Biblioteca:Ovidio, Amori, Libro I

(Differenze fra le revisioni)



				

				
			
Te lo dicevo: Smetti di tingerti i capelli!; ora capelli da tingere non ne hai più. Eppure, se tu mi avessi dato ascolto, che cosa c'era di più fluente di essi? Ti arrivavano fino all'estremità del fianco, là dove esso si incurva allargandosi. Anzi, erano fini tanto che c'era da aver paura a pettinarli, sottili come i veli dei bronzei Seri o come il filo che il ragno tende con le sue zampette, quando tesse la sua trama leggera sotto una trave abbandonata. Essi non erano neri e tuttavia non erano biondi, ma, benché non fossero né biondi né bruni, avevano l'uno e l'altro colore, lo stesso che, nelle umide, scoscese valli dell'Ida, presenta un superbo cedro al quale sia stata strappata la corteccia. Aggiungi che erano morbidi e si prestavano a cento acconciature e certo non erano per te motivo di sofferenza: non fu lo spillone a strapparli, non i denti del pettine; la pettinatrice poteva star tranquilla per la propria incolumità; spesso la padrona fu da lei pettinata davanti ai miei occhi e mai le strappò lo spillone per pungerle le braccia. Molte altre volte, al mattino, ella rimase semisdraiata sul letto coperto di porpora con i capelli ancora in disordine; eppure anche allora, benché scarmigliata, era bella, come una baccante tracia quando giace spossata e scomposta sul verde tappeto dell'erba. Benché fossero delicati e fini come lanugine, quanti tormenti sopportarono, ahimè, i tuoi poveri capelli! Con quanta pazienza si offrivano al ferro caldo per essere intrecciati e arricciati in sinuose volute! Io gridavo: È un delitto bruciare questi capelli, un vero delitto. Sono belli naturalmente: risparmia, o crudele, la tua chioma. Tieni lontano da essa questa violenza: non sono capelli da bruciare; sembra che indichino da soli dove va posto lo spillone. Ora la bella chioma, di cui Apollo e Bacco avrebbero desiderato avere il capo adorno, è rovinata; io l'avrei paragonata con quella che, come appare nel dipinto, Venere, sorgendo un giorno nuda dall'acqua, sostenne con mano stillante. Perché ti lamenti di aver perduto dei capelli che ritenevi mal disposti? Perché, sciocca, deponi lo specchio con mano dolente? Ti guardi con occhi non avvezzi a vederti così: per piacere a te stessa devi dimenticare com'eri. Non sono state le erbe incantate di una rivale a nuocerti, non è stata una perfida strega a lavarti i capelli con acqua emonia, non ti ha recato danno una violenta malattia (lontano da te questo triste presagio!), non sono state le maledizioni di una lingua invidiosa a rendere meno folta la tua chioma: tu soffri per una perdita voluta dalla tua mano colpevole; tu stessa ti versavi sul capo quei miscugli velenosi. Ora dalla Germania ti invieranno capigliature di schiave; potrai star tranquilla grazie a un popolo su cui abbiamo celebrato il trionfo. O quante volte, mentre qualcuno ammira i tuoi capelli, arrossirai e dirai: Ora ricevo lodi per una merce che ho acquistata: lodando me, costui loda ora non so quale Sigambra; però mi ricordo di un tempo in cui la lode toccava veramente a me. - Me infelice! Ella fatica a trattenere le lacrime e con la destra nasconde il viso, mentre il rossore si dipinge sulle sue guance delicate; ella tiene in grembo i suoi capelli d'un tempo e li guarda, ornamento, ahimè, certo non degno di quel luogo. - Ma tu cerca di riprendere insieme il tuo aspetto e il tuo coraggio: è un danno a cui si può rimediare: ben presto ti si potrà ammirare con i tuoi capelli naturali.
Te lo dicevo: Smetti di tingerti i capelli!; ora capelli da tingere non ne hai più. Eppure, se tu mi avessi dato ascolto, che cosa c'era di più fluente di essi? Ti arrivavano fino all'estremità del fianco, là dove esso si incurva allargandosi. Anzi, erano fini tanto che c'era da aver paura a pettinarli, sottili come i veli dei bronzei Seri o come il filo che il ragno tende con le sue zampette, quando tesse la sua trama leggera sotto una trave abbandonata. Essi non erano neri e tuttavia non erano biondi, ma, benché non fossero né biondi né bruni, avevano l'uno e l'altro colore, lo stesso che, nelle umide, scoscese valli dell'Ida, presenta un superbo cedro al quale sia stata strappata la corteccia. Aggiungi che erano morbidi e si prestavano a cento acconciature e certo non erano per te motivo di sofferenza: non fu lo spillone a strapparli, non i denti del pettine; la pettinatrice poteva star tranquilla per la propria incolumità; spesso la padrona fu da lei pettinata davanti ai miei occhi e mai le strappò lo spillone per pungerle le braccia. Molte altre volte, al mattino, ella rimase semisdraiata sul letto coperto di porpora con i capelli ancora in disordine; eppure anche allora, benché scarmigliata, era bella, come una baccante tracia quando giace spossata e scomposta sul verde tappeto dell'erba. Benché fossero delicati e fini come lanugine, quanti tormenti sopportarono, ahimè, i tuoi poveri capelli! Con quanta pazienza si offrivano al ferro caldo per essere intrecciati e arricciati in sinuose volute! Io gridavo: È un delitto bruciare questi capelli, un vero delitto. Sono belli naturalmente: risparmia, o crudele, la tua chioma. Tieni lontano da essa questa violenza: non sono capelli da bruciare; sembra che indichino da soli dove va posto lo spillone. Ora la bella chioma, di cui Apollo e Bacco avrebbero desiderato avere il capo adorno, è rovinata; io l'avrei paragonata con quella che, come appare nel dipinto, Venere, sorgendo un giorno nuda dall'acqua, sostenne con mano stillante. Perché ti lamenti di aver perduto dei capelli che ritenevi mal disposti? Perché, sciocca, deponi lo specchio con mano dolente? Ti guardi con occhi non avvezzi a vederti così: per piacere a te stessa devi dimenticare com'eri. Non sono state le erbe incantate di una rivale a nuocerti, non è stata una perfida strega a lavarti i capelli con acqua emonia, non ti ha recato danno una violenta malattia (lontano da te questo triste presagio!), non sono state le maledizioni di una lingua invidiosa a rendere meno folta la tua chioma: tu soffri per una perdita voluta dalla tua mano colpevole; tu stessa ti versavi sul capo quei miscugli velenosi. Ora dalla Germania ti invieranno capigliature di schiave; potrai star tranquilla grazie a un popolo su cui abbiamo celebrato il trionfo. O quante volte, mentre qualcuno ammira i tuoi capelli, arrossirai e dirai: Ora ricevo lodi per una merce che ho acquistata: lodando me, costui loda ora non so quale Sigambra; però mi ricordo di un tempo in cui la lode toccava veramente a me. - Me infelice! Ella fatica a trattenere le lacrime e con la destra nasconde il viso, mentre il rossore si dipinge sulle sue guance delicate; ella tiene in grembo i suoi capelli d'un tempo e li guarda, ornamento, ahimè, certo non degno di quel luogo. - Ma tu cerca di riprendere insieme il tuo aspetto e il tuo coraggio: è un danno a cui si può rimediare: ben presto ti si potrà ammirare con i tuoi capelli naturali.
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Perché, Invidia vorace, mi rinfacci gli anni trascorsi nell'ozio e definisci la mia poesia opera di un ingegno indolente, perché mi rinfacci di non ambire, sulle orme dei padri e finché mi sorregge la gagliardia della giovinezza, ai polverosi allori della guerra e di non voler imparare a memoria leggi prolisse e di non prostituire la mia eloquenza nel foro a me sgradito? Tu mi richiedi un'opera destinata a perire; io cerco una gloria imperitura per essere sempre celebrato in tutto il mondo. Il cantore meonio vivrà finché non crolleranno Ténedo e l'Ida, finché il Simoenta riverserà nel mare le sue acque tumultuose; e vivrà il poeta di Ascra fino a quando l'uva diverrà mosto fermentando, fino a quando la spiga cadrà sotto la falce ricurva; il Battìade sarà celebrato in eterno in tutto il mondo, benché si distingua per la tecnica, non per l'ingegno; lo stile tragico di Sofocle non conoscerà declino; la stella di Arato brillerà sempre, col sole e con la luna; finché esisteranno uno schiavo ingannatore, un padre severo, una sporca ruffiana e una cortigiana adescatrice, vivrà Menandro; Ennio ignaro d'artifici e Accio dagli animosi accenti hanno un nome che non conoscerà mai tramonto; a quale età saranno ignoti il nome di Varrone e la prima nave e il vello d'oro conquistato sotto il comando del figlio di Èsone? I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta; il nome di Tìtiro e le messi e le armi di Enea saranno letti fintanto che Roma sarà la capitale del mondo su cui ha trionfato; finché le fiamme d'amore e l'arco saranno le armi di Cupìdo, si impareranno i tuoi versi armoniosi, o raffinato Tibullo; Gallo sarà noto a Oriente e a Occidente e con Gallo sarà nota la sua Licoride. Dunque, mentre perfino le rocce, perfino il dente del duro aratro si consumano col tempo, la poesia non conosce la morte: si arrendano alla poesia i re e i loro trionfi, si arrenda anche la fertile riva del Tago, la cui onda trascina oro. La gente comune continui pure ad ammirare le cose comuni; a me il biondo Apollo riempia la coppa di acqua attinta alla fonte Castalia e possa io poggiare sui capelli il mirto che teme il freddo e l'ansioso amante legga e rilegga i miei versi. L'Invidia trova il suo pasto fra i vivi; dopo la morte si acquieta, quando ciascuno è tutelato dalla gloria che si è meritato: perciò anche quando il fuoco supremo avrà consumato il mio corpo, io vivrò ancora e gran parte di me sopravviverà.
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Perché, Invidia vorace, mi rinfacci gli anni trascorsi nell'ozio e definisci la mia poesia opera di un ingegno indolente, perché mi rinfacci di non ambire, sulle orme dei padri e finché mi sorregge la gagliardia della giovinezza, ai polverosi allori della guerra e di non voler imparare a memoria leggi prolisse e di non prostituire la mia eloquenza nel foro a me sgradito? Tu mi richiedi un'opera destinata a perire; io cerco una gloria imperitura per essere sempre celebrato in tutto il mondo. Il cantore meonio vivrà finché non crolleranno Tenedo e l'Ida, finché il Simoenta riverserà nel mare le sue acque tumultuose; e vivrà il poeta di Ascra fino a quando l'uva diverrà mosto fermentando, fino a quando la spiga cadrà sotto la falce ricurva; il Battiade sarà celebrato in eterno in tutto il mondo, benché si distingua per la tecnica, non per l'ingegno; lo stile tragico di Sofocle non conoscerà declino; la stella di Arato brillerà sempre, col sole e con la luna; finché esisteranno uno schiavo ingannatore, un padre severo, una sporca ruffiana e una cortigiana adescatrice, vivrà Menandro; Ennio ignaro d'artifici e Accio dagli animosi accenti hanno un nome che non conoscerà mai tramonto; a quale età saranno ignoti il nome di Varrone e la prima nave e il vello d'oro conquistato sotto il comando del figlio di Esone? I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta; il nome di Titiro e le messi e le armi di Enea saranno letti fintanto che Roma sarà la capitale del mondo su cui ha trionfato; finché le fiamme d'amore e l'arco saranno le armi di Cupido, si impareranno i tuoi versi armoniosi, o raffinato Tibullo; Gallo sarà noto a Oriente e a Occidente e con Gallo sarà nota la sua Licoride. Dunque, mentre perfino le rocce, perfino il dente del duro aratro si consumano col tempo, la poesia non conosce la morte: si arrendano alla poesia i re e i loro trionfi, si arrenda anche la fertile riva del Tago, la cui onda trascina oro. La gente comune continui pure ad ammirare le cose comuni; a me il biondo Apollo riempia la coppa di acqua attinta alla fonte Castalia e possa io poggiare sui capelli il mirto che teme il freddo e l'ansioso amante legga e rilegga i miei versi. L'Invidia trova il suo pasto fra i vivi; dopo la morte si acquieta, quando ciascuno è tutelato dalla gloria che si è meritato: perciò anche quando il fuoco supremo avrà consumato il mio corpo, io vivrò ancora e gran parte di me sopravviverà.
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Versione del 08:17, 24 mar 2017