei genitori, o colpire crudelmente perfino i sacri dèi. E che? Aiace, l'eroe dal settemplice scudo, non fece forse a pezzi le greggi sorprese nei vasti campi e Oreste, vendicatore del padre sulla persona della madre (tristo vendicatore), non osò forse chiedere dardi contro le dee occulte? Io sono stato dunque capace di strapparle i capelli acconciati? Ma neppure la chioma scomposta le toglieva la sua grazia, tanto era bella! Posso immaginare che così la Scheneide incalzasse con l'arco le fiere sul Mènalo; così Arianna si dolse che gli impetuosi venti del Sud si fossero portate via le vele e le promesse spergiure di Tèseo; così [[Cassandra]] si sarebbe gettata in ginocchio nel tuo tempio, o casta Minerva, se non avesse avuto i capelli trattenuti dalla benda. Chi non mi avrebbe gridato "Pazzo", chi non mi avrebbe chiamato "Barbaro"? Lei nulla: la lingua fu bloccata dalla timidezza e dalla paura. Ma tuttavia con l'espressione del viso mi muoveva un muto rimprovero; benché tacesse, le sue lacrime mi dichiararono colpevole. Avrei voluto che le braccia mi fossero prima cadute dalle spalle; avrei potuto con mio vantaggio restare privo di una parte di me: ho esercitato forze pazze a mio danno e mi sono dimostrato forte per punire me stesso. Che cosa ho a che fare io con voi, ministre di scelleratezze e di morte? Affrontate le giuste catene, mani sacrileghe! Se avessi percosso il più umile dei plebei sarei punito; avrò forse maggiori diritti nei confronti della mia donna? Il Tidìde ha lasciato un terribile ricordo dei suoi delitti: egli fu il primo che ferì una dea; io il secondo. Egli però fu meno colpevole, poiché io ho ferito colei che proclamavo di amare, mentre il Tidìde fu spietato contro una nemica. Va' ora e, vincitore, celebra splendidi trionfi: cingi la chioma di alloro e sciogli voti a Giove e la turba di accompagnatori che seguirà il tuo carro gridi: "Evviva, il nostro eroe ha vinto una fanciulla!" E la misera prigioniera cammini davanti a te con i capelli sciolti, tutta bianca, se non fosse per le guance graffiate. Sarebbe stato meglio che i suoi lividi recassero l'impronta delle tue labbra e che il collo portasse il segno dei tuoi dolci morsi. Infine, se ero agitato come le acque di un torrente in piena e una rabbia cieca mi aveva fatto sua preda, non sarebbe stato sufficiente sgridare la fanciulla impaurita e proferire con voce tonante terribili minacce o stracciarle indegnamente la tunica dall'estremità superiore fino a mezzo il corpo (là dove la cintura avrebbe posto riparo)? Ma io ebbi il coraggio, dopo averle strappato i capelli dalla fronte, di segnare crudelmente con le unghie le sue guance delicate. Ella rimase immobile, fuori di sé, col volto esangue, bianca come i marmi tagliati sui gioghi di Paro; io vidi le sue membra esanimi e il suo corpo scosso da tremiti, come quando il vento fa' ondeggiare le chiome dei pioppi, come la canna sottile è agitata dal dolce soffio dello Zèfiro o quando l'onda viene increspata sulla cima dal tiepido vento del Sud; e le lacrime a lungo trattenute scesero copiose sul viso, come l'acqua promana dalla neve caduta al suolo. Allora per la prima volta cominciai a sentirmi colpevole: le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi erano sangue mio. E tuttavia tre volte volli gettarmi supplice ai suoi piedi; tre volte ella respinse le temute mani. Ma tu non esitare (la vendetta placherà in parte il tuo dolore) a graffiarmi sùbito il viso con le unghie; e non avere riguardo per i miei occhi né per i miei capelli: l'ira può donare forza alle tue mani, benché esse siano deboli. E perché non restino tracce tanto spiacevoli del mio misfatto, rimetti in bell'ordine la tua capigliatura. C'è una vecchia (chiunque vorrà far conoscenza con una ruffiana, presti ascolto), c'è una vecchia di nome Dipsa. Trae il nome dal suo comportamento: infatti non è mai riuscita a vedere la madre del nero Mèmnone sui suoi cavalli rosati senza essere ubriaca. Ella conosce le arti magiche, le formule e gli incantesimi di Eea, con i suoi sortilegi può far risalire alla sorgente le acque correnti; sa bene qual sia il potere delle erbe, quale quello del filo messo in movimento dalla trottola che gira, quale quello dell'umore che stilla dalle cavalle in foia. Ad un suo cenno in tutto il cielo si addensano le nubi; ad un suo cenno il giorno risplende sotto la limpida volta del cielo. Io ho visto, se qualcuno vuol credermi, le stelle grondare sangue; la superficie della luna era rossa di sangue. Nutro il sospetto che costei, mutato aspetto, si aggiri volando fra le tenebre notturne e che il suo corpo di vecchia sia coperto di penne; lo sospetto io ed è voce diffusa; anche negli occhi lampeggia una duplice pupilla e da quel doppio cerchio emanano bagliori. Evoca gli avi e gli antenati dai loro antichi sepolcri e con un prolungato incantesimo riesce a fendere la terra. Costei si propose di contaminare casti talami e la sua lingua non è certo priva di una, sia pur deleteria, facondia. Il caso mi fece assistere a un suo discorso; ella forniva questi consigli (io ero nascosto da un doppio battente): "Lo sai, o luce dei miei occhi, che ieri sei stata ammirata da un ricco giovane? Egli è rimasto immobile e ha tenuto lo sguardo costantemente fisso sul tuo viso. D'altronde, perché non dovresti piacere? La tua bellezza non è seconda a nessuna; ma, me infelice, non hai un tenore di vita degno della tua bellezza. Vorrei che tu fossi fortunata quanto sei bella: quando sarai diventata ricca io non rimarrò certo povera. Finora ti è stato sfavorevole il pianeta Marte in opposizione; ma ora Marte è scomparso; ora è apparsa Venere favorevole con la sua costellazione. Ecco, guarda quanto giovamento ella arreca col suo arrivo: un ricco amante ti ha desiderato: si prende cura che non ti manchi nulla. Inoltre ha anche una bellezza paragonabile alla tua: se non fosse stato lui a volerti comprare, avresti dovuto comprarlo tu. È arrossita! Il pudore si addice a un viso bianco, ma ti giova solo se è finto; quando è vero, in genere nuoce. Quando terrai gli occhi bassi bassi, fissi sul tuo grembo, dovrai guardare ciascuno in base a quel che ti porta. Forse al tempo del re Tazio le sciatte Sabine non avrebbero voluto compiacere a più uomini; ora Marte impegna i cuori animosi con guerre in terra straniera, ma nella città del suo Enea impera Venere. Le belle folleggiano: casta è solo colei che nessuno mai richiese; anzi, se non è di ostacolo l'inesperienza, è la donna stessa ad avanzar proposte. Anche quelle che hanno la sommità della fronte corrugata, scuotile e da quelle rughe cadranno molte colpe. Penelope sottoponeva i giovani alla prova dell'arco per saggiarne la vigoria; l'arco era di corno per scoprire quanta forza avessero nelle reni. Il tempo scorre insensibilmente e vola via senza che ce ne accorgiamo e veloci scorrono gli anni sui cavalli lanciati a briglia sciolta. Il bronzo risplende quando viene adoperato, un bel vestito richiede di essere indossato, le case abbandonate in un desolato squallore si sgretolano: se non accogli gli amanti, la bellezza declina senza qualcuno che se ne prenda cura; né sono sufficienti uno o due amanti. La preda che si ricava da molti è più sicura e non suscita invidie; i lupi grigi il bottino completo lo fanno in un gregge. Ecco, che doni ti porta questo tuo poeta oltre a nuove poesie? Da questo amante raccoglierai invece una gran somma di denaro. Perfino il dio dei poeti, splendido in un manto intessuto d'oro, fa' vibrare le armoniose corde della sua lira dorata. Chi ti farà doni sia per te più grande del grande Omero; dammi retta, chi dona sì che dimostra talento. Inoltre se uno avrà pagato il riscatto per ottenere la propria libertà, non disprezzarlo: è una colpa assai lieve avere i piedi segnati col gesso. E non ti traggano in inganno le antiche immagini di cera disposte all'intorno nell'atrio: pòrtati via con te i tuoi antenati, amante squattrinato! Senti un po', perché è bello pretenderà forse di godersi una notte gratuitamente? Prima chieda al suo amante qualcosa da donare a te. Mentre tendi le reti, chiedi un prezzo più modesto, perché non scappino; quando li hai accalappiati, spremili e imponi le tue condizioni. Neppure reca danno il fingere l'amore: lascia che creda di essere amato; bada solo che questo amore non sia senza ricompensa. Nega spesso le tue notti: una volta fingi un'emicrania; un'altra sarà Iside e fornirti un pretesto. Poi accoglilo nuovamente, perché non si abitui a subire questa situazione e il suo amore spesso respinto non si raffreddi. La tua porta rimanga sorda a chi si limita a pregare, si apra a chi reca doni; l'amante accolto in casa ascolti le parole dell'escluso; e talvolta adìrati con chi hai offeso come se fossi stata offesa tu per prima: la tua colpa, compensata dalla sua, perde importanza. Ma non dedicare mai troppo tempo all'ira: spesso l'ira prolungata ingenera odio. Anzi, i tuoi occhi sappiano versare lacrime a comando e, ora l'uno ora l'altro, bàgnino di pianto le guance; e se vorrai ingannare qualcuno, non esitare a spergiurare: Venere, quando si tratta di faccende amorose, rende gli dèi sordi. Siano pronti a spalleggiarti uno schiavo e un'ancella scaltra, che sappiano ben consigliare che cosa ti si possa comprare e chiedano poco per sé: se chiederanno poco a molti amanti, dopo breve tempo, a forza di pagliuzze, metteranno insieme un bel mucchio; anche la madre, la sorella e la nutrice pelino l'amante: si fa' presto un buon bottino quando le mani che arraffano sono molte. Quando ti mancheranno i pretesti per chiedere doni, mostra che è il giorno del tuo compleanno offrendo una focaccia. Bada bene che, privo di rivali, non goda di un amore tranquillo: se elimini le rivalità, l'amore non dura a lungo. Egli veda le tracce di un altro uomo su tutto quanto il letto e il tuo collo cosparso di lividi causati da morsi lascivi; soprattutto fa' in modo che veda i doni mandati dal rivale: se nessuno ti avrà fatto doni, dovrai cercarli nella Via Sacra. Quando gli avrai sottratto molte cose, tuttavia perché non siano proprio tutti doni, chiedi tu stessa in prestito qualcosa che non gli renderai mai. La lingua ti sia di aiuto e sappia nascondere il tuo pensiero: blandiscilo e maltrattalo; sotto il dolce del miele si possono celare crudeli veleni. Se tu applicherai questi precetti, che io conosco per lunga pratica, e i soffi del vento non si porteranno via le mie parole, spesso mi manderai benedizioni finché sarò in vita, e spesso, quando sarò morta, pregherai che le mie ossa riposino in pace." Stava dicendo queste parole, quando la mia ombra mi tradì; e le mie mani si trattennero a stento dallo strappare i bianchi e radi capelli e dal dilaniare quegli occhi lacrimosi per il troppo vino e quelle gote piene di rughe. Gli dèi non ti concedano mai alcuna dimora, ti riservino una vecchiaia povera e infelice e lunghi inverni e una sete continua!
+
Ora che il mio furore si è placato, se ho vicino a me un amico, incateni le mie mani (lo hanno ben meritato): infatti il furore ha spinto le mie braccia dissennate contro la mia donna ed ella piange, ferita dalla mia pazza mano. Allora io avrei potuto anche battere i miei genitori, o colpire crudelmente perfino i sacri dèi. E che? Aiace, l'eroe dal settemplice scudo, non fece forse a pezzi le greggi sorprese nei vasti campi e Oreste, vendicatore del padre sulla persona della madre (tristo vendicatore), non osò forse chiedere dardi contro le dee occulte? Io sono stato dunque capace di strapparle i capelli acconciati? Ma neppure la chioma scomposta le toglieva la sua grazia, tanto era bella! Posso immaginare che così la Scheneide incalzasse con l'arco le fiere sul Mènalo; così [[Arianna]] si dolse che gli impetuosi venti del Sud si fossero portate via le vele e le promesse spergiure di Tèseo; così [[Cassandra]] si sarebbe gettata in ginocchio nel tuo tempio, o casta Minerva, se non avesse avuto i capelli trattenuti dalla benda. Chi non mi avrebbe gridato "Pazzo", chi non mi avrebbe chiamato "Barbaro"? Lei nulla: la lingua fu bloccata dalla timidezza e dalla paura. Ma tuttavia con l'espressione del viso mi muoveva un muto rimprovero; benché tacesse, le sue lacrime mi dichiararono colpevole. Avrei voluto che le braccia mi fossero prima cadute dalle spalle; avrei potuto con mio vantaggio restare privo di una parte di me: ho esercitato forze pazze a mio danno e mi sono dimostrato forte per punire me stesso. Che cosa ho a che fare io con voi, ministre di scelleratezze e di morte? Affrontate le giuste catene, mani sacrileghe! Se avessi percosso il più umile dei plebei sarei punito; avrò forse maggiori diritti nei confronti della mia donna? Il Tidìde ha lasciato un terribile ricordo dei suoi delitti: egli fu il primo che ferì una dea; io il secondo. Egli però fu meno colpevole, poiché io ho ferito colei che proclamavo di amare, mentre il Tidìde fu spietato contro una nemica. Va' ora e, vincitore, celebra splendidi trionfi: cingi la chioma di alloro e sciogli voti a Giove e la turba di accompagnatori che seguirà il tuo carro gridi: "Evviva, il nostro eroe ha vinto una fanciulla!" E la misera prigioniera cammini davanti a te con i capelli sciolti, tutta bianca, se non fosse per le guance graffiate. Sarebbe stato meglio che i suoi lividi recassero l'impronta delle tue labbra e che il collo portasse il segno dei tuoi dolci morsi. Infine, se ero agitato come le acque di un torrente in piena e una rabbia cieca mi aveva fatto sua preda, non sarebbe stato sufficiente sgridare la fanciulla impaurita e proferire con voce tonante terribili minacce o stracciarle indegnamente la tunica dall'estremità superiore fino a mezzo il corpo (là dove la cintura avrebbe posto riparo)? Ma io ebbi il coraggio, dopo averle strappato i capelli dalla fronte, di segnare crudelmente con le unghie le sue guance delicate. Ella rimase immobile, fuori di sé, col volto esangue, bianca come i marmi tagliati sui gioghi di Paro; io vidi le sue membra esanimi e il suo corpo scosso da tremiti, come quando il vento fa' ondeggiare le chiome dei pioppi, come la canna sottile è agitata dal dolce soffio dello Zèfiro o quando l'onda viene increspata sulla cima dal tiepido vento del Sud; e le lacrime a lungo trattenute scesero copiose sul viso, come l'acqua promana dalla neve caduta al suolo. Allora per la prima volta cominciai a sentirmi colpevole: le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi erano sangue mio. E tuttavia tre volte volli gettarmi supplice ai suoi piedi; tre volte ella respinse le temute mani. Ma tu non esitare (la vendetta placherà in parte il tuo dolore) a graffiarmi sùbito il viso con le unghie; e non avere riguardo per i miei occhi né per i miei capelli: l'ira può donare forza alle tue mani, benché esse siano deboli. E perché non restino tracce tanto spiacevoli del mio misfatto, rimetti in bell'ordine la tua capigliatura. C'è una vecchia (chiunque vorrà far conoscenza con una ruffiana, presti ascolto), c'è una vecchia di nome Dipsa. Trae il nome dal suo comportamento: infatti non è mai riuscita a vedere la madre del nero Mèmnone sui suoi cavalli rosati senza essere ubriaca. Ella conosce le arti magiche, le formule e gli incantesimi di Eea, con i suoi sortilegi può far risalire alla sorgente le acque correnti; sa bene qual sia il potere delle erbe, quale quello del filo messo in movimento dalla trottola che gira, quale quello dell'umore che stilla dalle cavalle in foia. Ad un suo cenno in tutto il cielo si addensano le nubi; ad un suo cenno il giorno risplende sotto la limpida volta del cielo. Io ho visto, se qualcuno vuol credermi, le stelle grondare sangue; la superficie della luna era rossa di sangue. Nutro il sospetto che costei, mutato aspetto, si aggiri volando fra le tenebre notturne e che il suo corpo di vecchia sia coperto di penne; lo sospetto io ed è voce diffusa; anche negli occhi lampeggia una duplice pupilla e da quel doppio cerchio emanano bagliori. Evoca gli avi e gli antenati dai loro antichi sepolcri e con un prolungato incantesimo riesce a fendere la terra. Costei si propose di contaminare casti talami e la sua lingua non è certo priva di una, sia pur deleteria, facondia. Il caso mi fece assistere a un suo discorso; ella forniva questi consigli (io ero nascosto da un doppio battente): "Lo sai, o luce dei miei occhi, che ieri sei stata ammirata da un ricco giovane? Egli è rimasto immobile e ha tenuto lo sguardo costantemente fisso sul tuo viso. D'altronde, perché non dovresti piacere? La tua bellezza non è seconda a nessuna; ma, me infelice, non hai un tenore di vita degno della tua bellezza. Vorrei che tu fossi fortunata quanto sei bella: quando sarai diventata ricca io non rimarrò certo povera. Finora ti è stato sfavorevole il pianeta Marte in opposizione; ma ora Marte è scomparso; ora è apparsa Venere favorevole con la sua costellazione. Ecco, guarda quanto giovamento ella arreca col suo arrivo: un ricco amante ti ha desiderato: si prende cura che non ti manchi nulla. Inoltre ha anche una bellezza paragonabile alla tua: se non fosse stato lui a volerti comprare, avresti dovuto comprarlo tu. È arrossita! Il pudore si addice a un viso bianco, ma ti giova solo se è finto; quando è vero, in genere nuoce. Quando terrai gli occhi bassi bassi, fissi sul tuo grembo, dovrai guardare ciascuno in base a quel che ti porta. Forse al tempo del re Tazio le sciatte Sabine non avrebbero voluto compiacere a più uomini; ora Marte impegna i cuori animosi con guerre in terra straniera, ma nella città del suo [[Enea]] impera Venere. Le belle folleggiano: casta è solo colei che nessuno mai richiese; anzi, se non è di ostacolo l'inesperienza, è la donna stessa ad avanzar proposte. Anche quelle che hanno la sommità della fronte corrugata, scuotile e da quelle rughe cadranno molte colpe. [[Penelope]] sottoponeva i giovani alla prova dell'arco per saggiarne la vigoria; l'arco era di corno per scoprire quanta forza avessero nelle reni. Il tempo scorre insensibilmente e vola via senza che ce ne accorgiamo e veloci scorrono gli anni sui cavalli lanciati a briglia sciolta. Il bronzo risplende quando viene adoperato, un bel vestito richiede di essere indossato, le case abbandonate in un desolato squallore si sgretolano: se non accogli gli amanti, la bellezza declina senza qualcuno che se ne prenda cura; né sono sufficienti uno o due amanti. La preda che si ricava da molti è più sicura e non suscita invidie; i lupi grigi il bottino completo lo fanno in un gregge. Ecco, che doni ti porta questo tuo poeta oltre a nuove poesie? Da questo amante raccoglierai invece una gran somma di denaro. Perfino il dio dei poeti, splendido in un manto intessuto d'oro, fa' vibrare le armoniose corde della sua lira dorata. Chi ti farà doni sia per te più grande del grande Omero; dammi retta, chi dona sì che dimostra talento. Inoltre se uno avrà pagato il riscatto per ottenere la propria libertà, non disprezzarlo: è una colpa assai lieve avere i piedi segnati col gesso. E non ti traggano in inganno le antiche immagini di cera disposte all'intorno nell'atrio: pòrtati via con te i tuoi antenati, amante squattrinato! Senti un po', perché è bello pretenderà forse di godersi una notte gratuitamente? Prima chieda al suo amante qualcosa da donare a te. Mentre tendi le reti, chiedi un prezzo più modesto, perché non scappino; quando li hai accalappiati, spremili e imponi le tue condizioni. Neppure reca danno il fingere l'amore: lascia che creda di essere amato; bada solo che questo amore non sia senza ricompensa. Nega spesso le tue notti: una volta fingi un'emicrania; un'altra sarà Iside e fornirti un pretesto. Poi accoglilo nuovamente, perché non si abitui a subire questa situazione e il suo amore spesso respinto non si raffreddi. La tua porta rimanga sorda a chi si limita a pregare, si apra a chi reca doni; l'amante accolto in casa ascolti le parole dell'escluso; e talvolta adìrati con chi hai offeso come se fossi stata offesa tu per prima: la tua colpa, compensata dalla sua, perde importanza. Ma non dedicare mai troppo tempo all'ira: spesso l'ira prolungata ingenera odio. Anzi, i tuoi occhi sappiano versare lacrime a comando e, ora l'uno ora l'altro, bàgnino di pianto le guance; e se vorrai ingannare qualcuno, non esitare a spergiurare: Venere, quando si tratta di faccende amorose, rende gli dèi sordi. Siano pronti a spalleggiarti uno schiavo e un'ancella scaltra, che sappiano ben consigliare che cosa ti si possa comprare e chiedano poco per sé: se chiederanno poco a molti amanti, dopo breve tempo, a forza di pagliuzze, metteranno insieme un bel mucchio; anche la madre, la sorella e la nutrice pelino l'amante: si fa' presto un buon bottino quando le mani che arraffano sono molte. Quando ti mancheranno i pretesti per chiedere doni, mostra che è il giorno del tuo compleanno offrendo una focaccia. Bada bene che, privo di rivali, non goda di un amore tranquillo: se elimini le rivalità, l'amore non dura a lungo. Egli veda le tracce di un altro uomo su tutto quanto il letto e il tuo collo cosparso di lividi causati da morsi lascivi; soprattutto fa' in modo che veda i doni mandati dal rivale: se nessuno ti avrà fatto doni, dovrai cercarli nella Via Sacra. Quando gli avrai sottratto molte cose, tuttavia perché non siano proprio tutti doni, chiedi tu stessa in prestito qualcosa che non gli renderai mai. La lingua ti sia di aiuto e sappia nascondere il tuo pensiero: blandiscilo e maltrattalo; sotto il dolce del miele si possono celare crudeli veleni. Se tu applicherai questi precetti, che io conosco per lunga pratica, e i soffi del vento non si porteranno via le mie parole, spesso mi manderai benedizioni finché sarò in vita, e spesso, quando sarò morta, pregherai che le mie ossa riposino in pace." Stava dicendo queste parole, quando la mia ombra mi tradì; e le mie mani si trattennero a stento dallo strappare i bianchi e radi capelli e dal dilaniare quegli occhi lacrimosi per il troppo vino e quelle gote piene di rughe. Gli dèi non ti concedano mai alcuna dimora, ti riservino una vecchiaia povera e infelice e lunghi inverni e una sete continua!
-
Ogni amante è un soldato e Cupìdo ha un suo accampamento; credimi, Attico, ogni amante è un soldato. Infatti l'età adatta per far la guerra va bene anche per far l'amore: è ignobile far combattere un vecchio, è ignobile una passione senile. Quegli stessi anni fiorenti che il capitano esige dal soldato coraggioso, la bella innamorata li esige dall'uomo che le è compagno: entrambi nella notte vegliano, entrambi riposano per terra; l'uno monta la guardia davanti alla porta della sua donna, l'altro davanti a quella del suo capitano. Il dovere di soldato comporta lunghi viaggi: manda lontano la ragazza, instancabile l'amante la seguirà fino in capo al mondo; affronterà i monti che incontrerà sul suo cammino e i fiumi gonfi per le piogge, calpesterà le nevi ammassate e, se dovrà solcare i mari, non addurrà a pretesto la furia dei venti e non scruterà il cielo cercando le costellazioni propizie per la navigazione. Chi, se non il soldato o l'amante, vorrà sopportare il rigore della notte e la neve mista a fitta pioggia? Uno viene inviato come esploratore contro terribili nemici, l'altro tiene d'occhio il rivale come un nemico. Questo stringe d'assedio importanti centri urbani, quello la soglia della crudele amica; questo sconquassa le porte della città, quello la porta della sua bella. Spesso fu utile attaccare i nemici immersi nel sonno e con le armi in pugno fare strage di una moltitudine inerme; così furono sconfitte le feroci schiere del tracio Reso e voi, cavalli, rapiti doveste abbandonare il vostro padrone: naturalmente anche gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e, mentre i nemici dormono, mettono in azione le loro armi. È compito del soldato e dell'assiduo sfortunato amante oltrepassare schiere di custodi e squadre di guardia. Se Marte è insicuro, anche Venere non offre certezza: i vinti si riprendono, mentre soccombono quelli che mai avresti detto che potevano cadere. Perciò chiunque definiva l'amore come inerzia, la smetta: l'amore è indizio di un'indole intraprendente. Achille si consuma di dolore per la sottrazione di Briseide (finché ne avete la possibilità, o Troiani, fiaccate le forze argive); Ettore andava in battaglia reduce dagli amplessi di Andromaca ed era proprio la moglie a mettergli l'elmo in capo; si narra che il sommo dei duci, l'Atride, rimase attonito nel vedere la figlia di [[Priamo]] con le chiome sciolte come una Mènade; anche Marte, sorpreso in flagrante, dovette subire i lacci del fabbro divino: in cielo nessuna vicenda suscitò maggior scalpore.
+
Ogni amante è un soldato e Cupìdo ha un suo accampamento; credimi, Attico, ogni amante è un soldato. Infatti l'età adatta per far la guerra va bene anche per far l'amore: è ignobile far combattere un vecchio, è ignobile una passione senile. Quegli stessi anni fiorenti che il capitano esige dal soldato coraggioso, la bella innamorata li esige dall'uomo che le è compagno: entrambi nella notte vegliano, entrambi riposano per terra; l'uno monta la guardia davanti alla porta della sua donna, l'altro davanti a quella del suo capitano. Il dovere di soldato comporta lunghi viaggi: manda lontano la ragazza, instancabile l'amante la seguirà fino in capo al mondo; affronterà i monti che incontrerà sul suo cammino e i fiumi gonfi per le piogge, calpesterà le nevi ammassate e, se dovrà solcare i mari, non addurrà a pretesto la furia dei venti e non scruterà il cielo cercando le costellazioni propizie per la navigazione. Chi, se non il soldato o l'amante, vorrà sopportare il rigore della notte e la neve mista a fitta pioggia? Uno viene inviato come esploratore contro terribili nemici, l'altro tiene d'occhio il rivale come un nemico. Questo stringe d'assedio importanti centri urbani, quello la soglia della crudele amica; questo sconquassa le porte della città, quello la porta della sua bella. Spesso fu utile attaccare i nemici immersi nel sonno e con le armi in pugno fare strage di una moltitudine inerme; così furono sconfitte le feroci schiere del tracio [[Reso]] e voi, cavalli, rapiti doveste abbandonare il vostro padrone: naturalmente anche gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e, mentre i nemici dormono, mettono in azione le loro armi. È compito del soldato e dell'assiduo sfortunato amante oltrepassare schiere di custodi e squadre di guardia. Se Marte è insicuro, anche Venere non offre certezza: i vinti si riprendono, mentre soccombono quelli che mai avresti detto che potevano cadere. Perciò chiunque definiva l'amore come inerzia, la smetta: l'amore è indizio di un'indole intraprendente. Achille si consuma di dolore per la sottrazione di Briseide (finché ne avete la possibilità, o [[Troia]]ni, fiaccate le forze argive); Ettore andava in battaglia reduce dagli amplessi di [[Andromaca]] ed era proprio la moglie a mettergli l'elmo in capo; si narra che il sommo dei duci, l'Atride, rimase attonito nel vedere la figlia di [[Priamo]] con le chiome sciolte come una Mènade; anche Marte, sorpreso in flagrante, dovette subire i lacci del fabbro divino: in cielo nessuna vicenda suscitò maggior scalpore.
Anch'io ero pigro e nato per i molli ozii, il letto e la penombra avevano reso fiacco il mio animo; ma l'amore per una bella ragazza mi ha scrollato di dosso l'apatia e mi ha spinto a militare al suo servizio. Da allora tu mi vedi agile e pronto ad affrontare i combattimenti notturni; un rimedio c'è dunque per chi non voglia impigrire: l'amore.
Anch'io ero pigro e nato per i molli ozii, il letto e la penombra avevano reso fiacco il mio animo; ma l'amore per una bella ragazza mi ha scrollato di dosso l'apatia e mi ha spinto a militare al suo servizio. Da allora tu mi vedi agile e pronto ad affrontare i combattimenti notturni; un rimedio c'è dunque per chi non voglia impigrire: l'amore.
Compiangete le mie sventure: le tavolette hanno compiuto un mesto ritorno; una triste lettera dice che oggi non è possibile. I presagi hanno un loro valore: poco fa, mentre era in procinto di andarsene, Nape si è fermata dopo aver inciampato sulla soglia. Quando uscirai un'altra volta, ricòrdati di varcare la soglia con maggior cura e di stare attenta a sollevare in alto i piedi. Andatevene via di qua, dannate tavolette, legno buono per costruire bare, e vattene anche tu, cera, piena di risposte negative, raccolta, credo, da un fiore di lunga cicuta e inviata da un'ape della Corsica sotto il suo miele amaro! Eppure rosseggiavi come se fossi stata tinta a fondo con minio: in realtà quel colore era ottenuto col sangue. Scaraventate per terra, possiate marcire in un crocicchio, dannose tavolette, e il peso di una ruota che vi passa sopra possa spezzarvi! Dimostrerò che anche colui che da pianta vi mutò in utensili aveva mani sacrileghe; quanto all'albero, esso offerse a un poveraccio la maniera di impiccarsi e fornì al boia croci funeste; offerse la sua tetra ombra a striduli gufi e i suoi rami furono il nido per uova di avvoltoi e di civette. Ed io fui tanto pazzo da affidare il mio amore a questo legno e da consegnare ad esso dolci messaggi da portare alla mia donna? Queste tavolette cerate meglio potrebbero contenere una particolareggiata promessa di comparsa in giudizio, che un procuratore potrebbe leggere con voce aspra; starebbero meglio fra i libri contabili e i registri, sui quali il taccagno segna piangendo i denari che ha speso. Io dunque vi ho scoperto anche nella realtà doppie, come indica il vostro nome: perfino il numero non era di buon auspicio. Che cosa potrei augurarvi nella mia collera, se non che la vecchiaia, che tutto consuma, vi faccia tarlare e che la cera sbiadisca per la sozza putredine?
Compiangete le mie sventure: le tavolette hanno compiuto un mesto ritorno; una triste lettera dice che oggi non è possibile. I presagi hanno un loro valore: poco fa, mentre era in procinto di andarsene, Nape si è fermata dopo aver inciampato sulla soglia. Quando uscirai un'altra volta, ricòrdati di varcare la soglia con maggior cura e di stare attenta a sollevare in alto i piedi. Andatevene via di qua, dannate tavolette, legno buono per costruire bare, e vattene anche tu, cera, piena di risposte negative, raccolta, credo, da un fiore di lunga cicuta e inviata da un'ape della Corsica sotto il suo miele amaro! Eppure rosseggiavi come se fossi stata tinta a fondo con minio: in realtà quel colore era ottenuto col sangue. Scaraventate per terra, possiate marcire in un crocicchio, dannose tavolette, e il peso di una ruota che vi passa sopra possa spezzarvi! Dimostrerò che anche colui che da pianta vi mutò in utensili aveva mani sacrileghe; quanto all'albero, esso offerse a un poveraccio la maniera di impiccarsi e fornì al boia croci funeste; offerse la sua tetra ombra a striduli gufi e i suoi rami furono il nido per uova di avvoltoi e di civette. Ed io fui tanto pazzo da affidare il mio amore a questo legno e da consegnare ad esso dolci messaggi da portare alla mia donna? Queste tavolette cerate meglio potrebbero contenere una particolareggiata promessa di comparsa in giudizio, che un procuratore potrebbe leggere con voce aspra; starebbero meglio fra i libri contabili e i registri, sui quali il taccagno segna piangendo i denari che ha speso. Io dunque vi ho scoperto anche nella realtà doppie, come indica il vostro nome: perfino il numero non era di buon auspicio. Che cosa potrei augurarvi nella mia collera, se non che la vecchiaia, che tutto consuma, vi faccia tarlare e che la cera sbiadisca per la sozza putredine?
-
Lasciato l'annoso marito, sopraggiunge ormai, sorvolando l'oceano, la bionda dea che porta il giorno sul carro coperto di brina. Dove ti affretti, Aurora? Férmati: così ogni anno gli uccelli possano celebrare un solenne sacrificio funebre per l'ombra di Mèmnone. Ora per me è bello starmene abbandonato fra le morbide braccia della mia donna; ora, se mai altre volte, ella è strettamente allacciata al mio fianco. Ora si fanno anche sonni profondi e l'aria è fresca e gli uccelli intonano limpidi gorgheggi con l'esile gola. Dove ti affretti, sgradita agli uomini e alle donne? Trattieni con la tua mano splendente le redini rugiadose. Prima del tuo sorgere il marinaio scruta meglio le stelle e non va errando senza sapersi dirigere in mezzo al mare; al tuo apparire, benché stanco, il viandante si alza e il soldato riprende a maneggiare le armi crudeli; tu sei la prima a vedere i contadini col bidente in spalla e la prima a chiamare i lenti buoi sotto il curvo giogo; tu rubi il sonno ai fanciulli e li affidi ai maestri, perché le loro mani delicate subiscano sferzate crudeli, e sei sempre tu che costringi la gente a mettersi l'abito buono e a rendersi garante per qualcuno davanti al tempio di Vesta, salvo il subire poi gravi conseguenze per aver detto una sola parola; tu non giungi gradita né al giureconsulto né all'avvocato: entrambi sono costretti ad alzarsi per affrontare nuove cause; tu, mentre le donne potrebbero imporre una sosta alle loro occupazioni, richiami la mano della filatrice al suo lavoro. Tutto avrei potuto tollerare; ma chi può accettare che le innamorate si alzino di buon mattino, se non chi l'innamorata non ce l'ha? Quante volte mi sono augurato che la notte non volesse lasciarti il posto e che al tuo apparire le stelle spinte via non fuggissero! Quante volte mi sono augurato o che il vento mandasse in frantumi il tuo carro o che uno dei cavalli ruzzolasse, dopo essere rimasto invischiato in una densa nuvola! Dove ti affretti, piena di livore? Tu avevi un figlio dalla pelle nera, perciò quello doveva essere il colore del tuo cuore di madre. Io vorrei che a Titone fosse permesso di parlare di te: nel cielo non ci sarebbe nessuna storia più ignobile. Per fuggire da lui, perché troppo vecchio sotto il carico degli anni, ti alzi presto dal suo letto e sali sul tuo carro odioso; ma se tu stringessi fra le braccia uno come Céfalo, allora grideresti: Correte adagio, cavalli della notte! Se il tuo uomo è disfatto dalla vecchiaia, perché devo essere io a subirne le conseguenze? È forse dietro mio consiglio che hai sposato un vecchio? Pensa quante ore di sonno ha concesso la Luna al giovane amato, e la sua bellezza non è certo inferiore alla tua. Perfino il padre degli dèi, per non vederti tanto di frequente, unì insieme due notti per appagare i suoi desiderî. Io avevo posto fine alle mie proteste. C'era da credere che mi avesse ascoltato: era rossa; eppure il giorno non spuntò più tardi del solito.
+
Lasciato l'annoso marito, sopraggiunge ormai, sorvolando l'oceano, la bionda dea che porta il giorno sul carro coperto di brina. Dove ti affretti, Aurora? Férmati: così ogni anno gli uccelli possano celebrare un solenne sacrificio funebre per l'ombra di Mèmnone. Ora per me è bello starmene abbandonato fra le morbide braccia della mia donna; ora, se mai altre volte, ella è strettamente allacciata al mio fianco. Ora si fanno anche sonni profondi e l'aria è fresca e gli uccelli intonano limpidi gorgheggi con l'esile gola. Dove ti affretti, sgradita agli uomini e alle donne? Trattieni con la tua mano splendente le redini rugiadose. Prima del tuo sorgere il marinaio scruta meglio le stelle e non va errando senza sapersi dirigere in mezzo al mare; al tuo apparire, benché stanco, il viandante si alza e il soldato riprende a maneggiare le armi crudeli; tu sei la prima a vedere i contadini col bidente in spalla e la prima a chiamare i lenti buoi sotto il curvo giogo; tu rubi il sonno ai fanciulli e li affidi ai maestri, perché le loro mani delicate subiscano sferzate crudeli, e sei sempre tu che costringi la gente a mettersi l'abito buono e a rendersi garante per qualcuno davanti al tempio di Vesta, salvo il subire poi gravi conseguenze per aver detto una sola parola; tu non giungi gradita né al giureconsulto né all'avvocato: entrambi sono costretti ad alzarsi per affrontare nuove cause; tu, mentre le donne potrebbero imporre una sosta alle loro occupazioni, richiami la mano della filatrice al suo lavoro. Tutto avrei potuto tollerare; ma chi può accettare che le innamorate si alzino di buon mattino, se non chi l'innamorata non ce l'ha? Quante volte mi sono augurato che la notte non volesse lasciarti il posto e che al tuo apparire le stelle spinte via non fuggissero! Quante volte mi sono augurato o che il vento mandasse in frantumi il tuo carro o che uno dei cavalli ruzzolasse, dopo essere rimasto invischiato in una densa nuvola! Dove ti affretti, piena di livore? Tu avevi un figlio dalla pelle nera, perciò quello doveva essere il colore del tuo cuore di madre. Io vorrei che a [[Titone]] fosse permesso di parlare di te: nel cielo non ci sarebbe nessuna storia più ignobile. Per fuggire da lui, perché troppo vecchio sotto il carico degli anni, ti alzi presto dal suo letto e sali sul tuo carro odioso; ma se tu stringessi fra le braccia uno come Céfalo, allora grideresti: Correte adagio, cavalli della notte! Se il tuo uomo è disfatto dalla vecchiaia, perché devo essere io a subirne le conseguenze? È forse dietro mio consiglio che hai sposato un vecchio? Pensa quante ore di sonno ha concesso la Luna al giovane amato, e la sua bellezza non è certo inferiore alla tua. Perfino il padre degli dèi, per non vederti tanto di frequente, unì insieme due notti per appagare i suoi desiderî. Io avevo posto fine alle mie proteste. C'era da credere che mi avesse ascoltato: era rossa; eppure il giorno non spuntò più tardi del solito.
Te lo dicevo: Smetti di tingerti i capelli!; ora capelli da tingere non ne hai più. Eppure, se tu mi avessi dato ascolto, che cosa c'era di più fluente di essi? Ti arrivavano fino all'estremità del fianco, là dove esso si incurva allargandosi. Anzi, erano fini tanto che c'era da aver paura a pettinarli, sottili come i veli dei bronzei Seri o come il filo che il ragno tende con le sue zampette, quando tesse la sua trama leggera sotto una trave abbandonata. Essi non erano neri e tuttavia non erano biondi, ma, benché non fossero né biondi né bruni, avevano l'uno e l'altro colore, lo stesso che, nelle umide, scoscese valli dell'Ida, presenta un superbo cedro al quale sia stata strappata la corteccia. Aggiungi che erano morbidi e si prestavano a cento acconciature e certo non erano per te motivo di sofferenza: non fu lo spillone a strapparli, non i denti del pettine; la pettinatrice poteva star tranquilla per la propria incolumità; spesso la padrona fu da lei pettinata davanti ai miei occhi e mai le strappò lo spillone per pungerle le braccia. Molte altre volte, al mattino, ella rimase semisdraiata sul letto coperto di porpora con i capelli ancora in disordine; eppure anche allora, benché scarmigliata, era bella, come una baccante tracia quando giace spossata e scomposta sul verde tappeto dell'erba. Benché fossero delicati e fini come lanugine, quanti tormenti sopportarono, ahimè, i tuoi poveri capelli! Con quanta pazienza si offrivano al ferro caldo per essere intrecciati e arricciati in sinuose volute! Io gridavo: È un delitto bruciare questi capelli, un vero delitto. Sono belli naturalmente: risparmia, o crudele, la tua chioma. Tieni lontano da essa questa violenza: non sono capelli da bruciare; sembra che indichino da soli dove va posto lo spillone. Ora la bella chioma, di cui [[Apollo]] e Bacco avrebbero desiderato avere il capo adorno, è rovinata; io l'avrei paragonata con quella che, come appare nel dipinto, Venere, sorgendo un giorno nuda dall'acqua, sostenne con mano stillante. Perché ti lamenti di aver perduto dei capelli che ritenevi mal disposti? Perché, sciocca, deponi lo specchio con mano dolente? Ti guardi con occhi non avvezzi a vederti così: per piacere a te stessa devi dimenticare com'eri. Non sono state le erbe incantate di una rivale a nuocerti, non è stata una perfida strega a lavarti i capelli con acqua emonia, non ti ha recato danno una violenta malattia (lontano da te questo triste presagio!), non sono state le maledizioni di una lingua invidiosa a rendere meno folta la tua chioma: tu soffri per una perdita voluta dalla tua mano colpevole; tu stessa ti versavi sul capo quei miscugli velenosi. Ora dalla Germania ti invieranno capigliature di schiave; potrai star tranquilla grazie a un popolo su cui abbiamo celebrato il trionfo. O quante volte, mentre qualcuno ammira i tuoi capelli, arrossirai e dirai: Ora ricevo lodi per una merce che ho acquistata: lodando me, costui loda ora non so quale Sigambra; però mi ricordo di un tempo in cui la lode toccava veramente a me. - Me infelice! Ella fatica a trattenere le lacrime e con la destra nasconde il viso, mentre il rossore si dipinge sulle sue guance delicate; ella tiene in grembo i suoi capelli d'un tempo e li guarda, ornamento, ahimè, certo non degno di quel luogo. - Ma tu cerca di riprendere insieme il tuo aspetto e il tuo coraggio: è un danno a cui si può rimediare: ben presto ti si potrà ammirare con i tuoi capelli naturali.
Te lo dicevo: Smetti di tingerti i capelli!; ora capelli da tingere non ne hai più. Eppure, se tu mi avessi dato ascolto, che cosa c'era di più fluente di essi? Ti arrivavano fino all'estremità del fianco, là dove esso si incurva allargandosi. Anzi, erano fini tanto che c'era da aver paura a pettinarli, sottili come i veli dei bronzei Seri o come il filo che il ragno tende con le sue zampette, quando tesse la sua trama leggera sotto una trave abbandonata. Essi non erano neri e tuttavia non erano biondi, ma, benché non fossero né biondi né bruni, avevano l'uno e l'altro colore, lo stesso che, nelle umide, scoscese valli dell'Ida, presenta un superbo cedro al quale sia stata strappata la corteccia. Aggiungi che erano morbidi e si prestavano a cento acconciature e certo non erano per te motivo di sofferenza: non fu lo spillone a strapparli, non i denti del pettine; la pettinatrice poteva star tranquilla per la propria incolumità; spesso la padrona fu da lei pettinata davanti ai miei occhi e mai le strappò lo spillone per pungerle le braccia. Molte altre volte, al mattino, ella rimase semisdraiata sul letto coperto di porpora con i capelli ancora in disordine; eppure anche allora, benché scarmigliata, era bella, come una baccante tracia quando giace spossata e scomposta sul verde tappeto dell'erba. Benché fossero delicati e fini come lanugine, quanti tormenti sopportarono, ahimè, i tuoi poveri capelli! Con quanta pazienza si offrivano al ferro caldo per essere intrecciati e arricciati in sinuose volute! Io gridavo: È un delitto bruciare questi capelli, un vero delitto. Sono belli naturalmente: risparmia, o crudele, la tua chioma. Tieni lontano da essa questa violenza: non sono capelli da bruciare; sembra che indichino da soli dove va posto lo spillone. Ora la bella chioma, di cui [[Apollo]] e Bacco avrebbero desiderato avere il capo adorno, è rovinata; io l'avrei paragonata con quella che, come appare nel dipinto, Venere, sorgendo un giorno nuda dall'acqua, sostenne con mano stillante. Perché ti lamenti di aver perduto dei capelli che ritenevi mal disposti? Perché, sciocca, deponi lo specchio con mano dolente? Ti guardi con occhi non avvezzi a vederti così: per piacere a te stessa devi dimenticare com'eri. Non sono state le erbe incantate di una rivale a nuocerti, non è stata una perfida strega a lavarti i capelli con acqua emonia, non ti ha recato danno una violenta malattia (lontano da te questo triste presagio!), non sono state le maledizioni di una lingua invidiosa a rendere meno folta la tua chioma: tu soffri per una perdita voluta dalla tua mano colpevole; tu stessa ti versavi sul capo quei miscugli velenosi. Ora dalla Germania ti invieranno capigliature di schiave; potrai star tranquilla grazie a un popolo su cui abbiamo celebrato il trionfo. O quante volte, mentre qualcuno ammira i tuoi capelli, arrossirai e dirai: Ora ricevo lodi per una merce che ho acquistata: lodando me, costui loda ora non so quale Sigambra; però mi ricordo di un tempo in cui la lode toccava veramente a me. - Me infelice! Ella fatica a trattenere le lacrime e con la destra nasconde il viso, mentre il rossore si dipinge sulle sue guance delicate; ella tiene in grembo i suoi capelli d'un tempo e li guarda, ornamento, ahimè, certo non degno di quel luogo. - Ma tu cerca di riprendere insieme il tuo aspetto e il tuo coraggio: è un danno a cui si può rimediare: ben presto ti si potrà ammirare con i tuoi capelli naturali.
-
Perché, Invidia vorace, mi rinfacci gli anni trascorsi nell'ozio e definisci la mia poesia opera di un ingegno indolente, perché mi rinfacci di non ambire, sulle orme dei padri e finché mi sorregge la gagliardia della giovinezza, ai polverosi allori della guerra e di non voler imparare a memoria leggi prolisse e di non prostituire la mia eloquenza nel foro a me sgradito? Tu mi richiedi un'opera destinata a perire; io cerco una gloria imperitura per essere sempre celebrato in tutto il mondo. Il cantore meonio vivrà finché non crolleranno Tenedo e l'Ida, finché il Simoenta riverserà nel mare le sue acque tumultuose; e vivrà il poeta di Ascra fino a quando l'uva diverrà mosto fermentando, fino a quando la spiga cadrà sotto la falce ricurva; il Battiade sarà celebrato in eterno in tutto il mondo, benché si distingua per la tecnica, non per l'ingegno; lo stile tragico di Sofocle non conoscerà declino; la stella di Arato brillerà sempre, col sole e con la luna; finché esisteranno uno schiavo ingannatore, un padre severo, una sporca ruffiana e una cortigiana adescatrice, vivrà Menandro; Ennio ignaro d'artifici e Accio dagli animosi accenti hanno un nome che non conoscerà mai tramonto; a quale età saranno ignoti il nome di Varrone e la prima nave e il vello d'oro conquistato sotto il comando del figlio di Esone? I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta; il nome di Titiro e le messi e le armi di Enea saranno letti fintanto che Roma sarà la capitale del mondo su cui ha trionfato; finché le fiamme d'amore e l'arco saranno le armi di Cupido, si impareranno i tuoi versi armoniosi, o raffinato Tibullo; Gallo sarà noto a Oriente e a Occidente e con Gallo sarà nota la sua Licoride. Dunque, mentre perfino le rocce, perfino il dente del duro aratro si consumano col tempo, la poesia non conosce la morte: si arrendano alla poesia i re e i loro trionfi, si arrenda anche la fertile riva del Tago, la cui onda trascina oro. La gente comune continui pure ad ammirare le cose comuni; a me il biondo [[Apollo]] riempia la coppa di acqua attinta alla fonte Castalia e possa io poggiare sui capelli il mirto che teme il freddo e l'ansioso amante legga e rilegga i miei versi. L'Invidia trova il suo pasto fra i vivi; dopo la morte si acquieta, quando ciascuno è tutelato dalla gloria che si è meritato: perciò anche quando il fuoco supremo avrà consumato il mio corpo, io vivrò ancora e gran parte di me sopravviverà.
+
Perché, Invidia vorace, mi rinfacci gli anni trascorsi nell'ozio e definisci la mia poesia opera di un ingegno indolente, perché mi rinfacci di non ambire, sulle orme dei padri e finché mi sorregge la gagliardia della giovinezza, ai polverosi allori della guerra e di non voler imparare a memoria leggi prolisse e di non prostituire la mia eloquenza nel foro a me sgradito? Tu mi richiedi un'opera destinata a perire; io cerco una gloria imperitura per essere sempre celebrato in tutto il mondo. Il cantore meonio vivrà finché non crolleranno Tenedo e l'Ida, finché il Simoenta riverserà nel mare le sue acque tumultuose; e vivrà il poeta di Ascra fino a quando l'uva diverrà mosto fermentando, fino a quando la spiga cadrà sotto la falce ricurva; il Battiade sarà celebrato in eterno in tutto il mondo, benché si distingua per la tecnica, non per l'ingegno; lo stile tragico di Sofocle non conoscerà declino; la stella di Arato brillerà sempre, col sole e con la luna; finché esisteranno uno schiavo ingannatore, un padre severo, una sporca ruffiana e una cortigiana adescatrice, vivrà Menandro; Ennio ignaro d'artifici e Accio dagli animosi accenti hanno un nome che non conoscerà mai tramonto; a quale età saranno ignoti il nome di Varrone e la prima nave e il vello d'oro conquistato sotto il comando del figlio di Esone? I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta; il nome di Titiro e le messi e le armi di [[Enea]] saranno letti fintanto che Roma sarà la capitale del mondo su cui ha trionfato; finché le fiamme d'amore e l'arco saranno le armi di Cupido, si impareranno i tuoi versi armoniosi, o raffinato Tibullo; Gallo sarà noto a Oriente e a Occidente e con Gallo sarà nota la sua Licoride. Dunque, mentre perfino le rocce, perfino il dente del duro aratro si consumano col tempo, la poesia non conosce la morte: si arrendano alla poesia i re e i loro trionfi, si arrenda anche la fertile riva del Tago, la cui onda trascina oro. La gente comune continui pure ad ammirare le cose comuni; a me il biondo [[Apollo]] riempia la coppa di acqua attinta alla fonte Castalia e possa io poggiare sui capelli il mirto che teme il freddo e l'ansioso amante legga e rilegga i miei versi. L'Invidia trova il suo pasto fra i vivi; dopo la morte si acquieta, quando ciascuno è tutelato dalla gloria che si è meritato: perciò anche quando il fuoco supremo avrà consumato il mio corpo, io vivrò ancora e gran parte di me sopravviverà.
</poem>
</poem>

Versione corrente