Biblioteca:Omero, Odissea, Libro XXI



				

				

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Ma Palla, occhio azzurrino, alla prudente
Figlia d'Icario entro lo spirto mise
Di propor l'arco ai proci e i ferrei anelli,
Nella casa d'Ulisse: acerbo gioco,
E di strage principio e di vendetta. 5
La donna salse alla magion più alta,
E dell'abil sua man la bella e ad arte
Curvata chiave di metallo prese
Pel manubrio di candido elefante.
Ciò fatto, andò con le fedeli ancelle 10
Nella stanza più interna, ove i tesori
Serbavansi del re: rame, oro e ferro
Ben travagliato. E qui giacea pur l'arco
Ritorto e il sagittifero turcasso,
Che molte dentro a sé frecce chiudea 15
Dolorifere: doni, che ad Ulisse,
Cui s'abbatté nella Laconia un giorno,
Feo l'Eurìtide Ifìto, ai numi eguale.

S'incontrâro gli eroi nella magione
D'Ortìloco in Messenia. Di Messene 20
Una masnada pecore trecento
Co' lor custodi su le lunghe navi,
Rapito avea dagl'Itacesi paschi;
E a richiederle il padre e gli altri vecchi,
Giovane ambasciator per lunga strada, 25
Mandâro Ulisse. D'altra parte Ifìto
In traccia sen venìa delle perdute
Sue dodici cavalle, e delle forti
Alla lor mamma pazïenti mule,
Donde ruina derivògli e morte: 30
Però che Alcide, il gran figliuol di Zeus,
D'opere grandi fabbro, a lui, che accolto
Nel suo palagio avea, non paventando
Né la giustizia degli dèi, né quella
Mensa ospital che gli avea posta innanzi, 35
Tolse iniquo la vita, e le giumente
Dalla forte unghia in sua balìa ritenne.
Queste cercando, s'abbatté ad Ulisse,
E l'arco gli donò, che il chiaro Eurito
Portava, e in man del suo diletto figlio 40
Pose morendo negli eccelsi alberghi.
E il Laerzìade un'affilata spada
Diede e una lancia noderosa a Ifìto,
D'un'amistà non lunga unico pegno:
Ché di mensa conoscersi a vicenda 45
Lor non fu dato, e il figliuol di Zeus
L'Euritìde divino innanzi uccise.
Quest'arco Ulisse, allorché in negra nave
Alle dure traea belliche prove,
Nol togliea mai; ma per memoria eterna 50
Del caro amico alla parete appeso
Lasciar solealo, e sol gravarne il dosso
Nell'isola natìa gli era diletto.

Come pervenne alla secreta stanza
L'egregia donna, e il limitar di quercia 55
Salì construtto a squadra e ripolito
Da fabbro industre, che adattòvvi ancora
Le imposte ferme e le lucenti porte,
Tosto la fune dell'anello sciolse,
E introdusse la chiave, ed i serrami 60
Respinse: un rimugghiar come di tauro,
Che di rauco boato empie la valle
S'udì, quando le porte a lei s'aprîro.
Ella montò su l'elevato palco,
Dove giaceano alle bell'arche in grembo 65
Le profumate vesti, e, distendendo
Quindi la man, dalla cavicchia l'arco
Con tutta distaccò la luminosa
Vagina, entro cui stava. Indi s'assise;
E quel posato su le sue ginocchia, 70
Ne' pianti dava e ne' lamenti: al fine
Dalla custodia sua l'arco fuor trasse.
Ma poiché fu di lai sazia e di pianti,
Scese, e de' proci nel cospetto venne,
Quello in man sostenendo, e la faretra 75
Gravida di mortifere saette:
Mentre le ancelle la seguìan con cesta
Del ferro piena, che leggiadro a Ulisse
Di forza esercizio era e di destrezza.
Giunta ove quei sedean, fermava il piede 80
Della sala dedalea in su la soglia
Tra l'una e l'altra ancella, e co' sottili
Veli del crine ambo le guance ombrava,
Poi sciogliea tali accenti: "O voi, che in questa
Casa, lontano Ulisse, a forza entraste, 85
Gl'interi giorni a consumar tra i nappi,
Né di tal reità miglior difesa
Sapeste addur che le mie nozze, udite:
Quando sorse il gran dì, che la mia mano
Ritener più non deggio, ecco d'Ulisse 90
L'arco, che per certame io vi propongo.
Chi tenderallo, e passerà per tutti
Con la freccia volante i ferrei cerchi,
Lui seguir non ricuso, abbandonata
Questa sì bella, e di ricchezza colma 95
Magion de' miei verd'anni, ond'anche in sogno
Dovermi spesso ricordare io penso".

Disse; e, chiamato Eumèo, recare ai proci
L'arco gl'ingiunse, e degli anelli il ferro.
Ei lagrimando il prese, e nella sala 100
Depóselo; e Filezio in altra parte,
Vista l'arma del re, pianto versava.
Ma sgridavali Antìnoo in tai parole:
"Sciocchi villani, la cui mente inferma
Oltre il presente dì mai non si stende, 105
Perché tal piagnisteo? Perché alla donna
L'alma nel petto commovete, quasi
Per se stessa non dolgasi abbastanza
Del perduto consorte? O qui sedete
Taciti a bere, o a singhiozzare uscite, 110
E lasciate a noi l'arco, impresa molto,
Vaglia il ver, forte per noi tutti, e a gabbo
Da non pigliar: ché non havvi uom tra noi
Pari ad Ulisse per curvarlo. Il vidi
Negli anni miei più teneri, ed impressa 115
Me ne sta in mente da quel dì l'imago".
Così d'Eupite il figlio; e non pertanto
Il nervo confidavasi piegarne,
E d'anello in anel mandar lo strale.
Ma dovea prima l'infallibìl freccia 120
Gustare in vece dall'eroe scoccata,
Cui poc'anzi oltraggiava, e incontro a cui
Aizzava i compagni a mensa assiso.

Qui tra i proci parlò la sacra forza
Di Telemaco: "Oh dèi! Me Zeus al certo 125
Cavò di senno. La diletta madre
Dice un altro consorte, abbandonando
Queste mura, seguir, benché sì saggia,
E folle io rido e a sollazzarmi attendo.
Su via, poiché a voi donna in premio s'offre, 130
Cui non l'Acaica terra e non la sacra
Pilo ed Argo, Micene, Itaca stessa
Vanta l'eguale, o la feconda Epiro;
E il sapete voi ben, né ch'io vi lodi
La genitrice, oggi è mestier; su via, 135
Con vane scuse non tirate in lungo
Questo certame, e non rifugga indietro
Dalla tesa dell'arco il vostro braccio.
Cimenterommi anch'io. S'io tenderollo,
E ne' ferri entrerò con la mia freccia, 140
Me qui lasciar per nuove nozze in duolo
La genitrice non vorrà, fuggire
Non vorrà da un figliuol, che ne' paterni
Giochi la palma riportar già vale".

Surse, ciò detto, ed il purpureo manto 145
Dagli omeri deposto e il brando acuto,
Scavò, la prima cosa, un lungo fosso;
Le colonnette con gli anelli in cima
Piantovvi, a squadra dirizzolle, e intorno
La terra vi calcò. Stupìano i proci, 150
Vedendole piantare a lui sì bene,
Bench'egli a nessun pria viste le avesse.
Ciò fatto, delle porte andò alla soglia,
E, fermatovi il piè, l'arco tentava.
Tre fiate trar volle il nervo al petto, 155
Tre dalla man gli scappò il nervo. Pure
Non disperava che la quarta prova
Più felice non fosse. E già, la corda
Traendo al petto per la quarta volta,
Teso avrìa l'arco: ma il vietava Ulisse 160
D'un cenno, e lui, che tutto ardea, frenava.
E Telemaco allor: "Numi!" soggiunse,
"O debile io vivrò dunque e dappoco
Tutto il mio tempo, o almen la poca etade
Forze da ributtar chi ad oltraggiarmi 165
Si scagliasse primier, non dammi ancora.
Ma voi, che siete più gagliardi, l'arma
Tastate adunque, e si compisca il gioco".

Detto così, l'arco ei depose a terra,
E all'incollate tavole polite 170
L'appoggiò della porta, e posò il dardo
Sul cerchio, che dell'arco il sommo ornava.
Poi s'assise di nuovo."E Antìnoo, il figlio
D'Eupìte, favellò: Tutti, o compagni,
Dalla destra per ordine v'alzate, 175
Cominciando ciascun, donde il vermiglio
Licor si versa". Il detto piacque, e primo
L'Enòpide Leòde alzossi, ch'era
Loro indovino, e alla bell'urna sempre
Sedea più presso. Odio alla colpa ei solo 180
Portava, e gli altri riprendea. Costui
L'arco lunato ed il pennuto strale
Si recò in mano, e alla soglia ito e fermo
Su i piedi, tentò il grave arco e nol tese:
Ché sentì intorno alla ribelle corda 185
Prima stancarsi la man liscia e molle:
"Altri", disse, "sel prenda; io certo, amici,
Nol tenderò: ma credo ben, che a molti
Sarà morte quest'arco. È ver che meglio
Torna il morire, che il giù tôrsi vivi 190
Da quella speme altissima, che in queste
Mura raccolti sino a qui ci tenne.
Spera oggi alcun, non che in suo core il brami,
La regina impalmar; ma, come visto
Questo arnese abbia e maneggiato, un'altra 195
Chiederà dell'Achee peplo-addobbate,
Nuzïali presenti a lei porgendo,
E a Penelope il fato uom, che di doni
Ricolmeralla, condurrà d'altronde".

Così parlato, ei mise l'arco a terra, 200
E all'incollate tavole polite
L'appoggiò della porta, e posò il dardo
Sul cerchio che dell'arco il sommo ornava.
Quindi tornò al suo seggio. E Antìnoo in tali
Voci proruppe: "Qual molesto, acerbo 205
Dalla chiostra de' denti a te, Leode,
Detto sfuggì, che di furor m'infiamma?
A noi dunque sarà morte quest'arco?
Se tu curvar nol puoi, la madre incolpa,
Che d'archi uom non ti fece e di saette: 210
Ma gli altri proci il curveranno, io penso".

Disse, e al custode del caprino gregge
Questo precetto diè: "Melanzio, accendi
Possente foco nella sala, e appresso
Vi poni seggio che una pelle cuopra. 215
Poi di bianco e indurato adipe reca
Grande, ritonda massa, acciocché s'unga
Per noi l'arco e si scaldi, ed in tal guisa
Questo certame si conduca a fine".

Melanzio accese un instancabil foco, 220
E con pelle di sopra un seggio pose.
Poi di bianco e indurato adipe massa
Grande e tonda recò. L'arco unto e caldo
Piegar tentaro i giovani. Che valse,
Se lor non rispondean le braccia imbelli? 225
Ma dalla prova s'astenean finora
Eurìmaco ed Antinoo, che de' proci
Eran di grado e di valore i primi.

Usciro intanto del palagio a un tempo
Il pastor de' maiali, e quel de' buoi, 230
E Ulisse dopo. Delle porte appena
Fuor si trovâro e del cortil, ch'ei, dolci
Parole ad ambi rivolgendo: "Eumèo",
Disse, "e Filezio, favellar degg'io,
O i detti ritener? Di ritenerli 235
L'animo non mi dà. Quali sareste
D'Ulisse a pro, se d'improvviso al vostro
Cospetto innanzi il presentasse un nume?
Ai proci, o a lui, soccorrereste voi?
Ciò che nel cor vi sta venga sul labbro". 240

"O Zeus padre", sclamò allor Filezio,
"Adempi il voto mio! L'eroe qua giunga,
E un nume il guidi. Tu vedresti, o vecchio,
Quale in me l'ardir fora e quale il braccio".
Ed Eumèo nulla meno agli dèi tutti 245
Pel ritorno del re preghiere alzava.

Ei, come certo a pien fu della mente
Sincera e fida d'ambiduo, soggiunse:
"In casa eccomi io stesso, io, che, sofferte
Sventure senza numero, alla terra 250
Nativa giunsi nel vigesim'anno.
So che a voi soli desïato io spunto
Tra i servi miei: poiché degli altri tutti
Non udii che un bramasse il mio ritorno.
Quel ch'io farò per voi, dunque ascoltate. 255
Voi da me donna e robe, ove dai numi
D'esterminar mi si conceda i proci,
Voi case, dalla mia non lunge estrutte,
Riceverete: ed io terrovvi in conto
Di compagni a Telemaco e fratelli. 260
Ma perché in forse non restiate punto,
Eccovi a segno manifesto il colpo,
Che d'un fiero cinghial la bianca sanna
M'impresse il dì ch'io sul Parnaso salsi
Co' figliuoli d'Autolico". Ciò detto, 265
Dalla gran cicatrice i panni tolse.

Quei, tutto visto attentamente e tocco,
Piagnean, gittate di Laerte al figlio
Le mani intorno e gli omeri, e la testa,
Stringendol, gli baciavano; ed Ulisse 270
Lor baciò similmente e mani e capo.
E già lasciati il tramontato sole
Lagrimosi gli avrìa, se così Ulisse
Non correggeali: "Fine ai pianti! Alcuno
Potrìa vederli, uscendo, e riportarli 275
Di dentro. Udite. Nella sala il piede
Riponiam tutti, io prima, e poscia voi,
E d'un segnale ci accordiamo. I proci,
Che a me si porga la faretra e l'arco,
Non patiran: ma tu, divino Eumèo, 280
L'uno e l'altra mi reca, e di' alle donne,
Che gli usci chiudan delle stanze loro;
E per romor nessuna, o per lamento,
Che l'orecchio a ferir le andasse a un tratto,
Mostrisi fuori, ma quell'opra siegua, 285
Che avrà tra mano allor, né se ne smaghi.
Raccomando a te poi, Filezio illustre,
Serrar la porta del cortile a chiave,
E con ritorte rafforzarla in fretta".
Entrò, ciò detto, e donde pria sorto era, 290
S'assise; ed ivi a poco entraro i servi.

Già per le mani Eurimaco il grand'arco
Si rivolgeva, ed a' rai quinci e quindi
Della fiamma il vibrava. Inutil cura!
Meglio che gli altri non per questo il tese; 295
Gemé nel cor superbo, e queste voci
Tra i sospiri mandò: "Lasso! un gran duolo
Di me stesso e di voi sento ad un'ora.
Né già sol piango le perdute nozze:
Ché nell'ondicerchiata Itaca e altrove, 300
Sul capo a molte Achee s'increspa il crine.
Piango, che, se di forze al grande Ulisse
Tanto cediam da non curvar quest'arco,
Si rideran di noi l'età future".

"No", l'Eupitìde Antìnoo a lui rispose, 305
"Ciò, Eurimaco, non fia: tu stesso il vedi.
Sacro ad Apollo è questo dì. Chi l'arco
Tender potrebbe? Deponiamlo, e tutti
Lasciamo star gli anelli, e non temiamo
Che alcun da dove son rapirli ardisca. 310
Su via, l'abil coppier vada co' nappi
Ricolmi in giro, e, poiché avrem libato,
Mettiam l'arco da parte. Al dì novello
Melanzio a noi le più fiorenti capre
Guidi da tutti i branchi, onde, bruciati 315
I pingui lombi al glorïoso Arciero,
Si riprenda il cimento, e a fin s'adduca".

Piacque il suo detto. I banditori tosto
L'acqua diero alle man, l'urne i donzelli
Di vino incoronaro, e il dispensaro 320
Con le tazze augurando a tutti in giro.
Come libato e a piena voglia tutti
Bevuto ebber gli amanti, il saggio Ulisse,
Che stratagemmi in cor sempre agitava,
Così lor favellò: "Competitori 325
Dell'inclita Regina, udir v'aggradi
Ciò che il cor dirvi mi consiglia e sforza.
Eurimaco fra tutti e il pari a un nume
Antinoo, che parlò sì acconciamente,
L'orecchio aprire alle mie voci io priego. 330
Perdonate oggi all'arco, e degli eterni
Non ostate al voler: forza domane
A cui lor piacerà, daranno i numi.
Ma intanto a me, proci, quell'arma: io prova
Voglio far del mio braccio, e veder s'io 335
Nelle membra pieghevoli l'antico
Vigor mantengo, o se i miei lunghi errori
Disperso l'hanno e i molti miei disagi".

Rinfocolârsi a ciò, forte temendo,
Non il polito arco ei piegasse. E Antinoo 340
Lo sgridava in tal guisa: "O miserando
Degli ospiti, sei tu fuor di te stesso?
Non ti contenti, che tranquillo siedi
Con noi principi a mensa, e, che a null'altro
Stranier mendico si concede, vieni 345
Delle vivande e de' sermoni a parte?
Certo te offende il saporoso vino,
Che tracannato avidamente, e senza
Modo e termine alcuno, a molti nocque.
Nocque al famoso Eurizïon Centauro, 350
Quando venne tra i Lápiti, e nell'alta
Casa ospitale di Piritoo immensi,
Compreso di furor, mali commise.
Molto ne dolse a quegli eroi, che incontro
Se gli avventaro, e del vestibol fuori 355
Trasserlo, e orecchie gli mozzaro e nari
Con affilato brando; ed ei, cui spento
Dell'intelletto il lume avean le tazze,
Sen gìa manco nel corpo e nella mente.
Quindi s'accese una cruenta pugna 360
Tra gli sdegnati Lapiti e i Centauri:
Ma, gravato dal vin, primo il disastro
Eurizïon portò sovra se stesso.
Così te pur grave infortunio aspetta,
Se l'arco tenderai. Del popol tutto 365
Non fia chi s'alzi in tua difesa, e noi
Ad Echeto, degli uomini flagello,
Dalle cui man né tu salvo uscirai,
Ti manderem su rapido naviglio.
Chetati adunque, ed il pensiero impronto 370
Di contender co' giovani ti spoglia".

Qui Penelope disse: "Antìnoo, quali
Di Telemaco mio gli ospiti sieno,
Turpe ed ingiusto è il tempestarli tanto.
Pensi tu forse, che ove lo straniero, 375
Fidandosi di sé, l'arco tendesse,
Me quinci condurrìa moglie al suo tetto?
Né lo spera egli, né turbato a mensa
Dee per questo sedere alcun di voi.
Cosa io veder non so, che men s'addica". 380

Ed Eurimaco a lei: "D'Icario figlia,
Non v'ha fra noi, cui nella mente cada,
Che te pigli a consorte uom che sì poco
Degno è di te. Ma degli Achei le lingue
Temiamo e delle Achee. La più vil bocca: 385
"Ve'" griderìa, "quai d'un eroe la donna
Chiedono a gara giovinotti imbelli,
Che né valgon piegare il suo bell'arco,
Mentre un tapino, un vagabondo, un giunto
Testé, curvollo agevolmente, e il dardo 390
Per gli anelli mandò". Tal griderebbe;
E tinto andrìa d'infamia il nostro nome.

E così a lui Penelope rispose:
"Eurimaco, non lice un nome illustre
Tra i popoli agognare a chi d'egregio 395
Signor la casa dal suo fondo schianta.
Perché tinger voi stessi il nome vostro
D'infamia? È lo stranier di gran sembiante,
Ben complesso di membra, e generosa
La stirpe vanta, e non vulgare il padre; 400
Dategli il risplendente arco, e veggiamo.
Se il tende, e gloria gli concede Apollo,
Prometto, e non invan, tunica bella
Vestirgli e bella clamide, ed in oltre
Un brando a doppio taglio, e un dardo acuto 405
Mettergli in mano, e sotto ai piè calzari;
E là invïarlo, dove il suo cor mira.

"Madre", disse Telemaco, "a me solo
Sta in mano il dare, o no, quell'arco, io credo:
Né ha in lui ragione degli Achivi alcuno, 410
Che son nell'alpestra Itaca signori,
O nell'isole prossime alla verde
Elide, chiara di cavalli altrice.
E quando farne ancor dono io volessi
Al forestier, chi 'nvidïar mel puote? 415
Ma tu rïentra; ed al telaio e al fuso,
Come pur suoli, con le ancelle attendi.
Cura sarà degli uomini quell'arma,
E più che d'altri, mia: ché del palagio
Il governo in me sol, madre risiede". 420

Attonita rimase, e del figliuolo
Con la parola, che nell'alma entrolle,
Risalì in alto tra le fide ancelle.
Quivi, aprendo alle lagrime le porte:
Ulisse Ulisse a nome iva chiamando: 425
Finché un dolce di tanti e tanti affanni
Sopitor sonno le mandò Atena.

L'arco Eumèo tolse intanto; e già il portava,
E i proci tutti nel garrìano, e alcuno
Così dicea de' giovani orgogliosi: 430
"Dove il grand'arco porti, o dissennato
Porcaio sozzo? Appo le troie in breve
Te mangeran fuor d'ogni umano aiuto
Gli stessi cani di tua man nutriti,
Se Apollo è a noi propizio e gli altri numi". 435

Impaurito delle lor rampogne,
L'arco ei depose. Ma dall'altra parte
Con minacce Telemaco gridava:
"Orsù, va innanzi con quell'arco. Credi
Che l'obbedire a tutti in pro ti torni? 440
Pon cura ch'io con iscagliati sassi
Dalla cittade non ti cacci al campo,
Io, minor d'anni, ma di te più forte.
Oh così, qual di te, più forte io fossi
De' proci tutti che qui sono! Alcuno 445
Tosto io ne sbalzerei fuor del palagio,
Dove il tesser malanni è lor bell'arte".

Tutti scoppiâro in un giocondo riso
Sul custode de' verri, e della grave
Contra il garzone ira allentâro. Eumèo, 450
Traversata la sala, innanzi a Ulisse
Fermossi, ed il grande arco in man gli mise.
Poi, chiamata Euriclèa, parlò in tal forma:
"Saggia Euriclèa, Telemaco le stanze
Chiuder t'ingiunge, e dell'ancelle vuole, 455
Che per rumor nessuna, o per lamento,
Che l'orecchio a ferir le andasse a un tratto,
Mostrisi fuori, ma quell'opra siegua,
Che avrà tra mano allor, né se ne smaghi".

Non parlò al vento. La nutrice annosa 460
Tutte impedì le uscite; e al tempo istesso
Filezio si gittò tacitamente
Fuor del palagio, e rinserrò le porte
Del cortil ben munito. Una gran fune
D'Egizio giunco per navigli intesta 465
Giacea sotto la loggia; ed ei con quella
Più ancor le porte rafforzò. Ciò fatto,
Rïentrava, e la sedia, ond'era sorto,
Premea di nuovo, riguardando Ulisse.
Ulisse l'arco maneggiava, e attento 470
Per ogni parte rivoltando il giva,
Qua tastandolo e là, se i muti tarli
Ne avesser mai ròse le corna, mentre
N'era il signor lontano. E alcun, rivolti
Gli sguardi al suo vicino: "Uom", gli dicea, 475
"Che si conosce a maraviglia d'archi,
È certo, o un arco somigliante pende
A lui dalla domestica parete,
O fabbricante un dì tal fatta ei pensa:
Così questo infelice vagabondo 480
L'arco tra le sua man volta e rivolta!"
E un altro ancor de' giovani protervi:
"Deh così in bene gli rïesca tutto,
Come teso da lui sarà quell'arco!"

Ma il Laerzìade, come tutto l'ebbe 485
Ponderato e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d'una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bìschero, la corda: 490
Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mandò un suono acuto,
Qual di garrula irondine è la voce.
Gran duolo i proci ne sentiro, e in volto 495
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente tonò Zeus dall'alto.
Gioì l'eroe, che di Crono il figlio,
Di Crono, che obliqui ha pensamenti,
Gli dimostrasse il suo favor dal cielo; 500
E un aligero stral, che su la mensa
Risplendea, tolse: tutte l'altre frecce,
Che gli Achivi assaggiar dovean tra poco,
In sé chiudeale il concavo turcasso.
Posto su l'arco ed incoccato il dardo, 505
Traeva seduto, siccom'era, al petto
Con la man destra il nervo: indi la mira
Tra i ferrei cerchi prese, e spinse il telo,
Che, senza quinci devïare o quindi,
Passò tutti gli anelli alto ronzando. 510
Subitamente si rivolse al figlio,
E: "Telemaco", disse, "il forestiero
Non ti svergogna, parmi. Io punto lunge
Dal segno non andai, né a tender l'arco
Faticai molto; le mie forze intere 515
Serbo, e non merto villanìe dai proci.
Ma tempo è omai che alla cadente luce
Lor s'appresti la cena; e poi si tocchi
La cetra molticorde, e s'alzi il canto,
In che più di piacer la mensa acquista". 520

Disse, e accennò co' sopraccigli. Allora
Telemaco, d'Ulisse il pegno caro,
La spada cinse, impugnò l'asta, e, tutto
Risplendendo nell'armi, accanto al padre,
Che pur seduto rimanea, locossi.

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