Biblioteca:Erodoto, Le Storie, Libro VII



				

				

1) Dopo che la notizia della battaglia svoltasi a Maratona ebbe raggiunto re Dario figlio di Istaspe, già prima fortemente irritato nei confronti degli Ateniesi per l'assalto a Sardi, tanto più gravemente se la prendeva allora e più ebbe fretta di marciare contro la Grecia. E subito, inviando messaggeri nelle varie città, ordinava di allestire un esercito, imponendo a ognuno contributi ben maggiori di quelli versati in precedenza, e navi da guerra e cavalli e vettovaglie e mercantili. Attraversata in lungo e in largo da tali ordini, l'Asia per tre anni fu sottosopra, mentre venivano arruolati i migliori soldati e tenuti pronti per l'imminente spedizione contro la Grecia. Ma in capo a tre anni gli Egiziani, già resi schiavi da Cambise, si ribellarono ai Persiani; a quel punto, perciò, Dario sentì ancora di più l'urgenza di marciare contro gli uni e anche contro gli altri.

2) Mentre Dario stava per muovere contro l'Egitto e Atene, sorse tra i suoi figli un'aspra contesa per il potere: secondo la consuetudine persiana, dicevano essi, Dario doveva prima designare il successore e poi mettersi in marcia. Dario aveva avuto tre figli, prima di diventare re, dalla prima moglie, figlia di Gobria, e altri quattro, ormai sovrano, da Atossa, la figlia di Ciro. Il maggiore dei primi tre era Artobazane, il maggiore degli altri quattro Serse. Come figli di madri diverse, erano in conflitto tra loro: Artobazane perché era il più anziano dell'intera figliolanza e in tutto il mondo vigeva l'uso che il più anziano avesse il potere; Serse in quanto prole di Atossa, la figlia di Ciro, e perché era stato Ciro ad assicurare ai Persiani la libertà.

3) Dario non aveva ancora espresso il proprio parere, quando capitò a Susa Demarato, figlio di Aristone, che era stato privato del titolo di re a Sparta e si era imposto l'esilio volontario dalla Laconia. Venuto a conoscenza della lite fra i figli di Dario, Demarato si presentò a Serse (così almeno si racconta) e gli consigliò di aggiungere ai suoi argomenti il fatto di essere nato da Dario quando questi già era re e deteneva il potere in Persia, mentre Artobazane era nato quando Dario era ancora un cittadino qualunque: non era quindi né logico né giusto che un altro gli venisse anteposto in una prerogativa che toccava a lui, Serse; del resto anche a Sparta, suggeriva Demarato, usava così: se esistevano figli nati prima che il padre fosse re e poi se ne aggiungeva uno nato più tardi, quando il padre ormai regnava, la successione al trono spettava all'ultimo venuto. Serse fece suo il consiglio di Demarato e Dario, riconosciuto che diceva cose giuste, lo indicò come successore. Secondo me, Serse avrebbe regnato anche senza questo suggerimento; Atossa, infatti, aveva in mano ogni potere.

4) Designato Serse re dei Persiani, Dario si accingeva a partire. Ma accadde che l'anno dopo questi avvenimenti e dopo la rivolta dell'Egitto, mentre era intento ai preparativi, Dario stesso, dopo trentasei anni complessivi di regno, morì, senza riuscire a vendicarsi né degli Egiziani ribelli né degli Ateniesi.

5) Alla morte di Dario il regno passò nelle mani di suo figlio Serse. Ebbene, Serse, all'inizio, non era per nulla entusiasta di marciare contro la Grecia; contro l'Egitto, invece, ammassava le truppe. Presso di lui c'era e godeva di maggior autorità di qualunque altro Persiano Mardonio, figlio di Gobria, cugino di Serse (figlio di una sorella di Dario), il quale gli tenne il seguente discorso: "Signore", disse, "non è giusto che gli Ateniesi, autori di molti misfatti verso i Persiani, non paghino per le colpe commesse. Va bene, realizza intanto quello che hai per le mani; ma una volta domato l'Egitto ribelle, guida l'esercito contro Atene, che si parli come si deve di te, nel mondo, e ci si guardi bene, in futuro, dal muovere guerra al tuo paese". Queste erano parole che spingevano alla vendetta; ad esse aggiungeva la seguente affermazione, che l'Europa era contrada stupenda, ricca di alberi da frutta di ogni specie, e di straordinaria fertilità, degna di essere posseduta, fra i mortali, soltanto dal gran re.

6) Parlava così perché era avido di rivolgimenti e personalmente voleva essere governatore della Grecia. Col tempo convinse Serse e lo persuase a intraprendere quell'azione; anche altri avvenimenti, in effetti, lo aiutarono a persuadere Serse: intanto dei messaggeri, giunti dalla Tessaglia da parte degli Alevadi, si infervoravano a istigare il re contro la Grecia (gli Alevadi erano re della Tessaglia), inoltre i Pisistratidi, saliti fino a Susa, ribadivano i discorsi degli Alevadi e a essi aggiungevano ulteriori sollecitazioni. A Susa li aveva accompagnati Onomacrito, ateniese, un interprete di oracoli, riordinatore delle profezie di Museo. Avevano deposto ormai ogni rancore: Onomacrito, infatti, era stato cacciato da Atene da Ipparco, figlio di Pisistrato, perché colto in flagrante da Laso di Ermione mentre inseriva fra le predizioni di Museo il vaticinio che le isole vicine a Lemno sarebbero state inghiottite dal mare; per questa ragione Ipparco, che prima si valeva moltissimo di lui, lo aveva esiliato. In questa circostanza, giunto assieme a loro, tutte le volte che veniva al cospetto del re, mentre i Pisistratidi si profondevano in elogi sul suo conto, lui recitava qualche solenne oracolo: se vi erano contenute catastrofi per i barbari, non le menzionava, sceglieva invece e riferiva le profezie più propizie, e dichiarava come il destino volesse l'Ellesponto aggiogato da un uomo persiano, e in sostanza preannunciava la spedizione. Concorrevano allo stesso fine, insomma, lui, recitando i suoi oracoli, e i Pisistratidi e gli Alevadi, che esponevano il proprio parere.

7) Una volta presa la decisione di muovere contro la Grecia, Serse, l'anno successivo alla morte di Dario, cominciò col marciare contro i ribelli. Li ridusse in suo potere, rese l'intero Egitto più schiavo di quanto non fosse ai tempi di Dario e lo affidò ad Achemene, fratello suo, figlio di Dario. Achemene, mentre governava l'Egitto, l'uccise tempo dopo Inaro il Libico, figlio di Psammetico.

8) Serse, sottomesso l'Egitto, al momento di intraprendere la spedizione contro Atene, convocò in via straordinaria i nobili persiani, per sentirne il parere e a sua volta rendere note in presenza di tutti le proprie volontà.

A) Quando furono riuniti, Serse parlò così: "Persiani, non sarò io a introdurre e istituire questa usanza fra voi: l'ho ereditata e me ne servirò. Ebbene, a quanto apprendo dai più anziani, noi non siamo mai stati inattivi dall'epoca in cui subentrammo ai Medi nell'egemonia, da quando Ciro sconfisse Astiage; un dio anzi ci guida così, e, a seguirlo, molte nostre cose si sono messe al meglio. Ebbene, i popoli assoggettati e annessi da Ciro, da Cambise e da mio padre Dario non è il caso di elencarli: li sapete bene. Io, da quando ho ricevuto il trono, ho continuato a pensare come non essere da meno di chi mi ha preceduto in questa dignità e come aggiungere ai Persiani non minore potenza; e riflettendo trovo intanto gloria da sommare a gloria e un paese non inferiore a quello ora in nostro possesso, né più povero, anzi più fertile e nel contempo una occasione di rivalsa, una vendetta che si realizza. Per questo io ora vi ho riuniti qui, per esporvi i miei progetti:

B) mi accingo, gettato un ponte sull'Ellesponto, a condurre un esercito attraverso l'Europa, contro la Grecia, per vendicarmi sugli Ateniesi di quanto hanno fatto ai Persiani e a mio padre. Voi vedeste anche mio padre Dario impaziente di partire contro quella gente; ma è morto e non è riuscito a prendersi la rivalsa. Io, per lui e per gli altri Persiani, non avrò pace finché non espugnerò e non darò alle fiamme Atene: sono stati loro per primi a macchiarsi di torti nei confronti miei e di mio padre. Intanto, vennero a Sardi assieme ad Aristagora di Mileto, un mio servo, e, una volta a Sardi, incendiarono i santuari e i templi; poi, le perdite che inflissero quando calammo nel loro paese, e Dati e Artafrene guidavano l'esercito, credo le conosciate tutti.

C) Per queste ragioni sono pronto a muovergli guerra; ed ecco i vantaggi che scopro laggiù, se ci penso: sottomettendo quelle genti e i loro vicini che popolano la terra di Pelope il Frigio, porteremo la Persia a confinare con il cielo di Zeus: il sole dall'alto non vedrà terra limitrofa alla nostra; io, assieme a voi, farò di voi tutti un unico paese, dopo aver attraversata tutta l'Europa da un capo all'altro. Sono convinto che è così e che al mondo non rimarrà città alcuna, né popolo alcuno in grado di opporsi a noi in battaglia, una volta eliminate le genti che ho detto. E così subiranno un giogo servile sia i colpevoli verso di noi sia gli innocenti.

D) Ed ecco come dovete regolarvi per farmi cosa gradita: quando indicherò il giorno destinato al raduno, è meglio che ognuno di voi si affretti a presentarsi; a chi verrà con le truppe meglio equipaggiate, elargirò i doni ritenuti più preziosi nel nostro paese. Questo dunque è quanto va fatto: per non darvi l'impressione di decidere da solo, apro il dibattito e invito chi di voi lo desideri a esprimere un parere". Ciò detto, tacque.

9) Dopo di lui intervenne Mardonio: "Signore, tu sei il migliore non solo fra i Persiani che furono, ma anche fra quelli che verranno: hai toccato vertici di nobiltà e di verità nel resto del tuo discorso e non permetterai agli Ioni che risiedono in Europa, a quelli indegni, di farsi beffe di noi. Sarebbe davvero tremendo se noi, che, solo per accrescere la nostra potenza, abbiamo sottomesso e teniamo in schiavitù Saci, Indiani, Etiopi, Assiri e molti altri grandi popoli in nulla colpevoli verso i Persiani, non ci vendicassimo dei Greci che hanno dato loro inizio alle offese.

A) E di che cosa avremmo paura? Di quale massa di gente? Di quali risorse economiche? Sappiamo come combattono, conosciamo la loro forza, che è ben poca cosa. Abbiamo in mano nostra, soggiogata, la loro progenie, questi che qui, insediati nel nostro paese, si chiamano Ioni, Eoli, Dori. Ho già provato personalmente a marciare contro questa gente per ordine di tuo padre e nessuno mi si oppose in battaglia, mentre mi spingevo fino in Macedonia e quasi quasi arrivavo ad Atene.

B) Eppure mi dicono che i Greci sono abituati a scatenare guerre scriteriate, per follia, per stupidità: si dichiarano guerra fra loro e, dopo aver scovato il luogo più bello e piano, scendono lì ad affrontarsi, sicché i vincitori si ritirano sempre con perdite gravi; degli sconfitti poi, non parlo nemmeno, perché escono annientati. Dato che parlano la stessa lingua, dovrebbero comporre le discordie servendosi di araldi e ambasciatori, e di qualunque mezzo piuttosto che con le armi; e se proprio si trovassero costretti a guerreggiare fra loro, dovrebbero trovare un posto dove entrambi scoprissero meno il fianco agli attacchi, e lì misurarsi. Ebbene i Greci, benché soliti agire così infelicemente, quando mi spinsi in Macedonia, non entrarono nell'idea di combattere.

C) Mio re, chi ti si opporrà sfidandoti militarmente, quando guiderai insieme la massa degli Asiatici e la flotta intera? Io non credo che i Greci arrivino a concepire una audacia sì grande; ma anche se ora mi sbagliassi e quelli, spinti dalla stoltezza, venissero a battersi contro di noi, imparerebbero che in guerra siamo i più forti al mondo. Nulla, dunque, resti intentato: niente si genera per caso, di solito tutto nasce per gli uomini dai tentativi". Dopo aver così reso accettabile il punto di vista di Serse, Mardonio tacque.

10) Mentre gli altri Persiani restavano in silenzio e non osavano esprimere un parere contrario a quello avanzato, Artabano figlio di Istaspe e zio di Serse, prendendo coraggio dalla sua parentela, disse così:

A) "Mio re, se non vengono enunciate idee opposte, non è possibile scegliere la migliore e adottarla, anzi è inevitabile valersi dell'unica espressa; invece, di fronte a varie proposte è possibile farlo; è come per l'oro puro: non possiamo riconoscerlo in sé e per sé, ma se lo saggiamo con altro oro, allora sì ravvisiamo il migliore. Io anche a tuo padre Dario, mio fratello, consigliavo di non muovere guerra agli Sciti, uomini che non abitano città in nessuna parte del loro paese; ma lui, sperando di soggiogare gli Sciti nomadi, non mi diede retta, volle partire e ritornò dopo aver perduto molti e bravi soldati. Tu, signore, ti accingi a muovere guerra a uomini più valorosi ancora degli Sciti, uomini che hanno fama di essere i più forti per mare e per terra; è bene che io ti spieghi cosa c'è di pericoloso in questo.

B) Tu dici che getterai un ponte sull'Ellesponto e lancerai un esercito attraverso l'Europa, verso la Grecia. Può capitare che veniamo sconfitti o per terra o per mare, o pure su tutta la linea. Di quelli là in effetti, si dice che sono valorosi, e possiamo calcolarlo anche noi, se gli Ateniesi, da soli, annientarono quel grande esercito che invase l'Attica con Dati e Artafrene. Allora non ebbero successo su entrambi i fronti; però, se ci attaccano con le navi e dopo averci battuto si dirigono sull'Ellesponto e poi tagliano il ponte, questo sì, mio re, è terribile.

C) Sono ipotesi che faccio non per qualche mia personale prudenza mentale, ma pensando al disastro che stava per rovinarci addosso, quando tuo padre passò in Scizia dopo aver aggiogato il Bosforo Tracico e costruito un ponte sul fiume Istro! In quell'occasione gli Sciti le provarono tutte per convincere gli Ioni a infrangere il ponte (agli Ioni era stata affidata la sorveglianza dei passaggi sull'Istro); e in quella occasione se Istieo di Mileto avesse seguito il parere degli altri tiranni e non si fosse opposto, era la fine per la potenza persiana. Lo so, è amaro persino sentirlo raccontare, ma la potenza intera del re dipese da un solo uomo.

D) Tu, perciò, non decidere di correre un rischio del genere, quando non ce n'è la minima necessità, dammi retta. Ora sciogli questa assemblea: un'altra volta, quando ti pare, dopo aver ben riflettuto fra te e te, ordina quel che ti sembra meglio. Io trovo che a riflettere attentamente ci sia molto da guadagnare: a quel punto, se qualcosa va storto, la decisione non perde la sua validità, semplicemente è stata sconfitta dal destino: al contrario, chi decide malamente, se per caso la sorte gli sorride, ha avuto un colpo di fortuna, sì, ma non di meno ha deciso malamente.

E) Tu vedi come gli animali più grandi il dio li colpisca col fulmine e non gli permetta di pavoneggiarsi, mentre quelli di piccola taglia non lo irritano per nulla. Tu vedi come scagli i suoi fulmini sempre sulle case e sugli alberi più alti. Perché il dio ama umiliare tutto ciò che si esalta. Ecco perché anche un grande esercito è annientato da un esercito scarso: quando il dio, nella sua invidia, gli scatena contro il terrore o il tuono, periscono tutti in maniera indegna di loro. Perché il dio non concede ad altri che a se stesso di concepire pensieri superbi.

F) La precipitazione, in ogni cosa, è madre di errori, dei quali poi, di solito, si viene duramente puniti. Nell'aspettare c'è convenienza: se non appare subito evidente, col tempo lo si accerterà.

G) A te, mio sovrano, questo consiglio. E tu, Mardonio, figlio di Gobria, smetti di dire sciocchezze sui Greci, che non meritano che si parli male di loro. Denigrando i Greci tu inciti il re a capeggiare la spedizione; proprio questo mi pare lo scopo per cui dispieghi tutto il tuo zelo. Che ciò non accada. La calunnia è una infamia: in essa sono in due a commettere torti e uno solo a subirli. Chi calunnia è ingiusto perché accusa un assente, chi gli dà retta è ingiusto perché si lascia convincere prima di conoscere le cose con esattezza; chi non è presente mentre si parla subisce l'ingiustizia dall'uno perché ne viene calunniato e dall'altro perché viene giudicato da lui un malvagio.

H) Ma se è davvero obbligatorio muovere guerra a quella gente, ebbene, che il re personalmente rimanga in sede, in Persia, quanto a noi due mettiamo in gioco entrambi la vita dei nostri figli; l'esercito guidalo tu, dopo esserti scelto chi vuoi e preso quante truppe ti pare. E se le cose si risolvono per il sovrano come dici tu, siano uccisi i miei figli, e oltre a loro anch'io; ma se vanno a finire dove prevedo, subiscano i tuoi figli questa sorte, e tu con loro, ammesso che tu faccia ritorno. Se non vuoi accettare queste condizioni e condurrai comunque una spedizione contro la Grecia, arriverà, te lo garantisco, a qualcuno di quelli lasciati qui la notizia che Mardonio, responsabile di una grande sciagura per i Persiani, è stato dilaniato dai cani e dagli uccelli in qualche angolo della terra ateniese o spartana, se non anche già prima, lungo il viaggio, dopo aver appreso chi siano coloro contro i quali vuoi indurre il re a marciare". Così parlò Artabano.

11) Ma Serse, irritato, gli rispose: "Artabano, tu sei fratello di mio padre, e questo ti risparmia la ricompensa che meriteresti per i tuoi dissennati discorsi; ma, visto che sei vile e codardo, ti infliggo questo disonore, di non partecipare alla mia spedizione contro la Grecia, di rimanere qui assieme alle donne. Anche senza di te realizzerò i miei piani. E io non sia più discendente di Dario, di Istaspe, di Arsame, di Ariaramne, di Teispe, di Ciro, di Cambise, di Teispe e di Achemene, se non mi vendicherò degli Ateniesi! So perfettamente che anche se noi ce ne staremo in pace, loro no, non lo faranno, anzi verranno sicuramente a muoverci guerra sul nostro suolo, a giudicare da quanto già combinarono, loro, che diedero Sardi alle fiamme e invasero l'Asia. Dunque nessuno dei due può tornare indietro, ormai è questione di agire o di subire, finché tutto ciò che è nostro cada in mano ai Greci o tutto ciò che è loro in mano ai Persiani: l'inimicizia non consente via di mezzo. Noi siamo stati i primi a subire, è giusto ormai che ci vendichiamo; se non altro perché io possa conoscere il "terribile" di cui sarò vittima attaccando quella gente; persino Pelope il Frigio, che era uno schiavo dei miei avi, li sottomise, e li sottomise così bene che ancora oggi quegli uomini e quel paese portano il nome del loro conquistatore".

12) Non si discusse oltre. Poi scese la notte e il parere di Artabano cominciò a tormentare Serse; nell'affidare alla notte la riflessione, scopriva che non era proprio il caso per lui di marciare contro la Grecia. Presa questa nuova decisione, si addormentò. E nella notte, raccontano i Persiani, ebbe la seguente visione; sognò che un uomo grande e bello gli stava accanto e gli diceva: "Tu vuoi cambiare parere, Persiano, e pensi di non portare guerra alla Grecia, dopo aver ordinato ai Persiani di ammassare truppe. Ma sbagli a cambiare parere e non troverai nessuno ad approvarti; su, prendi la strada che oggi hai deciso di percorrere".

13) Detto ciò, così parve a Serse, l'uomo svanì nell'aria. Allo spuntar del giorno non diede peso alcuno al sogno; riunì gli stessi Persiani che anche prima aveva convocato e disse loro: "Persiani, perdonatemi se muto di colpo opinione: non ho ancora raggiunto il massimo del mio senno e del resto chi mi spinge verso quella decisione non si stacca da me nemmeno per un istante. Udito il parere di Artabano, lì per lì la mia giovane età prese fuoco tanto da indurmi a rovesciare contro una persona più anziana parole più insolenti del lecito; ebbene ora mi sono pentito e mi atterrò al suo consiglio. Insomma, non agitatevi, ho cambiato idea e ho deciso di non marciare contro la Grecia". I Persiani come ebbero udito queste parole, si prostrarono tutti contenti.

14) Ma, scesa la notte, ricomparve accanto a Serse dormiente lo stesso fantasma e diceva: "Figlio di Dario, a quanto pare hai ritirato fra i Persiani il progetto di invasione, e non tieni in alcun conto le mie parole, come se non le avessi udite affatto? Tieni per fermo questo: se non ti metti in marcia subito, ecco cosa te ne verrà: come in breve tempo sei divenuto grande e potente, altrettanto presto sarai di nuovo un poveruomo".

15) Serse, terrorizzato dalla visione, balzò dal letto e mandò un messo a chiamare Artabano. Arrivato che fu, ecco cosa gli disse Serse: "Artabano, io sul momento non ero in senno, quanto ti indirizzai parole folli per via del tuo utile consiglio; poi però, poco dopo, cambiai idea, riconobbi di dover agire come tu mi avevi suggerito. Ma pur volendolo non sono in grado di farlo; infatti, da quando ho mutato opinione e intenzione, in sogno mi si presenta un'apparizione, di continuo, che non approva affatto il mio operato; anzi, ora ha proferito addirittura minacce ed è svanita. Dunque, se è un dio a mandarmelo e a lui piace davvero che ci sia una spedizione contro la Grecia, la stessa visione apparirà anche a te, dandoti identico ordine. E questo potrebbe accadere, penso, se tu prendi tutto il mio abbigliamento, lo indossi, ti siedi sul mio trono e ti addormenti nel mio letto".

16) Questo gli disse Serse; e Artabano, la prima volta, non obbedì, ritenendosi indegno di sedere sul trono reale; poi, vistosi costretto, si attenne all'ordine ricevuto, dopo aver così dichiarato:

A) "Mio re, io metto sullo stesso piano ragionare bene e dar retta di buon grado a chi dà validi consigli. Tu hai entrambe le doti, ma rischia di rovinarti la compagnia di uomini malvagi, così come dicono che i soffi dei venti abbattendosi sul mare, la cosa più utile al mondo per gli uomini, non gli permettono di elargire il suo naturale beneficio. Io non fui tanto morso da angoscia perché mi sentivo oltraggiare da te, quanto perché tu, davanti a due proposte per i Persiani, di cui una accresceva la superbia, l'altra cercava di porvi fine e denunciava come sia male insegnare all'anima a perseguire sempre più di quel che si ha, di fronte a tali due opinioni tu sceglievi la più disastrosa per te stesso e per i Persiani.

B) Adesso, dunque, che hai adottato la migliore e ti appresti ad abbandonare la spedizione contro la Grecia, sostieni che un sogno, inviato da un dio, ti perseguita e non ti lascia sciogliere l'esercito. No, figlio mio, non sono messaggi divini questi, te la spiegherò io, di molti anni più vecchio di te, la natura dei sogni che capitano agli uomini: per lo più si presentano in forma di visioni notturne i pensieri che ognuno agita di giorno; e noi, nei giorni precedenti, avevamo per le mani, e pressantemente, questa spedizione militare.

C) Ora, se le cose non stanno come io le giudico, ma vi si cela un che di divino, tu hai detto già tutto in poche parole: si mostri anche a me, come a te, a darmi degli ordini. Però non dovrebbe apparirmi più facilmente se indosso le tue vesti che se indosso le mie, né se riposo nel tuo letto che nel mio, se davvero desidera, in qualche modo, mostrarsi. In effetti l'apparizione del sogno, quale che sia la sua natura, non giungerà a tanta dabbenaggine da credere, nel veder me, che io sono te, deducendolo dal tuo abbigliamento. Ecco cosa piuttosto dovrà essere chiarito, se non farà conto alcuno di me e non si degnerà di apparirmi, che io porti i miei vestiti oppure i tuoi, e se visiterà te. Perché certo, se persevera nel visitarti, allora anch'io potrei definirla divina. Comunque, se hai deciso che vada così e che non c'è da recedere e che io devo dormire nel tuo letto, d'accordo: eseguirò i tuoi ordini, e che appaia anche a me la visione. Ma fino ad allora resto della mia opinione".

17) Detto ciò Artabano, sperando di dimostrare a Serse l'infondatezza delle sue parole, eseguì l'ordine: si mise gli abiti di Serse, sedette sul trono reale e poi andò a coricarsi; e, mentre dormiva, la stessa immagine già vista da Serse gli apparve accanto e gli disse: "E così tu sei quello che cerca di dissuadere Serse, con la scusa di essere preoccupato per lui, dal partire contro la Grecia? Ma né in futuro né adesso resterai impunito, se tenti di stornare il destino; quello che capiterà a Serse, se non obbedisce, è già stato chiarito a lui in persona".

18) Ad Artabano parve che la visione gli rivolgesse queste minacce e si apprestasse a bruciargli gli occhi con ferri roventi. Gettato un grande urlo balzò in piedi e a Serse raccontò, mettendosi accanto a lui, punto per punto, l'incubo avuto; e aggiunse: "Mio re, io, da uomo che già aveva visto molte grandi potenze cadere a opera di più deboli, non volevo permetterti di cedere in tutto alla tua giovane età; sapevo bene come sia pernicioso aspirare al troppo, ricordavo l'esito della spedizione di Ciro contro i Massageti, ricordavo anche la spedizione di Cambise contro gli Etiopi, io, poi, che ho marciato con Dario contro gli Sciti. Conscio di queste cose, ero convinto che tu, stando in pace, saresti stato inviolabile da tutti. Ma poiché una qualche forza divina ci spinge e, come pare, una rovina celeste incombe sui Greci, cambio anch'io parere e intenzione; e tu rivela ai Persiani i prodigi inviati dal dio, ordina loro di seguire le tue prime istruzioni, di prepararsi; agisci in modo che nulla manchi di quanto dipende da te, se lo concede il dio". Detto ciò, esaltati dalla visione, appena sorse il giorno, Serse spiegò la situazione ai Persiani, e Artabano, che prima era stato l'unico a mostrarsi contrario, si rivelò accanito fautore del progetto.

19) In seguito, mentre si apprestava a partire, Serse ebbe nel sonno una terza visione: i Magi, uditala, la interpretarono come indizio di una futura sottomissione del mondo intero e di tutte le genti. La visione era questa: Serse sognò di essere incoronato con una fronda di olivo; e dall'olivo i rami ricoprivano tutta la terra, poi la corona poggiata sulla sua testa scompariva. Quando i Magi l'ebbero interpretata così, subito ognuno dei Persiani convenuti a corte partì per la propria giurisdizione; e si impegnavano col massimo zelo, secondo gli ordini ricevuti, ciascuno desiderando ottenere i premi fissati. Serse mise assieme l'esercito in questo modo, frugando ogni angolo del continente.

20) Effettivamente per quattro interi anni dopo la riconquista dell'Egitto, Serse preparò truppe e l'occorrente per esse; e sul finire del quinto anno si mise in marcia con una massa imponente di uomini. Questa fu l'operazione militare a nostra conoscenza di gran lunga più gigantesca, tanto da far apparire nulla al confronto la spedizione di Dario contro gli Sciti e quella degli Sciti, quando, piombati nella terra di Media all'inseguimento dei Cimmeri, sottomisero e dominarono quasi tutta la parte settentrionale dell'Asia, impresa di cui Dario più tardi cercò di vendicarsi. E neanche le si può paragonare la spedizione degli Atridi contro Ilio, o quella, avvenuta prima della guerra di Troia, dei Misi e dei Teucri, i quali, passati in Europa all'altezza del Bosforo, sottomisero tutti i Traci, scesero verso il Mar Ionio e si spinsero verso sud fino al fiume Peneo.

21) Tali imprese, tutte, e altre ancora, non sono paragonabili a questa sola. Quale popolo, infatti, Serse non guidò dall'Asia contro la Grecia? Quale corso d'acqua in cui bevvero, se si escludono i grandi fiumi, non si prosciugò? Gli uni equipaggiavano navi, qui l'ordine era di allestire corpi di fanteria, là di cavalieri, ad altri si chiedevano navi per il trasporto dei cavalli e insieme di prendere parte alla spedizione; c'era chi doveva fornire navi lunghe per costruire i ponti, e chi vettovaglie e vascelli.

22) D'altra parte, poiché la prima spedizione era incappata in un naufragio nel periplo dell'Athos, da circa tre anni Serse si premuniva contro l'Athos. Triremi erano all'àncora a Eleunte nel Chersoneso, e a partire da lì uomini di varia provenienza tratti dall'esercito, scavavano, sotto le fruste, dandosi i turni; e scavavano anche gli abitanti dell'Athos. Bubare, figlio di Megabazo, e Artachea, figlio di Arteo, dirigevano i lavori. L'Athos è un monte alto e famoso, che si protende in mare, e abitato. Nel punto in cui la montagna termina nel continente ha l'aspetto di una penisola, con un istmo di circa dodici stadi: dal mare degli Acanti al Mare di fronte a Torone si stende una pianura, con colline non alte. In questo istmo, dove termina l'Athos, sorge la città greca di Sane; le città abitate al di qua di Sane, entro i limiti dell'Athos, il Persiano si apprestava a renderle isolane da continentali che erano: si tratta di Dio, Olofisso, Acrotoo, Tisso, Cleone. Queste le città che occupano l'Athos.

23) Ed ecco come i barbari, distribuitasi l'area nazione per nazione, procedevano nello scavo. Avevano tracciato una linea retta a partire da Sane; quando la fossa diventava profonda, un primo gruppo scavava in basso, un secondo passava il materiale di volta in volta estratto ad altri che stavano sopra, su un gradino, costoro ad altri ancora e così via, finché si arrivava agli operai in cima; questi lo portavano via e lo disperdevano. A tutti gli scavatori, fuorché ai Fenici, le pareti del fossato causavano doppia fatica; doveva capitargli una cosa del genere, visto che facevano di uguale larghezza l'apertura superiore e il fondo della fossa. Invece i Fenici diedero prova anche in questa circostanza dell'astuzia che dimostrano in ogni campo: quando ebbero il settore assegnato, scavarono la bocca del canale doppia di quanto il canale stesso avrebbe comportato e procedendo nel lavoro continuavano a restringerla: il loro taglio, arrivato in fondo, risultò largo come quello degli altri. Vi è là un porto dove impiantarono un mercato e un emporio; farina di grano in abbondanza arrivava loro dall'Asia.

24) A pensarci bene trovo che Serse ordinò lo scavo del canale per mania di grandezza, volendo ostentare potenza e lasciare memoria di sé. In effetti, benché avessero la possibilità, senza alcuna fatica, di trascinare le navi attraverso l'istmo, impose l'apertura di un varco sino al mare largo tanto da permettere il passaggio di due triremi affiancate spinte a forza di remi. Agli stessi ai quali era stato comandato di tagliare l'istmo, fu ordinato anche di unire con un ponte, come sotto un giogo, le due rive del fiume Strimone.

25) Questo dunque andava facendo Serse, e preparava anche le funi di papiro e di lino bianco per il ponte di barche: le richiese ai Fenici e agli Egiziani; e diede ordine di ammassare vettovaglie per l'esercito, affinché né i soldati né gli animali da tiro condotti contro la Grecia avessero a soffrire la fame. Si informò sui luoghi e comandò di trasportare i rifornimenti nei punti più opportuni, che li convogliassero chi qua chi là, da ogni parte dell'Asia, su mercantili e barconi. Il quantitativo maggiore lo destinarono alla cosiddetta Leucatte di Tracia, il resto a Tirodiza nel paese dei Perinti, a Dorisco, a Eione sullo Strimone, in Macedonia, secondo gli ordini.

26) Mentre costoro sudavano a eseguire i compiti assegnati, tutta la fanteria radunata si mosse con Serse verso Sardi, partendo da Critalli, in Cappadocia; lì infatti si era fissato il raduno di tutti i contingenti che si apprestavano a seguire Serse via terra. Non so dire quale dei luogotenenti ottenne i premi stabiliti dal re, per aver condotto l'esercito meglio equipaggiato; in effetti non so nemmeno se si sia venuti a un giudizio in merito. Superato il fiume Alis, percorsero la Frigia; l'attraversarono e arrivarono a Celene, dove zampillano le sorgenti del Meandro e di un altro fiume non inferiore al Meandro che si chiama Catarrecte e che, scaturendo proprio dalla piazza centrale di Celene, sfocia nel Meandro. Sempre a Celene si trova appeso un otre fatto con la pelle del Sileno Marsia, che secondo una leggenda dei Frigi fu scorticato da Apollo ed ebbe lì appesa la sua cute.

27) In questa città li attendeva un Lido, Pizio figlio di Atis; costui accolse tutta la truppa del re e Serse stesso con ricchissimi doni ospitali e proclamò di voler sovvenzionare la guerra. Poiché Pizio prometteva denaro, Serse chiese ai Persiani presenti chi mai fosse al mondo quel Pizio e quante ricchezze possedesse per fare una simile offerta. Ed essi gli risposero: "Maestà, questo è l'uomo che a tuo padre Dario regalò il platano e la vigna d'oro; e ancora adesso, a nostra conoscenza, è l'uomo più ricco del mondo dopo di te".

28) Serse si stupì di queste ultime parole e chiese per la seconda volta, direttamente a Pizio, quanto fosse ricco; e Pizio gli rispose: "Mio re, non te lo nasconderò, non farò finta di non sapere l'entità del mio patrimonio, e anzi, poiché la conosco bene, te la dichiarerò esattamente. Appena informato che tu scendevi verso il mare dei Greci, e desiderando donarti denaro per la guerra, ne feci un computo accurato, e risultò, alla fine dei calcoli, che possedevo in argento 2000 talenti, e che in oro mi mancavano settemila darici per raggiungere i quattro milioni. E di questo denaro ti faccio dono: a me restano sostanze sufficienti in schiavi e terreni".

29) Così disse; e Serse, contento delle sue parole, replicò: "Ospite lido, da quando sono uscito dalla Persia, fino a oggi, non ho mai incontrato un uomo che abbia voluto porgere doni ospitali al mio esercito, né che, venuto da me spontaneamente, abbia voluto spontaneamente versarmi denaro per la guerra: solo tu. Tu hai ospitato le mie truppe in modo stupendo e mi offri grandi ricchezze. Perciò ecco come ti contraccambio: ti nomino mio ospite, e i tuoi quattro milioni di stateri te li completo io, regalandoti i settemila che mancano, affinché i quattro milioni non ne restino carenti e ti risulti cifra tonda grazie a me. Tieniti pure quello che ti sei guadagnato e sappi mantenerti quale sei, perché agendo così non te ne pentirai né per il presente né per il futuro".

30) Fece quanto aveva detto; poi seguitò ad avanzare. Toccando la città dei Frigi detta Anava e un lago da cui si ricava sale, giunse a Colosse, grande città della Frigia, nella quale il fiume Lico scompare precipitando in una voragine, per riaffiorare poi un cinque stadi più in là e sfociare anch'esso nel Meandro. Muovendo da Colosse in direzione delle montagne dei Frigi e dei Lidi, l'esercito giunse alla città di Cidrara, dove una stele ben salda, posta da Creso, segnala il confine con una scritta.

31) Nel penetrare dalla Frigia in Lidia, la strada si divideva, a sinistra verso la Caria e a destra verso Sardi. Per chi si dirige a destra è assolutamente inevitabile attraversare il Meandro e passare accanto alla città di Callatebo, dove artigiani fabbricano miele con tamarisco e grano; procedendo lungo questo percorso, Serse incontrò un bosco di platani, che per la sua bellezza volle ornare d'oro e che affidò alla guardia di un Immortale; il giorno dopo raggiunse la capitale dei Lidi.

32) Arrivato a Sardi, per prima cosa da lì inviò araldi in Grecia a chiedere terra e acqua e a intimare che preparassero banchetti per il re; inviò questa richiesta di terra a tutte le città tranne Atene e Sparta. La ragione per cui chiese terra e acqua per la seconda volta fu questa: quanti in precedenza non avevano risposto alla richiesta di Dario, riteneva senz'altro che ora, per paura, l'avrebbero concesse. Inviò i suoi messi appunto volendo averne conferma.

33) Poi si preparava a raggiungere Abido. Nel frattempo aggiogavano l'Ellesponto dall'Asia all'Europa. Nel Chersoneso d'Ellesponto, fra le città di Sesto e di Madito, c'è un tratto di costa roccioso che si protende in mare di fronte ad Abido, dove più tardi, non molto tempo dopo, gli Ateniesi al comando dello stratego Santippo, figlio di Arifrone, catturarono il persiano Artaucte, governatore di Sesto e lo inchiodarono vivo a un palo: egli, tra l'altro, frequentemente faceva portare a Eleunte nel tempio di Protesilao, delle donne per abbandonarsi a empie pratiche.

34) Partendo dunque da Abido in direzione di questo tratto di costa, costruivano i ponti secondo gli ordini, i Fenici con funi di lino bianco, gli Egiziani con funi di papiro. Ci sono sette stadi da Abido alla costa di fronte. E quando il braccio di mare era stato ormai aggiogato, sopraggiunse una violenta tempesta, si abbatté su tutte quelle opere e le disfece.

35) Serse, come lo seppe, adirato con l'Ellesponto, diede ordine di infliggergli trecento colpi di frusta e di tuffare in acqua un paio di ceppi. E ho pure sentito dire che assieme a costoro inviò dei marchiatori a bollare l'Ellesponto. Ordinò poi di pronunciare, mentre lo fustigavano, le seguenti barbare e insolenti parole: "Acqua proterva, il tuo signore ti infligge questa pena, perché lo hai offeso senza aver da lui ricevuta alcuna offesa. Re Serse ti varcherà che tu lo voglia o no. A te nessun uomo offre sacrifici, ed è giusto: perché sei un fiume melmoso e salmastro". Il mare ordinò di punirlo così, e a chi sovrintendeva alla costruzione del ponte sull'Ellesponto fece tagliare la testa.

36) Eseguivano gli ordini coloro ai quali spettava questo spiacevole compito, e intanto altri ingegneri congiunsero le due rive. Le unirono così: legarono assieme penteconteri e triremi, 360 dalla parte del Ponto Eusino, 314 dall'altra, obliquamente rispetto al Ponto ma secondo la corrente dello stretto, affinché questa mantenesse in tensione le funi; dopodiché gettarono ancore enormi, sia verso il Ponto, per via dei venti che soffiano dal largo, sia verso ovest e l'Egeo contro i venti di Zefiro e Noto. In tre punti fra le penteconteri lasciarono un varco di passaggio, perché volendo, con imbarcazioni leggere, si potesse tanto navigare verso il Ponto che dal Ponto entrare nello stretto. Ciò fatto, da terra tesero i cavi avvolgendoli intorno ad argani di legno senza più separare l'impiego delle funi, ma destinando a ciascun ponte due cavi di lino bianco e quattro di papiro. Identici erano lo spessore e la bellezza delle funi, ma in proporzione quelle di lino erano più grevi: pesavano un talento per cubito. Una volta congiunte le due rive, segarono dei tronchi di legno in misura pari alla larghezza della struttura portante e li posarono in fila sopra i cavi in tensione; allineatili uno accanto all'altro, li fissarono, di nuovo, insieme. Infine vi misero sopra fascine di legna, che distribuivano anch'esse, per bene, e terra sopra le fascine: pressarono la terra e sui due lati del ponte alzarono uno steccato, perché gli animali e i cavalli non si spaventassero a vedere sotto di sé il mare.

37) Una volta terminati i lavori del ponte e dell'Athos e giunta la notizia che le dighe alle imboccature del canale (erette per impedire alla corrente di ostruire gli sbocchi) e il canale stesso erano stati ultimati, allora trascorso l'inverno, con la primavera l'esercito partì da Sardi, ben equipaggiato, per raggiungere Abido. Al momento della partenza il sole, abbandonata la sua posizione nel cielo, scomparve benché non vi fossero nuvole, anzi in pieno sereno, e da giorno che era si fece notte. Serse, che vide e fu testimone del fenomeno, preoccupato domandò ai Magi che cosa potesse presagire. Essi gli risposero che il dio mostrava ai Greci l'eclissi delle loro città; il sole, spiegavano, era il nunzio del futuro per i Greci, per i Persiani lo era la luna. Sentita la spiegazione, Serse, soddisfatto, proseguiva nella marcia.

38) Mentre avviava l'esercito, il lido Pizio, terrorizzato dal fenomeno celeste e reso ardito dai doni ricevuti, si presentò a Serse e gli disse: "Signore, c'è una cosa di cui ti prego e che vorrei ottenere: è per te un ben piccolo favore, ma per me conta molto". Serse, tutto immaginandosi tranne la richiesta che poi gli fu fatta, assicurò Pizio che lo avrebbe accontentato e lo esortava pertanto a esprimere il suo desiderio. E Pizio, sentendolo parlare così, si fece coraggio e disse: "Signore, io ho cinque figli e capita che tutti e cinque partano con te per la Grecia. Mio sovrano, abbi pietà di me e della mia età, dispensami uno dei figli dal servizio, il più vecchio, che possa prendersi cura di me e dei beni. Gli altri quattro portali con te, e tu possa fare ritorno dopo aver realizzato i tuoi progetti".

39) Serse si infuriò non poco e gli rispose così: "Vile, tu hai l'impudenza, mentre io stesso parto per la guerra contro la Grecia e ci porto i miei figli e i fratelli, parenti e amici, di ricordarmi un tuo figlio, tu che sei un mio servo e dovresti seguirmi con tutta la casa compresa tua moglie? Allora ascolta: l'animo ha sede nelle orecchie dell'uomo e se ode buone parole ricolma il corpo di gioia, se ne ode di cattive si gonfia di sdegno. Tu hai agito bene, poi hai preannunziato altri propositi buoni: non riuscirai a vantarti di aver superato la generosità di un re. Ora, invece, ti sei avviato sulla strada dell'impudenza: non riceverai un castigo adeguato, ma uno inferiore a quello che meriti. Il vincolo di ospitalità salva te e quattro dei tuoi figli; sarai punito con la morte di uno solo di loro, quello a cui più tieni". Appena pronunciata questa risposta, ordinò agli addetti a tali incombenze di scovare il maggiore dei figli di Pizio e di tagliarne il corpo in due, poi, di sistemarne una metà sulla destra e l'altra metà sulla sinistra della strada; e che l'esercito passasse di là.

40) Essi eseguirono; poi l'esercito passò. Sfilarono per primi le salmerie, uomini e animali, e subito dopo le truppe, un miscuglio di popoli d'ogni specie, senza distinzioni; quando ben più che metà era transitata, fu lasciato un intervallo, in modo da separarli dal re. In testa avanzarono mille cavalieri scelti fra tutti i Persiani, seguiti da mille lancieri, anche questi scelti fra tutti, che tenevano le lance abbassate verso terra. Fu la volta, poi, di dieci cavalli sacri detti Nisei adornati nel modo più bello. Si chiamano così perché c'è in Media una vasta pianura, che ha nome Nisea, ed è questa pianura a produrre tali magnifici cavalli. Dopo i dieci destrieri, nell'ordine procedevano un carro sacro a Zeus, trainato da otto cavalli bianchi, e un auriga che ne reggeva le briglie, ma a piedi, perché nessun essere umano può salire su quel trono. Subito dietro veniva Serse in persona, su un carro di cavalli Nisei; l'auriga camminava accanto al carro, si chiamava Patiranfe ed era figlio del persiano Otane.

41)Serse partì da Sardi con tale apparato; dal carro si trasferiva poi su di una armamassa ogni volta che ne aveva voglia. Alle sue spalle marciavano dei lancieri, i mille più prestigiosi e nobili di Persia, reggendo le lance come d'uso; poi un reparto di altri mille cavalieri scelti persiani; dietro di essi diecimila uomini selezionati fra i rimanenti Persiani che costituivano la fanteria. Mille di loro invece di puntali di ferro avevano melegrane d'oro all'estremità inferiore delle aste e attorniavano gli altri, mentre i novemila all'interno avevano melegrane d'argento; portavano melegrane d'oro anche i guerrieri che tenevano la lancia abbassata verso terra, e mele d'oro quelli immediatamente al seguito di Serse. Ai diecimila fanti erano accodati diecimila cavalieri. Dietro i cavalieri c'era un altro intervallo di due stadi, poi veniva la massa rimanente, alla rinfusa.

42) L'esercito viaggiava dalla Lidia verso il fiume Caico e la Misia; a partire dal Caico (avendo a sinistra il monte Cane) percorse il territorio di Atarneo in direzione della città di Carene; da Carene attraversò la piana di Tebe, sfilando accanto alla città di Atramittio e alla pelasgica Antandro. Giunto all'Ida, si diresse a sinistra verso la terra di Ilio. All'altezza del monte Ida, tuoni e fulmini si abbatterono su di loro e annientarono lì sul posto un buon numero di uomini.

43) Quando l'esercito ebbe raggiunto lo Scamandro, che fu il primo a vedersi prosciugare e a non bastare all'approvvigionamento degli uomini e degli animali, dal momento in cui l'esercito, partito da Sardi, si era messo in marcia, giunto a questo fiume, Serse salì alla Pergamo di Priamo, che tanto desiderava vedere. La visitò, si informò su ogni particolare e sacrificò mille buoi in onore di Atena Iliaca; i Magi offrirono libagioni agli eroi. Dopo queste offerte, la notte, una sensazione di sgomento si diffuse nell'accampamento. Al mattino l'esercito mosse da lì lasciandosi a sinistra le città di Reteo, Ofrinio e Dardano, che confina con Abido, a destra i Teucri Gergiti.

44) Quando furono ad Abido, Serse volle vedere l'esercito nel suo insieme. Proprio a tale scopo gli avevano allestito su una collina un trono di marmo bianco (lo avevano costruito i cittadini di Abido in seguito a un ordine del re); quando fu là seduto, Serse osservò dall'alto sulla riva le truppe di terra e le navi. Mentre si godeva lo spettacolo gli venne desiderio di assistere a una gara navale; fu fatta, la vinsero i Fenici di Sidone. E lui si sentì pieno di soddisfazione per la gara e per la sua armata.

45) Nel vedere l'intero Ellesponto coperto dalle navi e tutte le rive e le piane di Abido formicolanti di uomini, subito Serse si ritenne felice, ma poi pianse.

46) Se ne accorse Artabano, suo zio, lo stesso che già prima si era espresso con franchezza sconsigliando a Serse la spedizione contro la Grecia; egli, avendo notato le lacrime di Serse, gli disse: "Mio re, che reazioni diverse hai avuto, ora e poco fa: dopo esserti ritenuto beato, adesso piangi". E Serse rispose: "Ho provato un senso di pietà a pensare quanto sia breve la vita di un uomo, se nessuno di tutti costoro, che sono così numerosi, vivrà ancora fra cento anni". Replicò Artabano: "Cose ben più tristi di questa soffriamo nel corso dell'esistenza. Non c'è uomo, né fra di loro né in tutto il mondo, che nell'arco di una vita così breve sia tanto felice da non anteporre, non dico una volta soltanto, ma spesso, la morte alla vita. Le disgrazie che ci colpiscono e le malattie che ci affliggono ci fanno ritenere lunga l'esistenza, mentre essa è breve. E così, la morte, essendo la vita un cumulo di affanni, è divenuta per l'uomo un rifugio ben preferibile; e il dio, dopo averci fatto assaporare la dolcezza della vita, si rivela invidioso".

47) Replicò a sua volta Serse: "Artabano, l'esistenza umana è proprio come la giudichi tu, ma smettiamo di parlarne: via le sventure dai nostri pensieri! Adesso tante belle cose abbiamo per le mani. Dimmi un po': se non ti fosse apparsa, chiara, la visione del sogno, saresti sempre della vecchia opinione, non mi lasceresti partire per la Grecia, oppure avresti cambiato idea? Su, rispondimi sinceramente". E Artabano così rispose: "Signore, la visione apparsa nel sogno possa andare a finire come entrambi desideriamo. Ma mi soverchia il terrore ancora adesso e non sono padrone di me: penso a tante cose e in particolare trovo che ti sono molto ostili due elementi importantissimi".

48) Al che Serse chiese: "Amico mio, che dici? Cos'è che mi sarebbe ostile? Forse critichi la scarsità della nostra fanteria? Ritieni che l'esercito greco sarà più numeroso del nostro, o la nostra flotta più esigua della loro, oppure entrambe le cose? Perché se credi che i nostri effettivi siano un po' scarsi, ebbene, potremmo raccogliere all'istante un'altra armata!".

49) Ma Artabano gli rispose: "Mio re, nessuno, se ha un po' di cervello, potrebbe biasimare questo esercito o il numero delle navi: e se tu ne raccogliessi di più i due elementi di cui ti dicevo si farebbero ancora più ostili. Essi sono la terra e il mare. Non c'è porto, io credo, in nessun angolo di mare così ampio da poter accogliere questa flotta e garantirti la salvezza delle navi, se scoppia una tempesta; e noi non avremmo bisogno di uno solo, ma di tanti porti lungo tutto il continente che vai a costeggiare. Perciò, giacché mancano approdi adeguati, sappi che sono gli eventi a dominare gli uomini e non gli uomini gli eventi. E visto che ormai ho parlato di uno, vado ora a dire anche dell'altro elemento. Sta' a sentire come la terra ti si fa nemica: anche ammesso che tu non incontri alcun ostacolo, la terra ti sarà tanto più avversa quanto più in essa ti inoltri; e ogni giorno sarai tratto in inganno dall'avanzata, perché di successi gli uomini non sono mai sazi. Quindi io dico che, anche se nessuno ti affronterà, la terra, facendosi sempre più vasta, nel passare del tempo produrrà fame. L'uomo migliore non sarà chi ha paura nel decidere, pensando che dovrà patire di tutto, e riserva l'audacia all'agire?".

50) E Serse: "Artabano, tu rifletti ragionevolmente su ogni singolo particolare, ma non devi temere tutto e non devi valutare ogni cosa allo stesso modo. Se tu di ogni nuova evenienza volessi esaminare allo stesso modo tutti i dettagli, mai e poi mai combineresti qualcosa; è meglio invece affrontare ogni situazione con coraggio e patire una metà di insuccessi piuttosto che, nel preventivo timore di tutto, non subire mai niente. Se tu battendoti contro ogni proposta non mostrerai certezza, sei destinato all'insuccesso almeno quanto chi la pensa al contrario di te: le possibilità sono le stesse. Tu mi chiedi come possa un uomo avere certezze? Non può affatto, credo. Per lo più accade che i successi tocchino a chi abbia volontà d'azione e si neghino e quelli che riflettono troppo e sono indecisi. Tu vedi quale culmine di potenza ha raggiunto lo stato persiano: non lo avresti mai visto crescere tanto se i re che mi hanno preceduto avessero pensato come te, o anche solo se, pur pensandola diversamente, avessero avuto consiglieri di tal fatta. È così: per portare tanto in alto la Persia si sono gettati fra i pericoli; le grandi imprese di solito si compiono a prezzo di grandi pericoli. E noi, che vogliamo eguagliarli, eccoci qui, in marcia, nella stagione più bella dell'anno: conquisteremo l'Europa intera e faremo ritorno, senza aver in alcun luogo patito la fame e sofferto alcun altro disastro. Intanto noi viaggiamo con vettovaglie in abbondanza, inoltre dovunque andremo, terra o nazione, avremo i viveri del posto. Siamo in guerra contro popoli di agricoltori, non di nomadi".

51) Dopo questo discorso Artabano disse: "Mio re, poiché non lasci spazio a timore alcuno, almeno accetta un mio consiglio; sono molti gli elementi in gioco e quindi è necessario dilungarsi. Ciro figlio di Cambise costrinse tutta la Ionia, fuorché gli Ateniesi, a versare tributi ai Persiani. Io ti consiglio di non condurli a nessun costo contro i loro padri; anche senza di loro siamo in grado di sbaragliare i nemici. Essi, se ci seguono, sono destinati o a diventare molto ingiusti, rendendo schiava la loro madre patria, oppure molto giusti, concorrendo a tenerla libera. Nel primo caso non ci fanno guadagnare alcunché, nel secondo sono in grado di nuocere non poco al tuo esercito. Pensa anche in cuor tuo all'esattezza dell'antico proverbio: l'esito finale non si scorge mai tutto nell'inizio".

52) A queste parole Serse replicò: "Artabano, di tutti i tuoi pareri espressi il più sbagliato è questo; tu temi che gli Ioni passino al nemico; ma per valutarli noi possediamo un elemento notevolissimo, di cui siete testimoni tu e gli altri che presero parte con Dario alla spedizione contro gli Sciti, quando dagli Ioni dipese l'annientamento o la salvezza dell'intera armata persiana; allora essi rivelarono senso di giustizia e lealtà, non ci causarono il minimo danno. Inoltre, a parte questo, non gli conviene meditare qualche stranezza, dato che hanno lasciato nel nostro paese figli, mogli e patrimoni. Perciò non avere questa paura, fatti animo; e veglia sul mio palazzo e il mio potere, poiché a te solo, fra tutti, io affido il mio scettro".

53) Detto ciò e rimandato Artabano a Susa, Serse per la seconda volta convocò i più ragguardevoli fra i Persiani; e quando furono presenti disse loro: "Persiani, vi ho qui riuniti perché da voi desidero questo, che siate uomini coraggiosi e non disonoriate le precedenti imprese dei Persiani, che sono grandi e prestigiose; ognuno individualmente e tutti assieme impegniamoci a fondo: il nostro obiettivo, ora, è un bene comune a tutti. Ed ecco perché vi esorto ad affrontare la guerra con energia: noi siamo in marcia, così mi dicono, contro uomini valorosi, sconfitti i quali nessun altro esercito al mondo può più ostacolarci. Adesso passiamo lo stretto, ma prima rivolgiamo preghiere agli dèi che proteggono la terra di Persia".

54) Durante quel giorno si prepararono per l'attraversamento. Il giorno dopo attesero il sole che volevano vedere sorgere, bruciando sui ponti profumi di ogni sorta e stendendo ramoscelli di mirto sul cammino. Quando il sole spuntò, Serse, versando in mare libagioni da una coppa d'oro, pregò il sole che nessuna sventura gli toccasse tale da indurlo a rinunciare alla conquista dell'Europa prima di averne raggiunto gli estremi confini. Dopo l'invocazione gettò nell'Ellesponto la coppa, un cratere d'oro, una spada persiana, del tipo che chiamano acinace. Non saprei dire con sicurezza se gettò in mare questi oggetti come offerta al sole, oppure se era pentito di aver fatto fustigare l'Ellesponto e offriva al mare tali doni in ammenda.

55) Quando ebbe finito, compirono la traversata, la fanteria e tutta la cavalleria sopra il ponte dalla parte dell'Eusino, gli animali da soma e i servi sopra l'altro ponte, quello verso l'Egeo. In testa marciavano i diecimila Persiani, tutti con una corona sul capo; dietro di loro le truppe, una massa indistinta di popoli di ogni genere. Questo il primo giorno. Il successivo passarono per primi i cavalieri e quelli con le lance rivolte in basso, anch'essi con una corona sul capo; poi i cavalli sacri e il sacro carro e, di seguito, Serse in persona, i lancieri e i mille cavalieri, e infine il resto dell'esercito. Contemporaneamente le navi salpavano verso la costa di fronte. Ma ho anche sentito dire che il re passò dopo di tutti, per ultimo.

56) Posato il piede in Europa, Serse osservò le sue truppe che attraversavano lo stretto a suon di frustate. L'esercito impiegò sette giorni e sette notti per completare il passaggio, senza un attimo di sosta. Si racconta che quando ormai Serse aveva varcato l'Ellesponto, un uomo del posto esclamò: "O Zeus, perché assumi l'aspetto di un Persiano e ti fai chiamare Serse invece che Zeus e vuoi devastare la Grecia conducendole contro il mondo intero? Potevi farlo anche senza tutto questo".

57) Completato il tragitto, agli uomini ormai in procinto di mettersi in marcia apparve un grande prodigio, al quale Serse non badò affatto, benché fosse facilmente interpretabile: una cavalla diede alla luce una lepre. Il significato evidente era che Serse si accingeva a guidare contro la Grecia una spedizione imponente e fastosa, ma sarebbe tornato indietro, di dov'era partito, di corsa, se voleva salvare la pelle. Un altro prodigio si era verificato mentre stava a Sardi: una mula aveva partorito un piccolo con doppio apparato genitale, maschile e femminile: il maschile più in alto.

58) Incurante di entrambi i fenomeni, Serse continuava ad avanzare, e con lui le truppe di terra; intanto la flotta, uscita dall'Ellesponto, costeggiava la riva in direzione opposta rispetto alla fanteria. Infatti la flotta navigava verso ovest puntando sul capo Sarpedonio, dove secondo gli ordini, una volta arrivata, doveva fermarsi in attesa; l'esercito di terra marciava attraverso il Chersoneso in direzione dell'aurora e del sorgere del sole, lasciandosi a destra il sepolcro di Elle Atamantide, a sinistra la città di Cardia, e passando invece per la città che si chiama Agora. Di là girò attorno al golfo di Melas e superò il fiume Melas, le cui acque non bastarono alle truppe e che rimase asciutto; oltrepassato questo fiume, che dà il nome anche al golfo, si diresse a occidente, rasentò la città eolica di Eno e il lago Stentoride, finché giunse a Dorisco.

59) Dorisco è una regione della Tracia che comprende una spiaggia e una vasta pianura, solcata dal grande fiume Ebro. Vi sorge una fortificazione reale (è questa che si chiama Dorisco), dove Dario aveva stanziato una guarnigione persiana fin dai tempi della spedizione contro gli Sciti. Parve dunque a Serse che la località fosse adatta a disporre gli schieramenti e a calcolare gli effettivi; e così fece. Per ordine di Serse i navarchi condussero tutte le navi arrivate a Dorisco sulla spiaggia attigua alla fortezza, dove si trovano le città Sale, dei Samotraci, e Zona, nonché, a chiudere il tratto di costa, il celebre promontorio Serreo: tale località in tempi antichi apparteneva ai Ciconi. Approdati su questa spiaggia tirarono in secca le navi e le fecero asciugare. A Dorisco nel frattempo Serse provvedeva a contare i suoi uomini.

60) Di quanti soldati disponesse ciascun contingente non sono in grado di dirlo con esattezza (e nessuno lo dice), ma l'esercito di terra nel suo complesso risultò composto di 1.700.000 uomini. Ed ecco come furono contati. Radunati in un solo punto diecimila soldati e fattili serrare assieme il più possibile, tracciarono un cerchio intorno a loro; allontanati i diecimila, lungo questo cerchio alzarono un muretto, alto fino all'ombelico di un uomo; costruito il muretto, facevano entrare nello spazio recintato altri armati, finché in questo modo non li ebbero contati tutti. Finito il computo, li divisero in schiere per nazione.

61) Ecco quali popoli presero parte alla spedizione. C'erano i Persiani, così equipaggiati: un copricapo floscio, detto tiara, sulla testa, colorati chitoni con maniche intorno al corpo e corazze di piastre di ferro, simili nell'aspetto a squame di pesce; brache intorno alle gambe; invece di scudi portavano gerre di vimini e cuoio, sotto pendevano le faretre; avevano corte lance, grandi archi e frecce di canna; inoltre pugnali che pendevano dalla cintura lungo la coscia destra. Li comandava Otane, padre di Amestri, la moglie di Serse. Dai Greci anticamente erano detti Cefeni mentre loro si denominavano Artei, e così li chiamavano le genti vicine. Ma da quando Perseo, il figlio di Danae e di Zeus, giunse presso Cefeo figlio di Belo, ne sposò la figlia Andromeda, ed ebbe un figlio che chiamò Perse e lasciò lì nel paese, visto che Cefeo era privo di discendenti maschi, da questo Perse presero nome i Persiani.

62) I Medi marciavano equipaggiati allo stesso modo. In effetti tale abbigliamento è medo, non persiano. I Medi erano agli ordini di Tigrane, Achemenide. Anticamente tutti li chiamavano Ari, ma dopo l'arrivo presso questi Ari di Medea Colchidese, proveniente da Atene, anch'essi cambiarono nome; così i Medi raccontano di se stessi. I Cissi dell'esercito vestivano come i Persiani in tutto e per tutto, ma invece delle tiare portavano mitre; alla testa dei Cissi c'era Afane, figlio di Otane. Gli Ircani erano equipaggiati come i Persiani e obbedivano a Megapano, più tardi governatore di Babilonia.

63) Gli Assiri della spedizione portavano elmi di bronzo: un intreccio metallico di fattura barbara, difficile da descrivere; erano dotati di scudi, lance e pugnali simili a quelli egiziani, in più mazze di legno con borchie di ferro e corazze di lino. Essi erano chiamati Siri dai Greci, ma dai barbari ebbero il nome di Assiri. (Fra di loro c'erano dei Caldei). Li comandava Otaspe figlio di Artachea.

64) I Battriani militavano portando sulla testa copricapi molto simili a quelli dei Medi, ma archi di canna di loro fabbricazione e corte picche. I Saci, che sono Sciti, avevano in testa turbanti aguzzi che si ergevano dritti e rigidi e vestivano brache; avevano archi del loro paese, pugnali e inoltre asce del tipo sagari. Erano Sciti Amorgi, ma li chiamavano Saci: in effetti i Persiani chiamano Saci tutti gli Sciti. A capo dei Battriani e dei Saci stava Istaspe, figlio di Dario e di Atossa, la figlia di Ciro.

65) Gli Indiani, con indosso vesti fatte di fibre vegetali, avevano archi di canna e frecce pure di canna con la punta di ferro; così erano equipaggiati gli Indiani; nell'esercito erano agli ordini di Farnazatre, figlio di Artabate.

66) Gli Ari erano armati di archi come quelli dei Medi, per il resto, invece, erano equipaggiati come i Battriani. Comandava gli Ari Sisamne figlio di Idarne. I Parti, i Corasmi, i Sogdi, i Gandari e i Dadici partecipavano con la stessa dotazione dei Battriani. Alla loro testa c'erano Artabazo figlio di Farnace (Parti e Corasmi), Azane figlio di Arteo (Sogdi) e Artifio figlio di Artabano (Gandari e Dadici).

67) I Caspi marciavano vestiti di pelli animali e muniti di archi di canna di loro fabbricazione, di frecce di canna e di spade. Così equipaggiati erano agli ordini di Ariomardo, fratello di Artifio. I Sarangi spiccavano per le vesti colorate e avevano calzari che arrivavano al ginocchio, archi e lance di Media. Li comandava Ferendate figlio di Megabazo. I Patti, col corpo coperto di pellicce, portavano archi del loro paese e pugnali. Erano agli ordini di Artaunte, figlio di Itamitre.

68) Gli Uti, i Mici e i Paricani erano abbigliati come i Patti. I loro comandanti erano Arsamene figlio di Dario (Uti e Mici) e Siromitre figlio di Eobazo (Paricani).

69) Gli Arabi erano cinti da ampie sopravvesti, e armati di lunghi archi a curvatura inversa sulla spalla destra. Gli Etiopi, vestiti di pelli di leopardo e di leone, avevano archi fabbricati con rami di palma, lunghi non meno di quattro cubiti, e piccole frecce di canna, sulla cui estremità non c'era ferro ma pietra affilata, la stessa pietra in cui incidono anche i sigilli; inoltre erano armati di aste sormontate da un aguzzo corno di gazzella, a mo' di punta, e anche di mazze con borchie di ferro. In battaglia scendevano col corpo spalmato per metà di gesso e per metà di rosso minio. Gli Arabi e gli Etiopi d'oltre Egitto erano agli ordini di Arsame, figlio di Dario e di Artistone, figlia di Ciro, la moglie che Dario amò più di tutte e della quale fece fabbricare una statua d'oro lavorato.

70) Arsame dunque comandava gli Arabi e gli Etiopi abitanti oltre l'Egitto. Invece gli Etiopi d'Oriente (gli uni e gli altri erano presenti nell'esercito) erano schierati assieme agli Indiani; dagli altri Etiopi non differiscono affatto nell'aspetto, ma solo per lingua e capigliatura: gli Etiopi d'Oriente hanno le chiome lisce, mentre quelli di Libia sono gli uomini più crespi che esistano al mondo. Questi Etiopi d'Asia erano equipaggiati quasi come gli Indiani, ma portavano sul ca po pelli della fronte dei cavalli, con orecchie e criniera; la criniera fungeva da cimiero, mentre le orecchie del cavallo stavano ritte e rigide. Per difesa, invece di scudi, usavano pelli di gru.

71) I Libici militavano con vesti di cuoio, usando giavellotti dalla punta temprata. Li guidava Massage, figlio di Oarizo.

72) I Paflagoni marciavano con elmi di vimini intrecciati sul capo, armati di piccoli scudi e lance non lunghe, inoltre di giavellotti e pugnali; ai piedi avevano calzari del loro paese alti fino a mezza gamba. I Liguri, i Matieni, i Mariandini e i Siri viaggiavano con la medesima dotazione dei Paflagoni; questi Siri sono chiamati Cappadoci dai Persiani. Paflagoni e Matieni li comandava Doto figlio di Megasidro, Mariandini, Liguri e Siri Gobria, figlio di Dario e di Artistone.

73) I Frigi portavano un abbigliamento quasi uguale a quello dei Paflagoni, con poche differenze. I Frigi, come raccontano i Macedoni, si chiamavano Brigi all'epoca in cui, stanziati in Europa, coabitavano coi Macedoni; trasferitisi in Asia, col paese cambiarono anche il nome, in quello di Frigi. Gli Armeni erano equipaggiati come i Frigi, essendo loro coloni. Entrambi questi popoli obbedivano ad Artocme, marito di una figlia di Dario.

74) I Lidi disponevano di un armamento molto simile a quello greco. Anticamente i Lidi si chiamavano Meoni, ma poi cambiarono denominazione, derivando la nuova da Lido figlio di Ati. I Misi portavano elmi di loro fabbricazione in capo e piccoli scudi e si servivano di giavellotti dalla punta temprata. Sono coloni dei Lidi e vengono detti Olimpieni dal nome del monte Olimpo. Lidi e Misi erano agli ordini di Artafrene, figlio di Artafrene, quello che era penetrato a Maratona assieme a Dati.

75) I Traci militavano portando pellicce di volpe sulla testa, chitoni intorno al corpo, ed erano avvolti in ampie sopravvesti variegate; avevano calzari di pelle di cerbiatto ai pie di e intorno alle gambe, poi giavellotti, pelte e pugnali. Costoro, quando passarono in Asia, furono detti Bitini, mentre prima, a sentir loro, si chiamavano Strimoni, dato che abitavano sulle rive dello Strimone. Sostengono di essere stati cacciati dalle loro sedi dai Teucri e dai Misi. Alla testa dei Traci di Asia c'era Bassace, figlio di Artabano.

76) Essi (forse I Pisidi) avevano piccoli scudi di pelle di bue non conciata e due picche di fabbricazione licia ciascuno; sulla testa elmi bronzei, ai quali erano applicate orecchie e corna bovine di bronzo; e c'era anche un cimiero. Fasce di porpora gli avvolgevano le gambe. Nel loro paese sorge un oracolo di Ares.

77) I Cabali Meoni, detti Lasoni, portavano lo stesso abbigliamento dei Cilici, che descriverò quando la mia rassegna sarà giunta al contingente cilicio. I Milii avevano corte lance e vesti fermate con fibbie; alcuni di loro erano armati di arco licio e avevano sulla testa caschi fatti di pelli conciate. Li comandava Badre figlio di Istane.

78) I Moschi avevano elmi di legno in testa, scudi, e lance piccole ma munite di grosse punte. I Tibareni, i Macroni e i Mossineci militavano equipaggiati come i Moschi. Insieme erano schierati agli ordini del figlio di Dario, Ariomardo e del figlio di Smerdi e nipote di Ciro Parmi (Moschi e Tibareni); e di Artaucte, figlio di Cherasmi (Macroni e Mossineci), che era governatore di Sesto sull'Ellesponto.

79) I Mari avevano sul capo elmi di vimini intrecciati fabbricati da loro, ed erano muniti di piccoli scudi di pelle e giavellotti. I Colchi portavano elmi di legno sulla testa, piccoli scudi di pelle bovina non conciata e corte lance e inoltre coltelli. Mari e Colchi obbedivano a Farandate figlio di Teaspi. Gli Alarodi e i Saspiri militavano armati come i Colchi. Li guidava Maristio figlio di Siromitre.

80) I popoli insulari al seguito, provenienti dal Mare Eritreo, dalle isole sulle quali il re stanzia i cosiddetti "deportati", avevano vesti e armi molto simili a quelle dei Medi. A guidarli era Mardonte figlio di Bageo, che cadde l'anno seguente, come comandante, nella battaglia di Micale.

81) Questi popoli partecipavano alla spedizione per via di terra e costituivano la fanteria. I comandanti di questo esercito erano i personaggi sopra menzionati: essi avevano ordinato e contato i soldati e avevano nominato i chiliarchi e miriarchi; i miriarchi poi avevano scelto gli ufficiali dei gruppi di cento e di dieci soldati. C'erano poi altri ufficiali subalterni dei corpi e dei popoli.

82) I comandanti erano dunque quelli nominati. Ma su di loro e sulla fanteria tutta l'autorità l'avevano Mardonio figlio di Gobria, Tritantecme, figlio di quell'Artabano che aveva proposto di rinunciare alla guerra contro la Grecia, Smerdomene, figlio di Otane (questi ultimi due entrambi figli di fratelli di Dario, e cugini di Serse), Masiste, figlio di Dario e di Atossa, Gergite figlio di Ariazo e Megabisso figlio di Zopiro.

83) Costoro erano gli strateghi dell'intera fanteria, esclusi i Diecimila. I Diecimila soldati persiani scelti erano agli ordini di Idarne figlio di Idarne. Questi Persiani si chiamavano Immortali per la seguente ragione: se uno di loro veniva a mancare al numero, colpito da morte o da malattia, ne veniva scelto al suo posto un altro, sicché non erano mai né più né meno di diecimila. Il maggior lusso lo esibivano i Persiani, che erano anche i più forti. Il loro abbigliamento era quello descritto, ma inoltre si distinguevano per il molto, moltissimo oro che avevano addosso. Conducevano con sé carrozze e in esse concubine e numerosi domestici, ben equipaggiati. I viveri, separati da quelli degli altri soldati, glieli portavano cammelli e bestie da soma.

84) Tutti questi popoli vanno a cavallo, non tutti però fornivano cavalleria; solo i seguenti. C'erano i Persiani, equipaggiati esattamente come i loro fanti, tranne che alcuni di loro avevano in testa elmi di bronzo e di ferro battuto.

85) Ci sono dei nomadi, chiamati Sagarti, persiani di stirpe e di lingua, il cui abbigliamento è una via di mezzo fra quello dei Persiani e quello dei Patti; essi fornivano ottomila cavalieri. Non sono soliti portare armi né di bronzo né di ferro, all'infuori di pugnali; però maneggiano corde fatte di lacci intrecciati, e a esse si affidano scendendo in guerra. Ecco come combatte questa gente: quando si scontrano coi nemici, lanciano queste corde, che terminano con un nodo scorsoio: il malcapitato, uomo o cavallo, lo tirano a sé: e li uccidono impigliati così, nei lacci.

86) Questo è il loro modo di combattere; ed erano inseriti nel contingente persiano. I cavalieri Medi erano equipaggiati come i fanti; e lo stesso i Cissi. Gli Indiani avevano la stessa dotazione dei fanti e guidavano destrieri e carri; ai carri erano aggiogati cavalli e asini selvatici. I Battriani erano armati come i loro fanti. Ugualmente i Caspi. Anche i Libici non differivano dai rispettivi fanti e anch'essi conducevano tutti dei carri. A loro volta i Caspi e i Paricani erano equipaggiati come i soldati a piedi. Gli Arabi pure, e tutti montavano cammelli che per velocità non erano inferiori a cavalli.

87) Solo questi popoli formavano la cavalleria, i cui effettivi assommavano a ottantamila unità, senza contare i cammelli e i carri. Gli altri cavalieri erano ordinati per squadroni, gli Arabi venivano per ultimi: li avevano dislocati in fondo, perché gli equini, che non sopportano i cammelli, non si spaventassero.

88) La cavalleria era agli ordini di Armamitre e Titeo, figli di Dati. Il terzo responsabile del comando, Farnuco, era stato lasciato a Sardi ammalato; infatti, quando stavano partendo da Sardi ebbe un incidente indesiderato: era in sella quando un cane sgusciò fra le zampe del suo cavallo, il quale, non avendolo visto prima, si spaventò e, impennatosi, sbalzò a terra Farnuco; Farnuco, in seguito alla caduta, vomitò sangue e il male gli degenerò in consunzione. I servi inflissero subito al cavallo il trattamento da lui ordinato: lo condussero nel punto dove aveva disarcionato il padrone e gli mozzarono le zampe ai garretti. Così Farnuco fu esonerato dal comando.

89) Il numero delle triremi era di 1207; ed ecco chi le fornì: trecento i Fenici, con i Siri della Palestina, così equipaggiati: a difesa della testa portavano elmi di fattura molto simile alla greca, indosso corazze di lino; erano armati di scudi privi di orlo e di giavellotti. Anticamente questi Fenici, come essi stessi raccontano, erano stanziati sul mare Eritreo, dal quale, attraversata la Siria, partirono per stabilirsi sulle nostre coste, in una parte della Siria, fino all'Egitto, che si chiama tutta Palestina. Gli Egiziani fornivano duecento navi; portavano sul capo elmi a maglie di ferro, scudi concavi dagli ampi orli, lance adatte a combattimenti sul mare, grosse asce. La maggior parte di loro era munita di corazza e armata di coltellacci.

90) Così erano equipaggiati. I Ciprioti fornirono 150 navi ed erano abbigliati come segue: i loro re avevano il capo avvolto in una mitria, gli altri portavano chitoni; per il resto vestivano come i Greci. A Cipro ecco quante popolazioni vi sono: alcuni vengono da Salamina e Atene, altri dall'Arcadia, altri da Citno, dalla Fenicia, dall'Etiopia, a quanto raccontano i Ciprioti stessi.

91) I Cilici fornirono cento navi. Essi portavano sul capo elmi del loro paese, avevano scudi leggeri fatti di pelle di bue non conciata e indossavano chitoni di lana; erano muniti di due giavellotti ciascuno e di una spada, molto simile alle lame egiziane; essi un tempo si chiamavano Ipachei, poi presero il loro nome da Cilico figlio del fenicio Agenore. I Panfili diedero trenta navi ed erano armati alla greca. Questi Panfili discendevano dagli uomini che di ritorno da Troia si dispersero assieme ad Anfiloco e Calcante.

92) I Lici fornirono cinquanta navi; indossavano corazze e schinieri, avevano archi di corno e frecce di canna senza piume e giavellotti; inoltre pelli di capra appese alle spalle, e sulla testa berretti ornati da un diadema di penne. Usavano pugnali e scimitarre; i Lici, originari di Creta, si chiamavano Termili, ma presero poi nome da Lico, figlio dell'ateniese Pandione.

93) I Dori d'Asia fornirono trenta navi, erano originari del Peloponneso e muniti di armamento greco. I Cari misero a disposizione settanta navi; erano equipaggiati per il resto come i Greci, ma avevano scimitarre e pugnali. Come essi si chiamassero precedentemente, l'ho detto già nel mio primo libro.

94) Cento navi appartenevano agli Ioni, abbigliati come Greci. Gli Ioni, per tutto il tempo che abitarono nel Peloponneso la regione oggi detta Acaia, prima che Danao e Xuto giungessero nel Peloponneso (secondo i racconti dei Greci), si chiamavano Pelasgi Egialei; poi Ioni, da Ione figlio di Xuto.

95) Gli isolani fornirono diciassette navi, ed erano armati alla greca. Anch'essi, già popolo pelasgico, più tardi furono detti Ioni per la stessa ragione degli Ioni della Dodecapoli venuti da Atene. Gli Eoli diedero sessanta navi: erano vestiti come Greci; un tempo, raccontano i Greci, si chiamavano Pelasgi. Gli abitanti dell'Ellesponto, meno i cittadini di Abido (che ricevettero dal re l'ordine di restare dov'erano per sorvegliare i ponti) e tutti gli altri del Ponto che prendevano parte alla spedizione fornirono cento navi; erano equipaggiati come i Greci. E questi erano coloni degli Ioni e dei Dori.

96) Su tutte le navi erano imbarcati Persiani Medi e Saci. Le navi che in assoluto tenevano meglio il mare le fornirono i Fenici, e, tra i Fenici, quelli di Sidone. Tutti costoro e tutti quelli inquadrati nell'esercito di terra avevano comandanti locali; ma io non li nomino, giacché nulla mi obbliga a farlo ai fini della mia ricerca. In effetti non di ogni popolo i capi erano degni di venir ricordati, e in ogni popolo vi erano tanti capi quante erano le città. E poi seguivano la spedizione non da generali, ma alla stregua degli altri servi arruolati, giacché gli strateghi dotati di pieni poteri e i comandanti dei singoli reparti nazionali, quanti erano persiani, li ho già menzionati.

97) La flotta era agli ordini dei seguenti ammiragli: Ariabigne, figlio di Dario, Pressaspe, figlio di Aspatine, Megabazo, figlio di Megabate, e Achemene, figlio di Dario. Ariabigne, figlio di Dario e della figlia di Gobria, comandava i contingenti ionico e cario, Achemene, che era fratello di Serse da parte di padre e di madre, quello egiziano, gli altri due il resto dell'armata. Le trieconteri, le penteconteri, il naviglio e i battelli leggeri per il trasporto dei cavalli, convenuti per la rassegna, risultarono tremila.

98) Sulle navi, dopo gli ammiragli, questi erano gli uomini più illustri: Tetramnesto figlio di Aniso, da Sidone; Matten figlio di Siromo, da Tiro; Merbalo figlio di Acbalo da Arado; Siennesi figlio di Oromedonte, dalla Cilicia; Cibernisco figlio di Sica, dalla Licia; Gorgo figlio di Chersi e Timonatte figlio di Timagora, da Cipro; Istieo figlio di Timni, Pigrete figlio di Isseldomo e Damasitimo figlio di Candaule, dalla Caria.

99) Degli altri tassiarchi non faccio menzione, non essendo necessario, ma di Artemisia sì: per lei, che, donna, partì per la guerra contro la Grecia, provo ammirato stupore: dopo la morte del marito reggeva sulle sue spalle il potere, giacché aveva un figlio troppo giovane, e partecipava alla spedizione per la sua determinazione e il suo coraggio virile, senza che nulla ve la costringesse. Si chiamava Artemisia ed era figlia di Ligdami, di stirpe alicarnassea per parte di padre, cretese per parte di madre. Il suo dominio abbracciava Alicarnasso, Coo, Nisiro e i Calidni; fornì cinque navi. E fornì le più pregevoli di tutta quanta la flotta, dopo quelle di Sidone, s'intende, e allo stesso modo fra tutti gli alleati diede al re i consigli migliori. Rendo noto che la popolazione delle città su cui ho dichiarato che comandava era di stirpe dorica: gli Alicarnassei sono originari di Trezene, gli altri di Epidauro. E per la flotta basti quanto ho detto.

100) A Serse, poi, quando le truppe furono contate e schierate, venne desiderio di passarle in rassegna e osservarle personalmente. E poco dopo lo fece: transitando su di un cocchio accanto a ogni popolo, prendeva informazioni che gli scrivani registravano, finché passò da un capo all'altro sia della cavalleria sia della fanteria. Finito che ebbe, e messe in mare le navi, allora Serse scese dal cocchio e salì a bordo di un vascello di Sidone; sedette sotto una tenda dorata e sfilò accanto alle prue delle navi, chiedendo informazioni di ciascuna, come aveva fatto per l'esercito di terra, e facendole trascrivere. I navarchi avevano condotto le navi a quattro pletri dalla spiaggia e le tenevano all'ancora; avevano fatto volgere le prore verso la riva, in linea, e armare gli equipaggi in assetto di guerra. Serse osservava navigando nello specchio di mare fra le prue e la spiaggia.

101) Passate in rassegna anche le navi, e sceso di nuovo a terra, Serse cercò di Demarato figlio di Aristone, che lo seguiva nella spedizione contro la Grecia, lo chiamò e gli disse: "Demarato, ora mi è gradito chiederti quanto desidero sapere; tu sei greco, e, come apprendo da te e dagli altri Greci venuti a parlare con me, di una città che non è né la più piccola né la meno forte. Pertanto spiegami un po' questo: i Greci opporranno resistenza levandosi in armi contro di me? In effetti, a mio parere, neppure se tutti i Greci e tutti i rimanenti abitanti dell'occidente si coalizzassero, sarebbero in grado di resistere al mio attacco, a meno che non agissero con autentica coesione. Voglio dunque sentire la tua opinione, qualunque sia, su di loro". Serse gli pose questa domanda e Demarato a sua volta gli chiese: "Devo rispondere sinceramente o in modo da farti piacere?". Serse gli ordinò di dire la verità, rassicurandolo che non avrebbe minimamente perso, per questo, il suo favore.

102) Udito ciò, Demarato disse: "Sovrano, visto che mi ordini di rispondere con assoluta franchezza, parlando in modo che tu non possa più tardi scoprirmi mendace, sappi che ai Greci è sempre compagna la povertà, ma a essa si aggiunge la virtù, resa più salda dall'ingegno e da una legge severa; grazie alla sua virtù la Grecia si difende dalla povertà e dall'asservimento. La mia lode va dunque a tutti i Greci che abitano laggiù, nelle regioni doriche, però ora non mi riferirò a tutti loro, ma solo agli Spartani; primo: è impossibile che accettino mai i tuoi discorsi, che comportano schiavitù della Grecia; secondo: ti affronteranno in battaglia anche se tutti gli altri Greci passeranno dalla tua parte. Il loro numero? Non chiedere quanti siano per osare agire così; che siano mille sul campo di battaglia, o di più o di meno, altrettanti combatteranno contro di te".

103) Al che Serse scoppiò a ridere ed esclamò: "Demarato, cosa blateri! Si batteranno in mille contro un esercito così grande? Spiegami un po': dichiari di essere stato loro re; quindi tu saresti disposto ad affrontare subito dieci uomini? Anzi, se la vostra comunità è tale quale la descrivi, a te che sei il loro re, spetta di battersi contro un numero doppio di uomini, conforme alle vostre leggi. E sì, se ciascuno di loro vale dieci soldati del mio esercito, allora tu, deduco, ne vali venti; così sì mi tornerebbe il discorso che mi hai fatto. Però se voi, tali e di tanta stazza quanto tu e i Greci che frequentano la mia corte, se voi vi vantate così, bada che le tue parole non risultino una inutile spacconata. Ma ragioniamo un po' secondo logica: mille, diecimila o cinquantamila uomini, tutti liberi e uguali, senza avere un unico capo, come riuscirebbero a opporsi a un esercito sterminato come il mio? Perché noi siamo più di mille per ciascuno di loro, se loro sono cinquemila. Se obbedissero a un'unica persona, alla nostra maniera, potrebbero avere paura di lui e diventare migliori di quanto siano per loro propria natura, e avanzare, costretti dalla frusta, anche essendo meno del nemico. Ma, lasciati liberi, non farebbero nulla di questo. Io, per me, credo che difficilmente i Greci, anche se fossero in numero a noi pari, potrebbero battersi contro i soli Persiani; ma poi, via, solo fra di noi c'è un po' di quello che tu dici, un po', non molto. Sì, fra i miei lancieri persiani ne esistono di disposti a battersi contro tre Greci assieme; tu non ne hai mai fatto la prova e parli a vanvera".

104) Al che Demarato replicò: "Sovrano, già lo sapevo che dicendo la verità non ti avrei dato una risposta gradita; ma poiché mi hai costretto a parlare con la massima sincerità, ti ho detto come stanno le cose per gli Spartiati. Eppure sai bene quale affetto mi leghi a essi, che mi hanno privato dell'onore e delle dignità di mio padre e mi hanno reso un esule, un senza patria; e sai che fu tuo padre ad accogliermi, a darmi i mezzi per vivere e una casa. Non è plausibile che un uomo assennato respinga la benevolenza che gli mostrano, è naturale anzi il contrario, che l'accetti di buon cuore. Io non ti garantisco di essere in grado di affrontare né dieci uomini né due; dipendesse da me, non mi batterei nemmeno contro uno solo. Ma se vi fossi costretto o mi spingesse un grande cimento, fra tutti preferirei senz'altro combattere contro uno di questi uomini che pensano di valere ciascuno tre Greci. Così sono gli Spartani: individualmente non sono inferiori a nessuno, presi assieme sono i più forti di tutti. Sono liberi, sì, ma non completamente: hanno un padrone, la legge, che temono assai più di quanto i tuoi uomini temano te; e obbediscono ai suoi ordini, e gli ordini sono sempre gli stessi: non fuggire dal campo di battaglia, neppure di fronte a un numero soverchiante di nemici; restare al proprio posto e vincere, oppure morire. Se ti pare che queste mie siano tutte chiacchiere, d'ora in poi voglio tacere. Adesso ho parlato perché mi ci hai costretto. Comunque, sovrano, tutto accada secondo i tuoi desideri".

105) Così rispose Demarato; Serse volse le sue parole in riso e non si arrabbiò per nulla: serenamente lo congedò. Dopo il colloquio avuto con lui, Serse nominò governatore di Dorisco, dove si trovavano, Mascame figlio di Megadoste, al posto del governatore insediatovi da Dario, e spinse l'esercito attraverso la Tracia, contro la Grecia.

106) Mascame, l'uomo che lasciò lì, aveva qualità tali per cui era l'unico al quale Serse inviasse dei doni, stimandolo il migliore di tutti i governatori mai nominati da lui o da Dario; glieli spediva ogni anno, e così fece anche Artaserse, figlio di Serse, nei confronti dei discendenti di Mascame. In effetti, già prima di questa spedizione, governatori erano stati insediati in Tracia e un po' dovunque nella regione dell'Ellesponto. Tutti quelli di Tracia e dell'Ellesponto, tranne il responsabile di Dorisco, furono poi scacciati dai Greci in epoca successiva a questa spedizione. Quello di Dorisco, Mascame, nessuno mai riuscì a mandarlo via, benché molti ci avessero provato. Per questo gli arrivano doni dai re di volta in volta sul trono di Persia.

107) Di quelli scacciati dai Greci non ce n'era uno che Serse stimasse uomo di valore, tranne Boge di Eione. Non smise mai di elogiarlo e trattò con grandi onori i figli suoi che vivevano in Persia, perché Boge si era comportato in modo davvero degno di lode: assediato dagli Ateniesi e da Cimone figlio di Milziade, pur potendo venire a patti, andarsene via e tornare in Asia, non volle farlo, perché il re non lo credesse scampato per vigliaccheria e resistette fino all'ultimo. Quando ormai non c'era più cibo entro la cerchia delle mura, preparato un gran rogo, uccise figli, moglie, concubine e servitori e poi li gettò nel fuoco; quindi disseminò giù dalle mura nello Strimone tutto l'oro e l'argento che c'erano in città. Ciò fatto, si lanciò tra le fiamme. E così, giustamente, è esaltato ancora oggi dai Persiani.

108) Da Dorisco Serse marciava contro la Grecia e costringeva a unirsi al suo esercito tutte le genti che incontrava sul cammino. Come ho precedentemente chiarito, tutte le terre fino alla Tessaglia erano già state sottomesse e obbligate a pagare tributi al re grazie alle conquiste di Megabazo e più tardi di Mardonio. Partiti da Dorisco, toccarono per prime le roccaforti dei Samotraci, l'ultima delle quali verso occidente è una città che si chiama Mesambria. Confina con essa una città dei Tasi, Strime; fra le due scorre il fiume Liso, che in quella circostanza non bastò a rifornire d'acqua l'esercito di Serse e rimase asciutto. Questa regione anticamente si chiamava Gallaica, oggi è detta Briantica; per altro, per dire le cose con vera giustizia, anch'essa appartiene ai Ciconi.

109) Attraversato il letto ormai secco del fiume Liso, si lasciò dietro le città greche di Maronia, Dicea e Abdera. Superò queste città e, accanto a esse, i seguenti rinomati laghi: l'Ismaride, fra Maronia e Strime, e il Bistonide, presso Dicea, nel quale sfociano due fiumi, il Trauo e il Compsato; all'altezza di Abdera Serse non oltrepassò alcun lago famoso, ma il fiume Nesto, che scorre verso il mare. Procedendo oltre queste regioni, toccò le città continentali dei Tasi; nel territorio di una di esse si trova un lago ricco di pesci e alquanto salmastro, il cui perimetro misura circa trenta stadi. Le bestie da soma che sole vi si abbeverarono bastarono a prosciugarlo; la città in questione si chiama Pistiro.

110) Serse avanzò lasciandosi a sinistra queste città costiere popolate da Greci. Ecco i popoli traci di cui attraversò il territorio: i Peti, i Ciconi, i Bistoni, i Sapei, i Dersei, gli Edoni e i Satri. Di queste genti quanti vivevano sulla costa lo seguirono sulle navi, quelli residenti nell'interno e da me già elencati, tutti, eccetto i Satri, furono costretti ad aggregarsi all'esercito di terra.

111) I Satri, per quanto ne sappiamo, non si sottomisero mai a nessuno, e fino ai giorni miei continuano a essere gli unici indipendenti fra i Traci: in effetti abitano alte montagne coperte di foreste di ogni sorta e di neve e sono fortissimi in guerra. Sono essi a possedere l'oracolo di Dioniso; e questo oracolo sorge sulle più alte montagne. Fra i Satri hanno funzione di profeti i Bessi, ma l'indovino che pronuncia i responsi è una donna, proprio come a Delfi, e in modo per nulla più intricato.

112) Superata la suddetta regione, Serse raggiunse le roccaforti dei Pieri, che si chiamano l'una Fagre e l'altra Pergamo. Passò proprio accanto a queste città lasciandosi a destra il monte Pangeo, che è vasto ed elevato e in cui si trovano miniere d'oro e d'argento sfruttate da Pieri, da Odomanti e soprattutto da Satri.

113) Lasciatosi alle spalle il paese dei Peoni, dei Doberi e dei Peopli, che risiedono oltre il Pangeo verso nord, Serse proseguì in direzione ovest fino al fiume Strimone e alla città di Eione, retta allora da quel Boge di cui ho parlato poco sopra, a quell'epoca ancora vivo. La regione intorno al monte Pangeo si chiama Fillide e si estende verso ovest fino al fiume Angite, affluente dello Strimone, e verso sud fino allo Strimone stesso, dove i Magi trassero auspici offrendo in sacrificio candidi cavalli.

114) Compiuto nel fiume questo rito e molti altri ancora, proseguirono in località Nove Vie degli Edoni, passando sui ponti (avevano trovato lo Strimone già attrezzato). Apprendendo che il luogo si chiamava Nove Vie, vi seppellirono vivi altrettanti ragazzi e ragazze del luogo. È costume persiano questo di seppellire persone vive, giacché so che anche Amestri, la moglie di Serse, ormai in tarda età, si propiziò il dio che si dice sia sottoterra, facendo seppellire quattordici fanciulli persiani.

115) Dallo Strimone in avanti, verso occidente, comincia una spiaggia, dove l'esercito in marcia superò la città greca di Argilo che vi sorge; la costa e la regione soprastante si chiamano Bisaltia. Di là l'esercito, lasciandosi a sinistra il golfo del tempio di Posidone, procedette attraverso la pianura detta Silea, superò la città greca di Stagira, e giunse ad Acanto, annoverando ormai tra le sue file ciascuno di questi popoli e di quelli stanziati intorno al monte Pangeo, come pure di quelli più sopra elencati: le genti stanziate sulla costa vennero arruolate nella flotta, le genti dell'interno assegnate alle truppe di terra. Il percorso lungo il quale Serse spinse il suo esercito i Traci non lo lavorano né lo seminano: ne fanno ancora oggi oggetto di autentica venerazione.

116) Appena giunse ad Acanto, Serse ne proclamò suoi ospiti gli abitanti, regalò loro una veste di foggia meda, e li copriva di elogi, vedendoli pieni di entusiasmo per la guerra e sentendo del canale.

117) Mentre Serse soggiornava ad Acanto, venne a morire di malattia l'uomo che sovrintendeva ai lavori di scavo, Artachea, persona assai stimata da Serse e di stirpe Achemenide: era il più alto di statura fra i Persiani (cinque cubiti reali meno quattro dita) e dotato della voce più tonante del mondo. Sicché Serse, profondamente addolorato, gli tributò splendidi funerali e una magnifica sepoltura: tutto l'esercito contribuì a erigere il tumulo. Per ordine di un oracolo gli Acanti compirono sacrifici in onore di Artachea come a un eroe, invocandone il nome.

118) Il re Serse, provò davvero molta tristezza per la morte di Artachea. I Greci che dovevano accogliere l'esercito e offrire il pasto a Serse si ridussero così male da essere costretti a lasciare le loro case; tanto è vero che ai cittadini di Taso che avevano accolto e ospitato l'esercito di Serse a nome delle loro città sul continente, Antipatro figlio di Orgeo, prescelto a tale scopo in quanto cittadino più di ogni altro illustre, dimostrò di avere speso per il banchetto quattrocento talenti d'argento.

119) E una cifra molto vicina denunciarono anche i cittadini designati nelle altre città. In effetti il pasto, in quanto ordinato con ampio preavviso e tenuto in gran considerazione, veniva così preparato. Intanto i cittadini, appena informati dagli araldi che diffondevano l'avviso, si dividevano in città il frumento e tutti preparavano farina d'orzo e di grano, per parecchi mesi; poi ingrassavano animali, i più belli e pregiati che trovavano, e nutrivano uccelli da cortile o da palude in gabbie e laghetti, per ricevere ospitalmente le truppe; inoltre fabbricavano in oro e argento coppe, crateri e tutti gli altri oggetti che si pongono sulla tavola. Questo si faceva per il re e i suoi commensali, per il resto dell'esercito l'ordine riguardava solo le vivande. Ogni volta che arrivava l'esercito, c'era lì pronta e drizzata una tenda, sotto la quale si fermava Serse personalmente, mentre il resto della truppa se ne stava all'aperto. Appena veniva l'ora del pasto, gli ospitanti si accollavano la fatica, gli altri invece si rimpinzavano; trascorrevano lì la notte, e il giorno dopo se ne andavano, non prima di aver asportato la tenda e depredato tutte le suppellettili: portavano via tutto, non lasciavano nulla.

120) Allora risuonò felice la battuta di un uomo di Abdera, Megacreonte; egli invitò i suoi concittadini a recarsi ai templi tutti assieme, uomini e donne, a piazzarsi là come supplici e a pregare gli dèi che anche per il futuro stornassero da loro la metà delle sciagure incombenti; quanto ai mali passati ringraziassero solennemente gli dèi, del fatto che il re Serse non era abituato a consumare due pasti al giorno; perché se ai cittadini di Abdera avessero ingiunto di preparare anche un pasto di mezzogiorno pari alla cena, o non avrebbero atteso l'arrivo di Serse, oppure, rimasti lì, si sarebbero ridotti nella miseria più nera.

121) Essi comunque, benché gli pesasse parecchio, eseguirono l'ordine. Da Acanto Serse lasciò che le navi si allontanassero da lui, dopo aver dato ordine ai comandanti della flotta di attenderlo a Terme (una città sul golfo Termaico, che da essa prende nome): aveva saputo che da questa parte il percorso era più breve. In effetti da Dorisco ad Acanto le truppe avevano marciato nel seguente schieramento: Serse, diviso tutto l'esercito di terra in tre parti, aveva stabilito che una, agli ordini di Mardonio e Masiste, costeggiasse la riva assieme alla flotta, un'altra, guidata da Tritantecme e Gergite, doveva avanzare mantenendosi nell'interno; la terza, invece, con la quale viaggiava lo stesso Serse, procedere fra le altre due, avendo per comandanti Smerdomene e Megabisso.

122) Quando la flotta congedata da Serse ebbe percorso il canale aperto nell'Athos, che immetteva nel golfo su cui sorgono le città di Assa, Piloro, Singo e Sarte, da lì, raccolte truppe anche in queste città, navigò senza più impacci dritta verso il golfo di Terme. Doppiando il capo Ampelo nel paese di Torone toccò le seguenti città greche (dalle quali prese navi e soldati): Torone, Galepso, Sermila, Meciberna e Olinto.

123) Questa regione si chiama Sitonia; la flotta di Serse tagliò dal capo Ampelo al promontorio Canastro, il più sporgente in mare di tutto il territorio di Pallene; poi ricevette navi e truppe da Potidea, Afiti, Neapoli, Ege, Terambo, Scione, Mende e Sane; queste appunto sono le città che sorgono nella regione detta oggi Pallene e un tempo Flegra. Costeggiando anche questa regione, la flotta si diresse alla meta prefissata, imbarcando uomini ancora dalle città vicine alla Pallenia e confinanti col golfo Termaico, i cui nomi sono: Lipasso, Combrea, Lise, Gigono, Campsa, Smila ed Enea; il loro paese si chiamava e si chiama ancora Crossea. Dopo Enea, ultima delle città che ho elencato, la flotta procedette verso il golfo Termaico e la Migdonia; la navigazione proseguì fino alla città indicata, Terme, e fino a Sindo e Calestre sul fiume Assio, che segna il confine fra la Migdonia e la Bottiea. La fascia costiera della Bottiea, assai stretta, appartiene alle città di Icne e di Pella.

124) La flotta dunque stazionò lì, nei pressi dell'Assio, di Terme e delle città poste nel mezzo, aspettando il re. Serse con l'esercito di terra marciava da Acanto tagliando verso l'interno, intenzionato a raggiungere Terme. Viaggiò attraverso la Peonia e la Crestonia fino al fiume Echidoro, che, provenendo dal paese dei Crestonei, scorre attraverso la Migdonia e sbocca presso la palude sul fiume Assio.

125) Mentre marciava in questa zona, dei leoni gli assalirono i cammelli che trasportavano le vettovaglie: i leoni calavano di notte, lasciando le loro tane, e non assalivano nessun altro, né animale né essere umano: solo dei cammelli facevano strage. E mi chiedo stupito che cosa spingesse i leoni a risparmiare gli altri e ad attaccare i cammelli, animali che non avevano mai visto né conosciuto.

126) In queste regioni vi sono sia leoni in gran numero sia buoi selvatici, le cui lunghissime corna sono quelle che si importano in Grecia. Linea di confine per i leoni sono il fiume Nesto, che attraversa Abdera, e l'Acheloo che bagna l'Acarnania; infatti né in alcuna parte dell'Europa a oriente del Nesto né a ovest dell'Acheloo, nel resto del continente, si può vedere un leone; ma nel territorio compreso fra i due fiumi ce ne sono.

127) Appena giunto a Terme, Serse vi si attendò; ecco quanta parte della zona costiera l'esercito colà accampato occupava: a partire dalle città di Terme e di Migdonia fino ai fiumi Lidio e Aliacmone, che segnano il confine fra il paese di Bottiea e la Macedonia, mescolando le loro acque in un unico corso. I barbari erano accampati dunque in questa regione; dei fiumi suddetti l'unico che non bastò a rifornire d'acqua l'esercito e che rimase asciutto fu l'Echidoro, che proviene dal paese dei Crestonei.

128) Serse, scorgendo da Terme i monti della Tessaglia, l'Olimpo e l'Ossa, che sono altissimi, saputo che in mezzo a essi c'è una stretta gola, dove scorre il Peneo, e sentendo dire che di lì passava la strada per la Tessaglia, provò desiderio di andare a vedere con una nave la foce del Peneo; ciò perché si apprestava a marciare lungo la strada più interna tra le genti macedoni stanziate di sopra, verso i Perrebi, accanto alla città di Gonno: questo riteneva che fosse il percorso più sicuro. Poiché provava quel desiderio, volle soddisfarlo. Salì su di una nave di Sidone, su cui si imbarcava ogni volta che voleva fare qualcosa del genere, diede anche agli altri il segnale di levare l'ancora e lasciò l'esercito di terra dov'era. Arrivato a destinazione e osservata la foce del Peneo, Serse fu preso da un grande stupore: chiamò le guide del viaggio e chiese loro se era possibile deviare il fiume e farlo sfociare in mare in un altro punto.

129) Si racconta che un tempo la Tessaglia fosse un lago, serrata com'è tutto intorno da altissime montagne: il Pelio e l'Ossa, unendo le rispettive vette, ne sbarrano la parte orientale, l'Olimpo la settentrionale, il Pindo la chiude a ovest e l'Otris a sud, verso il vento di Noto. La regione compresa fra le suddette montagne, una conca, è la Tessaglia. Sicché, dato che vi affluiscono parecchi altri fiumi oltre ai cinque più notevoli, cioè il Peneo, l'Apidano, l'Onocono, l'Enipeo e il Pamiso, essi convengono con nomi diversi in questa pianura dalle montagne che circondano la Tessaglia e sboccano nel mare attraverso una unica e stretta gola, mescolando le loro acque in un'unica corrente; dal punto di confluenza in avanti ormai il Peneo prevale col proprio nome e cancella quello degli altri. Ma si dice che un tempo, quando questa gola e questo sbocco non c'erano, tali fiumi e in più il lago Bebiade non avessero i nomi attuali e però scorressero non meno di ora e che con le loro acque rendessero la Tessaglia tutta un mare. I Tessali dal canto loro sostengono che fu Posidone a creare la gola in cui scorre il Peneo, e non è inverosimile; infatti, chiunque creda che sia Posidone a scuotere la terra e attribuisca a questo dio le fenditure provocate dal terremoto, vedendo quella gola potrebbe ben dirla opera di Posidone. In effetti la separazione di quelle montagne, come mi parve chiaro, è conseguenza di un terremoto.

130) Le guide, alla domanda di Serse se esisteva un altro sbocco del Peneo in mare, da buoni esperti risposero: "Sovrano, questo fiume non ha altra via d'uscita che giunga al mare; c'è solo questa. La Tessaglia è tutta circondata da una corona di montagne". Al che sembra che Serse abbia replicato: "Sono saggi i Tessali. Per questo dunque si sono premuniti assoggettandosi: fra l'altro perché occupavano una regione facile da occupare, conquistabile in pochissimo tempo. Basterebbe, infatti, convogliare il fiume contro il loro paese, facendolo rifluire dalla gola e deviare dall'attuale corso per mezzo di una diga, così da sommergere tutta la Tessaglia tranne le montagne". Parlava così alludendo ai discendenti di Aleva, perché, primi fra i Greci (erano Tessali), si erano sottomessi al re, e Serse credeva che gli promettessero amicizia a nome di tutto il popolo. Detto ciò e presa visione dei luoghi, se ne tornò a Terme.

131) In Pieria Serse trascorse diverse giornate; infatti un terzo delle truppe era impegnato a disboscare la montagna macedone, perché tutto l'esercito potesse inoltrarsi per quella via nel paese dei Perrebi. Tornarono gli araldi, inviati in Grecia a chiedere terra, chi a mani vuote, chi portando terra e acqua.

132) Fra quelli che avevano ceduto c'erano i Tessali, i Dolopi, gli Eniani, i Perrebi, i Locresi, i Magneti, i Maliesi, gli Achei della Ftiotide, i Tebani e gli altri Beoti tranne i Tespiesi e i Plateesi. Contro costoro i Greci che si erano assunti la guerra contro il barbaro pronunciarono un solenne giuramento che suonava così: tutti quelli che, pur essendo Greci, si erano arresi al Persiano senza esservi costretti, appena ristabilita la situazione sarebbero stati obbligati a pagare la decima al dio di Delfi. Così suonava il giuramento dei Greci.

133) Ad Atene e a Sparta Serse non inviò araldi a chiedere terra per le seguenti ragioni: quando in precedenza Dario aveva inviato identica richiesta, gli Ateniesi avevano gettato i messi nel baratro, gli Spartani in un pozzo, con l'invito a prendere da lì terra e acqua per portarla al re. Ecco perché Serse non mandò a essi dei messaggeri. Non so dire quale spiacevole conseguenza sia toccata agli Ateniesi per avere agito così contro gli araldi, se non che il loro paese e la loro città furono poi devastati; ma non credo che ciò sia accaduto per quella ragione.

134) Invece sugli Spartani ricadde l'ira di Taltibio, l'araldo di Agamennone. Infatti a Sparta c'è un santuario di Taltibio e ci sono suoi discendenti, che si chiamano Taltibiadi, cui tocca il privilegio onorifico di tutte le ambascerie inviate da Sparta. Dopo gli avvenimenti suddetti, gli Spartiati, quando sacrificavano, non riuscivano a ottenere auspici favorevoli, e il fenomeno si protraeva a lungo. Poiché gli Spartani, afflitti per questa loro sfortuna, spesso riunivano l'assemblea e chiedevano tramite araldo se c'era uno Spartano disposto a immolarsi per la patria, Spertia figlio di Aneristo e Buli figlio di Nicolao, Spartiati di nobili natali e fra i primi per ricchezza, si offrirono spontaneamente di dare a Serse soddisfazione per gli araldi di Dario uccisi a Sparta. E così gli Spartani inviarono i due in Persia, a trovarvi una morte sicura.

135) Degni di ammirazione furono il coraggio di questi eroi e inoltre le parole che ebbero a pronunciare. Mentre si recavano a Susa giunsero presso Idarne; Idarne era di schiatta persiana e comandante generale delle truppe costiere dell'Asia; egli offrì ai due Spartani un banchetto ospitale e durante il convito chiese loro: "Spartani, perché vi sottraete alla amicizia col re? Se guardate a me e alla mia condizione, potete vedere come il re sappia onorare i valorosi. Così sarebbe anche per voi, se fate atto di sottomissione al re (e già presso di lui avete fama di essere uomini di valore): ciascuno di voi diventerebbe governatore di un pezzo di Grecia, per designazione del re". A tali parole replicarono i due: "Idarne, il consiglio che ci dai non è imparziale: tu ci consigli avendo esperienza di una cosa e non dell'altra: sai bene che cosa significhi essere schiavi, ma la libertà non l'hai mai provata, non sai se è dolce o no. In effetti, se l'avessi provata, ci inviteresti a difenderla non solo con le lance, ma persino con le scuri".

136) Ecco cosa risposero a Idarne! Poi, saliti a Susa e giunti al cospetto di Serse, intanto quando i dorifori ordinarono loro, tentando di costringerli, di venerare il re prostrandosi davanti a lui, dichiararono che non l'avrebbero mai fatto, neppure se gli avessero abbassato la testa con la forza: non era loro costume adorare un essere umano e non erano certo venuti per questo. Dopo aver rifiutato tale gesto, rivolsero al re parole di questo tenore: "Re dei Medi, gli Spartani ci hanno mandato qui a espiare la loro colpa nei confronti degli araldi uccisi a Sparta". Al che Serse, con magnanimità, rispose che non avrebbe imitato gli Spartani, che avevano violato le leggi del genere umano uccidendo degli araldi: non avrebbe certo commesso il delitto che gli rinfacciava e non avrebbe liberato gli Spartani dalla colpa ammazzando loro due per rappresaglia.

137) Per questo atto degli Spartiati, benché Spertie e Buli fossero tornati in patria, l'ira di Taltibio momentaneamente si placò. Ma si ridestò molto tempo dopo, all'epoca della guerra fra Peloponnesiaci e Ateniesi, come raccontano gli Spartani. Sembra evidente, qui, un indiscutibile intervento divino. In effetti, che l'ira di Taltibio si abbattesse sui messaggeri e non cessasse prima di aver trovato soddisfazione, lo comportava giustizia; ma che ricadesse proprio sui figli degli uomini che per tale ira si erano recati dal re, cioè su Nicolao figlio di Buli e su Anaristo figlio di Spertia (l'uomo che approdò con una nave carica di soldati ad Aliei e la prese con tutti i suoi abitanti originari di Tirinto), questo poi, per me è chiaro, fu opera del cielo [a causa dell'ira]. Essi infatti, inviati dagli Spartani in Asia come messaggeri, furono traditi dal re dei Traci Sitalce, figlio di Tereo e da Ninfodoro figlio di Piteo, un cittadino di Abdera, e arrestati presso Bisante sull'Ellesponto; condotti in Attica, furono giustiziati dagli Ateniesi insieme con Aristea figlio di Adimanto, cittadino di Corinto. Ma questi avvenimenti si verificarono molti anni dopo la spedizione del re, e perciò ora riprendo il filo del precedente racconto.

138) La spedizione del re, formalmente muoveva contro Atene, ma in realtà era diretta contro tutta la Grecia. I Greci, che ne avevano avuto notizia con largo anticipo, non tenevano la cosa tutti in ugual conto: quanti avevano consegnato terra e acqua al re persiano confidavano di non patire danno alcuno dal barbaro; quelli che non l'avevano fatto erano in preda a un grande terrore, un po' perché in Grecia non c'erano navi sufficienti a reggere l'urto dell'invasione, un po' perché le masse non erano disposte a intraprendere la guerra e inclinavano volentieri a schierarsi coi Medi.

139) A questo punto mi sento obbligato a esprimere una opinione che i più respingeranno; tuttavia non mi asterrò dal dire quella che a me pare una verità. Se gli Ateniesi, terrorizzati dal pericolo incombente, avessero abbandonato il loro paese, o, senza lasciarlo, pur rimanendovi, si fossero arresi a Serse, nessuno avrebbe tentato di opporsi al re per mare. E se nessuno si fosse opposto a Serse sul mare, ecco cosa sarebbe accaduto in terraferma. Anche se i Peloponnesiaci avevano gettato molte cinta di mura da un capo all'altro dell'Istmo, gli Spartani, traditi dagli alleati (non per cattiva volontà, ma giocoforza, se le città capitolavano a una a una di fronte alla flotta del re), gli Spartani sarebbero rimasti soli; e una volta soli, pur avendo compiuto imprese eccezionali, sarebbero periti gloriosamente. O avrebbero fatto questa fine, oppure, ancor prima, vedendo anche gli altri Greci passare al nemico, si sarebbero accordati con Serse. E così, in entrambi i casi, la Grecia sarebbe stata sottomessa ai Persiani. Perché le fortificazioni erette sull'Istmo, non riesco a immaginare quale vantaggio avrebbero fornito, se il gran re era padrone del mare. Pertanto chi affermasse che gli Ateniesi furono i salvatori della Grecia, non si allontanerebbe dal vero; qualunque decisione, delle due, avessero preso, avrebbe pesato in maniera decisiva sul piatto della bilancia: essi decisero che la Grecia sopravvivesse libera, e furono loro a svegliare quella parte del mondo greco che non si era schierata coi Persiani, furono loro, con l'aiuto degli dèi, s'intende, a respingere il re. Neppure terrificanti oracoli provenienti da Delfi, che li gettavano nel panico, li indussero ad abbandonare la Grecia: rimasero e si prepararono a resistere all'invasione del loro paese.

140) A Delfi, infatti, gli Ateniesi avevano inviato degli incaricati perché erano propensi a consultare l'oracolo: compiuti gli atti rituali intorno al santuario, come entrarono e si sedettero nella sala, la Pizia, che si chiamava Aristonice, pronunciò il seguente responso:.."O sventurati, sedete? Fuggite ai confini del mondo! Dentro la cinta rotonda lasciate le case e la rocca! Nulla rimane di lei che sia saldo, nè capo nè tronco; L'ultime membra - i piedi e le mani e ogni cosa del mezzo - Nulla è lasciato; ma viene distrutto, consunto dal fuoco! L'impeto d'Ares assale su carro di Siria: rovina , Non della tua solamente, ma ancor di molt'altre fortezze. E molti templi divini darà alla violenza del fuoco, Che di sudore cosparsi si stanno tremanti d'angoscia: Mentre dall'alto dei tetti atro sangue si versa,annunziando, Inevitabil sciagure. Ora uscite con l'anima in lutto!"... (Sventurati, perché state qui seduti? Fuggi ai limiti estremi del mondo lascia le case, le alte cime della tua città a forma di ruota. Né la testa né il corpo restano saldi né i piedi né le mani; e nulla di quel che c'è in mezzo rimane, tutto è desolazione; la distruggono fuoco e l'impetuoso Ares, che guida un carro assiro. Abbatterà numerose altre fortezze, non solo la tua; darà al fuoco devastatore molti templi degli dèi, che già ora si ergono trasudanti sudore, pallidi di paura; e giù dagli altissimi tetti scorre sangue nero, presagio di sciagura inevitabile. Uscite dal sacrario del dio; stendete sulle sciagure il vostro coraggio).

141)Udite queste parole, gli inviati ateniesi provarono un profondo dolore; si erano già persi d'animo, quando Timone figlio di Androbulo, uno fra i personaggi più ragguardevoli di Delfi, suggerì loro di prendere rami da supplici e in tale veste presentarsi una seconda volta a interrogare l'oracolo. Gli Ateniesi si lasciarono convincere e dissero al dio: "Signore, dacci un responso più favorevole per la nostra patria, per riguardo a questi rami da supplici, con i quali siamo qui davanti a te; altrimenti non lasceremo più il sacrario, ma resteremo qui finché non moriremo". Questo dichiararono; e l'indovina pronunciò questo secondo vaticinio:.." Pallade supplice con grave senno e con lunghi discorsi, Non può placare l'Olimpi. Ma io ti dirò una parola, Irrevocabile: quando di Cecrope il monte e i recessi, Del Citerone divino saranno conquisi, ad Atena, L'Onniveggente concede che un muro di legno rimanga, Inviolato, riparo che giovi per te e pei tuoi figli. E non restare in attesa tranquilla dei fanti e cavalli, Che numerosi verranno da terra; ma cedi piuttosto, Dando le spalle: affrontare più tardi potrai la battaglia. O Salamina divina! su te molti figli di donna, Quando cosparsa sia Demetra, o venga raccolta, morranno".... (Pallade non può propiziarsi Zeus Olimpio benché lo preghi con molte parole e con astuta saggezza a te darò questo secondo responso, rendendolo saldo come l'acciaio. Quando sarà preso tutto ciò che è racchiuso fra il monte di Cecrope e i recessi del divino Citerone, l'onniveggente Zeus concede alla Tritogenia che resti intatto soltanto il muro di legno, che salverà te e i tuoi figli. E tu non startene tranquillo ad attendere la cavalleria e la fanteria che irrompono in massa dal continente; ritirati, volgi le spalle; un giorno verrà in cui sarai di fronte al nemico. O divina Salamina, farai morire figli di donne, o quando si semina o quando si raccoglie il frutto di Demetra).

142) Poiché queste parole erano e parevano più benevole delle precedenti, le trascrissero e tornarono ad Atene. Quando gli inviati, al loro arrivo, riferirono al popolo, fra quanti cercavano di interpretare l'oracolo sorsero molti pareri diversi; ma cito i due più contrastanti. Alcuni dei più anziani dicevano che, secondo loro, il dio aveva predetto che l'acropoli si sarebbe salvata, dato che anticamente l'acropoli di Atene, era difesa da uno steccato di graticci. Questo steccato, secondo la loro interpretazione era il muro di legno; altri sostenevano che il dio si riferiva alle navi ed esortavano ad allestirne e a lasciar perdere il resto. Però quelli che spiegavano il muro di legno con le navi erano messi in imbarazzo dalle ultime parole pronunciate dalla Pizia:..."O Salamina divina! Su te molti figli di donna, Quando cosparsa sia Demetra, o venga raccolta, morranno".... (O divina Salamina, farai morire figli di donne, o quando si semina o quando si raccoglie il frutto di Demetra). Su queste parole le idee di chi indicava nelle navi il muro di legno erano confuse; gli interpreti ufficiali di oracoli le intendevano nel senso che se gli Ateniesi avessero preparato una battaglia sul mare sarebbero stati sconfitti presso Salamina.

143) C'era però fra gli Ateniesi un uomo entrato di recente nel novero dei cittadini più autorevoli; si chiamava Temistocle ma era detto figlio di Neocle. Egli affermò che gli interpreti ufficiali non avevano spiegato rettamente l'intera faccenda e sosteneva che se davvero l'oracolo fosse stato rivolto agli Ateniesi, a suo parere non avrebbe detto così serenamente "Salamina divina", bensì "Maledetta Salamina", se davvero i cittadini stavano per morire nelle sue acque. Invece, a intenderlo correttamente, l'oracolo si riferiva ai nemici e non agli Ateniesi; li invitava dunque a prepararsi per la battaglia con le navi, perché proprio queste erano il muro di legno. Quando Temistocle chiarì in questo modo il senso del responso, gli Ateniesi ritennero la sua delucidazione preferibile a quella degli interpreti ufficiali, i quali non permettevano di prepararsi a una battaglia navale e, a dirla tutta, neppure di opporre resistenza, ma concedevano solo di abbandonare l'Attica e di stabilirsi in un altro paese.

144) Un'altra volta, in tempi precedenti, l'opinione di Temistocle aveva prevalso, quando alle grandi ricchezze che già affluivano nel pubblico tesoro di Atene, si erano aggiunti i proventi delle miniere del Laurio e i cittadini si accingevano a riceverne ciascuno la propria parte nella misura di dieci dracme a testa. In quell'occasione Temistocle aveva persuaso gli Ateniesi a rinunciare a spartirsi il denaro e a costruire con esso duecento navi "per la guerra", intendendo la guerra contro gli Egineti. Lo scoppio di questo conflitto finì per segnare la salvezza della Grecia, giacché costrinse gli Ateniesi a farsi marinai; le navi non servirono poi allo scopo per cui erano state costruite, ma risultarono pronte nel momento opportuno per la Grecia. Insomma erano disponibili queste navi, costruite già prima dagli Ateniesi, ma bisognava allestirne altre. Gli Ateniesi, riuniti in assemblea dopo il responso, decisero di sostenere l'urto del barbaro invasore con la flotta, obbedendo al dio, tutti uniti e con l'aiuto dei Greci disposti a seguirli.

145) Tali dunque erano stati i responsi ricevuti dagli Ateniesi. Poi, convenuti nello stesso luogo, i Greci meglio intenzionati nei confronti dell'Ellade si scambiarono pareri e pegni di fede; in consiglio decisero per prima cosa di porre fine alle rivalità e ai conflitti esistenti fra loro; ce n'erano parecchi in corso e in particolare il più grave coinvolgeva Ateniesi ed Egineti. Poi, saputo che Serse si trovava a Sardi, decisero di mandare esploratori in Asia a spiare le forze del re, ambasciatori ad Argo per stringere un'alleanza contro il Persiano, altri in Sicilia presso Gelone figlio di Dinomene e a Corcira, per premere per un soccorso a favore della Grecia, e altri ancora a Creta; l'idea era di verificare se mai il mondo greco si unisse in un blocco compatto, e se tutti, di comune accordo, intendessero agire di concerto, visti i gravi pericoli che incombevano in ugual misura su tutti i Greci. Le forze di Gelone avevano fama di essere ingenti, quali nessun'altra città greca poteva superare.

146) Prese queste decisioni e deposti i rancori, per prima cosa mandarono in Asia tre emissari come spie. Essi giunti a Sardi e assunte informazioni sulla spedizione del re, scoperti, furono sottoposti a tortura per ordine dei generali dell'armata terrestre e messi in carcere in attesa di esecuzione. Ne fu decretata la morte, ma Serse dal canto suo, appena ne fu informato, biasimò l'operato dei generali e inviò alcuni suoi dorifori con l'ordine di condurre al suo cospetto le spie, se le avessero trovate ancora vive. Li trovarono ancora vivi e li portarono dal re, il quale, conosciuto lo scopo della loro missione, comandò ai dorifori di condurli in giro e di mostrargli tutto l'esercito dei fanti e dei cavalieri; quando ne avessero avuto abbastanza di osservare, dovevano rilasciarli sani e salvi, liberi di andare dove volevano.

147) A questi ordini aggiungeva la seguente spiegazione: se le spie fossero morte, i Greci non sarebbero stati preavvisati che le sue forze erano superiori a qualunque descrizione, senza contare che uccidendo tre uomini non avrebbero certo inflitto un grave danno ai nemici. Serse era convinto, disse, che se le spie fossero tornate in Grecia, i Greci, sentendo parlare della sua potenza militare, avrebbero rimesso nelle sue mani la loro libertà e così si sarebbe evitato il fastidio di una spedizione contro di loro. Questa opinione somiglia a un'altra espressa dal re quando si trovava ad Abido. Aveva notato infatti delle imbarcazioni cariche di frumento provenienti dal Ponto, che attraversavano l'Ellesponto dirette a Egina e nel Peloponneso. I suoi consiglieri, quando si resero conto che si trattava di navi nemiche, erano pronti a catturarle e fissavano il re in attesa dell'ordine. Serse domandò loro dove fossero dirette ed essi risposero: "Dai tuoi nemici, signore, a portare grano". Replicò Serse: "E proprio dove vanno loro, non ci andiamo anche noi, riforniti di grano e di ogni altro bene? E quindi, che torto ci fanno, loro, a trasportare viveri per noi?".

148) Insomma, terminata la missione e rilasciate, le spie tornarono in Europa. Come seconda iniziativa dopo l'invio degli esploratori, i Greci che avevano giurato alleanza contro il Persiano mandarono messaggeri ad Argo. Ed ecco come andarono le faccende in casa degli Argivi, a sentir loro. Avevano appreso subito, fin da principio, le mosse del barbaro contro la Grecia; essendo al corrente e rendendosi conto che i Greci avrebbero cercato di aggregarli in una alleanza contro il Persiano, avevano inviato una delegazione a Delfi a chiedere al dio come comportarsi per ottenere il risultato migliore. Infatti di recente seimila Argivi erano caduti per mano degli Spartani e di Cleomene figlio di Anassandride e appunto per questo interrogavano il dio. Alle loro domande la Pizia avrebbe risposto così:..."Fà buona guardia, tenendo lo spiedo nel fodero,Argivo, Che, dai vicini odiato, ai Celesti sei caro; e difendi Bene il tuo capo; la testa poi ate salverà la persona.".... (Tu, odioso ai tuoi vicini e caro agli dèi immortali, stattene di guardia, con la lancia in pugno e proteggiti il capo: il capo salverà il corpo). Tale l'oracolo pronunciato, prima, dalla Pizia; poi quando giunsero ad Argo i messaggeri, questi si presentarono nella sala del consiglio e riferirono il messaggio di cui erano incaricati. Alle loro parole gli Argivi risposero di essere disposti ad accogliere l'invito, ma dopo aver stipulato con gli Spartani una pace trentennale e ottenuto il comando di una metà dell'intero esercito alleato; per la verità, dicevano, a voler essere giusti a loro spettava il comando in assoluto, tuttavia si sarebbero accontentati della metà.

149) Il consiglio, a sentire gli Argivi, rispose così benché l'oracolo proibisse loro di entrare nell'alleanza coi Greci; ma essi, pur paventando il responso, desideravano che ci fosse una tregua di trent'anni con gli Spartani perché in quel frattempo i loro figli diventassero adulti; senza la tregua temevano di finire in futuro sotto gli Spartani, nel caso avessero subito un'altra batosta contro i Persiani oltre alla sciagura già verificatasi. Alle dichiarazioni del consiglio i messaggeri che venivano da Sparta obiettarono che circa la tregua avrebbero riferito al popolo, quanto al comando supremo dell'esercito già avevano avuto ordine di replicare, e così stavano facendo, che a Sparta i re erano due, ad Argo uno; era quindi impossibile che uno dei due re Spartani cedesse il comando, mentre nulla impediva che dopo di loro ci fosse il re di Argo con parità di voto. E allora gli Argivi, come essi stessi affermano, non poterono tollerare l'arroganza degli Spartiati e preferirono prendere ordini dai barbari piuttosto che cedere su qualche punto agli Spartani: intimarono agli ambasciatori di lasciare il territorio di Argo prima del tramonto, altrimenti li avrebbero trattati come nemici.

150) Questa dunque è la versione degli Argivi su tali avvenimenti. Ma in Grecia la cosa si racconta diversamente: Serse avrebbe inviato un araldo ad Argo, prima ancora di muovere in armi contro la Grecia. L'araldo, una volta giunto, dichiarò: "Uomini d'Argo, ecco cosa vi dice re Serse: "Noi riteniamo che il nostro capostipite sia Perse, figlio di Perseo di Danae, generato dalla figlia di Cefeo Andromeda. In questo caso noi saremmo vostri discendenti. Pertanto non è giusto né che noi portiamo guerra ai nostri progenitori, né che voi, per aiutare altri, ci diventiate nemici; al contrario, è bene per voi restare a casa vostra in pace. Se tutto andrà come penso, non terrò nessuno in maggiore considerazione di voi"". Si racconta che gli Argivi, udito questo messaggio, gli diedero molta importanza; al momento nulla promisero e nulla pretesero; ma quando poi i Greci li invitarono a unirsi a loro, allora, ben sapendo che gli Spartani non avrebbero condiviso il comando supremo, lo richiesero, per avere un pretesto onde restare neutrali.

151) Concorda con questa versione anche ciò che alcuni Greci raccontano come accaduto molti anni dopo. Callia figlio di Ipponico e i suoi compagni di viaggio si trovavano a Susa, la città di Memnone, in veste di ambasciatori di Atene per trattare un'altra questione, e contemporaneamente anche gli Argivi avevano mandato a Susa una delegazione a chiedere ad Artaserse, figlio di Serse, se vigeva ancora per loro il patto di amicizia stretto con Serse, oppure se erano da lui tenuti in conto di nemici. E re Artaserse avrebbe risposto che il patto era valido più che mai e che non riteneva alcuna città più amica di Argo.

152) Io non sono in grado di affermare con sicurezza se Serse spedì ad Argo l'araldo che disse quello che disse, e se ambasciatori di Argo, saliti a Susa, interrogarono Artaserse sulla reciproca amicizia; e non esprimo in proposito alcuna opinione diversa da quella che gli Argivi stessi dichiarano. Quanto so è che se tutti gli uomini mettessero in comune le proprie private disgrazie con l'intenzione di scambiarle coi vicini, ciascuno, dopo essersi piegato a osservare da vicino le disgrazie del prossimo, si riporterebbe indietro con gioia quelle con cui era venuto. E così non si può dire neppure che gli Argivi abbiano toccato il fondo dell'abiezione. Ma io ho il dovere di riferire ciò che si racconta e non ho affatto il dovere di crederci (e questa affermazione valga per tutta la mia opera); e sì, perché anche questo si dice, che furono proprio gli Argivi, giacché male si era messa la guerra contro Sparta, a chiamare il Persiano contro la Grecia, disposti ad accettare qualunque destino piuttosto che la sciagura in cui si trovavano.

153) Degli Argivi si è detto. In Sicilia erano arrivati altri messi degli alleati per incontrarsi con Gelone, e fra gli altri in particolare Siagro, da Sparta. Un antenato di questo Gelone, che abitava a Gela, era originario dell'isola di Telo, che si trova presso il Trioprio; egli, all'epoca in cui Gela veniva fondata da Antifemo e dai Lindi di Rodi, li seguì. Col tempo i suoi discendenti divennero e continuarono a essere sacerdoti delle dee ctonie, prerogativa che Teline, uno degli antenati, si era procacciato come segue. Alcuni cittadini, rimasti sconfitti in uno scontro fra opposte fazioni di Gela, avevano trovato rifugio nella città di Mactorio, sopra Gela. Li ricondusse a Gela proprio Teline, che non aveva alcuna forza militare, ma solo i sacri oggetti di tali dee. Da dove li avesse presi o se sia stato lui a procurarseli, davvero non sono in grado di dirlo; comunque, fidando nel loro potere, li fece tornare alla condizione che i suoi discendenti fossero in futuro sacerdoti delle dee. Ebbene, circa le notizie da me raccolte mi lascia perplesso anche che a condurre a termine una così notevole impresa sia stato Teline; azioni del genere non sono compiute di solito da un uomo qualunque, ma da un animo valente, da una forza virile: Teline, a sentire gli abitanti di Sicilia, era uomo di tutt'altra, opposta natura, effeminato e molliccio.

154) Così, comunque, si guadagnò il privilegio su menzionato. Alla morte del figlio di Pantare Cleandro, che regnò su Gela per sette anni e morì per mano di un uomo di Gela, Sabillo, prese il potere Ippocrate, fratello di Cleandro. Al tempo della tirannide di Ippocrate, Gelone, discendente del sacerdote Teline, era doriforo di Ippocrate assieme a molti altri, tra i quali Enesidemo, figlio di Pateco. In breve tempo per il suo valore fu nominato comandante di tutta la cavalleria; infatti quando Ippocrate assediò Gallipoli, Nasso, Zancle, Lentini, nonché Siracusa e varie città barbare, Gelone in queste guerre si distinse in modo particolare. Nessuna delle città suddette, tranne Siracusa, sfuggì alla sottomissione da parte di Ippocrate. I Siracusani, sconfitti in battaglia sul fiume Eloro, furono salvati da Corinzi e Corciresi; ma essi li salvarono dopo aver accettato la condizione che Siracusa cedesse Camarina a Ippocrate. Anticamente Camarina apparteneva ai Siracusani.

155) Quando anche Ippocrate, dopo aver regnato tanti anni quanti suo fratello Cleandro, morì presso la città di Ibla, in una guerra da lui intrapresa contro i Siculi, ecco allora che Gelone finse di soccorrere i figli di Ippocrate Euclide e Cleandro, giacché i cittadini non volevano più essere loro soggetti, ma in realtà, sbaragliati in battaglia i cittadini di Gela, strappò ai figli di Ippocrate il potere e lo detenne personalmente. Dopo questo colpo di fortuna, Gelone fece rientrare da Casmene a Siracusa i Siracusani chiamati gamóroi che erano stati scacciati dal popolo e dai loro schiavi, detti Cilliri, e occupò anche questa città: infatti il popolo di Siracusa si arrese e consegnò la città a Gelone che l'aveva assalita.

156) Gelone, dopo aver preso Siracusa, trascurava Gela, che aveva affidato a suo fratello Gerone, e fortificava invece Siracusa: Siracusa per lui era tutto. La città crebbe e fiorì rapidamente. Per cominciare condusse a Siracusa tutti i cittadini di Camarina (di cui rase al suolo la rocca) e li rese cittadini; lo stesso fece con più di metà degli abitanti di Gela. Dei Megaresi di Sicilia, quando, assediati, vennero a patti, trasferì a Siracusa e rese cittadini i benestanti, quelli che avevano scatenato la guerra contro di lui e credevano per questo di fare una brutta fine; i popolani di Megara, invece, che non erano responsabili di questa guerra e che non si aspettavano di subire alcuna vendetta, li condusse pure a Siracusa, ma li vendette fuori della Sicilia. La stessa discriminazione applicò agli Euboici di Sicilia; agiva così nei confronti degli uni e degli altri, perché giudicava il popolino un coabitante assai molesto.

157) In tal modo Gelone era diventato un tiranno potente. Allora, quando giunsero a Siracusa, i messi dei Greci si presentarono a Gelone e gli dissero: "Ci hanno inviato qui gli Spartani, gli Ateniesi e i loro alleati per invitarti ad aderire alla lega contro il barbaro. Saprai certamente che sta assalendo la Grecia, che un Persiano, aggiogato l'Ellesponto e messosi alla testa di tutto l'esercito orientale, si accinge a marciare dall'Asia contro la Grecia, facendo mostra di dirigersi contro Atene, ma avendo in realtà in mente di mettere ai suoi piedi la Grecia intera. Ma tu hai raggiunto un alto livello di potenza, ti appartiene una frazione non minuscola della Grecia, giacché dòmini sulla Sicilia; vieni dunque in aiuto di chi difende la libertà della Grecia, concorri con noi a liberarla. Con tutta la Grecia unita, si raduna un esercito grande e diventiamo in grado di affrontare gli invasori. Ma se alcuni di noi tradiscono e altri negano aiuti e piccola risulta la parte sana della Grecia, allora si può già temere che la Grecia intera soccomba. Non sperare infatti che il Persiano, se ci sconfigge in battaglia e ci sottomette, non venga anche da te; devi prevenire questa circostanza: soccorrendo noi difendi te stesso. Se una impresa è preceduta da una buona riflessione, l'esito il più delle volte suole essere felice".

158) Questo dunque essi dissero, ma Gelone sbottando rispose: "Uomini di Grecia, con un discorso arrogante avete osato chiedermi di venire come vostro alleato contro il barbaro. Ma voi, prima, quando vi pregai di assalire con me un esercito barbaro, quando ero in guerra con i Cartaginesi, quando insistevo che si vendicasse Dorieo, figlio di Anassandride, ucciso dai Segestani, quando vi proponevo di concorrere a liberare gli empori dai quali avete ricavato grandi vantaggi e profitti, voi non siete venuti in mio soccorso, né per me né per vendicare l'uccisione di Dorieo; per quello che vi riguarda, tutto questo paese era in mano barbara. Ma poi le cose mi sono andate bene, anzi per il meglio; e ora che la guerra si è spostata ed è giunta da voi, ecco che ci si ricorda di Gelone! Comunque, anche se ho incontrato il vostro disprezzo, non farò come voi, anzi sono pronto ad aiutarvi fornendovi duecento navi, ventimila opliti, duemila cavalieri, duemila arcieri, duemila frombolieri e duemila effettivi di cavalleria leggera. E mi impegno a fornire vettovaglie per tutto l'esercito dei Greci, finché non avremo portato a termine la guerra. Tutto questo lo prometto a condizione di essere stratego e comandante dei Greci contro il barbaro. Altrimenti non mi unirò a voi personalmente e non vi manderò nessun altro".

159) Siagro, udite queste parole, non si trattenne ed esclamò: "Alti gemiti e lamenti lancerebbe Agamennone Pelopida se sapesse gli Spartiati derubati del comando supremo da Gelone e dai Siracusani! Puoi scordarti questa condizione, che ti cediamo il comando. Se desideri venire in soccorso della Grecia, sappi che dovrai obbedire agli Spartani; se non ti sembra giusto dover obbedire, restatene a casa!".

160) Al che Gelone, constatata l'ostilità delle parole di Siagro, pronunciò questo discorso conclusivo: "Ospite Spartiata, le offese che investono un uomo di solito lo incolleriscono; tu comunque, malgrado le insolenze del tuo dire, non mi hai portato a perdere l'equilibrio nella risposta. Visto che ci tenete tanto al comando supremo, è logico che anch'io ci tenga, più di voi, giacché sono a capo di un esercito più grande del vostro e di una flotta assai più numerosa. Ma se la mia condizione vi ripugna tanto, io recederò in qualcosa e vi propongo di guidare voi la fanteria e io la flotta; oppure, se vi aggrada comandare sul mare, accetto io di condurre la fanteria. E a questo punto o siete soddisfatti di queste condizioni, oppure ve ne andate senza l'alleanza di gente come noi: non c'è altro da fare".

161) Queste erano le proposte di Gelone; il messaggero ateniese, bruciando sul tempo quello spartano, replicò così: "Re di Siracusa, la Grecia ci ha mandati da te non perché ha bisogno di un capo, ma di un esercito. Tu a quanto sembra non sei disposto a inviare un esercito senza essere il capo della Grecia, tu aspiri a dirigerla militarmente. Finché tu chiedevi di guidare l'intero esercito dei Greci, a noi Ateniesi bastava starcene zitti, ben sapendo che lo Spartano era in grado di rispondere anche per tutti e due. Ora che, escluso dal comando supremo, chiedi di avere quello della flotta, eccoti come stanno le cose: anche se lo Spartano te lo concedesse, non te lo permetteremmo noi. Se non la vogliono gli Spartani, questa prerogativa è nostra; se essi desiderano averla, non ci opponiamo, ma non permetteremo a nessun altro di comandare le navi. Invano ci saremmo procurati le più ingenti forze marittime della Grecia, se poi cedessimo il timone ai Siracusani, noi, che siamo Ateniesi, che vantiamo la stirpe più antica, che siamo gli unici fra i Greci a non esserci mai mossi dalle nostre sedi! Anche Omero, il poeta epico, dichiarò che fu uno di noi il più abile tra quelli andati a Ilio a schierare in fila e in ordine un esercito. Questa è la verità e se la diciamo non possiamo per questo essere biasimati".

162) Replicò Gelone come segue: "Ospite ateniese, mi pare che voi abbiate chi comandi, ma non avrete chi obbedisca. Giacché volete avere tutto senza concedere nulla, è bene che vi affrettiate a tornarvene a casa al più presto, ad annunciare alla Grecia che dall'anno le è stata tolta la primavera". Questo il succo del discorso, che voleva dire: ovviamente, come nell'anno la primavera è la stagione più preziosa, così lo era nell'esercito greco la sua armata; paragonava quindi la Grecia privata della sua alleanza a un anno ipoteticamente privato della primavera.

163) Dopo tali negoziati con Gelone, i messi dei Greci ripartirono; Gelone dal canto suo temeva a questo punto che i Greci non fossero in grado di sconfiggere il barbaro, ma giudicava grave e intollerabile l'ipotesi di andare nel Peloponneso e di prendere ordini dagli Spartani, lui che era tiranno di Siracusa; evitò quindi di percorrere questa strada e ne seguì un'altra. Infatti, appena seppe che il Persiano aveva attraversato l'Ellesponto, inviò a Delfi con tre penteconteri un uomo di Cos, Cadmo figlio di Scite, con molto denaro e parole di amicizia, ad attendere l'esito della battaglia: se vinceva il barbaro doveva consegnargli il denaro e terra e acqua delle contrade su cui Gelone regnava; se invece vincevano i Greci, doveva tornare indietro.

164) Questo Cadmo, prima dei nostri avvenimenti, aveva ereditato dal padre la signoria di Cos, saldamente radicata, e poi, spontaneamente, senza che alcuna sciagura incombesse, bensì per senso di giustizia, aveva rimesso il potere nelle mani dei cittadini ed era partito per la Sicilia, dove tolse ai Sami la città di Zancle (quella che cambiò il suo nome in Messina) e vi si stabilì. Gelone mandava a Delfi proprio questo Cadmo, che era giunto in tal modo in Sicilia, per il senso di giustizia sperimentato da Gelone anche in altre circostanze; fra le varie sue oneste azioni Cadmo lasciò il ricordo anche della seguente, non certo la minore di tutte; potendo disporre delle ingenti ricchezze che gli aveva affidato Gelone, non volle impossessarsene, benché gli fosse possibile, ma, dopo il trionfo dei Greci nella battaglia navale e il ritiro di Serse e dei suoi, ecco che se ne tornò in Sicilia, portando indietro tutto il tesoro.

165) Fra gli abitanti della Sicilia circola anche questa versione, ossia che Gelone, pur nella prospettiva di prendere ordini dagli Spartani, avrebbe ugualmente aiutato i Greci, se Terillo, figlio di Crinippo, tiranno di Imera, scacciato da Imera ad opera di Terone, figlio di Enesidemo e tiranno di Agrigento, non avesse fatto venire in Sicilia proprio in quei giorni trecentomila uomini, tra Fenici, Libici, Iberici, Liguri, Elisici, Sardi e Cirnei, agli ordini del generale Amilcare, figlio di Annone e re dei Cartaginesi; Terillo lo aveva persuaso in base al vincolo di ospitalità che a sé lo legava e soprattutto grazie all'interessamento di Anassilao, figlio di Cretina, signore di Reggio, il quale aveva dato in ostaggio ad Amilcare i propri figli e lo spingeva contro la Sicilia per vendicare il suocero. Anassilao, infatti, aveva per moglie una figlia di Terillo, di nome Cidippe. Perciò Gelone avrebbe mandato i tesori a Delfi, perché non era più in condizione di inviare soccorsi ai Greci.

166) E aggiunsero anche questo; accadde che nello stesso giorno in cui Gelone e Terone in Sicilia sconfissero il Cartaginese Amilcare, anche a Salamina i Greci battevano i Persiani. Quanto ad Amilcare, che era cartaginese per parte di padre ma siracusano per parte di madre ed era diventato re dei Cartaginesi per il suo valore, scomparve, mi dicono, durante la battaglia, quando ormai si profilava la sconfitta: non lo si vide più, né vivo né morto, in nessuna parte del mondo; Gelone, in effetti, lo fece cercare dappertutto.

167) C'è un racconto in proposito, degli stessi Cartaginesi, che è verosimile. I barbari combatterono in Sicilia contro i Greci dall'aurora fino a sera tarda (tanto dicono che si protrasse la lotta), e nel frattempo Amilcare nell'accampamento offriva sacrifici e traeva auspici bruciando animali interi su una grande pira; quando vide i suoi uomini in fuga, egli, che era intento a versare libagioni sopra le vittime, si gettò nel rogo e così scomparve, divorato dalle fiamme. In onore di Amilcare scomparso, vuoi nel modo che raccontano i Fenici vuoi altrimenti, (come raccontano i Cartaginesi e i Siracusani), oggi essi offrono sacrifici; e in tutte le colonie fondate gli hanno eretto monumenti, uno dei quali, grandissimo, proprio a Cartagine.

168) E questo basti a proposito della Sicilia. Ecco piuttosto cosa risposero ai messaggeri i Corciresi e quale genere di comportamento tennero; pure loro, infatti, vennero sollecitati dagli stessi che erano andati in Sicilia e con il medesimo discorso rivolto anche a Gelone. I Corciresi lì per lì promisero di inviare aiuti e rinforzi, dichiarando intollerabile la rovina della Grecia; in effetti, dicevano, se la Grecia fosse caduta, non si aspettavano altro che di finire schiavi subito dopo; bisognava invece difenderla quanto più possibile. Risposero dunque con belle parole; al momento buono, però, cambiarono idea: equipaggiarono sì sessanta navi, ma, una volta salpati, a mala pena entrarono nelle acque del Peloponneso, e le tennero ferme all'ancora presso Pilo e il capo Tenaro, nel paese degli Spartani, aspettando anch'essi di vedere come pendevano le sorti della guerra, senza sperare nella vittoria dei Greci, bensì convinti che il Persiano, avendo prevalso di gran lunga, avrebbe dominato su tutta la Grecia. Si comportarono insomma in maniera studiata apposta per poter dire al Persiano: "Sovrano, quando i Greci ci sollecitavano a questa guerra, noi, che pure disponevamo di forze per niente trascurabili e di una flotta che non era la più piccola ma anzi la più numerosa, almeno dopo quella di Atene, noi non abbiamo voluto opporci a te, né operare in qualche modo a te sgradito". Con simili parole speravano di ottenere più degli altri; cosa che, a mio parere, sarebbe senz'altro accaduta. Nei confronti dei Greci si erano fabbricati una scusa di cui poi in effetti si servirono; quando i Greci li accusarono di non averli aiutati, risposero di aver allestito sessanta navi, ma che per colpa dei venti etesii non erano riusciti a doppiare il capo Malea; ecco perché non erano giunti a Salamina ed erano mancati allo scontro navale, senza malizia premeditata. In questo modo essi elusero le accuse dei Greci.

169) Ecco come si comportarono i Cretesi, quando i Greci in tal senso incaricati li invitarono nell'alleanza: mandarono a Delfi a nome di tutti una delegazione per chiedere al dio se fosse vantaggioso per loro soccorrere la Grecia. E la Pizia rispose: "Sciocchi, e poi vi lamentate di tutte le lacrime che vi fece versare Minosse, incollerito per l'aiuto portato a Menelao? I Greci non avevano collaborato a vendicare la sua morte a Camico, e voi invece li aiutaste a rivalersi per la donna rapita a Sparta da un barbaro". I Cretesi, come udirono queste parole riportate dai messi, si astennero dall'inviare aiuti.

170) Si racconta infatti che Minosse, giunto in Sicania (oggi detta Sicilia) alla ricerca di Dedalo, vi perì di morte violenta. Tempo dopo i Cretesi, indotti da un dio, tutti tranne quelli di Policne e di Preso, arrivarono in Sicania con una grande flotta e strinsero d'assedio per cinque anni la città di Camico (ai tempi miei abitata dagli Agrigentini). Infine, non potendo né conquistarla né rimanere lì, oppressi com'erano dalla carestia, abbandonarono l'impresa e se ne andarono. Quando durante la navigazione giunsero sulle coste della Iapigia, una violenta tempesta li spinse contro terra: le imbarcazioni si fracassarono e giacché non vedevano più modo di fare ritorno a Creta, fondarono sul posto una città, Iria, e vi si stabilirono cambiando nome e costumi: da Cretesi divennero Iapigi Messapi e da isolani continentali. Muovendo da Iria fondarono altre città, quelle che molto più tardi i Tarantini tentarono di distruggere subendo una tale sconfitta da causare in quella circostanza la più clamorosa strage di Greci a nostra conoscenza, di Tarantini appunto e di Reggini. I cittadini di Reggio, venuti ad aiutare i Tarantini perché costretti da Micito figlio di Chero, morirono in tremila; i Tarantini caduti, poi, non si contarono neppure. Micito, che apparteneva alla casa di Anassilao era stato lasciato come governatore di Reggio ed è lo stesso che, scacciato da Reggio e stabilitosi a Tegea in Arcadia, consacrò a Olimpia numerose statue.

171) Ma le vicende di Tarantini e Reggini sono solo una parentesi nel mio racconto. A Creta, rimasta spopolata, a quanto dicono i Greci, si insediarono altre genti, specialmente Greci; due generazioni dopo la morte di Minosse scoppiò la guerra di Troia, nella quale i Cretesi si rivelarono non certo i più tiepidi fra gli alleati di Menelao. In ricompensa, al loro ritorno da Troia ebbero carestia e pestilenza, essi e il loro bestiame: Creta rimase spopolata per la seconda volta e gli attuali abitanti dell'isola sono una terza popolazione venuta ad abitare assieme ai superstiti. La Pizia, ricordando questi avvenimenti, li distolse dall'idea di soccorrere i Greci come desideravano.

172) I Tessali inizialmente si schierarono con i Medi per necessità, avendo ben fatto capire che le macchinazioni degli Alevadi non erano di loro gradimento. In effetti, appena venuti a sapere che il Persiano si accingeva a passare in Europa, inviarono messaggeri all'Istmo; all'Istmo si trovavano riuniti i delegati greci, scelti dalle città meglio intenzionate nei confronti dell'Ellade. Giunti al loro cospetto, i messaggeri Tessali dichiararono: "Uomini di Grecia, bisogna presidiare il valico dell'Olimpo, per tenere al riparo della guerra la Tessaglia e la Grecia intera. Noi siamo pronti a contribuire alla difesa, ma bisogna che anche voi mandiate un folto esercito; se non lo manderete, sappiatelo, noi verremo a patti col Persiano; non è ammissibile che solo noi, per il fatto di essere collocati vicino ai Persiani più degli altri Greci, dobbiamo perire per voi. Se non volete aiutarci, non siete in grado di imporci alcuna costrizione: nessuna costrizione può prevalere su ciò che è impossibile, e noi tenteremo da soli di trovare una via qualunque di salvezza". Così parlarono i Tessali.

173) E i Greci, di fronte a ciò, decisero di inviare in Tessaglia via mare un esercito di fanti a presidiare il passaggio; appena radunatesi, le truppe fecero rotta attraverso l'Euripo. Giunte ad Alo nell'Acaia, sbarcarono, si misero in marcia verso la Tessaglia, lasciate sul posto le navi, e arrivarono a Tempe al valico che dalla Macedonia inferiore conduce in Tessaglia lungo il fiume Peneo, fra i monti Olimpo e Ossa. Qui posero il campo; erano convenuti circa diecimila opliti greci, e a essi si aggiunse la cavalleria dei Tessali. Comandavano Spartani e Ateniesi rispettivamente Eveneto figlio di Careno, scelto fra i polemarchi benché non fosse di stirpe reale, e Temistocle figlio di Neocle. Rimasero lì pochi giorni; infatti dei messaggeri inviati dal Macedone Alessandro, figlio di Aminta, consigliarono loro di andarsene via, di non rimanere lì al valico a farsi schiacciare dall'esercito invasore (precisavano l'entità delle truppe e il numero delle navi); di fronte a questo avvertimento (avevano l'aria di dare buoni consigli e il Macedone si rivelava palesemente bene intenzionato nei loro confronti), i Greci seguirono il suggerimento. Secondo me a convincerli fu la paura, quando appresero che esisteva anche un altro accesso alla Tessaglia, nella Macedonia superiore attraverso il paese dei Perrebi, presso la città di Gonno, per dove effettivamente irruppe l'esercito di Serse. I Greci scesero verso il mare, si reimbarcarono e se ne tornarono indietro all'Istmo.

174) Questa spedizione in Tessaglia si verificò quando il re si apprestava a passare dall'Asia in Europa e si trovava ormai ad Abido. E fu così che i Tessali, abbandonati dagli alleati, si schierarono decisamente coi Persiani, senza tentennamenti, tanto da rivelarsi poi, nelle faccende della guerra, utilissimi al re.

175) I Greci, una volta giunti all'Istmo, discutevano, in relazione agli avvertimenti di Alessandro, come e dove impegnare la lotta. Prevalse il parere di presidiare il passo delle Termopili: era chiaramente un passaggio più stretto di quello che immetteva in Tessaglia, ed era l'unico abbastanza vicino al loro paese; del sentiero, attraverso il quale vennero sorpresi alle Termopili, i Greci ignoravano persino l'esistenza prima di averne notizia, ormai giunti alle Termopili, dagli abitanti di Trachis. Deliberarono di impedire al barbaro, presidiando questo passo, di penetrare in Grecia e decisero che la flotta si dirigesse al Capo Artemisio, nella Istieotide; sono due località vicine tra loro, sicché si poteva avere notizie di quello che accadeva da entrambe le parti. Ed ecco come si presentano questi posti.

176) Cominciamo con l'Artemisio. Dal mare di Tracia, da uno specchio aperto, si arriva in un modesto canale fra l'isola di Sciato e la penisola di Magnesia sul continente; a esso, ormai sull'Eubea, fa seguito la spiaggia di Artemisio, sulla quale sorge un tempio di Artemide. La via di accesso alla Grecia, poi, attraverso il paese di Trachis, misura mezzo pletro nel punto più stretto. Non sono qui, comunque, i passaggi più angusti di tutto questo paese, sono davanti e dietro le Termopili: presso Alpeni, dietro, per dove transita appena un carro, e all'altezza del fiume Fenice, davanti, vicino alla città di Antela, un altro varco che ha spazio per un carro soltanto. Il lato occidentale delle Termopili è un monte inaccessibile, scosceso, alto, che si protende fino all'Eta. Sul lato orientale si hanno subito mare e paludi. Nel passo vi sono dei bagni caldi, detti Chitri dalla gente del luogo, e vicino a essi sorge un altare di Eracle. Attraverso questo varco era stato edificato un muro, nel quale, almeno anticamente, c'erano delle porte. L'avevano costruito i Focesi, per paura, quando i Tessali arrivarono dal paese dei Tesproti per occupare l'Eolide (la terra appunto che oggi possiedono). Siccome i Tessali tentavano di sottometterli, i Focesi s'erano premuniti così: e convogliarono la sorgente calda nel passo perché il suolo si impaludasse, tutte studiandole per impedire ai Tessali di invadere il paese. Il muro vecchio era stato eretto in tempi remoti e col passare degli anni era ormai in gran parte rovinato al suolo. Gli uomini che lo rialzarono decisero di difendere la Grecia dal barbaro in quel punto. Vicinissimo alla strada c'è un villaggio, che si chiama Alpeni; da lì i Greci contavano di ricevere approvvigionamenti.

177) Questi luoghi, dunque, parevano adatti ai Greci: in effetti, dopo aver preventivamente esaminato ogni elemento e calcolato che i barbari non avrebbero potuto far valere né la superiorità numerica né la cavalleria, decisero di sostenere lì l'urto dell'invasore della Grecia. Quando poi seppero che il Persiano si trovava nella Pieria, partirono dall'Istmo e si diressero, gli uni, per via di terra, verso le Termopili, gli altri, per mare, verso l'Artemisio.

178) I Greci, quindi, accorrevano in fretta in assetto di guerra; nel frattempo gli abitanti di Delfi, spaventati per se stessi e per la Grecia, interrogavano l'oracolo del dio. E il responso fu un invito a rivolgere preghiere ai venti: i venti sarebbero stati grandi alleati della Grecia. Gli abitanti di Delfi, ricevuto il responso, per prima cosa ne divulgarono il contenuto fra i Greci desiderosi di restare liberi; e poiché costoro avevano una paura terribile del barbaro, riferendo l'oracolo se ne guadagnarono la gratitudine imperitura. Dopodiché dedicarono ai venti un altare in Tia, proprio dove sorge il santuario di Tia figlia di Cefiso, dalla quale prende il nome anche la località, e cercavano di accattivarseli con dei sacrifici.

179) Ancora oggi, in base a quell'oracolo, gli abitanti di Delfi offrono sacrifici propiziatori ai venti. La flotta di Serse, salpando dalla città di Terme, con le dieci navi che meglio tenevano il mare puntò dritto verso Sciato, dove stazionavano di vedetta tre navi greche, una di Trezene, una di Egina e una attica; i Greci, avvistate le navi dei barbari, si diedero alla fuga.

180) I barbari si lanciarono all'inseguimento e catturarono subito quella di Trezene, comandata da Prassino; trascinarono quindi sulla prua della nave il più bello dei suoi marinai e lo sgozzarono, ritenendo di buon augurio che il primo fra i Greci a essere ucciso fosse molto bello. La vittima si chiamava Leone; e forse subì le conseguenze del suo nome.

181) La nave di Egina, il cui trierarca era Asonide, li fece penare non poco, perché vi era imbarcato Pizio, figlio di Ischenoo, che quel giorno diede prova di grande valore: quando la nave stava per essere presa, resistette combattendo fino a che non fu completamente coperto di ferite. E siccome, quando cadde, non era morto ma respirava ancora, i Persiani a bordo delle navi, in considerazione del suo valore, se ne presero a cuore la salvezza: gli cosparsero di mirra le ferite, lo fasciarono con bende di finissimo bisso; e quando tornarono al campo base, lo mostrarono ammirati a tutta l'armata, circondandolo di premure. Gli altri che avevano catturato su questa nave li trattarono invece come schiavi.

182) Le prime due navi furono catturate così. La terza, il cui trierarca era Formo di Atene, fuggendo andò ad arenarsi alla foce del Peneo; i barbari misero le mani sullo scafo ma non sugli uomini, perché gli Ateniesi, appena ebbero fatto arenare la nave, balzarono a terra e marciando in territorio tessalo si portarono ad Atene.

183) I Greci di stanza all'Artemisio appresero questi accadimenti per mezzo di segnali luminosi da Sciato; quando ne furono al corrente, spaventati, si trasferirono dall'Artemisio a Calcide per presidiare l'Euripo, lasciando vedette sulle alture dell'Eubea. Tre delle dieci navi barbare si spinsero fino allo scoglio che sta fra Sciato e Magnesia e che si chiama Mirmeco. I barbari, eretta sullo scoglio una colonna di marmo che avevano portato con sé, salparono da Terme e, poiché l'ostacolo era stato rimosso, navigavano con tutta la flotta; avevano lasciato passare undici giorni dalla partenza del re da Terme. A segnalare loro l'esistenza dello scoglio nel bel mezzo del passaggio era stato Pammone di Sciro. Navigando per tutta la giornata i barbari raggiunsero il capo Sepiade nel territorio di Magnesia e la riviera compresa fra questo promontorio e la città di Castanea.

184) Fino a questa località e fino alle Termopili l'esercito non conobbe perdite e la sua consistenza allora continuava a essere la seguente, in base ai miei calcoli. Sulle navi d'Asia, che erano 1207, l'equipaggio originario composto dai vari popoli ammontava a 241.400 uomini, calcolandone duecento per nave; ma a bordo di queste navi, oltre ai marinai dei singoli paesi d'origine, c'erano trenta soldati fra Persiani, Medi e Saci, ossia un'altra caterva di 36.210 persone. A questo e al numero precedente aggiungerò ancora i marinai delle penteconteri, assumendo che più o meno su ciascuna ve ne fossero circa ottanta; di queste imbarcazioni, come ho detto anche prima, se ne erano radunate tremila; quindi su di esse dovevano esserci 240.000 uomini. Questa dunque era la flotta d'Asia: complessivamente 517.610 uomini. A terra poi i fanti erano 1.700.000, 80.000 i cavalieri. A costoro aggiungerò ancora gli Arabi che guidavano i cammelli e i Libici coi carri, per un ammontare di 20.000 uomini. Sicché, sommando gli effettivi sul mare e sulla terraferma, il totale risulta di 2.317.610 uomini. Questo, come si è detto, era l'esercito partito dall'Asia, senza contare il seguito dei servi, le imbarcazioni addette al trasporto delle vettovaglie e i loro equipaggi.

185) Ma si devono ancora sommare alla cifra fin qui raggiunta le truppe tratte dall'Europa; a questo proposito devo avanzare un'ipotesi. I Greci della Tracia e delle isole adiacenti alla costa tracia, fornivano 120 navi; il che fa 24.000 uomini. Della fanteria che fornirono Traci, Peoni, Eordi, Bottiei e le genti della Calcidica e Brigi, Pieri, Macedoni, Perrebi, Eniani, Dolopi, Magneti, Achei e quanti popolano la costa della tracia, da tutti questi popoli credo che si avessero 300.000 uomini. Queste miriadi sommate alle miriadi provenienti dall'Asia danno un totale di 2.641.610 combattenti.

186) Tale la cifra dei combattenti; quanto alla servitù che li seguiva, agli equipaggi delle imbarcazioni da carico e dei battelli che navigavano assieme all'armata, credo che essi fossero non meno ma più dei soldati. Comunque assumo che equivalessero in numero, non fossero né di più né di meno: e calcolati tanti quanti i combattenti, assommano ad altrettante miriadi. Pertanto Serse figlio di Dario fino al capo Sepiade e alle Termopili guidò 5.283.220 uomini.

187) Questi gli effettivi dell'intero esercito di Serse. Quanto al numero delle donne che facevano il pane, delle concubine e degli eunuchi, nessuno potrebbe precisarlo; e neppure degli animali da tiro e dell'altro bestiame da soma e dei cani d'India al seguito, neppure di questi, da tanti che erano, qualcuno potrebbe dire l'ammontare. Per cui non mi meraviglio affatto che si siano prosciugati dei fiumi, ma piuttosto mi stupisco che siano bastati i viveri a così tante decine di migliaia di persone. In effetti di calcolo in calcolo mi risulta che, se ognuno riceveva giornalmente una chenice di frumento e basta, ogni giorno ne venivano consumati 110.340 medimni. E non tengo conto delle donne, degli eunuchi, delle bestie da tiro e dei cani. E pur essendoci tante decine di migliaia di uomini, per bellezza e prestanza fisica nessuno di loro era più degno di Serse di avere tale comando.

188) La flotta, lasciati gli ormeggi, prese il largo e raggiunse nel territorio di Magnesia la spiaggia che sta fra la città di Castanea e il promontorio Sepiade; le prime navi attraccarono a riva, le altre dietro di esse gettarono l'ancora: dato infatti che la spiaggia non era lunga, ormeggiarono a scacchiera, prue verso il largo, su otto file di navi. Così andò quella notte. All'alba, cessarono sereno e bonaccia, il mare si scatenò e sui Persiani si abbatterono una grande tempesta e un forte vento di levante, che gli abitanti di queste regioni chiamano "d'Ellesponto". Quanti di loro si accorsero che il vento aumentava e quelli ormeggiati in modo adatto prevennero la tempesta tirando in secca le navi: e si salvarono, loro e i loro scafi. Invece tutte le navi che colse al largo, la tempesta le trascinò, in parte verso i cosiddetti Ipni del Pelio in parte verso la spiaggia: alcune cozzarono contro il Sepiade stesso, altre furono sbattute via verso le città di Melibea o di Castanea. Fu una tempesta mostruosa, senza scampo.

189) Si racconta che gli Ateniesi, in base a una profezia, avessero invocato Borea: avevano infatti ricevuto un altro responso, che li invitava a invocare come difensore il loro "genero". Secondo la leggenda dei Greci, Borea aveva una moglie attica, Orizia figlia di Eretteo; perciò gli Ateniesi, a quanto si dice, deducendo da questa parentela acquisita che Borea era il "genero" in questione, quando si accorsero che la tempesta cresceva, o anche prima (erano appostati con la flotta a Calcide in Eubea), offrirono sacrifici a Borea e a Orizia, pregandoli di venire in loro aiuto e di distruggere le navi dei barbari, come già prima all'Athos. Se fu per questo che Borea si abbatté sui barbari alla fonda, io non lo so: gli Ateniesi assicurano che Borea, che già in precedenza li aveva aiutati, anche allora fu autore di quella impresa; e, tornati a casa, gli edificarono un tempio sulle rive del fiume Ilisso.

190) Quelli che riferiscono le cifre più contenute dicono che in questo disastro andarono perdute non meno di quattrocento navi, un numero incalcolabile di uomini e immense ricchezze: al punto che questo naufragio riuscì assai vantaggioso a un uomo di Magnesia, Aminocle figlio di Cratine, che possedeva un terreno vicino al Sepiade; egli, nei giorni seguenti, raccolse molte coppe d'oro e molte d'argento gettate a riva dalle onde e trovò tesori dei Persiani e si impossessò di altri oggetti preziosi a volontà. Ma divenne molto ricco coi suoi ritrovamenti fortunati essendo disgraziato per altri versi: una dolorosa vicenda lo affliggeva, l'aver ucciso suo figlio.

191) Dei battelli adibiti al trasporto dei viveri e delle altre imbarcazioni distrutte non si faceva nemmeno il computo; tanto che i comandanti in capo della flotta, temendo che i Tessali piombassero su di loro quando erano già così malridotti, ordinarono di costruire coi relitti del naufragio un'alta barricata tutto intorno. La tempesta durò tre giorni; infine, immolando vittime, intonando a gran voce invocazioni al vento, e, ancora, sacrificando a Teti e alle Nereidi, il quarto giorno i Magi la placarono; oppure, semplicemente, la bufera decise da sola di cessare. A Teti sacrificarono per aver appreso dagli Ioni la leggenda che la voleva rapita da Peleo in quella località e che attribuiva a lei e alle altre Nereidi la tutela di tutta la riviera del Sepiade.

192) Comunque dopo tre giorni la tempesta era finita. Ai Greci le vedette, scese di corsa dalle alture dell'Eubea il giorno successivo allo scoppio della tempesta, segnalarono il naufragio in corso. I Greci, come lo seppero, dopo aver rivolto preghiere e versato libagioni a Posidone Salvatore, si affrettarono per tornare al più presto all'Artemisio, sperando di trovarsi di fronte poche navi nemiche; così per la seconda volta raggiunsero l'Artemisio e vi stazionarono, venerando Posidone, da allora e fino a oggi, con l'appellativo di Salvatore.

193) I barbari, quando cessò il vento e si calmarono le onde, tratte in mare le navi, veleggiarono lungo la costa, doppiando il promontorio di Magnesia e puntando dritto verso il golfo che porta a Pagase. C'è un luogo in questo golfo di Magnesia, dove, raccontano, Eracle, mandato fuori della nave Argo a cercare acqua, sarebbe stato abbandonato da Giasone e dai suoi compagni all'epoca della spedizione verso Ea nella Colchide alla ricerca del vello; da lì dovevano prendere il largo dopo essersi riforniti d'acqua, e per questo il luogo si chiamò Afete. Qui dunque le navi si misero all'ancora.

194) Ma quindici di queste navi, che erano salpate per ultime e si trovavano molto più indietro, finirono per avvistare la flotta dei Greci all'Artemisio; i barbari la scambiarono per la propria e andarono a cadere a vele spiegate fra i nemici. Le guidava il governatore di Cuma nell'Eolide, il figlio di Tamasi Sandoce, che prima di questi avvenimenti re Dario aveva condannato al supplizio del palo, quando era uno dei giudici reali, in base alla seguente colpa: Sandoce per denaro aveva pronunciato sentenze inique. E già era stato appeso, quando Dario, riflettendo, trovò che Sandoce aveva procurato più bene che male alla casa reale; stabilito questo e riconosciuto di aver agito più con fretta che con saggezza, Dario lo aveva liberato. Insomma, sfuggendo così a re Dario Sandoce si era salvato da morte sicura: ma questa volta, veleggiando verso i Greci, non doveva sfuggire più al suo destino. I Greci infatti, quando li videro avvicinarsi, avendo capito il loro errore li attaccarono e li catturarono facilmente.

195) Era imbarcato su una delle navi, e fu catturato, Aridoli tiranno di Alabanda in Caria; in un'altra il comandante Pentilo, di Pafo, figlio di Demonoo, che guidava dodici navi da Pafo, ma ne aveva perdute undici nella tempesta scoppiata al Sepiade: fu preso all'Artemisio con l'unica superstite. I Greci, avute da essi le informazioni che volevano sull'armata di Serse, li trasferirono, in catene, all'Istmo di Corinto.

196) La flotta dei barbari, escluse le quindici navi che, come ho detto, erano al comando di Sandoce, giunse ad Afete. Serse, che aveva attraversato la Tessaglia e l'Acaia, era penetrato già da due giorni nella Malide con le truppe di terra. In Tessaglia aveva indetto una corsa di cavalli per mettere alla prova la propria cavalleria e quella dei Tessali, avendo sentito dire che era la migliore di Grecia. I cavalli greci persero largamente il confronto. Tra i fiumi della Tessaglia solo l'Onocono non fu sufficiente all'armata che vi si abbeverò: tra i fiumi che scorrono in Acaia neppure il più grande, l'Epidano, neppure quello bastò, se non a malapena.

197) Quando Serse giunse ad Alo in Acaia, le guide del viaggio, che volevano spiegargli tutto, gli raccontarono una leggenda locale riguardante il tempio di Zeus Lafistio: gli narrarono come Atamante figlio di Eolo avesse tramato, di concerto con Ino, di uccidere Frisso; e come in seguito a ciò gli Achei, obbedendo a un oracolo, impongano ai suoi discendenti pene di questo tipo: al più anziano di questa schiatta vietano l'accesso al léito (gli Achei chiamano léito il pritaneo) e pensano loro a esercitare la sorveglianza; se vi entra, non può più uscirne prima di venir sacrificato; e ancora come molti di quelli che correvano il rischio di essere sacrificati, per paura, emigrassero in un altro paese; e se, tornati indietro dopo un po' di tempo, erano sorpresi a entrare nel pritaneo, le vittime erano condotte all'altare ciascuna cinta di bende e accompagnata da una processione. Questa sorte, poi, tocca ai discendenti di Citissoro figlio di Frisso per il fatto che, mentre gli Achei per ordine di un oracolo provvedevano a purificare il paese sacrificando Atamante, figlio di Eolo, e stavano ormai per immolarlo, sopraggiunse questo Citissoro, proveniente da Ea nella Colchide, e lo salvò; con questo gesto attirò sui propri discendenti l'ira del dio. Udito questo racconto, Serse, quando giunse all'altezza del bosco sacro, evitò di entrarvi personalmente e ordinò a tutti i suoi soldati di fare altrettanto, per rispetto tanto della casa dei discendenti di Atamante quanto del santuario.

198) Questo ciò che accadde in Tessaglia e in Acaia. Dalle suddette regioni Serse passò nella Malide, lungo un'insenatura marina in cui ogni giorno si genera un moto di flusso e riflusso. Intorno a questo golfo si estende un territorio pianeggiante, qui aperto là assai angusto; e tutto intorno si ergono montagne elevate e inaccessibili, che chiudono l'intera Malide e sono dette Rocce Trachinie. La prima città nel golfo per chi arrivi dall'Acaia è Anticira, presso la quale scorre e sfocia in mare il fiume Spercheo, che proviene dal paese degli Eniani. A circa venti stadi di distanza dallo Spercheo c'è un altro fiume, chiamato Dira, scaturito, si racconta, per soccorrere Eracle quando era ormai avvolto dalle fiamme. Ad altri venti stadi dal Dira c'è un terzo fiume, denominato Melas.

199) La città di Trachis dista cinque stadi da questo fiume Melas; qui, proprio dove sorge Trachis, si ha anche la parte più aperta del paese fra le montagne e il mare: 22.000 pletri di pianura. A sud di Trachis c'è una gola fra i monti che chiudono la Trachinia: attraverso questa gola, ai piedi della montagna, scorre il fiume Asopo.

200) A sud dell'Asopo c'è un altro torrente, il modesto Fenice, che scende dalle montagne e si getta nell'Asopo. È all'altezza del Fenice che si trova il varco più stretto del paese: vi è tracciata, infatti, appena una strada. Dal fiume Fenice alle Termopili ci sono quindici stadi. Nello spazio fra il Fenice e le Termopili sorge un villaggio, chiamato Antela, accanto al quale scorre l'Asopo prima di andare a sfociare in mare; e intorno al villaggio s'apre un'ampia zona, dove sorge il tempio di Demetra Anfizionide e dove sono situate le sedi degli Anfizioni e il tempio dello stesso Anfizione.

201) Il re Serse aveva il campo nella zona di Trachis, nella Malide; i Greci, invece, si accamparono nel passo. Questa località è chiamata Termopili dalla maggior parte dei Greci, ma Pile dalla gente del luogo e del vicinato. I due contendenti erano dunque attestati in queste località: il Persiano dominava tutta la parte settentrionale fino a Trachis, i Greci i territori verso Noto e mezzogiorno.

202) Ed ecco quali contingenti greci attendevano il Persiano in questa località: trecento opliti Spartiati, mille fra Tegeati e Mantinei (metà ciascuno); centoventi venivano da Orcomeno d'Arcadia e mille dal resto dell'Arcadia: tanti erano gli Arcadi; quattrocento erano gli uomini di Corinto, duecento di Fliunte e ottanta di Micene. Questi erano i Peloponnesiaci presenti. Dalla Beozia c'erano settecento Tespiesi e quattrocento Tebani.

203) A essi si aggiunsero, lì convocati, i Locresi Opunzi con tutte le loro forze e mille Focesi. I Greci, in effetti, li avevano chiamati in soccorso informandoli attraverso messaggeri di essere arrivati come avanguardia: che il resto dell'esercito alleato era atteso da un giorno all'altro, che il mare era sotto controllo, guardato da Ateniesi, Egineti e da quanti prestavano servizio nella flotta; che non avevano nulla da temere: non era un dio, dicevano, l'invasore della Grecia, ma un essere umano, e non c'era né ci sarebbe mai stato un uomo che dopo la nascita non venisse colpito da qualche disgrazia; anzi agli uomini più grandi toccano le sciagure più gravi; quindi anche il capo dell'esercito invasore, in quanto essere umano, era destinato a svegliarsi dai suoi sogni di gloria. E quelli, sentendo simili discorsi, erano accorsi nel paese di Trachis.

204) Ciascun contingente secondo la città di origine aveva un suo comandante, ma il più ammirato e capo di tutto l'esercito era lo Spartano Leonida, figlio di Anassandride, i cui avi erano, risalendo nel tempo: Leonte, Euricratide, Anassandro, Euricrate, Polidoro, Alcamene, Teleclo, Archelao, Egesilao, Dorisso, Leobote, Echestrato, Aghio, Euristene, Aristodemo, Aristomaco, Cleodeo, Illo, Eracle; inaspettatamente Leonida aveva raggiunto a Sparta la dignità di re.

205) Avendo, infatti, due fratelli maggiori, Cleomene e Dorieo, era stato ben lontano dal pensare al trono. Ma poi, morto Cleomene senza lasciare discendenza maschile e non essendoci più Dorieo, morto lui pure, in Sicilia, il trono toccava a Leonida, sia perché era più anziano di Cleombroto (cioè del più giovane tra i figli di Anassandride), sia in particolare perché aveva per moglie una figlia di Cleomene. In quell'occasione Leonida veniva alle Termopili dopo essersi scelto trecento uomini stabiliti che avessero figli. Giunse conducendo con sé dei Tebani (già li ho menzionati nel computo delle truppe), che erano agli ordini di Leontiade figlio di Eurimaco; Leonida si era preoccupato di prendere con sé dalla Grecia i soli Tebani per la seguente ragione: li si accusava, pesantemente, di parteggiare per i Medi; li sollecitò quindi alla guerra con l'intenzione di verificare se gli avrebbero mandato soldati o se avrebbero rifiutato apertamente di allearsi coi Greci. Essi gli inviarono truppe, benché fossero di tutt'altro orientamento.

206) Gli Spartiati avevano inviato per primi Leonida e i suoi perché gli altri alleati, vedendoli, scendessero in campo e non passassero anch'essi al nemico, se venivano a sapere che gli Spartani differivano la partenza. Poiché c'erano di mezzo le feste Carnee, contavano, più tardi, celebrate le feste e lasciato a Sparta un presidio, di accorrere in massa e con rapidità. E altrettanto pensavano di fare anche gli altri; infatti, nello stesso periodo, con questi avvenimenti erano venuti a coincidere i Giochi Olimpici; pertanto, non credendo che la guerra alle Termopili si sarebbe decisa così rapidamente, avevano inviato solo delle avanguardie.

207) Essi dunque pensavano di fare così. Ma i Greci alle Termopili, dopo l'arrivo del Persiano nei pressi del valico, ebbero paura e discutevano di una eventuale ritirata. Gli altri Peloponnesiaci erano del parere di tornare nel Peloponneso e di presidiare l'Istmo; invece Leonida, visto lo sdegno di Focesi e Locresi per questo parere, decise di restare lì e di inviare messaggeri nelle città a chiedere aiuti, giacché erano pochi per respingere l'esercito dei Medi.

208) Mentre essi si consigliavano così sul da farsi, Serse mandò un cavaliere in esplorazione a spiare quanti fossero e cosa stessero facendo; ancora in Tessaglia aveva saputo che lì si era radunato un piccolo esercito e che a comandarlo erano gli Spartani con Leonida, della stirpe di Eracle. Il cavaliere, avvicinatosi all'accampamento, poté spiare e osservare tutto tranne l'esercito: infatti non era possibile scorgere i soldati appostati al di là del muro che avevano eretto e presidiavano; osservò quelli di fuori, le cui armi giacevano davanti al muro. Lì in quel momento erano schierati per caso gli Spartani. E li vide intenti in parte a compiere esercizi fisici in parte a pettinarsi le chiome; stupefatto, li guardava e li contava. Memorizzato per bene ogni particolare, tornò indietro indisturbato: nessuno lo inseguì, incontrò l'indifferenza generale; tornato al suo campo, riferì a Serse tutto ciò che aveva veduto.

209) Serse, ascoltandolo, non riusciva a capire la realtà, e cioè che gli Spartani si preparavano a morire e a uccidere secondo le proprie forze; poiché anzi gli parevano intenti ad attività ridicole, mandò a chiamare Demarato, figlio di Aristone, che si trovava nell'accampamento. Quando fu da lui, Serse lo interrogò su ciascun particolare, desideroso di sapere cosa stessero combinando gli Spartani. E Demarato rispose: "Già mi hai sentito parlare di questa gente, quando eravamo in partenza per la Grecia: ma poi, dopo avermi ascoltato, ridevi di me, che esprimevo il mio parere sull'esito di questa spedizione. Sovrano, per me è una vera impresa praticare la verità di fronte a te. Ascoltami, dunque, anche ora. Questi uomini sono venuti a combattere contro di noi per il passo e ci si stanno preparando. Hanno infatti una regola che vuole così: allorquando si apprestino a mettere a rischio la propria vita si ornano la testa. Sappilo: se piegherai costoro e quelli rimasti a Sparta, non c'è altro popolo al mondo che ti contrasterà opponendosi a te con le armi; ora, in effetti, stai attaccando il regno più bello esistente fra i Greci, gli uomini più valorosi". Serse trovò tale discorso assai poco degno di fede e si rivolse a Demarato una seconda volta chiedendogli come avrebbero fatto gli Spartani a combattere in così pochi contro il suo esercito. E Demarato rispose: "Mio re, trattami pure da mentitore, se le cose non andranno come sostengo".

210) Con queste parole non lo convinse. Serse, pertanto, lasciò passare quattro giorni, sempre sperando che i Greci si ritirassero. Il quinto giorno, poiché non se ne andavano e anzi la loro permanenza gli pareva un atto di insolenza e di follia, Serse, infuriato, mandò contro di loro Medi e Cissi, con l'ordine di farli prigionieri e di condurli al suo cospetto. I Medi si gettarono contro i Greci; molti di essi caddero ma altri subentravano, e non indietreggiavano, benché subissero perdite gravi. Resero chiaro a chiunque, e per primo al re, che c'erano sì tanti uomini, ma pochi veri combattenti. La battaglia durò una giornata.

211) Allora, così duramente malconci, i Medi si ritirarono; ma presero il loro posto i Persiani, quelli che il re chiamava Immortali, agli ordini di Idarne: l'idea era che avrebbero chiuso la faccenda agevolmente. Quando anche questi si scontrarono coi Greci, non ottennero miglior risultato dei Medi, ma proprio lo stesso, perché affrontavano il nemico in uno spazio angusto, si servivano di lance più corte di quelle dei Greci e non potevano far valere la superiorità numerica. Gli Spartani lottarono in maniera memorabile, dimostrando in varie maniere di essere combattenti esperti fra gente che combattere non sapeva: tutte le volte che voltavano le spalle e accennavano a fuggire mantenevano serrate le file; i barbari, vedendoli ritirarsi si lanciavano all'attacco con urla e frastuono; ma gli Spartani, appena raggiunti, si voltavano e li affrontavano, e con questa tattica abbatterono un numero incalcolabile di Persiani. Lì caddero anche alcuni, pochi, fra gli Spartani. I Persiani non riuscendo a forzare in nessun punto il passo, per quanto ci provassero attaccando a frotte e in ogni altra maniera, si ritirarono.

212) Si racconta che durante questi assalti il re, che osservava la battaglia, sia balzato tre volte dalla sedia, in apprensione per il suo esercito. Quel giorno dunque combatterono così. Il giorno seguente i barbari lottarono senza miglior sorte; dato che quelli erano pochi, attaccavano sperando che, coperti di ferite, non sarebbero più stati in grado di opporre resistenza. Ma i Greci erano schierati per reparti e per città e si alternavano in prima linea, tranne i Focesi, che erano dislocati sulla montagna per sorvegliare il sentiero. Non trovando niente di diverso da quanto visto il giorno prima, i Persiani si ritirarono.

213) Proprio quando il re non sapeva più che fare in quel frangente, gli si presentò un abitante della Malide, Efialte figlio di Euridemo, certo convinto di ricevere da lui qualche grande ricompensa, e gli parlò del sentiero che portava alle Termopili attraverso i monti; e così segnò la fine dei Greci che là avevano resistito. In seguito, per paura degli Spartani, Efialte si rifugiò in Tessaglia; dopo la sua fuga, alla riunione degli Anfizioni a Pile, i Pilagori misero una taglia sulla sua testa e più tardi (era rientrato ad Anticira) morì per mano di un uomo di Trachis, Atenade. Atenade uccise Efialte per un'altra ragione, su cui mi soffermerò in un secondo tempo, ma non per questo fu meno onorato dagli Spartani.

214) Così dunque morì Efialte tempo dopo questi avvenimenti. Circola anche un'altra versione dei fatti: sarebbero stati un uomo di Caristo, Orete figlio di Fanagore, e l'Anticirese Coridallo a parlare al re e a indicare ai Persiani la strada intorno al monte; ma io non ci credo affatto. Intanto bisogna considerare che i Pilagori dei Greci non misero una taglia su Orete e Coridallo, ma su Efialte di Trachis, verosimilmente dopo aver raccolto le più sicure informazioni. Inoltre sappiamo che Efialte si era dato alla fuga per questa imputazione; in effetti anche senza essere della Malide, Onete avrebbe potuto conoscere quel sentiero, se aveva frequentato spesso quella regione, ma fu Efialte a mostrare il sentiero attorno al monte; il colpevole è lui e lui io scrivo.

215) Serse si compiacque di quanto Efialte gli prometteva di fare: subito, tutto allegro, ordinò a Idarne e ai suoi uomini di partire; si mossero dall'accampamento all'ora in cui si accendono i lumi. Questo sentiero era stato scoperto dai Maliesi del luogo; dopo averlo scoperto, per di là avevano guidato i Tessali contro i Focesi all'epoca in cui i Focesi, munito il passo con una muraglia, erano al riparo da azioni di guerra. Da così tanto tempo si era rivelato di nessuna utilità per i Maliesi.

216) Ed ecco il tracciato di questo sentiero. Inizia dal fiume Asopo, che scorre attraverso la gola del monte; monte e sentiero portano lo stesso nome, Anopea. Il sentiero Anopea si sviluppa sul dorso della montagna e termina nei pressi della città di Alpeno, che è la prima della Locride in direzione della Malide, vicino alla roccia detta di Melampigo e alle sedi dei Cercopi, dove si trova il punto più stretto del passo.

217) Seguendo tale sentiero fatto così, i Persiani, attraversato l'Asopo, marciarono tutta le notte, avendo a destra i monti dell'Eta e a sinistra quelli di Trachis. Spuntava l'aurora quando giunsero sulla vetta del monte. Nei pressi di questo monte, come ho già spiegato, erano di guardia mille opliti focesi, che difendevano la loro patria sorvegliando il sentiero; la via d'accesso inferiore, infatti, era presidiata da quelli che si è detto, i Focesi invece vigilavano sul sentiero, di loro iniziativa, dopo essersi impegnati in tal senso con Leonida.

218) Ecco come i Focesi si accorsero dei Persiani quando erano ormai lassù. I Persiani in effetti erano riusciti a salire senza farsi vedere perché il monte è tutto ricoperto di querce; c'era comunque calma nell'aria e quando il rumore divenne forte, come era naturale data la massa di foglie sparse sotto i piedi, i Focesi balzarono su e rivestirono le armi; e subito i barbari furono lì. Al vedere uomini intenti a prendere le armi, rimasero sbigottiti: si aspettavano di non trovare il minimo ostacolo e si erano imbattuti in un esercito. Idarne, temendo che i Focesi fossero Spartani, chiese a Efialte la nazionalità di quei soldati; ricevuta l'informazione esatta, dispose i Persiani in ordine di battaglia. I Focesi, fatti segno a ripetuti e fitti lanci di frecce, si rifugiarono in ritirata sulla cima del monte, credendo che i nemici fossero venuti ad attaccare proprio loro, ed erano pronti a morire. Questo pensavano, ma i Persiani di Efialte e di Idarne, senza affatto badare ai Focesi, in fretta e furia, scesero giù dalla montagna.

219) Ai Greci di stanza alle Termopili il primo a predire la morte che li avrebbe colti all'aurora era stato l'indovino Megistia, dopo aver osservato le vittime dei sacrifici. Poi dei disertori portarono notizia dell'accerchiamento persiano (la segnalazione era arrivata quando era ancora notte). Il terzo avviso lo diedero le sentinelle che corsero giù dalle alture, ormai allo spuntare del giorno. Allora i Greci tennero consiglio e i pareri erano divergenti: c'era chi proibiva che si abbandonasse la posizione e chi premeva per il contrario. Quindi si divisero: alcuni di loro si allontanarono, e, sbandatisi, rientrarono nelle rispettive città, altri erano pronti a restare lì assieme a Leonida.

220) Ma si racconta anche che fu Leonida a congedarli: si preoccupava, pare, di sottrarli alla morte, mentre a lui e agli Spartiati presenti non si addiceva abbandonare la postazione che erano venuti espressamente a presidiare. Io sono pienamente d'accordo con questa versione; di più: sono convinto che Leonida, quando si accorse che gli alleati erano scoraggiati e poco disposti a condividere i pericoli, abbia ordinato loro di andarsene, pensando però che a lui la ritirata non conveniva: restando lì lasciava di sé un glorioso ricordo, senza intaccare la prosperità di Sparta. In effetti agli Spartani che la interrogavano circa questa guerra, subito all'inizio delle operazioni, la Pizia aveva risposto che o Sparta sarebbe stata distrutta dai barbari o il suo re sarebbe morto. Ecco il testo dell'oracolo pronunciato in versi esametri:..."O abitanti di Sparta, la vostra città gloriosa Da discendenti di Perseo è distrutta, o la terra lacena Piangere deve la morte del re della stirpe di Eracle: Poichè non furia di tori o leoni trattien l'invasore. Zeus in lui l'impeto infonde; e non credo si fermi fin quando O la cittade o il rege non abbia del tutto sbranato"... (Voi che abitate l'ampia pianura di Sparta, o la vostra grande e gloriosa città dai discendenti di Perseo viene distrutta, oppure no, ma allora il paese di Lacedemone piangerà la morte di un re della stirpe di Eracle. No, non lo tratterrà la forza né dei tori né dei leoni, faccia a faccia; dispone della forza di Zeus; e dico che non si fermerà prima di aver fatto a pezzi l'una o l'altra). Ritengo quindi che Leonida, pensando a queste parole e volendo assicurare la gloria ai soli Spartani, abbia congedato gli alleati e non che quanti se ne andarono se ne siano andati così malamente, nella discordia.

221) A questo riguardo esiste una prova niente affatto trascurabile. Anche l'indovino al seguito dell'esercito, che si diceva discendesse da Melampo, Megistia d'Acarnania, e che osservando le vittime aveva predetto l'immediato futuro, fu congedato da Leonida, come risulta chiaramente, perché non morisse con loro. Ma lui, benché mandato via, rimase e allontanò invece il figlio, a sua volta presente nella truppa, il solo che avesse.

222) Insomma, gli alleati dimessi da Leonida se ne andarono via e gli obbedirono, ma Tespiesi e Tebani rimasero, soli, presso gli Spartani. I Tebani restavano contro voglia e loro malgrado (Leonida in effetti li tratteneva tenendoli in conto di ostaggi), i Tespiesi invece per loro precisa scelta: rifiutarono di andarsene abbandonando Leonida e i suoi, e così, rimanendo sul posto, ne condivisero la sorte. Il loro comandante era Demofilo, figlio di Diadrome.

223) Serse, dopo aver offerto libagioni al sorgere del sole, attese fino all'ora in cui la piazza del mercato è più affollata e quindi ordinò l'assalto; così gli aveva suggerito Efialte: infatti la discesa dal monte è assai più rapida e la distanza molto minore che non l'aggiramento e la salita. I barbari di Serse avanzavano e i Greci di Leonida, da uomini che marciavano incontro alla morte, si spinsero ormai molto più che all'inizio verso lo spazio più aperto della gola. In effetti nei giorni precedenti si difendeva il baluardo del muro ed essi combattevano ritirandosi lentamente verso i punti più stretti; allora invece, scontrandosi fuori dalle strettoie... molti dei barbari cadevano a frotte; dietro di loro infatti, i comandanti degli squadroni, armati di frusta, tempestavano di colpi ogni soldato, spingendoli avanti continuamente. Molti finirono in mare e annegarono, molti di più ancora morivano nella calca calpestandosi a vicenda: nemmeno uno sguardo per chi cadeva. I Greci, sapendo che sarebbero morti per mano di quanti avevano aggirato la montagna, mostravano ai barbari tutta la propria forza, con disprezzo della propria vita, con rabbioso furore.

224) Alla maggior parte di loro, intanto, s'erano ormai spezzate le lance, ma massacravano i Persiani a colpi di spada. E Leonida, dopo essersi comportato veramente da valoroso, cadde in questo combattimento e con lui altri Spartani famosi, dei quali io chiesi i nomi, trattandosi di uomini degni di essere ricordati; e chiesi anche i nomi di tutti i trecento. Caddero allora anche molti altri illustri Persiani, fra i quali due figli di Dario, Abrocome e Iperante, nati a Dario dalla figlia di Artane Fratagune; Artane era fratello di re Dario e figlio di Istaspe di Arsame. Artane nel cedere la figlia in sposa a Dario le assegnò in dote l'intero patrimonio, perché Fratagune era la sua unica figlia.

225) Colà caddero dunque combattendo due fratelli di Serse. Sopra il cadavere di Leonida si accese una mischia furibonda di Persiani e Spartani, finché grazie al loro eroismo, i Greci lo strapparono ai nemici respingendoli per quattro volte. Questo durò fino all'arrivo degli uomini di Efialte. Dal momento in cui i Greci seppero del loro arrivo la battaglia mutò ormai aspetto: i Greci riguadagnarono di corsa la strettoia della strada, superarono il muro e andarono a prendere posizione sulla collina, tutti quanti assieme tranne i Tebani. La collina si trova all'ingresso del passo, dove oggi si erge in onore di Leonida il leone di marmo. Lassù si difendevano colle spade (chi ancora le aveva), con le mani, coi denti; i barbari li tempestavano di colpi, di fronte quelli che li avevano seguiti e avevano abbattuto il baluardo del muro, intorno da tutte le parti gli altri che li avevano aggirati.

226) Spartani e Tespiesi si comportarono altrettanto bene, ma il più valoroso si narra sia stato lo spartano Dienece, che prima dello scontro coi Medi avrebbe pronunciato la seguente battuta. Sentendo dire da uno di Trachis: "Quando i barbari scaglieranno le frecce, copriranno il sole con la moltitudine dei dardi" (tante erano le frecce), Dienece non rimase per nulla scosso da questa osservazione e rispose, mostrando di disprezzare il numero dei nemici, che l'ospite di Trachis stava dando tutte notizie magnifiche: visto che i Medi oscuravano il sole, contro di loro la battaglia si sarebbe svolta all'ombra e non al sole.

227) Queste e altre simili battute lo spartano Dienece lasciò a ricordo di sé, secondo quanto si racconta. Dopo di lui gli Spartani dicono che abbian dato eccellente prova di sé due fratelli, Alfeo e Marone figli di Orsifanto. Fra i Tespiesi si segnalò maggiormente uno che si chiamava Ditirambo, figlio di Armatide.

228) In onore di quanti furono sepolti esattamente là dove caddero e di quanti erano morti prima che partissero i Greci dimessi da Leonida, sono scolpite le seguenti parole:..."Contro trecento miriadi combatterono quì D'uomini quatro migliaia venuti dal Peloponneso."... (Qui, un giorno, contro tre milioni di nemici combatterono quattromila Peloponnesiaci). La precedente iscrizione vale per tutti, la seguente per i soli Spartani:..."Ospite, vanne; e a Sparta tu reca l'annunzio, che quì Per ubbidire alle leggi di lei noi giaciamo"... (Straniero, porta agli Spartani la notizia che noi giacciamo qui, obbedendo ai loro ordini). Così per gli Spartani; in onore dell'indovino:..."Il monumento è questo del glorioso Megistia. Dello Spercheo la corrente varcando, l'uccisero i Medi: Quando, indovino ben certo del sopravvenir delle Parche, Il condottiero di Sparta lasciare e salvarsi non volle".... ( Questa è la tomba del famoso Megistia, ucciso, un giorno dai Medi che avevano varcato il fiume Spercheo, dell'indovino che allora, pur conoscendo il suo destino di morte, si rifiutò di abbandonare il comandante di Sparta). Esclusa la scritta relativa all'indovino, furono gli Anfizioni a onorarli con iscrizioni e con stele. La stele dell'indovino fu fatta scolpire da Simonide figlio di Leoprepe, per ragioni di amicizia.

229) Due dei trecento, Eurito e Aristodemo, si racconta, potendo entrambi accordarsi e mettersi insieme in salvo a Sparta (Leonida li aveva allontanati dall'accampamento, e giacevano infermi ad Alpeni, con gravissimi disturbi agli occhi) oppure morire con gli altri, se non volevano tornare a casa, pur avendo queste due alternative, non vollero intendersi, anzi, in pieno disaccordo, Eurito, avendo saputo della manovra accerchiante dei Persiani, chiese le armi, le indossò e ordinò al suo ilota di condurlo fra i combattenti; quando ve lo ebbe condotto l'ilota fuggì, mentre Eurito si gettava nel folto dei nemici e moriva; Aristodemo, invece, non ebbe animo sufficiente e sopravvisse. Ebbene, se Aristodemo fosse stato infermo lui solo e fosse tornato a Sparta, oppure anche se fossero tornati tutti e due assieme, credo che gli Spartani non si sarebbero sdegnati con loro; invece, poiché uno di loro era morto e l'altro invece, che aveva un'identica giustificazione, s'era rifiutato di farlo, inevitabilmente su Aristodemo ricadde, e pesante, l'ira degli Spartani.

230) Corre voce che Aristodemo si mise in salvo a Sparta così e con questa spiegazione; ma altri raccontano che era stato inviato come messaggero fuori dell'accampamento e poi, pur potendo raggiungere la battaglia in corso, non volle farlo, si attardò lungo il percorso e si salvò; mentre il suo compagno di missione riuscì a riunirsi ai combattenti e cadde sul campo.

231) Tornato a Sparta, Aristodemo fu coperto di vergogna ed emarginato, emarginato come segue: nessuno Spartiata gli accendeva il fuoco o gli rivolgeva la parola; subì l'onta di sentirsi chiamare "Aristodemo il vigliacco".

232) Ma nella battaglia di Platea si riscattò da questa imputazione. Si narra che anche un altro di questi trecento, di nome Pantite, inviato messaggero in Tessaglia, poté salvarsi: costui, al suo ritorno a Sparta, vedendosi disonorato, si impiccò.

233) I Tebani, agli ordini di Leontiade, finché furono con i Greci combatterono, per necessità, contro l'armata del re. Quando videro che i Persiani avevano la meglio, allora, mentre i Greci con Leonida si affrettavano verso la collina, si separarono da loro, andarono incontro ai barbari con le mani protese dicendo, ed era una cosa verissima, che parteggiavano per i Medi, che erano stati fra i primi a dare terra e acqua al Persiano, che erano venuti alle Termopili perché costretti, che non erano responsabili dei gravi colpi subiti dal re; sicché con tali scuse si salvarono. In effetti, a comprovare quanto dicevano c'era la testimonianza dei Tessali. Comunque non ebbero fortuna totalmente: i barbari, li catturarono al loro arrivo, alcuni li uccisero mentre si avvicinavano e alla maggior parte, per ordine di Serse, impressero il marchio reale, a cominciare dal comandante Leontiade, il cui figlio Eurimaco, tempo dopo, lo uccisero i Plateesi perché alla testa di quattrocento Tebani aveva occupato la rocca di Platea.

234) Così combatterono i Greci alle Termopili; Serse chiamò Demarato e lo interrogò cominciando da questa domanda: "Demarato, sei un uomo capace, lo deduco dalla realtà: tutto ciò che avevi predetto si è verificato. Ora dimmi un po' quanti sono gli Spartani rimasti e quanti di loro sono dello stesso genere in battaglia, o se lo sono tutti". Demarato rispose: "Sovrano, il numero complessivo degli Spartani è alto e molte sono le loro città; ma saprai quello che vuoi apprendere. Nella piana della Laconia c'è la città di Sparta, che conta circa ottomila uomini; e sono tutti pari a quelli che hanno combattuto qui; gli altri abitanti della Laconia no, non sono pari; ma valgono anche loro". E Serse riprese: "Demarato, come faremo a battere questa gente senza penare troppo? Spiegamelo, perché tu conosci i particolari dei loro piani, sei stato re a Sparta".

235) Demarato rispose: "Sovrano, se ci tieni tanto ad avere un mio parere, è giusto che io ti dia il migliore. Dovresti inviare in Laconia trecento navi della tua flotta. A ridosso della Laconia c'è un'isola, chiamata Citera che, secondo Chilone, un gran sapiente del mio paese, sarebbe stato meglio per gli Spartani se invece di emergere dalle acque vi fosse sprofondata; si aspettava infatti da un giorno all'altro, che da Citera derivasse qualcosa di simile a quanto sto per esporti: non prevedeva certo la tua spedizione, ma paventava ugualmente qualunque spedizione armata. Muovendo da questa isola le tue navi incutano paura agli Spartani. Con la guerra alle porte di casa, non saranno in grado di venire in aiuto agli altri, quando il resto della Grecia cadrà nelle mani delle truppe di terra; e una volta ridotto in schiavitù il resto della Grecia, lo stato spartano, rimasto solo, è debole. Se non farai così, ecco cosa devi immaginarti: nel Peloponneso c'è uno stretto istmo; in quel punto, dopo che tutti i Peloponnesiaci si saranno confederati contro di te, attenditi battaglie più dure di quelle già sostenute. Se invece farai quanto ho detto, l'istmo e le città si arrenderanno a te".

236) Dopo Demarato prese la parola Achemene, fratello di Serse e comandante della flotta, che assisteva per caso al colloquio e temeva che Serse si lasciasse convincere ad agire così: "Mio re, vedo che accetti le parole di un uomo che è geloso della tua prosperità, se addirittura non tradisce la tua causa; ed è proprio di sentimenti del genere che si compiacciono i Greci: invidiano la buona sorte e detestano la superiorità altrui. Se nelle attuali circostanze, ora che quattrocento navi sono naufragate, tu ne invierai altre trecento intorno al Peloponneso, i tuoi nemici saranno in grado di misurarsi con te. Se invece la nostra flotta rimane unita, troveranno ben difficile attaccarla e non potranno assolutamente tenerci testa. Avanzando di concerto, la flotta intera e le truppe di terra si sosterranno a vicenda. Se invece le dividerai, né tu sarai utile alle navi né le navi a te. Regola bene i tuoi affari, attieniti a questo criterio: non curarti delle mosse dei tuoi nemici, dove porteranno la guerra, che cosa faranno, quanti siano. Sono capaci da soli di pensare a se stessi, come lo siamo noi per quel che ci riguarda. Se affronteranno i Persiani, gli Spartani non rimedieranno davvero all'attuale disastro".

237) Ecco come gli rispose Serse: "Achemene, mi pare che tu parli bene e farò così. Sì, Demarato propone quanto lui crede sia meglio per me, ma il suo consiglio è peggiore del tuo. Tuttavia non sono d'accordo con te su una cosa, che non sia favorevole alla mia causa: lo giudico da quanto mi ha detto prima e dalla realtà; è vero, un cittadino invidia le fortune di un altro e gli è ostile col silenzio: richiesto di un parere non gli darebbe i consigli che ritiene migliori; a meno di non essere un uomo di altissima virtù, e ce ne sono ben pochi. Però un ospite è molto ben disposto verso un ospite in buona fortuna: richiesto di un parere gli darebbe il migliore. Perciò ordino che per il futuro ci si astenga dall'offendere Demarato, che è ospite mio".

238) Detto ciò Serse passò in mezzo ai cadaveri; al corpo di Leonida, avendo udito che era re e comandante degli Spartani, ordinò di tagliare la testa e di piantarla su un palo. Mi pare chiaro da molti altri elementi e da questo in particolare, che Serse si era infuriato contro Leonida, quando era vivo, più che contro chiunque altro; altrimenti nei confronti di questo cadavere non avrebbe travalicato le norme: sì perché tra tutte le popolazioni a me note sono proprio i Persiani a onorare di più i valorosi in guerra. L'ordine venne eseguito da chi ne era stato incaricato.

239) Ma torno ora al punto precedente della mia esposizione che era rimasto sospeso. Gli Spartani furono i primi a sapere che il re stava per marciare contro la Grecia (per questo avevano inviato delegati all'oracolo di Delfi, dove ricevettero il responso da me più sopra riferito) e vennero a saperlo in maniera sorprendente. Demarato, figlio di Aristone, per quanto io credo (e la logica mi soccorre), non era ben disposto verso gli Spartani, nel suo esilio fra i Medi; a questo punto si può cercare di indovinare se quel che fece lo fece per benevolenza o invece con gioia maligna. Quando Serse ebbe deciso di muovere contro la Grecia, Demarato che si trovava a Susa e ne venne a conoscenza, volle informarne gli Spartani. Non aveva altri sistemi per avvisarli, giacché correva il rischio di essere scoperto, e quindi escogitò questo sotterfugio: prese una tavoletta doppia, ne raschiò via la cera e poi incise sul legno della tavoletta la decisione del re; dopodiché riversò della cera sullo scritto, affinché la tavoletta, non contenendo nulla, non procurasse noie a chi la portava da parte delle guardie delle strade. Quando essa giunse a Sparta, gli Spartani non riuscivano a raccapezzarsi finché un suggerimento non venne da Gorgo, figlia di Cleomene e moglie di Leonida, che ci era arrivata da sola: li esortò a raschiare via la cera e avrebbero trovato il messaggio inciso nel legno. Seguirono il suo consiglio, trovarono il messaggio, lo lessero; poi lo divulgarono fra gli altri Greci. Così si narra che sia accaduto.