Biblioteca:Erodoto, Le Storie, Libro IV



				

				

1)Dopo la presa di Babilonia Dario mosse personalmente contro gli Sciti. L'Asia fiorente di uomini e le grandi ricchezze che gli affluivano suscitarono in Dario il desiderio di vendicarsi degli Sciti, in quanto per primi, attaccato il paese dei Medi e sconfitto in battaglia chi ad essi si opponeva, avevano dato inizio all'ingiustizia. In effetti, come già prima ho ricordato, gli Sciti dominarono per ventotto anni la parte settentrionale dell'Asia: gettatisi all'inseguimento dei Cimmeri, irruppero nell'Asia mettendo fine al dominio dei Medi, che ne erano signori prima dell'arrivo degli Sciti. Quando poi gli Sciti, rimasti per ventotto anni fuori della patria, tornarono, così tanto tempo dopo, a casa loro, li attendeva un'impresa ardua quanto la conquista della Media: trovarono ad accoglierli un esercito non indifferente. Era accaduto che le loro mogli, prolungandosi l'assenza dei mariti, s'erano messe con gli schiavi.

2) Gli schiavi, gli Sciti li accecano tutti per la preparazione del latte che bevono; essa avviene così: prendono dei tubi ossei, somigliantissimi a flauti, li introducono nei genitali delle cavalle e vi soffiano dentro con la bocca, e mentre alcuni soffiano altri mungono. Procedono in tal modo, dicono, perché le vene della cavalla, grazie al soffio, si inturgidiscono e le poppe si abbassano. Quando hanno munto il latte, lo versano in panciuti vasi di legno e lo fanno agitare dai ciechi, disposti tutto intorno ai vasi: scremano la parte superiore e la considerano più pregiata, mentre apprezzano meno la parte che resta in basso. Per questo gli Sciti accecano chiunque catturino; in effetti non sono agricoltori, ma nomadi.

3) Da questi loro schiavi, dunque, e dalle loro mogli, nacque una generazione di giovani, i quali, appresa la propria origine, si opposero agli Sciti che rimpatriavano dalla Media. Per prima cosa cercarono di isolare il paese scavando un ampio fossato che si estendeva dai monti del Tauro fino alla palude Meotide, là dove è più ampia; poi, schierandosi di fronte agli Sciti che tentavano di fare irruzione, ingaggiavano battaglia. Si scontrarono varie volte e gli Sciti non riuscivano a prevalere con le armi; allora uno di loro disse: "Che stiamo facendo, amici! Se combattiamo contro i nostri schiavi, assottigliamo le nostre file facendoci uccidere, e uccidendo loro diminuiamo il numero dei nostri futuri sudditi. Per me bisogna mettere via lance e archi; ciascuno deve prendere la frusta del cavallo e spingersi più vicino a loro; finché ci vedevano con le armi si credevano uguali a noi e di uguale nascita, ma quando, anziché con le armi, ci vedranno con la frusta, capiranno che sono nostri schiavi e, riconoscendolo, non opporranno resistenza".

4) Udito il consiglio, gli Sciti lo misero in pratica; e i loro nemici, sbalorditi da quanto avveniva, si dimenticarono della battaglia e si diedero alla fuga. Così gli Sciti dominarono l'Asia e poi, cacciati via dai Medi, rientrarono, come ho detto, nel loro paese. Ed ecco perché Dario, volendo vendicarsi, raccolse un esercito contro di loro.

5) A sentire gli Sciti, il loro sarebbe fra tutti il popolo più recente e avrebbe avuto origine come segue. In quella regione, allora desertica, nacque un primo uomo, che si chiamava Targitao; padre e madre di questo Targitao, dicono (per conto mio non è credibile, ma insomma così dicono), sarebbero stati Zeus e la figlia del fiume Boristene. Nato dunque da tali genitori, Targitao ebbe tre figli, Lipossai, Arpossai e Colassai, il più giovane dei tre. Durante il loro regno sul suolo della Scizia caddero dal cielo degli oggetti d'oro, un aratro, col suo giogo, un'ascia bipenne e una coppa. Il più vecchio dei fratelli li vide per primo e subito si avvicinò per afferrarli; ma mentre si avvicinava l'oro divenne infuocato. Egli allora si ritrasse e si fece sotto il secondo fratello, ma l'oro di nuovo reagì come prima. L'oro arroventandosi si difese dai primi due, ma al sopraggiungere del terzo fratello, il più giovane, smise di essere incandescente, e lui poté portarselo a casa. Al che i due fratelli maggiori di comune accordo cedettero al più giovane l'intero regno.

6) Da Lipossai sarebbe nata la tribù scita detta degli Aucati, da Arpossai, il fratello di mezzo, i Catìari e i Traspi, dal più giovane la stirpe dei re, i Paralati; tutti insieme si chiamano Scoloti, dal nome del re, ma i Greci li chiamarono Sciti.

7) Così gli Sciti narrano la propria origine; quanto agli anni trascorsi complessivamente dal primo re Targitao sino all'invasione di Dario, dicono che siano mille e non uno di più. I re custodiscono l'oro sacro con la massima cura e ogni anno lo venerano con grandi sacrifici propiziatori. Se durante la festa uno dei custodi dell'oro si addormenta all'aperto, costui, dicono gli Sciti, non arriva alla fine dell'anno; perciò gli regalano tanta terra quanta riesca a percorrerne in un giorno a cavallo. Essendo il paese sterminato, Colassai lo spartì in tre regni fra i propri figli, assegnando un territorio maggiore al regno in cui viene custodito l'oro. I territori situati verso nord oltre le estreme regioni abitate della Scizia non si possono né vedere né attraversare più di tanto, si dice, perché vi cadono piume: il suolo e l'aria ne sarebbero pieni, e le piume appunto impedirebbero la visuale.

8) Questo raccontano gli Sciti su di sé e sui territori settentrionali; ecco invece cosa narrano i Greci residenti sul Ponto. Eracle, spingendo i buoi di Gerione, sarebbe giunto nella terra ora occupata dagli Sciti, allora desertica. Gerione risiedeva lontano dal Ponto, abitava nell'isola detta dai Greci Eritia, al di là delle colonne d'Eracle, di fronte a Cadice, nell'Oceano. L'Oceano, dicono i Greci, ha origine nell'estremo oriente dove sorge il sole e scorre tutto intorno alla terra (così dicono, ma non sanno dimostrarlo concretamente). Da là giunse Eracle nel paese detto Scizia: sorpreso dall'inverno e dal gelo, si avvolse nella sua pelle di leone e si addormentò; e nel frattempo, per sorte divina, le cavalle, quelle staccate dal suo carro, sparirono mentre pascolavano.

9) Appena sveglio, Eracle si mise a cercarle, percorrendo in lungo e in largo tutto il paese, finché giunse nella regione cosiddetta di Ilea. Qui, in una grotta, trovò una creatura dalla duplice natura, mezza donna e mezza serpente, donna dai glutei in su e rettile in giù. Eracle guardandola pieno di stupore le chiese se avesse visto in giro, da qualche parte, delle cavalle. Gli rispose che erano in mano sua, le cavalle, e che non gliele avrebbe ridate se prima non faceva l'amore con lei: un prezzo che Eracle accettò. Ma lei, poi, differiva la restituzione delle cavalle desiderando starsene con Eracle il più a lungo possibile, mentre lui voleva riprenderle e andarsene; infine lei gliele rese e disse: "Io ti ho salvato queste cavalle, giunte fino a qui, e tu mi hai dato il compenso: da te ho concepito tre figli. Spetta a te ora indicarmi come agire una volta che siano adulti: li tengo qui (perché io sono la regina di questa regione) o li mando da te?". Così gli chiedeva ed Eracle le rispose: "Quando ti accorgi che i ragazzi sono divenuti ormai uomini, regolati come ti dico e non sbaglierai: se ne vedi uno capace di tendere quest'arco così e di legarsi la cintura come faccio io, insedialo in questo paese: chi invece non riesce a compiere le azioni che dico, mandalo via. Agendo così tu stessa ne sarai felice e avrai realizzato il compito che ti affido".

10) Eracle dunque, dopo aver teso uno degli archi (fino ad allora ne portava due) e mostrato come si doveva allacciare la cintura, consegnò alla donna l'arco e la cintura, che portava una coppa d'oro allacciata alla fibbia; dopodiché si allontanò. La donna, quando i suoi figli divennero adulti, impose loro i nomi di Agatirso al primo, Gelono al secondo, Scita al più giovane; poi, memore delle raccomandazioni di Eracle, eseguì quanto lui le aveva prescritto. E così due dei suoi figli, Agatirso e Gelono, non risultando capaci di superare la prova stabilita, se ne andarono via dal paese, scacciati dalla madre; il più giovane invece, Scita, avendola portata a compimento, vi rimase. Da Scita figlio di Eracle, raccontano, discesero tutti i re succedutisi sul trono di Scizia, e a quella antica coppa risale l'attuale uso scita di portare una coppa appesa alla cintura. Questo dunque aveva compiuto per Scita sua madre. Così raccontano i Greci residenti sul Ponto.

11) Esiste ancora un'altra versione, a cui mi sento molto incline, che narra così. Gli Sciti nomadi che vivevano in Asia, premuti in guerra dai Massageti, attraversarono il fiume Arasse e si trasferirono nel territorio dei Cimmeri (e infatti il paese attualmente occupato dagli Sciti si dice appartenesse un tempo ai Cimmeri). Vedendo giungere gli Sciti, i Cimmeri si consultarono sul da farsi, visto che in arrivo si profilava un esercito immenso: si contrapposero così due pareri, vigorosamente sostenuti entrambi, più forte però quello dei re. Il popolo riteneva che fosse il caso di ritirarsi e di non rischiare contro una massa del genere, i re invece volevano battersi fino all'ultimo contro gli invasori per la loro terra. Nessuno era disposto a cedere, né il popolo ai sovrani né i sovrani al popolo; infine i sudditi decisero di andarsene, abbandonando il paese agli invasori senza combattere, i re invece preferirono giacere uccisi in patria che fuggire insieme con gli altri: pensavano ai privilegi di cui avevano sempre goduto e ai mali che prevedibilmente avrebbero patito in esilio, lontano dalla patria. Presa questa risoluzione, i re si divisero dunque in due gruppi ugualmente numerosi e si affrontarono. Il popolo dei Cimmeri seppellì poi tutti i caduti, periti l'uno per mano dell'altro, presso il fiume Tira (il tumulo è tutt'oggi visibile); e dopo averli seppelliti in tal modo, i Cimmeri uscirono dal paese. Gli Sciti sopraggiunsero e conquistarono una regione ormai deserta.

12) E ancora oggi in Scizia ci sono le Mura Cimmerie e il varco Cimmerio, una regione si chiama Cimmeria, e c'è il cosiddetto Bosforo Cimmerio. Ed è chiaro che i Cimmeri, fuggendo in Asia davanti agli Sciti, colonizzarono la penisoletta su cui ora sorge la greca città di Sinope. Ed è anche chiaro che gli Sciti, nell'inseguirli, penetrarono nel paese dei Medi, sbagliando direzione. In effetti i Cimmeri in fuga si tennero costantemente lungo la costa, mentre gli Sciti, passando sulla sinistra del Caucaso, li inseguirono fin dentro il paese dei Medi, che invasero: avevano deviato piegando verso l'interno. E questa è la terza versione: la raccontano tanto i Greci come i barbari.

13) Aristea, un uomo di Proconneso, figlio di Caistrobio, scrisse in un suo poema epico di essere giunto, posseduto da Febo, fino agli Issedoni; a nord degli Issedoni, disse, abitano gli Arimaspi che hanno un occhio solo, più in là dei quali vivono i grifoni custodi dell'oro; oltre i grifoni e fino al mare gli Iperborei. Questi popoli, tranne gli Iperborei, avrebbero premuto sui loro confinanti, a partire dagli Arimaspi: gli Issedoni furono spinti fuori del loro paese dagli Arimaspi, gli Sciti dagli Issedoni, e i Cimmeri, stanziati lungo le coste del mare meridionale, abbandonarono la loro terra scacciati dagli Sciti. Insomma, neppure Aristea è d'accordo con gli Sciti sulla storia di questa regione.

14) Di dov'era nativo Aristea, l'autore di queste notizie, l'ho detto; ora invece riferirò quanto su di lui udivo raccontare a Proconneso e a Cizico. Narrano infatti che Aristea, il quale per nobiltà di natali non era inferiore a nessuno nella sua città, entrò un giorno in una lavanderia di Proconneso e vi morì; il lavandaio chiuse il negozio e si avviò per avvertire i parenti del defunto. Si sparse per la città la voce che Aristea era morto, ma giunse a contraddirla un uomo di Cizico, proveniente da Artace, il quale sosteneva di averlo incontrato che si dirigeva a Cizico e di aver chiacchierato con lui. E mentre costui ribadiva con ostinazione il suo discorso, i parenti del defunto già erano sulla porta della lavanderia con il necessario per rimuovere il cadavere. Aprirono la porta della stanza, ma di Aristea non c'era traccia, né vivo né morto. Sei anni dopo riapparve a Proconneso e vi compose il poema ora intitolato dai Greci Canti arimaspi: dopo averlo composto sparì una seconda volta.

15) Così si racconta in queste due città, ecco invece cosa so essere capitato agli abitanti di Metaponto in Italia, 240 anni dopo la seconda scomparsa di Aristea, secondo quanto ho scoperto con le mie ricerche a Metaponto e a Proconneso. I Metapontini affermano che Aristea in persona apparve nel loro paese, ordinò di edificare un altare ad Apollo e di erigergli accanto una statua con la scritta "Aristea di Proconneso"; spiegò che essi erano gli unici Italioti presso i quali fosse venuto Apollo e che lui stesso lo aveva seguito: ora era Aristea, allora, quando accompagnava il dio, era un corvo. Detto ciò sarebbe scomparso. I Metapontini, a quanto asseriscono, inviarono una delegazione a Delfi per interrogare il dio sul significato di quell'apparizione, e la Pizia li avrebbe esortati a obbedire al fantasma, perché obbedendo si sarebbero trovati meglio. Essi accettarono il responso ed eseguirono quanto prescritto. E oggi proprio accanto al monumento di Apollo si erge una statua intitolata ad Aristea, circondata da piante di alloro; il monumento di Apollo si trova nella piazza. E questo basti sul conto di Aristea.

16) Quanto al paese da cui è partito il mio discorso, nessuno sa con certezza cosa vi sia al suo nord: in effetti non ho mai potuto raccogliere notizie da qualcuno che si dichiarasse testimone oculare di tali contrade. E nemmeno quell'Aristea da me ricordato poco fa, neppure lui affermò nel suo poema di essere andato oltre gli Issedoni: delle regioni ulteriori parlava per sentito dire, e indicava negli Issedoni le sue fonti. Ebbene, quanto noi con certezza siamo stati in grado di apprendere grazie alle nostre fonti, spingendoci avanti il più possibile, ora qui sarà esposto.

17) Muovendo dal porto dei Boristeniti (che si trova giusto a metà dell'intera costa scitica), muovendo da qui si incontrano per primi i Callippidi, che sono Greco-Sciti, e più a nord un altro popolo, i così chiamati Alizoni. Alizoni e Callippidi praticano le stesse usanze degli Sciti, ma seminano grano, cipolle, aglio, lenticchie e miglio, e se ne cibano. Oltre gli Alizoni vivono gli Sciti aratori, che seminano il grano pure loro, ma non per cibarsene, bensì per venderlo; oltre gli Sciti aratori si trovano i Neuri; a nord dei Neuri, per quanto ne sappiamo, non ci vive uomo.

18) Queste popolazioni sono stanziate lungo il fiume Ipani a ovest del Boristene. Attraversato il Boristene, la prima regione che si incontra, partendo dal mare, è l'Ilea; oltre l'Ilea, nell'interno, dimorano gli Sciti agricoltori, quelli che i Greci residenti sul fiume Ipani chiamano Boristeniti (mentre a se stessi danno il nome di Olbiopoliti). Questi Sciti agricoltori abitano un territorio che si estende verso est per tre giorni di cammino fino al fiume chiamato Panticape e verso nord per undici giorni di navigazione a risalire il Boristene. A settentrione di questi Sciti il territorio è per ampio tratto disabitato; poi dopo il deserto vivono gli Androfagi, una stirpe a sé, estranea al gruppo degli Sciti. Ancora più a nord ormai è deserto pieno e, per quanto ne sappiamo, non vi è stanziato nessun popolo.

19) Proseguendo, a est degli Sciti agricoltori, oltre il Panticape, si è ormai nel paese degli Sciti nomadi che non arano e non seminano un bel niente. L'intera Scizia a eccezione dell'Ilea è spoglia di alberi. I nomadi occupano un territorio che si estende per quattordici giorni di viaggio in direzione est fino al fiume Gerro.

20) Al di là del Gerro ci sono i territori cosiddetti "regi": vi abitano gli Sciti più nobili e più numerosi, che giudicano come loro schiavi gli altri Sciti; essi si spingono verso sud fino alla regione del Tauro, verso est fino al fosso scavato a suo tempo dai figli degli schiavi ciechi e fino al porto cosiddetto di Cremni, sulla palude Meotide; parte di loro arrivano fino al fiume Tanai. A nord degli Sciti reali vivono i Melancleni; oltre i Melancleni ci sono paludi e la zona, per quanto ne sappiamo, è affatto priva di uomini.

21) Passato il Tanai, non è più Scizia: la prima delle porzioni territoriali abitate appartiene ai Sauromati, stanziati a partire dal recesso della palude Meotide e in direzione nord per quindici giorni di viaggio: una regione del tutto spoglia di alberi sia coltivati sia selvatici. Al di sopra dei Sauromati la seconda porzione di territorio è dei Budini, che abitano una terra ricoperta interamente di alberi d'ogni specie.

22) Oltre i Budini, verso nord, dapprima c'è un deserto, per sette giorni di viaggio; dopo la zona desertica, piegando alquanto verso oriente, ci sono i Tissageti, popolazione numerosa ed etnicamente distinta; vivono di caccia. Di seguito, negli stessi territori, sono stanziati i così chiamati Iurci, che vivono anch'essi di caccia, nel modo seguente. Si appostano in agguato sopra gli alberi (che sono numerosissimi in tutta la regione): ciascun cacciatore ha pronto un cavallo, a cui ha insegnato ad acquattarsi sul ventre per dare meno nell'occhio, e un cane; quando avvista la preda dall'alto dell'albero, le scaglia addosso una freccia, poi balza giù sul cavallo e la insegue, mentre il cane la bracca. Oltre gli Iurci, verso occidente, vivono altri Sciti, che si ribellarono agli Sciti regi e vennero così a stabilirsi in questa regione.

23) Fino a questi Sciti tutta la regione fin qui descritta è pianeggiante e fertile: più avanti si fa pietrosa e aspra. Superata anche la zona pietrosa, un'ampia regione ai piedi di alte montagne è abitata da uomini che, si dice, sono tutti calvi dalla nascita, uomini e donne indistintamente, hanno il naso schiacciato e il mento largo, parlano una lingua tutta propria ma si vestono come gli Sciti, e vivono dei frutti degli alberi. Pontico si chiama l'albero del cui prodotto si cibano, ha le dimensioni di una pianta di fico, più o meno, e produce un frutto grande come una fava e che ha il nocciolo; quando è maturo lo filtrano attraverso panni e ne cola un succo denso e scuro, che chiamano "aschi"; se lo sorseggiano e se lo bevono mescolato col latte; di ciò che resta del frutto spremuto fanno delle schiacciate e se le mangiano. Animali non ne allevano molti perché non vi sono buoni pascoli. Ognuno abita sotto una pianta: d'inverno ne avvolge le fronde in un feltro bianco impermeabile, d'estate ne fa a meno. Nessuno commette soprusi nei loro confronti, perché sono considerati uomini sacri, né essi si fabbricano armi da guerra. Sono loro a dirimere le controversie che sorgono fra i popoli confinanti e d'altra parte ogni esule che si rifugi presso di loro non subisce torti da nessuno. Si chiamano Argippei.

24) Fino a tali uomini calvi, dunque, il paese e le genti al di qua sono ampiamente noti; infatti alcuni Sciti si spingono fino a loro e non è difficile ricavarne informazioni; come pure si ricavano dai Greci del porto di Boristene e degli altri empori del Ponto. Gli Sciti che arrivano sino agli Argippei negoziano in sette lingue per mezzo di altrettanti interpreti.

25) Se fino a costoro il paese è conosciuto, sui territori a nord degli uomini calvi nessuno è in grado di riferire con esattezza. La regione è tagliata fuori da alte montagne invalicabili, che nessuno oltrepassa. Da parte loro gli uomini calvi raccontano, ma non mi pare credibile, che sulle montagne abitano uomini con zampe di capra, oltre i quali vivono altri uomini che dormono per sei mesi consecutivi: ma questo proprio non lo accetto assolutamente. A est dei calvi si sa con certezza che vivono gli Issedoni, ma delle regioni più settentrionali, a nord tanto dei calvi che degli Issedoni, non si sa nulla, se non quanto questi stessi popoli raccontano.

26) Ecco dunque quanto si narra sulle usanze degli Issedoni. Quando a un uomo muore il padre, tutti i parenti gli portano animali da allevamento: li sacrificano, ne tagliano le carni e vi aggiungono anche, tagliato a pezzi, il cadavere del padre dell'ospite; mescolano assieme tutte le carni e banchettano. La testa del morto, però, la radono, la puliscono, la indorano e poi la trattano come una immagine sacra, offrendole annualmente grandi sacrifici. Il figlio onora il padre così, come i Greci commemorano i defunti. Inoltre hanno anch'essi fama di essere giusti: e le donne fra loro godono degli stessi poteri degli uomini.

27) Anche sugli Issedoni, dunque, siamo informati. Più oltre verso nord sono gli Issedoni a parlare dell'esistenza di uomini muniti di un solo occhio e di grifi custodi dell'oro: gli Sciti lo riferiscono avendolo udito dagli Issedoni, e noi, che lo abbiamo appreso dagli Sciti, chiamiamo quegli uomini, con voce scita, "Arimaspi": in lingua scita àrima vuol dire "uno" e spu "occhio".

28) Tutta la regione qui menzionata soffre di inverni molto rigidi, e per otto mesi vi regna un freddo addirittura insopportabile; in tal periodo versando a terra dell'acqua non produrrai fango: il fango lo formerai accendendo un fuoco. Si gela il mare e tutto il Bosforo Cimmerio e sul lastrone di ghiaccio gli Sciti residenti al di qua del fossato si mettono in marcia e si spingono oltre con i loro carri, verso il paese dei Sindi. L'inverno si mantiene così per otto mesi; e per i quattro mesi restanti la temperatura è ancora fredda. È un tipo di inverno diverso da tutti gli inverni degli altri paesi: non ci sono piogge degne di nota nella stagione in cui ci se le aspetterebbe, mentre d'estate non smette mai di piovere; i tuoni, assenti quando altrove si fanno sentire, sono fittissimi in estate. Un tuono che si produca d'inverno è accolto con stupore, come un prodigio; lo stesso se si verifica un terremoto, d'inverno come d'estate, in Scizia è considerato un prodigio. I cavalli riescono a sopportare un simile inverno, ma i muli non ce la fanno assolutamente, e neppure gli asini, mentre in altri paesi i cavalli nel gelo muoiono per assideramento e invece asini e muli resistono.

29) Secondo me è questa la ragione per cui in quel paese la razza di buoi "senza corna" è, appunto, priva di esse; me ne dà una prova anche un verso di Omero, dall'Odissea: "... e la Libia, dove presto agli agnelli spuntano le corna", molto esatto: nei paesi caldi le corna crescono rapidamente. Invece nei paesi a clima rigido le corna o crescono poco o non spuntano affatto.

30) Ecco dunque cosa accade lassù per il freddo. Ma io mi meraviglio proprio (e lo dico perché ormai la mia opera è andata a cercarsele fin dall'inizio le digressioni), mi meraviglio che in tutta la regione dell'Elide non possano nascere muli: perché il paese non è freddo né ci sono altre cause palesi. Gli Elei, dal canto loro, affermano che da loro non nascono muli per una maledizione. Così quando è il momento di far accoppiare le cavalle, le portano nei paesi vicini, lì le fanno montare dagli asini finché si ingravidano, dopodiché se le riportano indietro.

31) Quanto alle piume di cui l'aria secondo gli Sciti sarebbe piena e che impedirebbero sia di inoltrarsi nel paese sia di spingere lo sguardo nell'interno, la mia opinione è la seguente: a nord di queste regioni nevica in continuazione, un po' meno d'estate che d'inverno ovviamente. Ora, chi ha già visto da vicino la neve cadere fitta fitta, sa cosa voglio dire: i fiocchi di neve sono simili a piume. E poiché l'inverno là è quello che è, le regioni settentrionali di questo continente non sono abitabili. Credo dunque che gli Sciti e i loro vicini descrivano la neve come piume per paragone. E questo basti sulle regioni dette le più remote del mondo.

32) Degli Iperborei non discorrono né gli Sciti né gli altri abitanti di questo continente, se non gli Issedoni. Ma io credo che anch'essi non dicano niente, altrimenti ne parlerebbero pure gli Sciti, come parlano degli uomini con un occhio solo. Si fa menzione degli Iperborei in Esiodo e anche in Omero, negli Epigoni, ammesso che Omero abbia effettivamente composto tale poema.

33) Le notizie di gran lunga più sostanziose sul conto degli Iperborei le forniscono i Deli: essi affermano che offerte sacre, avvolte in paglia di grano, provenienti dagli Iperborei arrivano nelle mani degli Sciti e dagli Sciti via via passano di gente in gente fino a giungere nel lontanissimo occidente, fino all'Adriatico. Da qui vengono inviate verso sud: i primi Greci a riceverle sono quelli di Dodona, da dove poi scendono al Golfo Maliaco per essere traghettate in Eubea; di città in città giungono a Caristo; Andro viene saltata: i Caristi le recapitano direttamente a Teno, e infine i Teni a Delo. Così dunque arrivano a Delo le sacre offerte, ma in un primo tempo gli Iperborei mandarono a portarle due ragazze, di nome, secondo i Deli, Iperoche e Laodice. Insieme con loro, per proteggerle, gli Iperborei inviarono cinque concittadini come accompagnatori: oggi si chiamano Perferei e a Delo godono di grandi privilegi. Ma poiché i delegati non rientrarono in patria, gli Iperborei, ritenendo grave la possibilità di non più rivedere le persone di volta in volta inviate, portarono le loro offerte ai confini, le consegnarono ai popoli limitrofi avvolte in paglia di grano, pregandoli di farle proseguire ulteriormente. Spedite in tal modo, narrano, le offerte giungono a Delo. Io so di un sistema di offerta molto simile in uso fra le donne della Tracia e della Peonia: quando sacrificano ad Artemide regina, non compiono i riti se non hanno paglia di grano.

34) Che facciano questo lo so. In onore delle vergini degli Iperborei che andarono a Delo e vi morirono si recidono i capelli sia le ragazze sia i ragazzi di Delo: le ragazze si tagliano un ricciolo prima delle nozze, lo avvolgono intorno a un fuso e lo depongono sopra la tomba (la tomba si trova all'interno del santuario di Artemide, sulla sinistra, e sopra vi è cresciuto un olivo); tutti i ragazzi di Delo legano un loro ricciolo intorno a un ciuffo d'erba e lo depongono anch'essi sulla tomba.

35) Tali dunque le onoranze che ricevono dagli abitanti di Delo. Sempre i Deli raccontano che anche Arge e Opi, due vergini iperboree, giunsero a Delo viaggiando attraverso le stesse genti su menzionate e ben prima di Iperoche e Laodice. Ma mentre queste ultime vennero a portare a Ilitia il tributo che gli Iperborei si erano imposto per rendere grazie del rapido parto, Arge e Opi sarebbero venute insieme con le dee in persona; e dicono che a esse altre onoranze furono tributate a Delo: per loro infatti le donne raccolgono denaro invocandone i nomi nel carme composto per l'occasione da Olene di Licia; dalle donne di Delo le isolane e le donne ioniche hanno imparato a celebrare negli inni Opi e Arge e a fare la questua (Olene venne dalla Licia e compose anche gli altri antichi inni che si cantano a Delo); e quando le cosce delle vittime bruciano sull'altare, la cenere residua viene utilizzata per essere sparsa sulla tomba di Opi e di Arge. La tomba si trova nel retro del santuario, verso est, proprio accanto al cenacolo dei Cei.

36) E questo sia sufficiente sul conto degli Iperborei. Né sto qui a raccontare la storia di Abari, il quale si dice fosse un Iperboreo, che avrebbe portato la sua freccia in giro per il mondo senza mai toccare cibo. Se esistono degli uomini iperboreali allora esistono anche gli iperaustrali. Rido quando vedo che molti hanno disegnato la mappa della terra, ma che nessuno ne ha dato una spiegazione ragionevole: raffigurano un Oceano che scorre intorno alla terra, tonda come se l'avessero fatta col compasso, e disegnano l'Asia grande come l'Europa. Ora in poche parole spiegherò io quanto è vasto ciascun continente e quali contorni presenta.

37) Il territorio dei Persiani si estende fino al mare meridionale, il cosiddetto Eritreo; sopra di loro verso nord sono stanziati i Medi, oltre i Medi i Saspiri e al di là dei Saspiri i Colchi sulle rive del mare settentrionale, dove sfocia il fiume Fasi. Questi quattro popoli occupano la regione fra i due mari.

38) Da qui, in direzione ovest, si dipartono dall'Asia e si inoltrano nel mare due penisole, che ora descriverò. La prima si allunga in mare, a nord, a cominciare dal Fasi lungo il Ponto e l'Ellesponto fino al capo Sigeo nella Troade, e a sud si protende in mare, questa stessa penisola, dal golfo di Miriando, adiacente alla Fenicia, fino al promontorio Triopico. In questa penisola sono stanziati trenta popoli.

39) Tale è la prima penisola; la seconda si estende verso il mare Eritreo a partire dalla Persia, comprende in successione il territorio persiano, l'Assiria e l'Arabia; l'Arabia termina, ma solo per convenzione, nel Golfo Arabico, nel quale Dario fece sfociare un canale proveniente dal Nilo. Dalla Persia alla Fenicia la regione si presenta pianeggiante e ampia; dalla Fenicia la penisola si protende nel mare a noi vicino lungo la Siria Palestina e l'Egitto, dove termina; tre soli popoli vivono in questa regione.

40) Ecco dunque i territori asiatici occidentali a partire dalla Persia; i paesi oltre la Persia, la Media, la Saspiria e la Colchide, verso est, verso i primi raggi del sole, corrono da una parte lungo il mare Eritreo e dall'altra, a nord, lungo il Mar Caspio e il fiume Arasse, che scorre verso il levarsi del sole. L'Asia è abitata fino all'India: da qui in poi, verso oriente, nessuno ci vive e nessuno sa dire come sia.

41) Tali sono la forma e l'estensione dell'Asia. La Libia appartiene alla seconda penisola (la Libia infatti succede immediatamente all'Egitto); all'altezza dell'Egitto tale penisola si fa ben stretta. Dal nostro mare al mare Eritreo ci sono centomila orgie, vale a dire un migliaio di stadi; dopo tale istmo la penisola, che ora si chiama Libia, torna ad essere assai ampia.

42) Mi meraviglio dunque di quanti separano con tanto di confini Libia, Asia ed Europa. Le differenze non sono da poco: in lunghezza l'Europa si sviluppa lungo Asia e Libia insieme, in larghezza non mi pare neppure paragonabile. La Libia in effetti si rivela essere interamente circondata dal mare, fuorché nel tratto di confine con Asia. Per quanto ne sappiamo il primo ad averlo dimostrato fu il re d'Egitto Neco: interrotto lo scavo del canale che dal Nilo porta al Golfo Arabico, egli inviò dei Fenici su delle navi con l'incarico di attraversare le Colonne d'Eracle sulla via del ritorno, fino a giungere nel mare settentrionale e così in Egitto. I Fenici, pertanto, partiti dal Mare Eritreo, navigavano nel mare meridionale; ogni volta che veniva l'autunno, approdavano, in qualunque punto della Libia fossero giunti, seminavano e aspettavano il tempo della mietitura. Dopo aver raccolto il grano, ripartivano, cosicché al terzo anno dopo due trascorsi in viaggio doppiarono le Colonne d'Eracle e giunsero in Egitto. E raccontarono anche particolari attendibili per qualcun altro ma non per me, per esempio che nel circumnavigare la Libia si erano trovati il sole sulla destra.

43) Così si riconobbe la prima volta com'è la Libia; poi sono i Cartaginesi a dirlo, in quanto l'Achemenide Sataspe, figlio di Teaspe, non circumnavigò la Libia, benché fosse stato inviato con tale compito: ebbe paura della lunghezza della navigazione e della solitudine e tornò indietro, senza portare a termine la prova che sua madre gli aveva imposto. Sataspe aveva violentato una ragazza, figlia di Zopiro figlio di Megabisso; quando poi per la sua colpa stava per venire impalato per ordine di re Serse, sua madre, sorella di Dario, intercedette per lui, affermando che gli avrebbe imposto una punizione ancora maggiore: lo avrebbe costretto a navigare intorno alla Libia fino a tornare, ultimato il giro, nel Golfo Arabico. A queste condizioni Serse si dichiarò d'accordo, sicché Sataspe venne in Egitto, prese con sé navi e marinai egiziani e salpò alla volta delle Colonne d'Eracle; le varcò, doppiò il capo estremo della Libia, che si chiama Solunte, e diresse la rotta verso sud, percorrendo in molti mesi un lungo tratto di mare; ma gli restava pur sempre il tratto maggiore, voltò la prua e se ne tornò in Egitto. Da qui si recò presso re Serse e gli raccontò che nel punto più lontano raggiunto avevano costeggiato un paese abitato da piccoli uomini vestiti con foglie di palma, i quali, tutte le volte che accostavano a riva, fuggivano verso le montagne abbandonando i loro villaggi; essi vi erano entrati senza danneggiarli, limitandosi a catturarvi qualche animale. Per giustificare il mancato periplo della Libia spiegò che l'imbarcazione non era più in grado di proseguire, ma si era bloccata. Serse non riconobbe come vere le sue parole e lo fece impalare, eseguendo l'antica sentenza, perché non aveva comunque compiuto la prova stabilita. Un eunuco di questo Sataspe scappò via a Samo appena apprese la morte del padrone; si portò via grandi ricchezze che poi finirono nelle mani di un uomo di Samo: io ne conosco il nome, ma preferisco non menzionarlo.

44) La maggior parte dell'Asia fu esplorata all'epoca di Dario, il quale, desiderando sapere dove andasse a sfociare in mare il fiume Indo, che è uno dei due soli fiumi al mondo popolati da coccodrilli, inviò su navi persone di cui si fidava che gli avrebbero riferito la verità, fra le quali Scilace di Carianda. Essi salparono dalla città di Caspatiro e dalla terra dei Patti navigando sul fiume in direzione est, verso il levar del sole, fino al mare; per mare poi puntarono verso occidente e dopo ventinove mesi giunsero nella stessa regione da cui il re egiziano aveva spedito a circumnavigare la Libia i Fenici di cui ho già detto. Dopo il loro periplo, Dario sottomise gli Indiani e cominciò a servirsi di questo mare. E così si è accertato che l'Asia, a eccezione delle regioni più orientali, è per il resto simile alla Libia.

45) L'Europa, invece, è rimasta evidentemente sconosciuta a tutti: si ignora se a est e a nord sia circondata dal mare; si sa però la sua lunghezza, che è pari a quella degli altri due continenti insieme. Non riesco a comprendere perché per una terra sola ci siano tre nomi diversi, derivati da donne, e perché le furono imposti come confini i fiumi Nilo d'Egitto e Fasi di Colchide (altri indicano il Tanai della Meotide e il guado dei Cimmeri); né sono riuscito a sapere chi abbia fissato questi confini e da dove ricavò i nomi. Molti Greci affermano che la Libia è così chiamata dal nome di una donna del luogo; a sua volta Asia sarebbe stato il nome della moglie di Prometeo. L'appellativo Asia per altro se lo rivendicano i Lidi sostenendo che deriva da Asio figlio di Coti figlio di Mane, e non dall'Asia di Prometeo; da questo Asio avrebbe preso nome anche la tribù Asia, a Sardi. Quanto all'Europa, come nessuno sa se è circondata dal mare, così nessuno sa né da dove abbia preso il suo nome né chi sia stato a imporglielo, a meno di sostenere che lo ricavò da Europa di Tiro; prima dunque non avrebbe avuto nome, come gli altri continenti. Ma Europa sicuramente era di origine asiatica e non giunse mai nel nostro continente, quello ora detto Europa dai Greci: si limitò a passare dalla Fenicia a Creta, e da Creta in Licia. E qui si arresti il mio discorso: noi ci serviremo dei nomi tradizionali.

46) Il Ponto Eusino, verso cui Dario muoveva le sue truppe, è la regione che presenta, fra tutte, le popolazioni più ignoranti, escludendo gli Sciti: in effetti nell'ambito del Ponto non sapremmo segnalare per sapienza nessun popolo, se non gli Sciti, né conosciamo alcun uomo di dottrina, se non Anacarsi. La sola ottima trovata, in campo umano, la più astuta a nostra conoscenza, è dovuta alla stirpe degli Sciti; nient'altro suscita la mia ammirazione. La grandissima trovata è che nessuno, se li assale, può più sfuggire loro e nessuno è in grado di sorprenderli, se non vogliono farsi trovare: essi non si costruiscono né mura né città e le case se le trascinano dietro, tirano con l'arco da cavallo, non vivono di agricoltura ma di allevamento, dimorano su carri; come potrebbero non essere invincibili, inattaccabili? E questo l'hanno ottenuto grazie al terreno favorevole e alla presenza di fiumi che si rivelano loro alleati;

47) la regione infatti è pianeggiante, erbosa e ricca di acqua, attraversata da fiumi che sono poco meno numerosi dei canali dell'Egitto. Ora menzionerò i fiumi più rinomati e navigabili dal mare verso l'interno: l'Istro, con le sue cinque bocche, il Tira, l'Ipani, il Boristene, il Panticape, l'Ipaciri, il Gerro e il Tanai; ed ecco come si presenta il loro corso.

48) L'Istro, il maggiore dei fiumi che conosciamo, ha sempre la stessa portata, d'estate come d'inverno; e scorrendo per primo da occidente tra i fiumi della Scizia è anche il più imponente, perché anche altri corsi d'acqua si versano in lui. Di questi fiumi, dunque, che lo ingrossano, cinque passano attraverso la Scizia: gli Sciti li chiamano Porata (ma i Greci Pireto), Tiaranto, Araro, Napari e Ordesso. Il primo da me nominato, il Pireto, è grande e mescola le sue acque all'Istro verso oriente, il secondo, il Tiaranto, più verso occidente ed è più piccolo; l'Araro, il Napari e l'Ordesso si gettano nell'Istro scorrendo in mezzo agli altri due. Questi fiumi lo ingrossano e sono fiumi della Scizia, il Mari invece sfocia nell'Istro provenendo dal paese degli Agatirsi.

49) Dalle vette dell'Emo scendono in direzione nord altri tre affluenti dell'Istro, e cioè l'Atlante, l'Aura e il Tibisi; attraverso la Tracia e i Traci Crobizi scorrono l'Atri, il Noe e l'Artane e si immettono nell'Istro. Dal paese dei Peoni e dal monte Rodope il fiume Scio si getta nell'Istro dividendo a metà il monte Emo. Dal paese degli Illiri scende verso nord il fiume Angro che irrompe nella Pianura Triballica e nel fiume Brongo, e il Brongo nell'Istro: così l'Istro riceve entrambi questi due notevoli corsi d'acqua. Dalla regione a nord degli Umbri si gettano nell'Istro procedendo anch'essi verso settentrione i fiumi Carpi e Alpi. L'Istro in effetti attraversa tutta l'Europa a cominciare dal paese dei Celti, che sono gli ultimi abitanti dell'Europa verso occidente prima dei Cineti; scorrendo attraverso l'Europa, l'Istro va a finire nella pianura della Scizia.

50) In tal modo, cioè col concorso degli affluenti nominati e di molti altri, l'Istro diventa il più grande dei fiumi, giacché, a confrontare le singole portate d'acqua, al Nilo spetta il primato di volume: nel Nilo nessun fiume confluisce, nessun corso d'acqua vi sfocia e contribuisce a ingrossarlo. L'Istro ha sempre identica portata, d'estate e d'inverno, e la ragione a mio parere è la seguente: d'inverno è come è, un po' maggiore di quanto comporta la sua natura; in effetti d'inverno queste regioni sono bagnate ben poco dalla pioggia, per lo più si coprono di neve. D'estate la neve caduta nell'inverno, copiosissima, si scioglie e affluisce da ogni parte nell'Istro; lo ingrossa, dunque, la neve, ma anche continue e violente piogge; perché d'estate piove. Il sole fa evaporare verso di sé tanta più acqua d'estate che in inverno, quanto maggiori d'estate rispetto all'inverno sono le acque che si mescolano all'Istro. I due contrari fenomeni si compensano a vicenda, e l'Istro appare sempre uguale a se stesso.

51) L'Istro è solo uno dei fiumi della Scizia; dopo l'Istro c'è il Tira, proveniente dalle regioni settentrionali: ha origine da un grande lago che segna il confine fra la Scizia e la terra dei Neuri. Alla sua foce sorge un insediamento di Greci, i cosiddetti Tiriti.

52) L'Ipani, terzo fiume, viene dalla Scizia, da un grande lago sulle cui rive vivono bianchi cavalli selvaggi; questo lago si chiama a buon diritto Madre dell'Ipani. Dal lago e per cinque giorni di navigazione l'Ipani scorre poco profondo e la sua acqua è dolce, ma da lì, e per quattro giorni verso la foce, l'acqua si fa terribilmente amara: vi confluisce infatti un ruscello amaro, ma così amaro che, pur essendo piccolissimo, rovina tutto l'Ipani, che è un fiume grande come pochi. La sorgente si trova al confine fra gli Sciti aratori e gli Alizoni. Il nome della sorgente e della località da cui scaturisce è Esampeo in lingua scita e le Sacre Vie in lingua greca. All'altezza degli Alizoni il Tira e l'Ipani si accostano, oltre divergono e scorrono ampiamente distanziati.

53) Il quarto fiume è il Boristene, il maggiore fra questi dopo l'Istro e il più utile, a nostro giudizio, non solo fra i fiumi della Scizia, ma in assoluto, secondo solo al Nilo dell'Egitto; al Nilo in effetti non si può paragonare alcun fiume, ma dei restanti il Boristene è il più utile: offre al bestiame pascoli bellissimi e assai curati, pesci particolarmente buoni in gran quantità, ha un'acqua gradevolissima a bersi, scorre puro in mezzo a corsi d'acqua limacciosi; sulle sue rive le messi sono splendide e dove il terreno non è coltivato cresce un'erba foltissima. Alla sua foce si cristallizzano spontaneamente mucchi di sale senza fine, fornisce pesci enormi privi di lische, adatti alla conservazione sotto sale, che si chiamano "storioni", e molte altre autentiche meraviglie ittiche. Fino al paese di Gerro, distante quaranta giorni di navigazione, si sa che proviene da nord, più oltre non c'è essere umano che sappia dire per che regioni scorra: evidentemente fluisce attraverso un deserto verso il paese degli Sciti agricoltori. Questi Sciti abitano attorno alle sue rive per un tratto pari a dieci giorni di navigazione. Il Boristene è l'unico fiume, col Nilo, di cui non so indicare le sorgenti; del resto nessun Greco credo lo sappia. Il Boristene in un tratto ormai non lontano dal mare riceve le acque dell'Ipani, che sfocia nella medesima palude. La zona compresa tra i due fiumi, un vero cuneo di terra, è detta Promontorio di Ippolao; vi sorge un tempio di Demetra; oltre il santuario, sull'Ipani, abitano i Boristeniti.

54) Tali sono le notizie su questi fiumi; il quinto fiume, poi, si chiama Panticape: proviene anch'esso da nord e da un lago; fra il corso suo e quello del Boristene vivono gli Sciti agricoltori; sbocca nell'Ilea, oltrepassata la quale confluisce nel Boristene.

55) Il sesto è l'Ipaciri, che ha origine da un lago e attraversa nel mezzo gli Sciti nomadi e sfocia presso la città di Carcinitide, chiudendo sulla sua destra l'Ilea e il cosiddetto Corso d'Achille.

56) Settimo è il fiume Gerro, che si divide dal Boristene proprio nel punto fino al quale si spinge la nostra conoscenza del Boristene: la regione in cui si separa si chiama Gerro, come il fiume stesso. Prosegue poi verso il mare segnando il confine fra la regione degli Sciti nomadi e il paese degli Sciti regi; si immette nell'Ipaciri.

57) Ottavo è il fiume Tanai: ha origine da un lago e va a sfociare in un lago ancora più grande, la Palude Meotide, che separa gli Sciti regi dai Sauromati. Nel Tanai si getta un altro corso d'acqua, l'Irgi.

58) Tali sono dunque i fiumi famosi di cui godono gli Sciti. Per il bestiame il foraggio che cresce nella Scizia è il più attivo a produrre bile fra tutte le erbe a nostra conoscenza; ci si può rendere conto che è così sventrando gli animali.

59) Le risorse fondamentali gli Sciti le hanno dunque facilmente a disposizione; per il resto ecco le loro consuetudini. Venerano soltanto le seguenti divinità: Estia, principalmente, poi Zeus e la Terra, che ritengono moglie di Zeus, poi Apollo, Afrodite Urania, Eracle e Ares. Questi sono gli dèi di tutti gli Sciti; gli Sciti regi compiono sacrifici anche in onore di Posidone. In lingua scita Estia si chiama Tabitì, Zeus (a mio parere il nome è appropriatissimo) è detto Papeo; Terra si dice Apì, Apollo Getosiro, Afrodite Urania Argímpasa e Posidone Tagimasáda. Di regola non edificano né statue, né altari, né templi, se non ad Ares: per Ares è un'usanza normale.

60) La tecnica sacrificale è identica per tutte le cerimonie ed è la seguente: la vittima sta in piedi con le zampe anteriori legate, il sacrificante si pone dietro la bestia e la fa cadere dando uno strappo all'estremità della corda; mentre l'animale cade il sacrificante invoca il dio cui il sacrificio è destinato, poi passa un laccio intorno al collo dell'animale, vi introduce un bastone e lo gira fino a strozzare la vittima; fuoco, offerta di primizie e libagioni non ce ne sono. Dopo averla strozzata e scuoiata si accinge a cuocerla.

61) E poiché la Scizia è terribilmente povera di legname ecco quale sistema di cottura hanno escogitato. Quando scuoiano la bestia, separano la carne dalle ossa e la gettano, se ce l'hanno, in lebeti di fabbricazione locale, molto simili ai crateri di Lesbo, ma assai più grandi. Qui dentro la cuociono accendendovi sotto il fuoco con le ossa delle vittime. Se non hanno un lebete a disposizione, alcuni introducono tutte le carni nel ventre della vittima, vi aggiungono acqua e le mettono ad arrostire sul fuoco d'ossa. Le ossa bruciano benissimo e le pance contengono agevolmente le carni disossate; in questo modo un bue basterà a cuocere se stesso e così ogni altro capo di bestiame. Quando le carni sono cotte il sacrificante sceglie come primizie pezzi di carne e di interiora e le scaglia davanti a sé. Sacrificano anche altre specie di animali e soprattutto cavalli.

62) Agli altri dèi offrono sacrifici così e con questi animali, ad Ares invece come segue: nei vari distretti di ciascuno dei regni hanno un santuario di Ares fatto così: vengono accatastate fascine di legna per tre stadi in lunghezza e altrettanti in larghezza; l'altezza è inferiore. Sopra la catasta si costruisce un piano quadrangolare scosceso su tre lati e accessibile dal quarto. Ogni anno vi ammassano sopra centocinquanta carri di legna, dato che le intemperie riducono di volta in volta il materiale. Su questo cumulo in ogni distretto viene piantata una spada antica di ferro, a mo' di immagine di Ares, e a questa spada offrono annuali sacrifici di bestiame e di cavalli in maggior numero che non agli altri dèi. I nemici catturati vivi li uccidono in ragione di uno su cento, non come fanno con gli animali, ma in un altro modo: gli versano del vino sulla testa e li sgozzano sopra un vaso; portano poi tale recipiente in cima alla catasta di legna e versano il sangue sulla spada. Il sangue lo portano di sopra, sotto invece accanto al santuario compiono un altro rito: tagliano la spalla destra e il braccio delle vittime e li scagliano in aria, poi, quando hanno finito con le altre vittime se ne vanno; il braccio resta lì dove cade, lontano dal cadavere.

63) Tali sono dunque i loro riti sacrificali. Maiali non ne usano per niente, e nemmeno ne vogliono allevare nel loro paese.

64) Ecco poi come si regolano per la guerra. Quando uno Scita ha abbattuto il primo nemico, ne beve il sangue: di tutti quelli che ha ucciso in battaglia porta la testa al re, perché se si presenta con delle teste partecipa alla spartizione del bottino eventualmente conquistato, altrimenti no. Effettuano così lo scalpo: incidono la pelle tutto intorno alla testa all'altezza delle orecchie, la afferrano e la strappano via; poi con una costola di bue ciascuno la scarnifica e la rende morbida con le sue mani; dopo la concia se la tiene come se fosse una pezzuola: la appende ai finimenti del proprio cavallo e se ne vanta, perché chi possiede più pezzuole è considerato il più valoroso. Non pochi con questi scalpi si fanno persino dei mantelli da indossare, cucendoli assieme come fossero casacche da pastori. Molti poi asportano la pelle della mano destra ai cadaveri dei nemici, con tutte le unghie, e ne fanno coperchi per le faretre. La pelle umana risultava appunto spessa e lucida, la più lucida forse, per bianchezza, fra tutte le pelli. Molti scorticano addirittura interi uomini, ne tendono la pelle fra dei legni e la portano in giro a cavallo.

65) Tali sono dunque le loro consuetudini. Le teste poi, non di tutti, ma quelle dei peggiori nemici, le trattano così: segano la calotta cranica sotto le sopracciglia e la ripuliscono; poi, se uno è povero si limita a rivestirla esternamente con pelle di bue non conciata e se ne serve così come tazza, se invece è ricco, oltre alla pelle di bue esterna, la riveste d'oro internamente. Fa così anche con i familiari, se sia sorta una lite, chi riesca a prevalere in giudizio davanti al re. E quando uno riceve degli ospiti un po' importanti, gli mostra queste teste e gli spiega che si tratta di parenti che gli hanno portato guerra e sui quali lui ha trionfato: e ne parla come di una autentica impresa valorosa.

66) Una volta all'anno, ogni anno, ciascun governatore di distretto nella propria provincia mescola vino e acqua in un cratere; a tale cratere attingono tutti gli Sciti che abbiano ucciso dei nemici. Gli Sciti che non l'abbiano fatto non possono assaggiare questo vino e stanno seduti in disparte disprezzati: il che per loro è un'orrenda vergogna; gli Sciti, poi, che hanno ucciso parecchi nemici bevono contemporaneamente con due coppe.

67) Fra gli Sciti ci sono molti indovini che si servono per i loro vaticini di numerose verghe di salice: portano dei grossi fasci di verghe e li appoggiano per terra, li sciolgono e posando le verghe una per una profetizzano; sempre profetizzando raccolgono ancora i fuscelli e di nuovo li posano uno per uno. Questa è l'arte divinatoria ricevuta dai loro padri; gli Enarei invece, gli androgini, fanno risalire agli insegnamenti di Afrodite la loro tecnica di divinazione, che si fa con la corteccia di tiglio: tagliano in tre striscioline la corteccia del tiglio, poi pronunciano l'oracolo intrecciandole e slegandole dalle dita.

68) Quando il re degli Sciti si ammala, manda a chiamare i tre indovini più rinomati, i quali danno il loro responso nel modo suddetto; per lo più essi affermano che il tale o il tal altro (e indicano le persone a cui si riferiscono) ha spergiurato in nome del focolare reale. In effetti è consuetudine degli Sciti, quando vogliono fare il giuramento più solenne, giurare sul focolare reale. Subito l'individuo dichiarato spergiuro viene catturato e condotto dagli indovini; quando è davanti a loro lo accusano: dalla divinazione, affermano, risulta che lui ha spergiurato sul focolare reale e che per questa regione il re è malato. Quello nega, sostenendo di non aver spergiurato e protesta. Visto che nega, il re manda a chiamare altri indovini, in numero doppio; se anche questi osservando il rituale divinatorio lo riconoscono colpevole di spergiuro, immediatamente gli si taglia la testa: e i suoi beni se li spartiscono a sorte i primi indovini; se invece gli indovini sopraggiunti lo scagionano dall'accusa, si chiamano altri indovini e poi altri ancora; se la maggior parte di loro è per l'innocenza, tocca ai primi indovini di essere mandati a morte.

69) E li uccidono così: caricano di fascine un carro e vi aggiogano dei buoi, incatenano gli indovini per i piedi e gli legano le mani dietro la schiena, li imbavagliano e li costringono in mezzo alla legna; appiccano fuoco ai sarmenti e lasciano andare i buoi, dopo averli così terrorizzati. Molti buoi finiscono carbonizzati insieme con gli indovini, molti, anche mezzo bruciacchiati, riescono a scampare quando il timone del carro sia stato ridotto in cenere dalle fiamme. Anche per altre colpe spediscono al rogo gli indovini nel modo suddetto, e li chiamano pseudoindovini. Se è il re a mandarli a morte non ne risparmia nemmeno i figli: i maschi li uccide tutti, alle femmine invece non torce un capello.

70) Ecco come si comportano gli Sciti quando giurano: versano del vino in una grande coppa di terracotta e vi aggiungono un po' di sangue delle persone che stringono il patto; a tale scopo si colpiscono con una lesina o si praticano col coltello una piccola incisione superficiale; poi immergono nella coppa una spada, delle frecce, un'ascia e un giavellotto. Fatto ciò, pronunciano molte preghiere rituali e vuotano, bevendo, la coppa, sia quelli che stringono il patto sia i più autorevoli del loro seguito.

71) Le tombe dei re si trovano fra i Gerri, nel punto estremo fino a cui il Boristene è navigabile. Là, quando gli muore il re, scavano una enorme fossa di forma quadrata; dopo che la fossa è pronta, prendono il corpo del re (tutto cosparso di cera, col ventre che è stato aperto e ripulito, riempito di cipero in polvere, di aromi, di semi d'apio e di aneto e poi di nuovo ricucito) e su di un carro lo trasportano presso un altro popolo. Quelli che ricevono il cadavere trasportato si comportano esattamente come gli Sciti regi: si recidono un pezzo di orecchio, si radono i capelli tutto intorno alla testa, si tagliuzzano le braccia, si graffiano la fronte e il naso, si trafiggono con frecce la mano sinistra. Di là portano sul carro il cadavere del re presso un altro popolo a loro sottomesso; li seguono gli abitanti della prima regione in cui erano giunti. Quando hanno fatto il giro di tutti i popoli, portando il cadavere, si trovano fra i Gerri, gli ultimi fra i popoli loro soggetti, nel luogo delle sepolture. Depongono il morto nella camera sepolcrale sopra un pagliericcio e piantano lance ai due lati del cadavere; sopra le lance appoggiano dei legni, poi ricoprono con stuoie l'impalcatura così ottenuta; nell'ampio spazio libero della camera seppelliscono una delle concubine del re dopo averla strangolata, nonché un coppiere, un cuoco, uno scudiero, un servo, un messaggero, e cavalli, una scelta di tutti gli altri beni e coppe d'oro; d'argento niente e neppure di bronzo. Dopodiché tutti si affannano a innalzare un grande tumulo, impegnandosi al massimo, in gara, per farlo il più alto possibile.

72) Ed ecco ancora cosa fanno quando è trascorso un anno: prendono i più adatti di tutti i servi rimasti (che sono Sciti di nascita, perché servi divengono solo gli Sciti a cui il re lo ordina; non ci sono da loro servi comperati) e ne strangolano una cinquantina; ammazzano anche cinquanta cavalli di gran pregio: ne svuotano il ventre, lo purificano, lo riempiono di paglia e lo ricuciono. Fissano poi su due paletti una mezza ruota rovesciata, l'altra mezza ruota su altri due paletti e ne piantano in terra tanti così in tale modo; poi infilano grossi pali dentro i cavalli nel senso della lunghezza fino alla gola e li appoggiano sulle ruote. Le prime mezze ruote sostengono le spalle dei cavalli le mezze ruote posteriori reggono le pance all'altezza delle cosce; le zampe restano penzolanti da entrambe le parti. Mettono morsi e redini ai cavalli, tendono le redini in avanti e le legano a dei pioli. Su ciascun cavallo issano ciascuno dei cinquanta giovani strangolati: li issano così dopo avergli infilato lungo la colonna vertebrale, fino alla gola, un bastone la cui parte inferiore conficcano in un foro praticato nell'altro palo, quello che attraversa il cavallo. Sistemano questi cavalieri tutto intorno alla tomba del re e poi si allontanano.

73) Ecco dunque come seppelliscono i re; quando muoiono gli altri Sciti, i loro parenti più stretti li trasportano, stesi su carri, in giro dagli amici: ciascuno degli amici, accogliendo il corteo, allestisce un banchetto per gli accompagnatori e imbandisce anche per il morto parte di tutto ciò che offre agli altri. I semplici cittadini vengono trasportati così per quaranta giorni, poi li si seppellisce. Dopo i funerali gli Sciti si purificano come segue: si ungono la testa e poi se la insaponano e la lavano; per il resto del corpo procedono in questo modo: fissano a terra tre bastoni in piedi uno contro l'altro, vi stendono sopra coperte di lana, le serrano il più stretto possibile, poi in un catino piazzato in mezzo alle pertiche e sotto le coperte gettano pietre arroventate dal fuoco.

74) Nel loro paese cresce la canapa, pianta molto simile al lino, ma più grossa e più alta; caratteristiche che la rendono assai superiore. Cresce spontanea o coltivata e da essa i Traci ricavano anche dei tessuti molto simili a quelli di lino: e se uno non è molto esperto non riesce a distinguere se sono di lino o di canapa; chi non ha mai visto la canapa, poi, crederà senz'altro che il vestito sia di lino.

75) Dunque gli Sciti prendono i semi di canapa, si infilano sotto la tenda fatta di coperte e li gettano sulle pietre roventi; i semi gettati bruciano producendo un fumo che nessun bagno a vapore greco potrebbe superare. Gli Sciti urlano di gioia per il fumo che sostituisce per loro il bagno; in effetti non si lavano il corpo con acqua. Le loro donne per esempio pestano legno di cipresso, di cedro e pezzetti di incenso su una pietra scabra, vi versano su acqua, poi si spalmano l'intruglio, una sostanza grassa, sul corpo e sul viso: e non solo gli resta addosso il profumo dell'impasto, ma quando se lo tolgono, il giorno dopo, hanno la pelle pura e luminosa.

76) Anche gli Sciti evitano assolutamente di adottare usanze straniere, di qualunque altro popolo e in modo particolare dei Greci; prova ne furono le vicende di Anacarsi e dopo di lui, ancora, di Scile. Anacarsi, dopo aver visitato gran parte del mondo dando prova ovunque della sua saggezza, stava rientrando in patria e, navigando attraverso l'Ellesponto, approdò a Cizico; a Cizico trovò gli abitanti intenti a celebrare con straordinaria magnificenza una festa in onore della Madre degli dèi; Anacarsi promise solennemente alla dea, se tornava a casa sano e salvo, di offrirle sacrifici come li aveva visti fare dai Ciziceni e di istituire una notte di veglia. Quando arrivò in Scizia, si inoltrò nella cosiddetta Ilea (una regione situata presso il Corso d'Achille, interamente ricoperta di alberi di ogni specie) e vi compì tutto il rituale festivo della dea, con tanto di timpano e sacre immagini appese al collo. E uno Scita che lo aveva osservato mentre eseguiva tale rituale andò a riferirlo al re Saulio; il re accorse di persona e, appena vide Anacarsi e cosa faceva, lo uccise subito con una freccia. E oggi se uno pone domande su Anacarsi, gli Sciti negano di conoscerlo, solo perché se ne andò in Grecia, fuori del suo paese, e adottò usanze straniere. Come ho appreso da Timne, uomo di fiducia di Ariapite, Anacarsi era zio paterno del re scita Idantirsi e figlio di Gnuro figlio di Lico a sua volta figlio di Spargapite. Se dunque Anacarsi apparteneva a questa famiglia, sappia di essere morto per mano del fratello: Idantirsi infatti era figlio di Saulio e fu Saulio a uccidere Anacarsi.

77) Per la verità io ho udito anche un'altra versione, raccontata dai Peloponnesiaci, secondo la quale Anacarsi, inviato dal re degli Sciti, divenne "discepolo" della Grecia; al suo ritorno avrebbe spiegato a chi lo aveva mandato in Grecia che tutti i Greci erano impegnatissimi a studiare ogni tipo di scienza, a eccezione degli Spartani, i quali peraltro erano gli unici con cui si potesse scambiare un discorso intelligente. Ma questo racconto è stato inventato di sana pianta dai Greci stessi, e Anacarsi realmente fu ucciso come poco sopra è stato detto.

78) Anacarsi insomma trovò la fine che trovò per aver accettato usanze straniere e fraternizzato con i Greci. Molti anni più tardi Scile figlio di Ariapite subì una sorte del tutto analoga. Scile era uno dei tanti figli del re scita Ariapite: era nato non da una donna del posto, bensì da una Istriana, che gli insegnò personalmente il greco, a parlarlo, a leggerlo e a scriverlo. Molto tempo più tardi Ariapite morì in un agguato tesogli da Spargapite, re degli Agatirsi, e Scile ereditò il regno e la moglie di suo padre, che si chiamava Opea; Opea era una cittadina scita che ad Ariapite aveva dato un figlio, Orico. Regnando sugli Sciti Scile non si adattava affatto al sistema di vita degli Sciti, ma inclinava assai più volentieri alle abitudini elleniche a causa dell'educazione ricevuta, ed ecco come si comportava. Quando conduceva l'esercito scita verso la città dei Boristeniti (questi Boristeniti si autodichiarano coloni di Mileto), appena giunto nel loro territorio, Scile abbandonava i soldati nei dintorni della città; lui entrava oltre le mura e ne faceva chiudere le porte, smetteva la veste scita e indossava un costume greco: così vestito si intratteneva nella piazza del mercato senza scorta di dorifori o di alcun altro (le guardie vegliavano alle porte che nessuno Scita lo vedesse abbigliato da Greco). In tutto e per tutto si comportava come un vero Greco e offriva anche sacrifici agli dèi secondo il rituale ellenico. Passato un mese, o anche più, si rivestiva da Scita e se ne andava. Agiva così spesso: a Boristene si costruì un palazzo e vi installò una donna del luogo, che aveva sposato.

79) Ma era destino che le cose gli andassero male, ed ecco quale ne fu il motivo scatenante. Scile desiderò ardentemente essere iniziato ai misteri di Dioniso Bacco: ma quando stava già per ricevere l'iniziazione, si verificò un prodigio eccezionale. Nella città dei Boristeniti possedeva una vasta, lussuosa dimora, come ho ricordato poco fa, intorno alla quale erano installate sfingi e grifoni di marmo bianco. Su questo palazzo il dio scagliò un fulmine. Il palazzo andò completamente distrutto dalle fiamme, ma nondimeno Scile portò a termine l'iniziazione. Gli Sciti biasimano assai i Greci per i loro riti bacchici: secondo loro non è normale inventare un dio che porta gli uomini alla pazzia. Quando Scile fu iniziato a Bacco, uno dei Boristeniti si premurò di andare dagli Sciti a dire: "Voi ci prendete in giro, Sciti, per i nostri baccanali e perché il dio si impossessa di noi; ora questo demone si è impossessato anche del vostro re, che adesso baccheggia e folleggia per opera del dio. Se non mi credete, venite con me e ve lo mostrerò". Lo seguirono i maggiorenti Sciti: il Boristenita li guidò e di nascosto li fece salire su di una torre. Passò nei pressi Scile nel tiaso e gli Sciti lo videro, invasato da Bacco: la considerarono una sciagura terribile e tornarono a riferire alle truppe quanto avevano visto.

80) Quando poi Scile fece ritorno nelle proprie sedi, gli Sciti s'erano già scelti come capo Octamasade, fratello suo, nato dalla figlia di Tereo, e gli si ribellarono. Scile, appena ebbe inteso cosa si tramava contro di lui e per quale ragione, se ne fuggì in Tracia. Octamasade lo venne a sapere e marciò in armi contro la Tracia. Sul fiume Istro si trovò di fronte i Traci, e già stavano per scontrarsi, quando Sitalce mandò a dire a Octamasade quanto segue: "Che ragione abbiamo per misurarci l'uno con l'altro? Tu sei figlio di mia sorella e hai nelle tue mani mio fratello. Tu restituiscimi mio fratello e io ti consegnerò il tuo Scile. Non mettiamo a repentaglio i nostri eserciti". Questo gli diceva Sitalce per mezzo di un araldo; in effetti presso Octamasade si trovava un fratello di Sitalce, come rifugiato. Octamasade approvò la proposta: consegnò il proprio zio materno a Sitalce e si prese il fratello Scile. Sitalce, quando ricevette il fratello, se lo portò via, Octamasade invece a Scile fece tagliare la testa lì sul posto. Tanto dunque rispettano gli Sciti le proprie costumanze e tanto puniscono quelli che adottano usanze straniere.

81) Quanto al numero degli Sciti non sono stato in grado di ottenere informazioni sicure, ho udito anzi versioni assai differenti: e in effetti li dicevano troppi o troppo pochi, per un popolo come gli Sciti. Ma ecco quanto ho constatato di persona. Tra i fiumi Boristene e Ipani c'è una regione, che si chiama Esampeo e ho menzionato anche un po' fa, dicendo che vi zampilla una sorgente amara, la cui acqua affluendo nell'Ipani lo rende imbevibile. In questa regione c'è un vaso di bronzo sei volte più grande del cratere dedicato agli dèi da Pausania figlio di Cleombroto all'imboccatura del Ponto. Per chi non lo avesse mai visto fornisco le seguenti indicazioni: il vaso degli Sciti contiene facilmente seicento anfore e il suo spessore è di sei dita. La gente del luogo mi diceva che tale recipiente fu fabbricato con punte di frecce; un loro re, che si chiamava Arianta, volendo conoscere il numero degli Sciti, ordinò a tutti di portare ciascuno una punta di freccia; per chi non l'avesse fatto minacciava la morte. Fu portato dunque un enorme quantitativo di punte di freccia e il re decise di ricavarne un monumento per i posteri: con le frecce venne fabbricato il vaso di bronzo e lo si consacrò nell'Esampeo. Questo è quanto ho udito raccontare circa il numero degli Sciti.

82) Il paese in sé non presenta particolari meraviglie, se si escludono i fiumi, che sono davvero molto grandi e numerosi. Ma escludendo i fiumi e la vastità della pianura la cosa più degna di meraviglia è la seguente: impressa su di una roccia ti mostrano l'orma di Eracle, che è in tutto e per tutto simile alla pianta di un piede umano, ma è lunga due cubiti e si trova presso il fiume Tira. Questo è tutto e ora tornerò al racconto che avevo cominciato a esporre.

83) Mentre Dario si preparava a combattere contro gli Sciti e inviava vari messaggeri per impartire gli ordini qui di procurare fanteria, là navi, e là di aggiogare le rive del Bosforo Tracico, Artabano, figlio di Istaspe e fratello di Dario, lo pregava di non guidare assolutamente una spedizione contro gli Sciti, dei quali sottolineava l'inafferrabilità. Ma poiché nonostante gli ottimi consigli non riusciva a convincerlo, rinunciò, e Dario, ultimati i preparativi, mosse il suo esercito da Susa.

84) A quel punto un Persiano, Eobazo, che aveva tre figli e tutti e tre in procinto di partire per la spedizione, pregò Dario di lasciargliene uno in patria. E Dario gli rispose, come si risponde a un amico che avanza una richiesta moderata, che glieli avrebbe lasciati tutti. Eobazo era molto contento, pensando che i figli venissero dispensati dagli obblighi militari, ma Dario ordinò agli addetti a simili incombenze di uccidere tutti i figli di Eobazo. Ed essi furono lasciati dove si trovavano, sgozzati.

85) Dario, partito da Susa, giunse nella Calcedonia, sul Bosforo, dove a mo' di giogo era stato gettato il ponte; da lì, imbarcatosi sulle navi, raggiunse le cosiddette rocce Cianee, che a sentire i Greci un tempo erano erranti; qui si sedette su di un promontorio a contemplare il Ponto, un panorama degno davvero di essere ammirato. In effetti il Ponto è il più stupendo di tutti i mari esistenti, lungo undicimila e cento stadi, e largo, nel punto di maggiore ampiezza, tremilatrecento. L'imboccatura di questo mare è larga quattro stadi; 120 invece è lungo lo stretto formato dall'imboccatura, chiamato Bosforo, sul quale fu gettato il ponte. Il Bosforo si protende nella Propontide; la Propontide, larga 500 stadi e lunga 1400, immette nell'Ellesponto, largo solamente sette stadi e lungo 400. L'Ellesponto si apre su di un'ampia distesa marina, il Mare Egeo.

86) Le misure sono state calcolate così: una nave in una intera giornata di navigazione può percorrere al massimo 70.000 orgie, e altre 60.000 di notte. Ebbene dal Bosforo al fiume Fasi (cioè fra i punti estremi del Ponto nel senso della lunghezza) ci sono nove giorni e otto notti di navigazione: vale a dire 1.110.000 orgie, che fanno 11.100 stadi. Dal paese dei Sindi fino alla Temiscira sul fiume Termodonte (cioè nel punto di maggiore larghezza del Ponto) ci sono tre giorni e due notti di navigazione, vale a dire 330.000 orgie che fanno 3.300 stadi. Ecco dunque le misure del Ponto, del Bosforo e dell'Ellesponto, calcolate da me come ho detto; vi è poi un lago comunicante con il Ponto, di dimensioni non molto inferiori, che si chiama Meotide e che dà origine al Ponto.

87) Dario, dopo aver contemplato tale mare, tornò indietro fino al ponte, che era stato progettato da Mandrocle di Samo. Dopo aver contemplato anche il Bosforo, eresse colà due colonne di marmo bianco, con inciso, nell'una in caratteri assiri nell'altra in caratteri greci, l'elenco di tutte le popolazioni da lui guidate fino lì; e guidava tutte le genti su cui comandava: senza contare la flotta, aveva con sé 700.000 uomini, cavalieri compresi, e le navi radunate erano 600. Queste due colonne, in seguito, se le portarono in città gli abitanti di Bisanzio e le utilizzarono nella costruzione dell'altare di Artemide Ortosia, a eccezione di un blocco soltanto, che fu abbandonato presso il tempio di Dioniso a Bisanzio: è tutto ricoperto da un'iscrizione in caratteri assiri. Il punto esatto del Bosforo in cui re Dario gettò il ponte, per quanto posso congetturare, si trova a metà strada fra Bisanzio e il santuario posto all'imboccatura dello stretto.

88) Dario poi, soddisfatto del ponte di barche, donò al suo progettista, Mandrocle di Samo, dieci regali di ogni genere. Grazie a essi Mandrocle, come primizia da offrire agli dèi, commissionò un quadro raffigurante tutto il lavoro impiegato per la costruzione del ponte sul Bosforo, con Dario seduto in prima fila e l'esercito nell'atto di attraversarlo, e dopo averlo fatto dipingere lo dedicò nel tempio di Era, accompagnato da questa iscrizione:....”Poi che sui flutti pescosi del Bosforo un ponte costrusse, Volle Mandrocle alla Diva questo ricordo offerire. Ei s’acquistò una corona per sè, per i Sami la gloria, Del suo re Dario il comando con precisione eseguendo”....( Dopo aver unito il Bosforo pescoso, Mandrocle dedicò a Era questo ricordo del ponte. Sul proprio capo ha posto una corona, e gloria ai cittadini di Samo realizzando la volontà del re Dario).

89) Questo fu il ricordo lasciato dal costruttore del ponte. Ricompensato Mandrocle, Dario passò in Europa; aveva ordinato agli Ioni di navigare sul Ponto fino al fiume Istro, una volta sull'Istro di aspettarlo lì e intanto di unire con un ponte le due rive del fiume. In effetti la flotta la guidavano Ioni, Eoli e abitanti dell'Ellesponto. Le navi, superate le rocce Cianee, navigarono dritte verso l'Istro; risalirono il fiume per due giorni di navigazione fino allo stretto a partire dal quale si divide in varie bocche e lì prepararono il passaggio. Dario, attraversato il Bosforo sul ponte di barche, si inoltrò nella Tracia, poi, giunto alle sorgenti del fiume Tearo, vi si accampò per tre giorni.

90) Le popolazioni che abitano sulle sue rive sostengono che il Tearo, ricco di virtù curative, sia ottimo in particolare per guarire uomini e cavalli dalla scabbia. Le sue sorgenti sono ben 38, tutte zampillanti dalla medesima roccia; e alcune sono fredde altre calde. Per raggiungerle la strada è ugualmente lunga sia che si parta dalla città di Ereo presso Perinto sia da Apollonia sul Ponto Eusino: due giorni di viaggio. Il fiume Tearo confluisce nel Contadesdo, il Contadesdo nell'Agriane e l'Agriane nell'Ebro, il quale sfocia in mare presso la città di Eno.

91) Insomma, giunto sul Tearo e posto l'accampamento, Dario, soddisfatto del fiume, eresse anche lì una colonna, su cui aveva comandato di incidere la seguente iscrizione: "Le sorgenti del fiume Tearo forniscono l'acqua migliore e più bella di tutti i fiumi; e a esse, guidando un esercito contro gli Sciti, giunse il migliore e il più bello di tutti gli uomini, Dario di Istaspe, re di Persia e dell'intero continente". Queste le parole fatte incidere lì.

92) Lasciato il Tearo, Dario arrivò a un altro fiume, che si chiama Artesco e scorre attraverso il paese degli Odrisi. Ecco cosa fece quando giunse a questo fiume. Indicò un determinato luogo al suo esercito e dispose che ogni soldato, passandogli vicino, gettasse una pietra nel punto indicato. L'esercito eseguì l'ordine, sicché, quando Dario guidò oltre le sue truppe, sul posto lasciò giganteschi mucchi di pietre.

93) Prima di toccare l'Istro sconfisse come primo popolo i Geti, che si ritengono immortali. Infatti i Traci che vivono sul promontorio Salmidesso sopra le città di Apollonia e Mesambria, i cosiddetti Scirmiadi e Nipsei, si erano arresi a Dario senza combattere. I Geti invece optarono per la follia e furono subito ridotti in schiavitù, benché fossero i più valorosi e i più giusti fra i Traci.

94) Essi si ritengono immortali in questo senso: sono convinti che lo scomparso non muoia propriamente, bensì raggiunga il dio Salmossi. Altri Geti questo stesso dio lo chiamano Gebeleizi. Ogni quattro anni mandano uno di loro, tratto a sorte, a portare un messaggio a Salmossi, secondo le necessità del momento. E lo mandano così: tre Geti hanno l'incarico di tenere tre giavellotti, altri afferrano per le mani e per i piedi il messaggero designato, lo fanno roteare a mezz'aria e lo scagliano sulle lance. Se muore trafitto, ritengono che il dio sia propizio; se non muore, accusano il messaggero, sostenendo che è un uomo malvagio, e quindi ne inviano un altro; l'incarico glielo affidano mentre è ancora vivo. Questi stessi Traci di fronte a un tuono o a un fulmine, scagliano in cielo una freccia pronunciando minacce contro Salmossi, perché credono che non esista altro dio se non il loro.

95) Come ho appreso dai Greci residenti sul Ponto e sull'Ellesponto, questo Salmossi era un uomo che sarebbe stato schiavo a Samo, schiavo di Pitagora figlio di Mnesarco. Poi, divenuto libero, si sarebbe assai arricchito e avrebbe fatto ritorno, da ricco, nel proprio paese. Poiché i Traci conducevano una vita grama e stupida, Salmossi, che conosceva il sistema di vita degli Ioni e abitudini più progredite di quelle tracie (avrebbe frequentato i Greci, e fra i Greci Pitagora, che non era certo il savio più scadente), fece costruire un salone, in cui ospitava i cittadini più ragguardevoli; fra un banchetto e l'altro insegnava che né lui né i suoi convitati né i loro discendenti sarebbero morti, ma avrebbero raggiunto un luogo dove sarebbero rimasti per sempre a godere di ogni bene. Mentre così operava e diceva, si costruiva una stanza sotterranea. E quando la stanza fu ultimata, Salmossi scomparve alla vista dei Traci: scese nella dimora sotterranea e vi abitò per tre anni. I suoi ospiti ne sentivano la mancanza e lo piangevano per morto; ma egli dopo tre anni si mostrò ai Traci e in tal modo i suoi insegnamenti risultarono credibili.

96) Questo si racconta che abbia fatto Salmossi. Io questa storia della camera sotterranea non la rifiuto, ma neppure ci credo troppo; penso comunque che questo Salmossi sia vissuto molti anni prima di Pitagora. Se sia stato un uomo e se ora sia un dio locale per i Geti, chiudiamo qui la questione.

97) I Geti insomma, con tutte le loro convinzioni, furono sconfitti dai Persiani e subito si aggregarono al resto della truppa. Come Dario giunse all'Istro, e con lui l'esercito di terra, e quando tutti lo ebbero attraversato, Dario ordinò agli Ioni di smontare il ponte di barche e di seguirlo sulla terra ferma con tutti gli uomini della flotta. Quando già gli Ioni stavano per obbedire e smontare il ponte, Coe figlio di Erxandro, stratego dei Mitilenesi, chiese a Dario se gli faceva piacere ascoltare un parere da parte di chi volesse esporlo e gli disse: "Ora tu ti appresti a marciare attraverso un paese in cui non si vedrà terreno coltivato o città abitata; lascia dunque in piedi questo ponte e lascia a presidiarlo quelli che l'hanno costruito. Se troviamo gli Sciti e le cose vanno nel modo voluto, avremo una via di ritorno, se invece non riusciamo a trovarli, avremo per lo meno una via di ritorno sicura: io non temo affatto che noi saremo sconfitti in battaglia, ma ho paura piuttosto, se non riusciamo a trovarli, di dover patire assai vagando senza costrutto. Qualcuno potrebbe obiettare che ti parlo nel mio interesse, per restare qui; ma io voglio semplicemente esporre in pubblico la proposta più vantaggiosa per te che ho saputo trovare; quanto a me ti seguirò e davvero non vorrei essere lasciato qui". Dario fu assai contento di questo suggerimento e così rispose a Coe: "Straniero di Lesbo, quando sarò tornato sano e salvo nel mio palazzo, presentati da me, assolutamente, perché io possa ricambiare il tuo eccellente consiglio in modo eccellente e concreto".

98) Detto ciò, fece 60 nodi a una striscia di cuoio, convocò a rapporto i tiranni degli Ioni e disse loro: "Ioni, gli ordini relativi al ponte che vi avevo impartito vanno modificati; prendete questa cinghia e regolatevi come vi dico: a partire dal momento in cui mi vedete avanzare contro gli Sciti, a partire esattamente da quel momento, sciogliete un nodo ogni giorno che passa; se in questo arco di tempo io non sono di nuovo qui e i giorni superano il numero dei nodi, salpate e tornate nel vostro paese. Ma fino ad allora, dato che ho cambiato idea, sorvegliate il ponte di barche, mettete tutto il vostro impegno nel conservarlo e custodirlo. Così facendo mi renderete un servigio assai gradito". Così parlò Dario; poi si mise in marcia.

99) La Tracia si estende sul mare come propaggine della Scizia: oltre il golfo formato dalla Tracia ci si trova subito in Scizia; vi sbocca il fiume Istro dopo aver piegato il suo corso in direzione del vento di Euro. Passo ora a descrivere, partendo dall'Istro, la regione costiera, per dare indicazioni sulle dimensioni della Scizia. Oltre l'Istro si è già nella Scizia antica, volta verso il sud e il vento Noto fino alla città detta Carcinitide. Il territorio contiguo si affaccia sullo stesso mare ed è montuoso fino al Ponto: lo abitano i Tauri, fino al Chersoneso cosiddetto "roccioso", che si estende verso il mare in direzione del vento di levante. E infatti sono due i tratti di confine scitico che corrono lungo il mare, a sud e a est, proprio come avviene in Attica; e in un certo senso si potrebbe dire che i Tauri vivono nella Scizia come nell'Attica un eventuale popolo distinto dagli Ateniesi che abitasse il Capo Sunio nel suo tratto più proteso sul mare, dal demo di Torico a quello di Anaflisto; il paragone vale, naturalmente, con le debite proporzioni. Tale è il territorio dei Tauri. Per chi non abbia mai navigato lungo tali coste dell'Attica, mi spiegherò con un altro esempio: sarebbe come se un popolo distinto dagli Iapigi tagliasse fuori una parte della Iapigia, partendo da Brindisi fino a Taranto, e abitasse il promontorio. Ho fatto due esempi, ma potrei citare molti altri territori cui la Tauride somiglia.

100) Al di là della Tauride, vivono gli Sciti, al di sopra dei Tauri e lungo il mare orientale, come pure a ovest del Bosforo Cimmerio e della Palude Meotide sino al fiume Tanai, che sfocia in una insenatura di questo lago. A partire poi dall'Istro la Scizia superiore, verso l'interno, è delimitata prima dagli Agatirsi, poi dai Neuri, dagli Androfagi e infine dai Melancleni.

101) Insomma la Scizia ha la forma di un quadrato, con due lati prospicienti il mare, sicché le sue dimensioni sono uguali, tanto nell'interno quanto lungo la costa: dall'Istro al Boristene dieci giorni di viaggio, dal Boristene alla Palude Meotide altri dieci; e venti giorni dal mare verso l'interno fino al paese dei Melancleni, che abitano sopra gli Sciti. Una giornata di viaggio la calcolo di circa duecento stadi: in tal modo i lati trasversali della Scizia dovrebbero misurare 4000 stadi e altrettanti anche i lati perpendicolari alla costa verso l'interno. Tale è dunque l'ampiezza di questo paese.

102) Gli Sciti, rendendosi conto che da soli non potevano respingere in campo aperto l'esercito di Dario, inviarono messaggeri alle popolazioni confinanti, i cui re, a loro volta riunitisi, discutevano sul da farsi, vista l'entità dell'esercito invasore: erano convenuti i re dei Tauri, degli Agatirsi, dei Neuri, degli Androfagi, dei Melancleni, dei Geloni, dei Budini e dei Sauromati.

103) Fra queste popolazioni i Tauri hanno le seguenti abitudini: sacrificano alla vergine i naufraghi e i Greci catturati anche al largo; fanno così: cominciato il rito di consacrazione, colpiscono la vittima sulla testa con un bastone. Secondo alcuni gettano poi il corpo della vittima giù da una rupe (in effetti il santuario sorge su di una rupe) e ne piantano la testa su di un palo. Altri concordano sul trattamento riservato alla testa, ma sostengono che il corpo non viene scagliato giù dalla rupe bensì seppellito nella terra. Sono i Tauri stessi ad affermare che la divinità a cui offrono questi sacrifici è Ifigenia, la figlia di Agamennone. Ecco come si comportano con i nemici presi prigionieri: gli tagliano la testa e se la portano ciascuno a casa propria, poi la piantano su di un lungo bastone e la sistemano sul tetto della casa, bene in vista, per lo più sopra il comignolo; tali trofei, dicono, vengono innalzati come custodi di tutta la casa. I Tauri vivono di saccheggio e di guerra.

104) Gli Agatirsi amano molto il lusso e spesso portano ornamenti d'oro; con le donne si uniscono comunitariamente per essere tutti fratelli tra loro e per impedire l'esistenza di invidie e odi reciproci, essendo tutti parenti. Per gli altri costumi si avvicinano ai Traci.

105) I Neuri possiedono usi sciti. Una generazione prima della spedizione di Dario dovettero abbandonare l'intera regione a causa dei serpenti. In effetti la loro terra era già ben ricca di serpenti, ma ancora di più ne scesero dal nord, dalle zone desertiche; finché i Neuri, duramente infastiditi, andarono ad abitare con i Budini lasciando il loro paese. Non è escluso che questi uomini siano degli stregoni: in effetti gli Sciti e i Greci residenti in Scizia raccontano che una volta all'anno ciascuno dei Neuri si trasforma in lupo per pochi giorni, poi di nuovo riprende il proprio aspetto. Di questa storia non riescono davvero a convincermi, nondimeno la raccontano, e giurano di dire la verità.

106) Gli Androfagi possiedono i costumi più selvaggi al mondo: non praticano la giustizia, non possiedono alcuna legge. Sono nomadi, si vestono alla maniera degli Sciti, ma parlano una lingua propria e sono gli unici fra queste popolazioni a cibarsi di carne umana.

107) I Melancleni si vestono tutti di nero, che è poi la spiegazione del loro nome, e seguono le consuetudini degli Sciti.

108) I Budini, popolo grande e numeroso, hanno tutti gli occhiazzurri e i capelli rossi. C'è nel loro paese una città di legno, che si chiama Gelono: il muro di cinta misura su ogni lato trenta stadi, è alto e interamente di legno, e di legno sono pure le case e i santuari; in questa città si trovano infatti santuari di divinità greche, abbelliti alla maniera greca con statue, altari e templi di legno; ogni due anni celebrano feste in onore di Dioniso e riti bacchici. In effetti i Geloni anticamente erano Greci che, respinti dai loro empori, erano andati a stabilirsi fra i Budini. E parlano una lingua che è un misto di greco e di scita.

109) I Budini non parlano la stessa lingua dei Geloni, e neppure il sistema di vita è lo stesso; perché i Budini sono una popolazione autoctona, nomade, e, unici in tutta la regione, si nutrono di pinoli, mentre i Geloni lavorano la terra, si cibano di frumento, possiedono orti, si distinguono sia per l'aspetto fisico sia per il colore della pelle. Dai Greci anche i Budini vengono chiamati Geloni, ma si tratta di un errore. Il loro paese è interamente ricoperto di boschi di ogni specie; nella maggiore di queste selve c'è un lago vasto e profondo, circondato da paludi e canneti. Nel lago si catturano lontre e castori e altri animali dal muso quadrato, le cui pelli vengono cucite insieme a formare pellicce, mentre i testicoli risultano utili per curare le malattie dell'utero.

110) Ed ecco quanto si racconta dei Sauromati. Quando i Greci combatterono contro le Amazzoni (gli Sciti chiamano le Amazzoni Oiorpata, nome che in greco significa "quelle che uccidono i maschi": oior vuol dire "maschio" e pata "uccidere"), si dice che, dopo aver vinto la battaglia del Termodonte, i Greci rientravano allora con la flotta, conducendo su tre navi tutte le Amazzoni che erano riusciti a catturare; ma esse in mare aperto assalirono gli uomini e li sterminarono. Non conoscevano però le navi e non sapevano come governare il timone, manovrare le vele e i remi; così, dopo aver trucidato tutti i maschi, procedevano alla deriva, in balia delle onde e del vento, finché non giunsero alla Palude Meotide e precisamente a Cremni; Cremni appartiene al paese degli Sciti liberi. Qui le Amazzoni sbarcarono e si avviarono verso il territorio abitato. Subito si imbatterono in una mandria di cavalli, che rubarono; una volta a cavallo presero a razziare i beni degli Sciti.

111) Gli Sciti non riuscivano a capire la faccenda: non conoscevano né la lingua né l'abbigliamento né la razza delle Amazzoni, pieni di stupore si chiedevano da dove mai fossero usciti quei tipi; credevano che fossero maschi in giovanissima età, e ingaggiarono battaglia con loro. Poi, dopo la battaglia, gli Sciti si impadronirono dei cadaveri e si accorsero così che si trattava di donne. Si consultarono sul da farsi e decisero di smettere assolutamente di ucciderle e di mandare da quelle donne i loro ragazzi più giovani, tanti quante calcolavano che fossero esse. I giovani dovevano accamparsi vicino alle Amazzoni e comportarsi esattamente come le Amazzoni; se esse li attaccavano non dovevano battersi, ma fuggire; quando l'inseguimento fosse cessato, dovevano tornare ad accamparsi vicino a loro. Escogitarono tale tattica gli Sciti, perché desideravano avere figli da quelle donne.

112) I giovani inviati eseguirono gli ordini ricevuti. Quando le Amazzoni compresero che erano venuti senza intenzioni ostili, li lasciarono in pace: e giorno dopo giorno un accampamento si accostava sempre di più all'altro. Essi non possedevano nulla, come le Amazzoni, tranne le armi e i cavalli; e vivevano allo stesso modo delle donne, di caccia e di rapina.

113) Verso mezzogiorno le Amazzoni si disperdevano, da sole oppure in coppia, allontanandosi le une dalle altre per soddisfare i propri bisogni. Quando se ne accorsero, anche gli Sciti presero a fare lo stesso, e qualcuno riuscì ad avvicinare una di queste Amazzoni isolate, che non lo respinse, permettendogli anzi di intrattenersi con lei. Non potendo parlargli, dato che non si comprendevano, gli fece capire a gesti di tornare il giorno dopo in quello stesso luogo e di portare con sé anche un altro, indicando di venire in due; anche lei avrebbe portato una compagna. Il giovane tornò al proprio campo e raccontò agli altri l'accaduto; il giorno dopo tornò nel posto indicato conducendo con sé un compagno e trovò la prima Amazzone ad aspettarlo con una seconda. Gli altri giovani, quando vennero a saperlo, si ammansirono a loro volta le Amazzoni restanti.

114) In seguito unirono gli accampamenti e abitarono insieme,ciascuno con la donna a cui si era unito la prima volta. I mariti non furono capaci di imparare la lingua delle mogli, ma le mogli compresero il linguaggio dei mariti. Quando riuscirono a capirsi fra di loro, gli uomini dissero alle Amazzoni: "Noi abbiamo genitori e anche dei beni; smettiamola dunque di condurre questo genere di vita e torniamo a vivere con tutta la gente; come mogli avremo voi e non altre". Ma esse a tale proposta risposero: "Noi non potremmo abitare insieme con le vostre donne: le nostre usanze e le loro sono ben differenti; noi tiriamo con l'arco, scagliamo lance, andiamo a cavallo e non abbiamo mai imparato i lavori femminili; invece le vostre donne delle cose che abbiamo detto non ne fanno nessuna: attendono invece ai lavori femminili restando sui carri, a caccia non ci vanno, non si muovono mai. Non potremmo andare d'accordo con loro. Perciò se volete tenerci come mogli e mostrarvi giusti, andate dai vostri genitori, prendete la parte dei beni che vi spetta e tornate qui; dopodiché ce ne vivremo per conto nostro".

115) I giovani si convinsero e agirono così; quando ebbero ottenuta la parte dei beni loro spettante e furono tornati dalle Amazzoni, le donne dissero ancora: "Noi abbiamo paura, anzi terrore, di dover vivere in questo paese, dopo avervi sottratto ai vostri padri e dopo i molti danni arrecati ai vostri territori. Voi ci ritenete degne di esservi mogli, ecco allora come dobbiamo fare, noi e voi insieme: allontaniamoci da questo paese, andiamo ad abitare al di là del Tanai".

116) E anche in questo i giovani obbedirono. Attraversato il Tanai, si avviarono in direzione del levare del sole per tre giorni di viaggio a partire dal Tanai, poi dalla Palude Meotide per altri tre giorni si diressero verso nord. Quando giunsero nella località dove tutt'oggi dimorano, vi si insediarono. E da allora le donne dei Sauromati vivono secondo le antiche abitudini: vanno a caccia a cavallo, assieme ai mariti e anche senza di loro, vanno in guerra e sono abbigliate esattamente come i maschi.

117) I Sauromati parlano la lingua degli Sciti, ma con qualche errore, fin da principio, perché le Amazzoni non l'avevano imparata bene. Ed ecco cosa è stabilito per le nozze: nessuna fanciulla può sposarsi se non ha prima ucciso un uomo in guerra. Alcune di loro, non riuscendo a soddisfare tale compito, muoiono vecchie senza essersi sposate.

118) Giunti dai sovrani, riuniti, dei popoli ora elencati, i messaggeri sciti presero la parola spiegando che il re persiano, dopo aver sottomesso tutti i paesi dell'altro continente, aveva gettato un giogo sul collo del Bosforo ed era passato nel loro continente. Dopodiché aveva soggiogato i Traci e gettato un ponte sul fiume Istro, desiderando fare suoi anche tutti questi territori. "Voi", dissero, "non statevene da parte tranquilli, non permettete la nostra distruzione: uniamo i nostri intenti e affrontiamo l'invasore. Pensate di non farlo? Noi, se ci schiacciano, o abbandoniamo il nostro paese oppure vi resteremo, ma venendo a patti col nemico. Che altro dovremmo fare, se non intendete aiutarci? Ma la vostra sorte, in questo caso, non sarà certo migliore: perché il re persiano è qui contro di voi non meno che contro di noi, e non si accontenterà di avere sottomesso noi, non vi risparmierà di certo. E ve ne portiamo una solida prova. Se il Persiano si fosse mosso solo contro di noi, nel desiderio di vendicarsi della antica schiavitù, avrebbe dovuto attaccare unicamente il nostro territorio e tenersi lontano dagli altri: sarebbe stata la dimostrazione agli occhi di tutti che l'attacco era diretto contro gli Sciti e non contro gli altri. Invece, da quando è passato in questo continente, sta sottomettendo tutte le popolazioni che incontra sulla sua strada. Ha già assoggettato i Traci e, in particolare, i Geti, che sono nostri confinanti".

119) Di fronte a questo messaggio degli Sciti i re intervenuti dalle varie popolazioni si consultarono fra loro, e le opinioni risultarono divergenti. I re dei Geloni, dei Budini e dei Sauromati la pensavano allo stesso modo e promisero agli Sciti di aiutarli, invece i re degli Agatirsi, dei Neuri e degli Androfagi, nonché quelli dei Melancleni e dei Tauri, risposero agli Sciti quanto segue: "Se non foste stati voi per primi ad agir male nei confronti dei Persiani e a cominciare la guerra, ora le vostre parole, la vostra richiesta, ci sembrerebbero giuste e prestandovi ascolto condivideremmo il vostro destino. Ma si dà il caso che voi abbiate invaso la Persia senza di noi e dominato sui Persiani per tutto il tempo che il dio vi ha concesso; ora i Persiani, e li ridesta il medesimo dio, vi restituiscono la cortesia. Per parte nostra, noi non ci siamo macchiati di torto allora, contro questi uomini, e neppure adesso lo faremo per primi. Se il re persiano assalirà anche il nostro paese, dando lui inizio all'ingiustizia, noi certo non subiremo passivamente. Ma fino a quel momento saremo spettatori, in tranquilla attesa; a dire il vero siamo convinti che i Persiani non sono qui per combattere contro di noi, ma solo contro quanti a suo tempo si macchiarono di colpe".

120) Tale risposta fu riferita agli Sciti; come l'ebbero appresa,essi decisero di non ingaggiare mai battaglia in campo aperto, dato che questi alleati gli venivano a mancare; decisero invece di dividersi in due gruppi e di arretrare, di ritirarsi lentamente e progressivamente, interrando i pozzi e le sorgenti presso cui passavano e distruggendo la vegetazione che cresceva dalla terra. A uno dei due contingenti, a quello guidato dal re Scopasi, si sarebbero aggregati i Sauromati; insieme, se i Persiani si fossero diretti verso di loro, avrebbero dovuto ritirarsi, fuggendo dritti verso il Tanai lungo la Palude Meotide; quando poi i Persiani fossero tornati indietro, avrebbero dovuto inseguirli e incalzarli. Questo contingente comprendeva solo una delle tre parti del regno ed era assegnato al settore che ho detto. Le altre due parti, al comando di Idantirsi, la maggiore, e di Tassaci, la terza, si sarebbero unite, accogliendo anche i Geloni e i Budini, e ritirate a loro volta, precedendo di un giorno di cammino i Persiani, sottraendosi al contatto e mettendo così in esecuzione il piano prestabilito. Innanzitutto dovevano ripiegare in direzione dei paesi che avevano rifiutato l'alleanza, per coinvolgere anche loro nel conflitto. Non avevano voluto spontaneamente entrare in guerra contro i Persiani? Ce li avrebbero spinti contro la loro volontà. Poi dovevano retrocedere verso la Scizia e passare al contrattacco se, consultandosi, lo avessero ritenuto opportuno.

121) Con tale piano di guerra gli Sciti affrontarono l'esercito di Dario, mandando in avanscoperta i migliori cavalieri. E fecero partire intanto sia i carri, in cui vivono i loro figli e tutte le donne, sia tutto il bestiame, a eccezione di quanto bastava per il loro sostentamento (solo questi animali trattennero), con l'ordine di procedere sempre in direzione nord.

122) Mentre carri e bestiame erano in viaggio, le avanguardie degli Sciti avvistarono i Persiani a tre giorni di distanza dall'Istro; avvistatili si accamparono a un giorno di cammino da loro cominciando a distruggere tutti i prodotti della terra. I Persiani, come videro apparire la cavalleria degli Sciti, le si slanciarono contro, sulle tracce dei cavalli in continuo ripiegamento; e finirono per dargli la caccia dritti verso levante e verso il fiume Tanai (era il primo dei due gruppi di Sciti quello che attaccavano). Gli Sciti attraversarono il Tanai e così fecero i Persiani, che erano alle loro calcagna, finché, oltrepassato il paese dei Sauromati, non giunsero in quello dei Budini.

123) Durante il tempo in cui avanzavano in Scizia e nel territorio dei Sauromati, i Persiani non avevano nulla da saccheggiare, dato che la terra era incolta; una volta entrati nel paese dei Budini, vi trovarono la città dalle mura di legno, svuotata completamente e abbandonata dai Budini, e la diedero alle fiamme. Fatto ciò, proseguirono, sempre tallonando gli Sciti, finché, percorso tutto il paese, giunsero nel deserto. Questo deserto è totalmente disabitato: si estende a nord del territorio dei Budini per ben sette giornate di cammino. Oltre il deserto vivono i Tissageti, dal cui paese provengono quattro grandi fiumi che scorrono attraverso il paese dei Meoti per andare a sfociare nel lago cosiddetto Meotide; si tratta del Lico, dell'Oaro, del Tanai e del Sirgi.

124) Ebbene, quando Dario giunse nel deserto, fermò la sua corsa e fece accampare l'esercito sulle rive dell'Oaro; quindi ordinò la costruzione di otto grandi fortezze, dislocate a uguale distanza l'una dall'altra (circa sessanta stadi), le cui rovine esistevano ancora ai miei tempi. Mentre egli attendeva a questi lavori, gli Sciti in fuga rientrarono nella Scizia compiendo un largo giro verso nord. Visto che gli Sciti erano del tutto scomparsi e non si vedevano proprio più, Dario lasciò le fortezze, costruite a metà, e arretrò verso ovest; credeva che quelli fossero tutti gli Sciti e che stessero ripiegando verso occidente.

125) Spingendo in gran fretta il suo esercitò arrivò in Scizia equi subito si imbatté in entrambi i contingenti; trovatili, si gettò al loro inseguimento, ma essi si tenevano costantemente a una giornata di distanza. Dario non cessava di incalzarli e gli Sciti, secondo il loro piano, si ritiravano in direzione dei popoli che avevano rifiutato l'alleanza, cominciando dal paese dei Melancleni. Sciti e Persiani vi penetrarono e lo sconvolsero, poi gli Sciti guidarono i Persiani verso il territorio degli Androfagi; messolo sottosopra, condussero i Persiani nella terra dei Neuri, vi portarono la rovina e andarono poi verso gli Agatirsi. Gli Agatirsi, vedendo che anche i loro vicini scappavano a causa degli Sciti e subivano gravi danni, prima che piombassero nel loro territorio, inviarono agli Sciti un araldo con l'intimazione di non oltrepassare i loro confini; se avessero tentato di farlo, avvertivano, per prima cosa avrebbero dovuto combattere contro di loro. Lanciato l'avvertimento, gli Agatirsi accorsero a presidiare i confini, bene intenzionati a difendersi dagli invasori; invece i Melancleni, gli Androfagi e i Neuri non avevano impugnato le armi quando Sciti e Persiani insieme avevano fatto irruzione nel loro paese: dimentichi delle minacce pronunciate, erano fuggiti uno dopo l'altro disordinatamente verso il nord, verso il deserto. Gli Sciti, dopo l'intimazione degli Agatirsi, rinunciarono a penetrare nelle loro contrade e dal paese dei Neuri attirarono i Persiani nel proprio.

126) Visto che la faccenda andava per le lunghe e non aveva l'aria di voler cessare, Dario inviò un cavaliere presso il re degli Sciti Idantirsi col seguente messaggio: "Sciagurato individuo, perché continui a fuggire? Davanti a te hai due possibilità. Se ti ritieni capace di opporti alla mia potenza, fermati, smetti di vagare qua e là e combatti; se invece ti riconosci inferiore, allora cessa comunque di correre, porta in dono al tuo signore terra e acqua e vieni a colloquio con me".

127) Al che il re degli Sciti Idantirsi rispose: "Per me, Persiano,le cose stanno così: io prima d'ora non sono mai fuggito per paura davanti a nessuno e nemmeno adesso sto scappando davanti a te. E attualmente non faccio niente di diverso da quanto faccio di solito anche in tempo di pace. E ti spiego pure per quale motivo non mi misuro subito con te: noi non possediamo città, né terre coltivate per cui correre a scontrarci in battaglia nel timore che vengano espugnate o devastate. Se proprio è necessario arrivare rapidamente a tanto, noi abbiamo le tombe dei nostri antenati. E allora trovàtele, queste tombe, tentate di devastarle e saprete immediatamente se per esse ci batteremo o meno; prima, se non ci sembra il caso, rifiuteremo lo scontro. Questo valga per la battaglia; quanto ai miei padroni io credo di avere come tale soltanto Zeus, mio antenato, ed Estia, regina degli Sciti. A te, poi, invece di terra e acqua in dono, ti manderò regali che più ti si addicono; e in cambio del fatto che hai detto di essere mio padrone, io ti dico di andare in malora. (E questa è la risposta degli Sciti)".

128) L'araldo partì per portare a Dario il messaggio, ma intanto i re sciti erano pieni di rabbia per aver udito la parola "schiavitù". Inviarono dunque il contingente a cui erano aggregati i Sauromati e di cui era a capo Scopasi con l'ordine di avviare trattative con gli Ioni che sorvegliavano il ponte sull'Istro. Gli Sciti rimasti decisero di mettere fine al vagare qua e là dei Persiani e di attaccarli ogni volta che tentassero di procurarsi vettovaglie. Spiarono dunque il momento in cui gli uomini di Dario cercavano di fare provviste e agivano come stabilito. E sempre la cavalleria scita metteva in fuga la cavalleria persiana: i cavalieri persiani cercavano riparo, a precipizio, presso la fanteria, che li avrebbe volentieri soccorsi; ma gli Sciti, dopo aver disperso la cavalleria nemica, si ritiravano per timore dei fanti. Gli Sciti compivano incursioni del genere anche di notte.

129) Alleati dei Persiani contro gli Sciti che assalivano l'accampamento di Dario si rivelarono, e dirò una cosa molto sorprendente, il raglio degli asini e l'aspetto dei muli. In effetti, come anche sopra ho spiegato, la Scizia non produce né asini né muli; in tutto il territorio scitico non ci sono neppure un asino e neppure un mulo, a causa del gran freddo. Insomma gli asini con le loro bizze scompigliavano la cavalleria degli Sciti; spesso nel bel mezzo di un attacco contro i Persiani, i cavalli, come udivano gli asini ragliare, si impaurivano, recalcitravano, attoniti, rizzando le orecchie, sia perché non avevano mai udito prima la voce degli asini sia perché non ne avevano mai visto l'aspetto; e questo fatto costituì per i Persiani un piccolo vantaggio bellico.

130) Gli Sciti, quando vedevano i Persiani in preda allo sconforto, per trattenerli più a lungo in Scizia e perché, permanendovi, soffrissero per la totale mancanza di risorse, facevano così. Lasciavano indietro ogni volta delle greggi con qualche pastore e di nascosto si ritiravano altrove; i Persiani sopraggiunti avrebbero razziato il bestiame e con ciò ripreso fiducia.

131) La manovra si ripeté più volte; infine Dario non sapeva più che fare. Allora i re sciti, che se ne accorsero, gli inviarono un araldo a portargli dei doni: un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. I Persiani interrogarono l'emissario sul significato dei doni, ma lui rispose di aver solo ricevuto l'ordine di consegnarli e di tornare indietro al più presto; e invitava i Persiani, se erano sapienti, a indovinare cosa volessero dire quei regali. Udito ciò, i Persiani si consultarono fra loro.

132) Il parere di Dario era che gli Sciti in tal modo mettevano nelle sue mani se stessi, la terra e l'acqua, basandosi sul fatto che il topo vive sulla terra, nutrendosi come l'uomo, e la rana nell'acqua, e che l'uccello somiglia molto al cavallo; quanto alle frecce, le interpretava come una resa dell'esercito. Tale fu l'opinione espressa da Dario; opposto fu il parere di Gobria, uno dei sette uccisori del Mago; secondo Gobria i doni volevano dire: "Persiani, se trasformati in uccelli non cercherete protezione in cielo, o trasformati in topi non vi sprofonderete sotto terra, o trasformati in rane non andrete a tuffarvi negli stagni, trafitti da queste frecce non potrete più tornare nel vostro paese".

133) Mentre così i Persiani cercavano di interpretare quei doni,la frazione dell'esercito scitico precedentemente assegnata a sorvegliare la Palude Meotide giungeva proprio allora al fiume Istro per trattare con gli Ioni. Appena arrivati al ponte, gli Sciti tennero questo discorso: "Ioni, noi veniamo a portarvi la libertà, sempre che vogliate starci ad ascoltare. Sappiamo che Dario vi ha ordinato di sorvegliare il ponte per soli sessanta giorni, e di tornare nel vostro paese se lui non si presenta entro questo termine. Ecco dunque come potrete regolarvi per essere esenti da colpe ai suoi occhi e ai nostri: restate qui i giorni stabiliti e poi andatevene". Questi Sciti dunque, quando gli Ioni ebbero promesso di fare così, si ritirarono in tutta fretta.

134) Invece gli Sciti rimasti indietro attesero che i doni giungessero a Dario e gli si schierarono di fronte, con la fanteria e la cavalleria, come per attaccarlo. Ma le file serrate degli Sciti furono attraversate da una lepre: e ciascuno di loro come la vedeva le dava la caccia. Visto che gli Sciti rompevano lo schieramento fra urla e clamore, Dario volle sapere cosa fosse quello scompiglio fra i nemici; ma quando apprese che essi stavano inseguendo una lepre, si rivolse ai suoi abituali interlocutori e osservò: "Questi uomini ci disprezzano assai; e adesso mi sembra che Gobria abbia detto bene circa i doni degli Sciti. Insomma, visto che ora anch'io la penso così, ci occorre un buon piano per garantirci una ritirata sicura". Al che Gobria disse: "Mio re, io già quasi le sapevo, per averne sentito parlare, le difficoltà che avremmo incontrate con queste genti, e ben di più me ne sono reso conto qui, vedendo che loro si fanno beffe di noi. Pertanto ecco cosa ritengo meglio fare: non appena scende la notte, accendiamo i fuochi come al solito; poi, mentendo a quei soldati che sono troppo deboli per affrontare un lungo viaggio, impastoiamo tutti gli asini e allontaniamoci, prima che gli Sciti, marciando dritti sull'Istro, arrivino a distruggere il ponte, oppure prima che gli Ioni prendano una decisione tale da rovinarci".

135) Questo fu il parere di Gobria; più tardi, quando scese lanotte, Dario mise in pratica il suggerimento; i soldati sfiniti dalla fatica e quelli la cui perdita era meno grave li lasciò in quello stesso accampamento, con tutti gli asini impastoiati; le ragioni per cui abbandonò gli asini e gli uomini deboli erano le seguenti: gli asini perché ragliassero, gli uomini proprio per la loro debolezza; il pretesto addotto fu che Dario si apprestava ad attaccare gli Sciti col meglio dell'esercito e loro nel frattempo avrebbero dovuto presidiare l'accampamento. Impartite tali disposizioni a quelli che lasciava indietro, Dario ordinò di accendere i fuochi e si allontanò rapidamente in direzione dell'Istro. Gli asini, isolati dal grosso, ragliavano per questo ancora più forte, sicché gli Sciti, sentendoli, pensavano che i Persiani si trovassero sempre lì.

136) Quando fu giorno, gli uomini abbandonati si accorsero di essere stati traditi da Dario; allora tendevano le mani verso gli Sciti e cercavano di spiegare la situazione; appena messi al corrente, gli Sciti raccolsero in fretta le loro forze, il gruppo formato dai due terzi degli Sciti e quello unito ai Sauromati, ai Budini e ai Geloni, e si gettarono all'inseguimento dei Persiani puntando verso l'Istro. Dato che l'esercito persiano era composto di fanti che non conoscevano i percorsi e strade tracciate non ne esistevano, mentre l'esercito scita era composto di cavalieri e conosceva bene anche le scorciatoie, finirono per non incontrarsi: e gli Sciti giunsero al ponte molto prima dei Persiani. Quando seppero che i Persiani non erano ancora arrivati, dicevano agli Ioni che stavano sulle navi: "Ioni, i giorni del vostro computo sono trascorsi e voi non vi comportate giustamente restando ancora qui. Ma visto che prima aspettavate per paura, adesso smontatelo, su, questo passaggio e andatevene via al più presto, liberi, felici, grati agli dèi e agli Sciti. Quanto a colui che prima era il vostro padrone noi lo ridurremo in tale stato che non farà mai più guerra a nessuno".

137) Di fronte a tale invito gli Ioni presero consiglio. L'Ateniese Milziade, stratego e tiranno dei Chersonesiti d'Ellesponto, era dell'idea di obbedire agli Sciti e rendere libera la Ionia. Ma Istieo di Mileto espresse un parere opposto: in quel momento, sosteneva, ciascuno di loro era tiranno di una città grazie a Dario; una volta dissolta la potenza di Dario, lui, Istieo, non sarebbe più stato in condizione di governare Mileto e lo stesso sarebbe accaduto agli altri: infatti ogni città avrebbe preferito darsi un regime democratico che non restare sotto un tiranno. Istieo esponeva la sua opinione e tutti si schierarono con lui, mentre prima avevano caldeggiato la proposta di Milziade.

138) A votare così, tutte persone che godevano della considerazione del re, furono i tiranni dei Greci d'Ellesponto Dafni di Abido, Ippocle di Lampsaco, Erofanto di Pario, Metrodoro di Proconneso, Aristagora di Cizico e Aristone di Bisanzio: questi erano dell'Ellesponto; dalla Ionia invece venivano Stratti di Chio, Eace di Samo, Laodamante di Focea e Istieo di Mileto, l'antagonista di Milziade. Dell'Eolia c'era soltanto un personaggio famoso, Aristagora di Cuma.

139) Costoro insomma, avendo approvato l'idea di Istieo, decisero di regolarsi così, a parole e in concreto: di smontare il ponte dalla parte degli Sciti, ma solo per la lunghezza di un tiro di freccia, tanto per dare l'impressione di star facendo qualcosa, mentre in realtà non facevano nulla, e perché gli Sciti non tentassero con la forza di attraversare il fiume servendosi del ponte; di affermare, mentre smontavano il ponte dalla parte della Scizia, che si sarebbero comportati come piaceva agli Sciti. Questo aggiunsero al parere di Istieo, poi agli Sciti rispose Istieo per tutti: "Sciti", disse, "siete venuti a portarci ottimi consigli e a tempo debito. Voi ci indicate la migliore via da seguire e noi vi secondiamo come si deve. Come vedete, stiamo smontando il passaggio e ce la metteremo tutta, perché vogliamo essere liberi. Però, mentre noi smontiamo il ponte, per voi è il momento di cercare quegli altri, di trovarli e di prender vendetta per noi e per voi stessi, come si son meritato".

140) Per la seconda volta gli Sciti credettero che gli Ioni dicessero la verità e si gettarono alla ricerca dei Persiani, ma si sbagliarono completamente sul percorso da quelli seguito. La colpa fu degli Sciti stessi, che avevano distrutto i pascoli dei cavalli e interrato le sorgenti in tutta la regione. In effetti, se non lo avessero fatto, avrebbero avuto la possibilità, volendo, di scovare i Persiani a occhi chiusi; ora invece le decisioni che avevano creduto buone si rivelarono un errore. Gli Sciti cercarono i Persiani nel proprio paese attraverso i territori dove c'erano acqua e foraggio per i cavalli, credendo che anche i Persiani si ritirassero lungo questo percorso; i Persiani, invece, stettero bene attenti a seguire le tracce del loro precedente passaggio, ritrovando il guado, ciò nonostante, a stento. Poiché giunsero di notte e trovarono il ponte smontato, furono colti da autentico panico all'idea che gli Ioni li avessero abbandonati.

141)Ma c'era con Dario un uomo, un Egiziano, dotato della voce più potente del mondo: Dario gli ordinò di piazzarsi sulla riva dell'Istro e di chiamare a gran voce Istieo di Mileto. Quello eseguì e Istieo, obbedendo al primo appello, ricollocò tutte le navi per traghettare l'esercito, ricomponendo il ponte.

142)In tal modo i Persiani trovarono scampo; gli Sciti che li stavano cercando li mancarono per la seconda volta. E ora giudicano gli Ioni, in quanto uomini liberi, i più malvagi e vigliacchi del mondo; altrimenti, valutandoli come schiavi, li dicono fedelissimi ai loro padroni, molto poco inclini a liberarsene. Tali sono gli insulti che da allora gli Sciti riservano agli Ioni.

143) Dario marciando attraverso la Tracia giunse a Sesto nel Chersoneso; di là passò in Asia con le navi, lasciando in Europa, col grado di stratego, Megabazo, un Persiano; a Megabazo una volta Dario aveva concesso un riconoscimento grandissimo, pronunciando di fronte ai Persiani parole assai lusinghiere: Dario stava mangiando delle melagrane, e aveva appena aperto la prima, quando suo fratello Artabano gli chiese che cosa avrebbe desiderato possedere che uguagliasse in numero i semi della melagrana. E Dario rispose che avrebbe preferito avere altrettanti Megabazo piuttosto che la sottomissione della Grecia. Con tali parole tanto lo aveva allora onorato fra i Persiani; e in questa circostanza lo lasciò comandante in capo con un esercito di 80.000 uomini.

144) Megabazo lasciò imperitura memoria di sé presso gli abitanti dell'Ellesponto grazie a una sua frase: giunto a Bisanzio e venuto a sapere che i Calcedoni si erano stabiliti in quella regione diciassette anni prima dei Bizantini, sentenziò che i Calcedoni erano stati ciechi per altrettanti anni; se non fossero stati ciechi infatti non avrebbero scelto come loro sede il luogo peggiore, avendo a disposizione il migliore. Questo Megabazo, lasciato colà come stratego, cercava di sottomettere tutti gli abitanti dell'Ellesponto che non parteggiavano per i Persiani.

145) Mentre Megabazo operava in tal senso, contemporaneamente un'altra grande spedizione armata raggiungeva la Libia, per la ragione che spiegherò dopo aver premesso le seguenti informazioni. Alcuni discendenti degli Argonauti, scacciati dai Pelasgi che avevano rapito a Braurone le donne ateniesi, scacciati cioè da Lemno, si spinsero per mare verso Sparta, si sistemarono sul Taigeto e accesero dei fuochi. Gli Spartani li videro e inviarono loro un messaggero, per sapere chi fossero e da dove venissero; alle domande dell'inviato risposero di essere dei Mini, discendenti degli eroi che avevano navigato sulla nave Argo; gli Argonauti erano appunto approdati a Lemno e avevano originato tale schiatta. Gli Spartani, dopo aver udito della ascendenza dei Mini, mandarono una seconda volta a chiedere con quali intenzioni fossero venuti nel loro paese e perché avessero acceso il fuoco; ed essi dichiararono di essere tornati dai loro antenati perché espulsi da Lemno a opera dei Pelasgi; a sentir loro tale ritorno era senz'altro legittimo; chiedevano di coabitare con gli Spartani partecipando delle loro prerogative, in una porzione di territorio assegnata a sorte. Gli Spartani decisero di accogliere i Mini alle condizioni desiderate: ad agire così li convinse soprattutto il fatto che alla spedizione di Argo avevano preso parte i figli di Tindaro. Accolsero i Mini, gli diedero dei terreni e li distribuirono fra le varie tribù. Essi ben presto sposarono ragazze del luogo e concessero ad altri come mogli le donne che si erano portate con sé da Lemno.

146) Ma non passò molto tempo che i Mini cominciarono a comportarsi in maniera insolente: pretesero di partecipare al regno e compirono vari altri gesti empi. Finché gli Spartani, avendo deciso di eliminarli, li catturarono tutti e li gettarono in una prigione. Gli Spartani eseguono solo di notte le eventuali sentenze capitali, di giorno mai. L'uccisione era comunque imminente quando le mogli dei Mini, che erano cittadine di Sparta e figlie degli Spartiati più illustri, chiesero il permesso di entrare nelle prigioni per parlare ciascuna col proprio marito; e la richiesta fu accolta nella convinzione che non celasse alcun inganno. Le donne, come furono dentro, ecco cosa fecero: scambiarono i loro abiti con quelli dei mariti, sicché i Mini travestiti, fingendosi donne, poterono uscire; scappati via con quel trucco, si accamparono nuovamente sul monte Taigeto.

147) Proprio in quei giorni, Tera, figlio di Autesione e nipote di Tisamene che a sua volta era figlio di Tersandro e nipote di Polinice, partiva da Sparta per andare a fondare una colonia. Questo Tera, di stirpe cadmea, era zio materno dei figli di Aristodemo, Euristene e Procle. Finché i nipoti erano bambini, mantenne per loro la reggenza di Sparta, ma quando furono cresciuti ed ebbero assunto il potere, Tera, che aveva assaporato il piacere del comando, non tollerò di prendere ordini da altri: dichiarò che non sarebbe rimasto a Sparta ma si sarebbe messo in mare per raggiungere gente della sua stirpe. Nell'isola che oggi si chiama Tera, ma che un tempo era detta Calliste, vivevano alcuni discendenti del fenicio Membliareo, figlio di Pecile. In effetti all'isola oggi nota come Tera era approdato il figlio di Agenore Cadmo, alla ricerca di Europa; vi aveva fatto scalo e, sia che il luogo gli fosse piaciuto sia che altre ragioni lo invogliassero a farlo, vi aveva lasciato alcuni Fenici, fra cui Membliareo che apparteneva alla sua famiglia. Costoro abitarono l'isola detta Calliste per otto generazioni, prima dell'arrivo di Tera proveniente da Sparta.

148) Era verso queste genti che intendeva dirigersi Tera con una piccola schiera formata fra le varie tribù, per abitare assieme a loro, non per mandarli via, ma realmente con intenzioni amichevoli. Ebbene, dal momento che i Mini, scappati dalle prigioni, si erano stabiliti sul Taigeto e gli Spartani volevano ucciderli, Tera chiese di evitare una strage e si impegnò personalmente a condurli fuori del paese. Gli Spartani accettarono la proposta, sicché Tera partì, con tre penteconteri, per raggiungere i discendenti di Membliareo conducendo con sé anche i Mini; non tutti però, anzi pochi: i più in effetti si diressero verso i Paroreati e i Cauconi e li scacciarono dai loro territori, dove poi, divisisi in sei gruppi, fondarono sei città, Lepreo, Macisto, Frisse, Pirgo, Epio e Nudio; ma quasi tutte queste città sono state messe a sacco dagli Elei ai miei tempi. L'isola di Calliste fu poi chiamata Tera dal nome del suo colonizzatore.

149) Suo figlio però si era rifiutato di partire con lui; allora Tera affermò che lo avrebbe lasciato "pecora fra i lupi" e da questa espressione derivò al ragazzo il soprannome di Eolico, che poi finì per prevalere. Di Eolico fu figlio Egeo, da cui prende nome la grande tribù spartana degli Egidi. Agli uomini di questa tribù i figli non sopravvivevano; allora, consigliati da un oracolo, eressero un tempio dedicato alle Erinni di Laio e di Edipo. In seguito lo stesso accadde anche a Tera ai discendenti di questi uomini.

150) Sin qui le versioni degli Spartani e dei Terei coincidono,gli avvenimenti successivi li narrano come segue i soli Terei. Grinno figlio di Esanio, discendente di Tera e re dell'isola omonima, si recò a Delfi portando dalla sua città cento buoi da sacrificare; lo accompagnavano altri concittadini, fra i quali Batto, figlio di Polimnesto, della stirpe del Minio Eufemo. E mentre Grinno, re dei Terei, la consultava su altre questioni, la Pizia gli rispose invitandolo a fondare una città in Libia. E Grinno ribatté: "Signore, io sono un po' vecchiotto e pesante per muovermi; ordinalo a uno di questi giovani di intraprendere l'impresa". E mentre rispondeva così indicava Batto. Questo è quanto accadde allora; più tardi, dopo il loro ritorno, non tennero più conto del responso: neppure sapevano dove si trovasse la Libia e non avevano il coraggio di inviare dei coloni senza una destinazione definita.

151) Per sette anni, a partire da allora, non cadde pioggia sull'isola di Tera e in quei sette anni tutte le piante dell'isola, tranne una, seccarono. I Terei consultarono l'oracolo e la Pizia rinfacciò loro la colonia in Libia. Visto che al loro male non esisteva rimedio, inviarono a Creta dei messi per scoprire se qualcuno del luogo, nativo di Creta o straniero residente, fosse mai stato in Libia. Nel compiere il giro dell'isola i messi giunsero alla città di Itano; qui presero contatto con un pescatore di porpore, di nome Corobio, il quale dichiarò di essere giunto in Libia, e precisamente nell'isola di Platea, trascinato dai venti. I messi lo allettarono con una ricompensa e lo condussero a Tera; da Tera poi partirono alcuni uomini in esplorazione, non in molti, inizialmente. Quando Corobio li ebbe condotti nella sunnominata isola di Platea, lo lasciarono lì, con provviste per un determinato numero di mesi, dirigendosi in gran fretta verso Tera per riferire sull'isola ai loro concittadini.

152) Ma si assentarono per più tempo di quello previsto, sicché a Corobio venne a mancare tutto; più tardi una nave di Samo, in navigazione verso l'Egitto agli ordini di Coleo, fu trascinata dai venti fino all'isola di Platea. I Sami, appreso da Corobio per filo e per segno l'accaduto, gli lasciarono provviste per un anno; essi poi salparono dall'isola decisi a raggiungere l'Egitto, ma venivano portati fuori rotta dal vento di Levante. E siccome il vento non calava, finirono per attraversare le Colonne d'Eracle e giungere a Tartesso, con la scorta di un dio. A quell'epoca l'emporio di Tartesso era vergine, sicché i Sami, al loro ritorno, ricavarono dalle merci il profitto più elevato fra i Greci di cui abbiamo notizia precisa; dopo naturalmente Sostrato di Egina figlio di Laodamante, con il quale nessuno è in grado di gareggiare. Come decima dei guadagni i Sami prelevarono sei talenti di bronzo e ne fecero un grande vaso, nella forma di un cratere argolico, con all'esterno teste di grifi in rilievo a scacchiera. Lo dedicarono nel tempio di Era appoggiandolo su tre giganti di bronzo alti sette cubiti, inginocchiati. A questa impresa risalgono i solidissimi vincoli di amicizia che legano Cirenei e Terei ai cittadini di Samo.

153) Quando i Terei che avevano lasciato Corobio a Platea giunsero a Tera, proclamarono di aver colonizzato un'isola in Libia. Allora i Terei decisero di inviare coloni, col criterio di un fratello tirato a sorte ogni due da tutti i loro distretti che sono sette; e decisero che loro guida, e anche re, fosse Batto. In tal modo spedirono a Platea due penteconteri.

154) Questo lo raccontano i Terei; circa gli avvenimenti successivi i Terei concordano senz'altro con i Cirenei; ma i Cirenei riferiscono assai diversamente le vicende di Batto; ecco la loro versione. In Creta sorge la città di Oasso; a Oasso visse un re, Etearco, il quale aveva una figlia, di nome Fronima, che rimase orfana di madre; per lei allora Etearco decise di risposarsi. Ma la nuova moglie pensò bene di essere a pieno titolo matrigna di Fronima, procurandole guai e macchinando di tutto contro di lei: la accusò persino di dissolutezza riuscendo a convincere il marito che le cose stavano proprio come lei sosteneva. Etearco, messo su dalla moglie, meditò ai danni della figlia un empio progetto. Si trovava a Oasso un mercante di Tera, Temisone; Etearco lo ospitò a pranzo a casa sua e lo impegnò con giuramento a rendergli il servizio che gli avesse chiesto. Quando ebbe giurato, Etearco condusse da lui la figlia e gliela consegnò, con l'invito a portarsela via e a gettarla in mare. Temisone si disgustò per l'inganno del giuramento, sciolse il rapporto di ospitalità ed ecco che fece: presa con sé la ragazza, salpò e quando fu al largo, liberandosi dal vincolo del giuramento, legò la ragazza con delle funi e la lanciò in mare; quindi la issò a bordo e se ne tornò a Tera.

155) In seguito Fronima se la prese come concubina Polimnesto, un personaggio autorevole a Tera. Passò del tempo e la ragazza diede alla luce un figlio impedito nella parola e balbuziente, al quale, secondo quanto narrano Terei e Cirenei, fu posto nome Batto; io credo peraltro che avesse un altro nome, mutato poi in Batto, dopo il suo arrivo in Libia, sulla base dell'oracolo emesso per lui a Delfi e grazie all'onore che gliene derivò. In effetti i Libici chiamano "batto" il re e io credo che la Pizia vaticinando gli si sia rivolta in lingua libica perché sapeva che sarebbe diventato re in Libia. Infatti, quando fu adulto, Batto si recò a Delfi per consultare l'oracolo a proposito della sua voce, e la Pizia, interrogata, gli rispose:...”Batto sei quì per la voce; ed invece a fondarvi colonia, Te nella Libia nutrice di greggi mandar vuole Febo”....( Batto, sei venuto per la tua voce: ma Febo Apollo, il signore, ti manda colono nella Libia ricca di greggi). Che è come se in greco gli avesse detto: "Sovrano, sei venuto per la tua balbuzie". Lui replicò: "Signore, sono venuto fino a te per interrogarti sulla mia favella, e tu mi profetizzi l'impossibile, ordinandomi di colonizzare la Libia! E con quali mezzi, con quali forze?". Ma le sue parole non persuasero certo l'oracolo a un diverso responso; e visto che otteneva sempre la stessa risposta Batto piantò lì tutto e fece ritorno a Tera.

156) Da allora a lui personalmente e agli altri cittadini di Tera tutto andava storto. I Terei, non comprendendo il senso delle loro sciagure, mandarono a Delfi una delegazione per chiedere lumi sulle presenti disgrazie; e la Pizia sentenziò che, se avessero colonizzato Cirene in Libia insieme con Batto, gli sarebbe andata meglio. Allora i Terei spedirono via Batto con due penteconteri. Gli inviati navigarono fino alla Libia, ma quando poi, non sapendo che altro fare, tornarono a Tera, i Terei li respinsero via, non li lasciarono accostare a terra, anzi intimarono loro di ripartire per la Libia. Essi, costretti a farlo, raggiunsero di nuovo la Libia e colonizzarono nei suoi pressi un'isola, quella chiamata, come si è detto, Platea. E si dice che l'isola sia grande come l'attuale città di Cirene.

157) Per due anni abitarono Platea senza che gliene venisse alcun vantaggio, finché, lasciato sul posto uno di loro, gli altri si recarono tutti a Delfi; qui giunti, si rivolsero all'oracolo, dichiarando che stavano abitando la Libia, ma che, malgrado ciò, non ci avevano guadagnato nulla. La Pizia a tale protesta rispose:...”Se, non avendola vista, di me, che la vidi, la Libia, Meglio conosci, ben sei di mirabil acume, e t’ammiro!”...( Se tu conosci meglio di me la Libia ricca di greggi, e io ci sono stato, e tu invece no, mi complimento assai per la tua sapienza). Udito il responso, Batto e suoi tornarono indietro; il dio infatti non li scioglieva dall'obbligo di fondare una colonia, prima che avessero raggiunto la Libia vera e propria. Arrivati nell'isola, raccolsero l'uomo che vi avevano lasciato e andarono a colonizzare un territorio del continente libico, in faccia a Platea; tale località, attorniata da bellissime alture boscose e bagnata da un fiume su uno dei lati, si chiama Aziri.

158) Abitarono questo posto per sei anni; al settimo dei Libici,promettendo loro di accompagnarli in una zona migliore, li convinsero ad abbandonare Aziri e li guidarono da lì verso occidente. E perché i Greci non vedessero, attraversandolo, il territorio più bello, calcolarono i tempi del viaggio in modo da farveli transitare di notte; si tratta della regione detta di Irasa. Li condussero poi presso una sorgente, che si afferma sia di Apollo e dissero: "Greci, a voi conviene stanziarvi qua; qua il cielo è forato".

159) Finché vissero Batto, il fondatore, che regnò per quaranta anni, e suo figlio Arcesilao, che regnò per sedici, i Cirenei colà residenti rimasero tanti quanti vi erano stati mandati a fondare la colonia. Sotto il terzo re, Batto soprannominato Felice, la Pizia con un responso sollecitò tutti i Greci a imbarcarsi per andare ad abitare con i Cirenei, in Libia; i Cirenei dal canto loro li attiravano con la prospettiva di una spartizione delle terre. Ecco le parole dell'oracolo:...”Chi nella Libia,l’amabil contrada, pervenga in ritardo, Quando spartite le terre saran, dovrà un giorno pentirsi”....( Chi giunge troppo tardi nell'amabile Libia, quando la terra è già stata distribuita, dico che un giorno se ne pentirà). A Cirene dunque convenne una gran massa di gente, sicché i Libici circostanti e il loro re (che si chiamava Adicra), vedendosi sottrarre molte terre e sentendosi derubati e oltraggiati dai Cirenei, mandarono un messaggero in Egitto e si consegnarono al re egiziano Aprieo; Aprieo raccolse un grosso esercito di Egiziani e lo inviò contro Cirene. Ma i Cirenei sconfinarono in armi nel territorio di Irasa dalle parti della sorgente di Teste e si scontrarono con gli Egiziani, riportando la vittoria. Gli Egiziani, dato che non si erano mai misurati con i Greci e combattevano con disprezzo della propria vita, furono massacrati al punto che ben pochi di loro fecero ritorno in Egitto. Ne seguì che gli Egiziani, rimproverandogli anche questa sconfitta, si ribellarono ad Aprieo.

160) Figlio di Batto Felice fu Arcesilao il quale, come divenne re, per prima cosa lottò contro i propri fratelli, finché questi, lasciando Cirene, se ne andarono altrove in Libia a fondare di propria iniziativa la città che oggi si chiama, come allora, Barca. E mentre fondavano Barca sobillavano i Libici contro i Cirenei. Più tardi Arcesilao marciò contro i Libici che li avevano accolti, gli stessi appunto che si erano ribellati. I Libici, per paura di Arcesilao, fuggirono verso le regioni orientali della Libia e Arcesilao li incalzò, finché non li raggiunse a Leucone di Libia e i Libici non decisero di scendere in campo. Nello scontro i Libici sbaragliarono i Cirenei, al punto che 7000 soldati di Cirene caddero sul luogo della battaglia. Dopo questa disfatta, Arcesilao, che stava male e aveva bevuto un farmaco, fu strangolato dal fratello Learco; Learco a sua volta fu ucciso a tradimento dalla moglie di Arcesilao, che si chiamava Eryxo.

161) Il regno passò nelle mani di Batto, figlio di Arcesilao, che era zoppo per una malformazione al piede. I Cirenei, vista la disgrazia che li aveva colpiti, mandarono a chiedere all'oracolo di Delfi con quale sistema di governo avrebbero potuto vivere nel modo migliore. La Pizia li esortò a far venire da Mantinea d'Arcadia un riformatore. I Cirenei dunque fecero la richiesta e i Mantinei mandarono un uomo fra i più illustri della città, di nome Demonatte. Arrivato a Cirene, costui studiò la situazione nei dettagli e istituì tre tribù, dividendo i cittadini in base al seguente criterio: formò una tribù con i Terei e i Perieci, una coi Peloponnesiaci e i Cretesi, la terza con tutti gli isolani; poi riservò al re Batto soltanto le aree dei santuari e le funzioni religiose, mettendo a disposizione del popolo tutte le altre prerogative che prima spettavano ai re.

162) Così stavano le cose all'epoca del re Batto, ma sotto suo figlio Arcesilao si produsse, sul problema delle prerogative, un grosso rivolgimento. Arcesilao, figlio di Batto lo zoppo e di Feretima, dichiarò che non si sarebbe attenuto agli ordinamenti di Demonatte di Mantinea e rivendicò gli stessi privilegi appartenuti ai suoi antenati. Tentò quindi un colpo di stato, ma fu sconfitto e dovette riparare a Samo, mentre sua madre si rifugiava a Salamina di Cipro. A quell'epoca a Salamina comandava Eveltonte, lo stesso Eveltonte che consacrò il braciere di Delfi che si trova nel tesoro dei Corinzi, mirabile oggetto. Giunta presso di lui, Feretima chiese un esercito che li scortasse a Cirene. Eveltonte in realtà era disposto a donarle qualunque cosa tranne un esercito; Feretima, prendendo quanto le veniva offerto, diceva che anche così andava bene, ma che sarebbe stato ancora meglio se le avesse dato l'esercito richiesto. Rispondeva così ogni volta che riceveva un regalo, finché Eveltonte le inviò in dono un fuso d'oro e una conocchia, con tanto di lana; di fronte alla consueta risposta di Feretima, Eveltonte replicò che erano quelli i regali adatti a una donna, altro che eserciti!

163) Nel frattempo Arcesilao, che si trovava a Samo, radunava uomini col miraggio di una distribuzione delle terre. Raccolto un contingente notevole, si recò a Delfi a consultare l'oracolo sul suo rientro in patria. E la Pizia gli rispose: "Con quattro Batti e quattro Arcesilai, otto generazioni di uomini, il Lossia vi concede di regnare su Cirene: più di tanto vi esorta a non provarci neppure. Tu, dunque, torna nel tuo paese, ma stattene calmo. E se trovi il forno pieno di anfore, non le cuocere, ma falle partire con vento propizio; se accenderai il forno non entrare nella "cinta dalle acque", altrimenti morirai, tu stesso, assieme al toro più bello".

164) Tale fu la risposta della Pizia. Arcesilao prese con sé gliuomini reclutati a Samo e rientrò a Cirene, e quando fu di nuovo padrone della situazione, si scordò dell'oracolo: cominciò a vendicarsi dei suoi avversari, che lo avevano costretto all'esilio. Alcuni di essi si allontanarono senz'altro dal paese, altri furono catturati da Arcesilao e inviati a Cipro per essere uccisi. Questi ultimi furono trascinati dai venti nel paese di Cnido, salvati dai locali e spediti a Tera. Altri Cirenei si rifugiarono su di un'alta torre, proprietà di Aglomaco; Arcesilao fece ammucchiare intorno alla torre cataste di legna e li bruciò vivi. Ma quando si rese conto che il suo atto corrispondeva alle parole dell'oracolo (la Pizia non gli concedeva di cuocere le anfore trovate nel forno), si escluse volontariamente dalla città dei Cirenei: temeva la morte preconizzata dal dio ed era convinto che Cirene fosse il luogo cinto dall'acqua. Aveva per moglie una sua parente, figlia del re dei Barcei; il re si chiamava Alazir, e presso di lui si trasferì Arcesilao; ma dei Barcei, assieme ad alcuni esuli di Cirene, quando lo seppero, lo aspettarono in piazza e lo uccisero, e con lui uccisero anche il suocero Alazir. Così Arcesilao compì il suo destino: volente o nolente aveva frainteso le parole dell'oracolo.

165) Sua madre Feretima, finché Arcesilao se ne stava a Barca autore ormai del proprio male, deteneva personalmente le prerogative del figlio a Cirene, amministrando tutto il resto e partecipando alle sedute del Consiglio. Quando seppe che il figlio le era morto a Barca, se ne andò in esilio in Egitto, dove in effetti a suo credito aveva alcuni servigi resi da Arcesilao a Cambise figlio di Ciro. Suo figlio era infatti l'Arcesilao che aveva consegnato Cirene a Cambise e si era autoimposto un tributo. Giunta in Egitto, Feretima si rivolse come supplice ad Ariande e lo esortò a vendicarla, sostenendo che il figlio era morto per la sua politica filopersiana.

166) Ariande era quello stesso che, nominato governatore d'Egitto da Cambise, più tardi osò paragonarsi a Dario e fece una brutta fine: infatti, saputo e constatato che Dario desiderava lasciare un ricordo di sé quale mai nessun re aveva realizzato, volle in questo imitarlo, fino a quando non ottenne la meritata ricompensa. Dario coniava monete d'oro purissimo, privo di scorie il più possibile, Ariande, da governatore dell'Egitto, faceva lo stesso con l'argento: tanto che ancora oggi l'argento più puro è detto "ariandico". Ma quando Dario lo venne a sapere, con un diverso pretesto (lo accusò di ribellione) lo mandò a morte.

167) Nel caso nostro Ariande ebbe pietà di Feretima e le mise a disposizione l'intero esercito egiziano, fanteria e flotta. Come comandanti assegnò alla fanteria Amasi, un uomo di Marafi, e alla flotta Badra, della stirpe dei Pasargadi. Prima però di dare all'esercito l'ordine di partire, Ariande mandò un ambasciatore a Barca per sapere chi avesse ucciso Arcesilao; i Barcei si assunsero una responsabilità collettiva, perché tutti avevano subìto numerosi torti da Arcesilao. Appreso ciò, Ariande spedì il suo esercito insieme con Feretima. Questa spiegazione dell'impresa era più che altro un pretesto; secondo me, l'esercito fu mandato a soggiogare la Libia. In quel momento delle molte e varie popolazioni libiche esistenti soltanto poche erano sottomesse al re persiano, le altre di Dario non si curavano proprio.

168) Ed ecco come sono distribuite nel territorio le popolazioni libiche. A partire dall'Egitto i primi abitanti della Libia sono gli Adirmachidi, che hanno usanze per lo più di tipo egiziano, ma vestono come gli altri Libici. Le loro donne su ciascuna gamba portano un cerchietto di bronzo; portano capelli lunghi e quando acchiappano un pidocchio gli danno un morso in cambio dei molti ricevuti e lo gettano via. Sono gli unici Libici a fare così; e sono anche gli unici a mostrare al loro re le ragazze vergini che stanno per sposarsi: e quelle che rispondono ai gusti del re perdono con lui la propria verginità. Questi Adirmachidi si estendono dall'Egitto fino al porto detto di Plino.

169) Confinano con loro i Giligami, il cui territorio si estendeverso occidente fino all'isola di Afrodisiade. Fra le due regioni si situa l'isola di Platea, quella colonizzata dai Cirenei, e sul continente sorgono il porto di Menelao e la città di Aziri, che fu abitata dai Cirenei. E da qui si comincia a trovare il silfio: infatti il silfio cresce da Platea fino all'imboccatura della Sirte. I Giligami possiedono usanze molto simili a quelle degli altri.

170) A ovest dei Giligami risiedono gli Asbisti, oltre Cirene,nell'interno; gli Asbisti non arrivano fino al mare: la zona costiera appartiene ai Cirenei. Fra i Libici essi non sono certo i meno abili guidatori di quadrighe, anzi, e come leggi prendono a modello, per lo più, quelle dei Cirenei.

171) A occidente degli Asbisti ci sono gli Auschisi; risiedono a sud di Barca e raggiungono il mare all'altezza delle Evesperidi. In mezzo agli Auschisi vivono i Bacali, un piccolo popolo; raggiungono il mare presso Tauchira, città della Barcea. Hanno le stesse usanze dei Libici stanziati oltre Cirene.

172) A ovest degli Auschisi abitano i Nasamoni, un popolo alquanto numeroso: essi d'estate lasciano le greggi sulla costa e si addentrano nell'interno fino alla località di Augila, per la raccolta dei datteri; qui le piante crescono in gran numero, rigogliose e tutte fruttifere. Vanno a caccia di cavallette, le fanno seccare al sole, le tritano, le mescolano al latte e si bevono il tutto. Normalmente possiedono ciascuno molte mogli in comune e si uniscono ad esse, un po' come i Massageti: piantano un bastone davanti alla casa e si congiungono con loro. La prima volta, quando un Nasamone prende moglie, è usanza che la sposa passi la prima notte con gli invitati al banchetto, unendosi con tutti; ognuno di loro, dopo il rapporto, le offre in dono ciò che si era portato da casa. Giuramenti e divinazione funzionano in questo modo: giurano su quanti hanno fama di essere stati fra loro giustissimi e valorosissimi, toccandone le tombe, e divinano il futuro recandosi ai sepolcri dei loro antenati, recitando preghiere e mettendosi lì a dormire; l'oracolo si deduce da quanto ciascuno vede in sogno. Ed ecco come si scambiano pegno di reciproca fedeltà: uno porge da bere dalla propria mano e a sua volta beve dalla mano dell'altro; se non hanno a disposizione niente di liquido raccolgono della polvere da terra e la leccano.

173) Limitrofi dei Nasamoni sono gli Psilli, i quali però perirono tutti come segue. Il vento Noto, a furia di soffiare, aveva prosciugato le riserve d'acqua, sicché il loro territorio, situato all'interno della Sirte, era arido; gli Psilli di comune accordo decisero di marciare in guerra contro il Noto (riferisco ciò che raccontano i Libici), ma quando furono nel deserto sabbioso le raffiche del Noto li seppellirono. Dalla loro definitiva scomparsa il territorio appartiene ai Nasamoni.

174) Oltre i Nasamoni, verso sud, nella zona popolata da bestieferoci vivono i Garamanti, che evitano ogni essere umano e qualunque compagnia; non possiedono armi da guerra, né sanno come difendersi.

175) Questi dunque vivono oltre i Nasamoni; lungo la costa,invece, a ovest, ci sono i Maci, che si tagliano i capelli a cresta, lasciando crescere la parte centrale della capigliatura e radendosi a zero sulle due parti laterali; in guerra, per proteggersi il corpo, vestono pelli di struzzo. Da una altura detta delle Cariti il fiume Cinipe scorre attraverso il paese e sfocia in mare. Il colle delle Cariti è ricoperto da una folta boscaglia, mentre tutta la Libia fin qui descritta è completamente spoglia. Dal mare al colle ci sono venti stadi.

176) Accanto ai Maci vivono i Gindani; le loro donne, intorno alle caviglie, portano ciascuna svariati anelli di cuoio in gran numero e con il seguente criterio (così si racconta): una striscia intorno alle caviglie per ogni uomo con cui si siano unite; e quella che ne ha di più è stimata la migliore, per essere stata amata dal maggior numero di uomini.

177) Il tratto di costa che si protende sul mare nel territorio dei Gindani è abitato dai Lotofagi, che vivono cibandosi esclusivamente del frutto del loto. Il frutto del loto è grande quanto una cipolla e ricorda, per la dolcezza, il dattero. I Lotofagi ne ricavano anche un vino.

178) Accanto ai Lotofagi, lungo la costa, ci sono i Macli; anch'essi si nutrono con il loto, ma non esclusivamente come i Lotofagi ora citati. Il loro territorio si estende fino a un grande fiume che si chiama Tritone e sfocia nella vasta palude Tritonide; nella palude si trova l'isola detta di Fla, che gli Spartani, così si racconta, dovevano colonizzare in seguito a un oracolo.

179) E anche un'altra leggenda si racconta: Giasone, terminata la costruzione della nave Argo sotto il monte Pelio, vi imbarcò le bestie per un grande sacrificio e un tripode di bronzo; poi circumnavigò il Peloponneso con l'intenzione di raggiungere Delfi. Come fu all'altezza del capo Malea si levò un forte vento di nord che lo trascinò fino in Libia. Prima di scorgere la terraferma finì fra le secche della palude Tritonide; non sapeva come uscirne, ma gli apparve, si dice, Tritone. Il dio invitò Giasone a consegnargli il tripode, con la promessa di mostrargli la via d'uscita e di farli così ripartire senza danni. Giasone obbedì e Tritone gli mostrò come navigare fuori dalle secche; poi il dio depose l'oggetto nel proprio santuario, non senza aver divinato dal tripode e preannunciato a Giasone e ai suoi tutto il futuro: quando un discendente degli Argonauti si fosse portato via quel tripode, allora, inevitabilmente, cento città greche sarebbero state fondate sulle rive della Palude Tritonide. E pare che i Libici abitanti del luogo, udito ciò, abbiano nascosto il tripode.

180) Accanto ai Macli vivono gli Ausei; Ausei e Macli abitano intorno alla palude e il fiume Tritone segna il confine fra loro. I Macli si fanno crescere i capelli lunghi dietro, gli Ausei davanti. Nell'annuale festa dedicata ad Atena le ragazze degli Ausei si dividono in due gruppi e combattono fra loro a sassate e a colpi di bastone; dicono di onorare in tal modo le patrie tradizioni in gloria della divinità locale, che noi chiamiamo Atena; le ragazze che muoiono per le ferite riportate le chiamano "false-vergini". Ecco cosa fanno prima di lasciarle combattere: a spese della comunità adornano una ragazza, di volta in volta la più bella, con un elmo di Corinto e una armatura completa greca, la fanno salire su un carro e la conducono in giro per la palude. Con quali armi ornassero le ragazze prima che i Greci giungessero a stabilirsi fra loro, non saprei dirlo, suppongo con armi egiziane; in effetti secondo me lo scudo rotondo e l'elmo sono arrivati in Grecia dall'Egitto. A sentir loro Atena nacque figlia di Posidone e di Tritonide, la palude, ma poi, avendo qualcosa da rimproverare al padre, si affidò a Zeus, che l'avrebbe adottata come figlia propria. Così raccontano. Praticano la comunanza delle donne, senza matrimoni e accoppiandosi come animali. Quando un bambino di una donna comincia ad assumere una sua fisionomia, entro tre mesi gli uomini si riuniscono e lo dichiarano figlio di quello a cui più assomigli.

181) Ecco dunque elencati i Libici nomadi della costa, oltre iquali, verso l'interno, c'è la Libia popolata da bestie feroci; al di là di essa comincia un ciglio sabbioso e desertico, che va da Tebe in Egitto fino alle Colonne d'Eracle. In questa zona, a circa dieci giorni di cammino l'una dall'altra, si trovano delle collinette ricoperte da agglomerati di grossi blocchi di sale; proprio dalla cima di queste collinette scaturisce uno zampillo d'acqua fresca e dolce, nel bel mezzo del sale; attorno vi abitano uomini che sono gli ultimi oltre la regione delle bestie feroci, verso il deserto: a partire da Tebe i primi (a dieci giorni di cammino da Tebe) sono gli Ammoni, padroni del santuario derivato dal santuario di Zeus a Tebe; infatti anche a Tebe, come ho già precedentemente ricordato, Zeus viene rappresentato con volto di capro. Gli Ammoni possiedono anche un'altra sorgente d'acqua, che è tiepida all'alba e più fresca nell'ora in cui il mercato è più affollato; a mezzogiorno poi è decisamente fredda: è allora che la usano per innaffiare gli orti; col declinare del giorno l'acqua perde a poco a poco la freschezza, finché il sole tramonta e l'acqua è tiepida; poi si scalda sempre più fino a mezzanotte, quando bolle furiosamente; poi la mezzanotte passa, si va verso l'aurora e l'acqua di nuovo si raffredda. E per indicare questa sorgente, la chiamano "fonte del sole".

182) Dopo gli Ammoni, attraverso il ciglio sabbioso, a distanzadi altri dieci giorni di viaggio, c'è un colle di sale simile a quello degli Ammoni, con tanto di sorgente, intorno al quale vivono uomini. Il nome di questa località è Augila. È qui che vengono i Nasamoni a fare la loro provvista di datteri.

183) Ad altri dieci giorni di cammino da Augila ci sono una collina di sale, una sorgente e palme da datteri in gran numero, come nelle altre località; vi abitano uomini che si chiamano Garamanti, popolazione assai numerosa; riescono a coltivare accumulando terra sopra lo strato di sale. Da lì la strada più breve conduce presso i Lotofagi, e sono trenta giorni di viaggio; fra loro si trovano anche i buoi che pascolano camminando all'indietro; si comportano così per la seguente ragione: hanno le corna piegate in avanti, e quindi pascolano retrocedendo perché avanzando le corna si pianterebbero per terra. Nessun'altra caratteristica li distingue dagli altri buoi a parte il modo di incedere e la pelle, per spessore e ruvidezza. Questi Garamanti sulle loro quadrighe danno la caccia agli Etiopi Trogloditi; in effetti gli Etiopi Trogloditi sono gli uomini più veloci al mondo nella corsa tra quelli di cui abbiamo sentito parlare. I Trogloditi si cibano di serpenti, lucertole e altri rettili del genere; parlano una lingua che non somiglia a nessun'altra, anzi emettono strida assai acute, come i pipistrelli.

184) Ad altri dieci giorni di cammino dai Garamanti ci sono una collina di sale e una sorgente; attorno vi abitano uomini che si chiamano Ataranti: che sono gli unici uomini al mondo, a nostra conoscenza, a non avere nomi personali; tutti assieme si chiamano Ataranti, ma individualmente non hanno nomi. Maledicono il sole, quando picchia forte, e oltre a maledirlo pronunciano al suo indirizzo tutte le imprecazioni possibili, perché con il suo ardore li sfinisce, loro e la loro terra. Dopo dieci ulteriori giorni di marcia, altra collina di sale, altra sorgente e altri uomini stanziati intorno a essa. Poco oltre si innalza il monte chiamato Atlante. L'Atlante è un monte stretto e arrotondato su ogni versante, ma tanto alto che le sue vette, pare, non si possono nemmeno vedere: non sono mai sgombre di nubi, né d'estate, né d'inverno; a sentire gli abitanti del luogo, l'Atlante è la colonna che sorregge la volta celeste. La popolazione ha derivato il suo nome da quello del monte: si chiamano infatti Atlanti. Affermano di non cibarsi di alcun animale e di non sognare.

185) Fino agli Atlanti sono in grado di elencare i nomi dei popoli stanziati nel ciglio sabbioso, oltre non più; ma la zona di sabbia si estende fino alle colonne d'Eracle e oltre. In tale regione si trova una miniera di sale ogni dieci giorni di viaggio e uomini stanziati; tutte queste genti si costruiscono abitazioni con blocchi di sale; si tratta già di zone della Libia prive di piogge: in effetti i muri fatti di sale non resterebbero in piedi se vi piovesse. Il sale estratto dal suolo si presenta di colore bianco o rosso. Al di là di questa striscia di territorio, verso il sud e l'interno della Libia, il paese è un deserto senz'acqua, senza animali, senza pioggia e alberi, senza la minima traccia di umidità.

186) In sostanza fino alla Palude Tritonide i Libici sono nomadi che si cibano di carne e bevono latte, che si astengono rigidamente dalle femmine dei bovini, per la stessa ragione degli Egiziani, e che non allevano maiali. Neanche le donne dei Cirenei considerano lecito mangiare carne di vacca: se ne astengono in onore dell'Iside egiziana; per questa dea anzi osservano digiuni e celebrano feste. Le donne di Barca evitano di consumare carne di vacca e anche carne suina.

187) Tale è dunque la situazione. A ovest della palude Tritonide i Libici non sono più nomadi, non ne possiedono le usanze, e non fanno ai loro bambini quanto i nomadi praticano abitualmente. Ecco infatti cosa fanno i nomadi libici, se proprio tutti non saprei dirlo con certezza, ma certo parecchi di loro. Quando i loro bambini hanno quattro anni, con grasso estratto dalla lana di pecora gli cauterizzano le vene sulla sommità del capo, altri invece le vene delle tempie, allo scopo di impedire per sempre all'umore flemmatico che scorre giù dalla testa di nuocere alla salute del ragazzo. E dicono di essere sanissimi grazie a ciò. Ed effettivamente i Libici sono i più sani fra quanti uomini conosciamo; che questa ne sia la spiegazione non potrei affermarlo con certezza, ma è un fatto che sono sanissimi. Nel caso che i bambini, mentre li cauterizzano, vengano presi da convulsioni, hanno trovato un rimedio: li salvano aspergendoli con orina di capro. Riferisco quanto raccontano i Libici.

188) Ecco come i nomadi eseguono i sacrifici: staccano come primizia l'orecchio della vittima e lo scagliano al di sopra della casa, fatto ciò torcono il collo all'animale. Sacrificano soltanto al sole e alla luna; o meglio tutti i Libici al sole e alla luna, quelli che abitano nei pressi della palude Tritonide ad Atena prima di tutto, poi a Tritone e a Posidone.

189) La veste e l'egida delle statue di Atena i Greci le presero dalle donne libiche, tranne pochi particolari (l'abito femminile libico è di cuoio, le frange che pendono dalle egide sono semplici strisce e non rappresentano serpenti); per il resto il modello è rispettato fedelmente. D'altra parte persino il nome rivela la provenienza libica dell'abbigliamento dei Palladi: le donne di Libia portano intorno alla veste delle pelli di capra rasate e ornate con frange, tinte di rosso, e da queste pelli (egee) i Greci derivarono il termine "egida". A mio avviso anche il grido acuto rituale che accompagna i sacrifici è originario della Libia: esso è molto in uso fra le donne della Libia, e con begli effetti. I Greci poi hanno appreso dai Libici ad aggiogare tiri a quattro cavalli.

190) I nomadi, eccetto i Nasamoni, seppelliscono i defunti alla maniera dei Greci; i Nasamoni li seppelliscono seduti: e quando qualcuno sta per esalare l'ultimo respiro, stanno attenti a metterlo seduto, che non muoia coricato. Le loro abitazioni sono fatte di gambi di asfodelo e di giunco intrecciati, e sono trasportabili. Tali sono dunque gli usi di queste genti.

191) A ovest del fiume Tritone, presso gli Ausei, vivono già de Libici agricoltori, che si chiamano Massi, abituati a possedere dimore fisse. Essi portano capelli lunghi sul lato destro del capo, mentre radono il sinistro, e si tingono il corpo col minio. Sostengono di essere discendenti degli eroi di Troia. Questa zona e la restante Libia occidentale sono ben più popolate da animali e folte di vegetazione rispetto alla regione dei nomadi. In effetti la parte orientale della Libia, quella abitata dai nomadi, si presenta piatta e sabbiosa, fino al fiume Tritone; invece a partire dal Tritone verso occidente, il paese degli agricoltori è assai montuoso, boscoso e ricco di fiere. Vi si trovano i serpenti più grossi e i leoni, gli elefanti; e orsi, aspidi, asini con le corna, i cinocefali, gli acefali (che hanno gli occhi sul petto, a quanto, almeno, asseriscono i Libici), gli uomini e le donne selvatici, e molte altre specie di animali non inventati.

192) Nel paese dei nomadi non si trova alcuno di questi animali: ci sono invece antilopi, gazzelle, bufali e asini, non gli asini con le corna, un'altra specie, i "non bevitori" (effettivamente non si abbeverano), e gli orii, con le cui corna si fabbricano i manici delle cetre fenicie (si tratta di un animale di taglia bovina); e poi ancora piccole volpi, iene, istrici, montoni selvatici, dittii, sciacalli, pantere; e borii; coccodrilli di terra lunghi tre cubiti, molto simili alle lucertole, struzzi terrestri e piccoli serpentelli, muniti ciascuno di un unico corno. In Libia insomma vivono questi animali e tutti quelli che si trovano anche altrove, tranne il cervo e il cinghiale; cervi e cinghiali, in Libia, non ce ne sono affatto. In Libia esistono tre specie di topi: i cosiddetti dipodi, gli zegeri (vocabolo della lingua libica, che vale il greco "colline") e gli echini. Tra il silfio vivono anche le donnole, uguali a quelle di Tartesso. Ecco dunque gli animali del paese dei Libici nomadi; almeno per quanto avanti abbiamo potuto spingere le nostre indagini.

193) Accanto ai Maxi della Libia vivono gli Zaueci, le cui donne guidano i carri in battaglia.

194) Accanto agli Zaueci stanno i Gizanti, presso i quali le api producono miele in abbondanza (ma ancor più abbondante, si dice, è il miele prodotto artigianalmente). Tutti costoro si tingono il corpo col minio e si cibano di carne di scimmia; scimmie ne hanno a iosa a disposizione, sulle montagne.

195) I Cartaginesi dicono che di fronte ai Gizanti si trova un'isola, detta Ciraui, lunga 200 stadi e assai stretta, raggiungibile a piedi dalla terraferma, ricca di ulivi e di vigneti; vi si troverebbe un lago nel quale le ragazze del luogo, mediante penne di uccelli impeciate, trarrebbero pagliuzze d'oro dal fango. Non so se questo sia vero, scrivo quanto si racconta; ma potrebbe anche essere: io stesso ho visto con i miei occhi a Zacinto trarre della pece dall'acqua di un lago. A Zacinto ci sono parecchi laghi, il più grande misura settanta piedi su ogni lato ed è profondo due orgie; immergono in questo lago una pertica che porta fissato sull'estremità un ramo di mirto, e con questo mirto tirano su una pece che odora di bitume, ma per il resto è di qualità migliore della pece di Pieria; la raccolgono versandola in una fossa scavata accanto al lago; quando ne hanno accumulata parecchia, allora dalla fossa la travasano nelle anfore. Qualunque cosa cada nel lago passa sotto terra e ricompare nel mare, che si trova a circa quattro stadi di distanza dal lago. Sicché anche le notizie provenienti dall'isola situata sulla costa libica potrebbero rispondere alla realtà.

196) I Cartaginesi affermano l'esistenza di un territorio libico,con relative popolazioni, anche al di là delle Colonne d'Eracle; quando si recano presso queste popolazioni con le loro mercanzie le scaricano sulla spiaggia in bell'ordine, risalgono sulle navi e mandano un segnale di fumo; gli indigeni vedono il fumo e accorrono verso il mare, depositano dell'oro in cambio delle merci e quindi si allontanano dalle merci stesse. I Cartaginesi sbarcano, esaminano l'oro e, se gli sembra adeguato al valore delle merci, lo prendono e se ne vanno; se invece gli sembra poco, risalgono sulle navi e aspettano: i locali tornano e aggiungono altro oro fino a soddisfarli. Nessuno dei due cerca di raggirare l'altro: i Cartaginesi non toccano l'oro finché non gli sembra adeguato al valore delle merci, e gli indigeni non toccano le merci prima che gli altri abbiano ritirato l'oro.

197) Queste sono le popolazioni libiche di cui siamo in grado di indicare il nome. La maggior parte di loro non si è mai data pensiero del re dei Medi, né allora né adesso. Posso aggiungere riguardo a questo paese, che lo abitano soltanto quattro gruppi etnici e non uno di più, per quanto ne sappiamo, di cui due sono autoctoni e due no; gli autoctoni sono Libici ed Etiopi, stanziati rispettivamente nel nord e nel sud della Libia, Fenici e Greci invece vi sono immigrati.

198) Secondo me neppure per la qualità dei terreni la Libia può essere seriamente paragonata all'Asia e all'Europa, fatta eccezione per la sola regione di Cinipe (lo stesso nome indica il fiume e la regione); questa è alla pari con le terre più fertili nella produzione di cereali e non somiglia minimamente al resto della Libia: è una terra nera attraversata da sorgenti, non ha problemi di arsura né riceve pioggia in eccesso (in questa parte della Libia, infatti, piove). La produttività dei terreni è pari a quella della Babilonia. Una buona terra è pure quella abitata dagli Evesperiti: quando produce al massimo delle sue possibilità rende cento per uno; ma la regione del Cinipe rende anche trecento.

199) A sua volta il paese di Cirene, che è abitato da genti nomadi ed è il tratto più elevato sul livello del mare in questa parte della Libia, presenta sorprendentemente tre stagioni di raccolta; i primi a maturare per la mietitura e la vendemmia sono i frutti della zona costiera; appena questi sono stati raccolti, si presentano maturi e pronti i frutti della zona intermedia, al di sopra della costa, zona detta "le alture"; è terminato il raccolto nella fascia intermedia ed ecco già belli e maturi i prodotti della fascia superiore; insomma quando è pronto l'ultimo raccolto, il primo è già stato mangiato e bevuto. In tal modo la stagione di raccolta tiene occupati i Cirenei per ben otto mesi. E basti quanto si è detto.

200) I Persiani inviati a soccorso di Feretima, partiti dall'Egitto al comando di Ariande, giunsero a Barca e subito posero l'assedio alla città, esigendo con vari messaggi la consegna dei responsabili dell'assassinio di Arcesilao: ma dato che tutta la popolazione vi era implicata, i Barcei non accettarono trattative. Allora i Persiani assediarono Barca per nove mesi, scavando gallerie sotterranee che portassero alle mura e sferrando durissimi assalti. Ma ecco cosa escogitò un fabbro per individuare le gallerie: portava in giro all'interno delle mura uno scudo di bronzo e lo appoggiava al suolo della città; dovunque altro lo appoggiasse, lo scudo suonava sordo, ma sopra le gallerie il bronzo rimbombava. Allora i Barcei scavavano a loro volta nello stesso punto e massacravano i Persiani che stavano scavando. Ecco dunque cosa fu inventato contro le gallerie; quanto agli attacchi diretti, i Barcei li rintuzzavano efficacemente.

201) Siccome le cose andavano per le lunghe e gravi erano le perdite da entrambe le parti, e in particolare fra i Persiani, il comandante della fanteria Amasi ideò un piano; avendo compreso che i Barcei non li si poteva prendere con la forza, ma ingannare sì, agì come segue: una notte fece scavare una larga fossa, vi stese sopra delle tavole poco resistenti e sopra le tavole accumulò la terra di riporto, fino a pareggiarne il livello col terreno circostante. Appena giorno invitò i Barcei a trattare; essi accolsero con favore l'iniziativa, finché si decise di stipulare un accordo; e stipularono dunque un accordo di questo tenore (da notare che giurarono solennemente stando sopra la fossa occultata): che fino a quando quella terra sarebbe rimasta com'era, il giuramento rimaneva valido in tutto il paese; i Barcei si dichiaravano pronti a pagare al re di Persia un tributo adeguato e i Persiani si impegnavano a non mutare l'assetto politico della città di Barca. Dopo il giuramento i Barcei, fiduciosi nei patti, uscirono fuori della città e permisero a ogni Persiano che lo volesse di entrare dentro le mura, e spalancarono tutte le porte. Ma i Persiani fracassarono il ponte di assi nascosto e piombarono dentro la cinta. Il tavolato che avevano allestito lo fracassarono per mantenere il giuramento, avendo promesso ai Barcei che il patto sarebbe restato in vigore finché quella terra rimaneva nello stato in cui era allora. Una volta distrutto il tavolato, l'impegno non esisteva più.

202) Feretima, quando i Barcei maggiormente implicati nell'assassinio di Arcesilao le furono consegnati dai Persiani, ordinò che venissero impalati tutto attorno alle mura; alle loro mogli fece tagliare i seni e li appese tutto attorno alle mura. Quanto ai restanti Barcei invitò i Persiani a spartirseli, a eccezione di quanti erano discendenti di Batto e non avevano partecipato all'assassinio. A questi Feretima affidò la città.

203) I Persiani, ridotti in schiavitù gli altri Barcei, presero la via del ritorno; quando furono all'altezza di Cirene, i Cirenei per sacro rispetto di un oracolo li lasciarono attraversare la città. Mentre l'esercito passava in mezzo alla città, il comandante della flotta Badre premeva perché la si occupasse, ma Amasi, il comandante della fanteria, non lo permise, sostenendo che Barca era la sola città greca contro la quale erano stati inviati; più tardi, quando già l'avevano superata e stavano ormai sul colle di Zeus Liceo, si pentirono di non essersene impadroniti e tentarono di entrarvi una seconda volta; ma i Cirenei non glielo permisero. I Persiani, pur senza che nessuno si opponesse in armi, ebbero paura, si ritirarono di circa sessanta stadi e si accamparono. Mentre stavano sistemando i bivacchi, giunse a richiamarli in patria un messaggero inviato da Ariande. Chiesero dunque vettovaglie ai Cirenei e, ottenutele, le caricarono su e si mossero verso l'Egitto. Da lì in poi finirono fra i Libici, i quali uccidevano quanti di loro erano lasciati indietro e i ritardatari per procurarsi vesti ed equipaggiamento; finché i Persiani giunsero in Egitto.

204) Questa spedizione persiana penetrò in Libia fino agli Evesperiti. I Barcei fatti schiavi furono deportati dall'Egitto e consegnati al re di Persia; il re Dario diede loro da abitare un villaggio della Battriana, a cui essi posero nome Barca; e ancora ai miei tempi risultava abitato nella Battriana.

205) Neppure Feretima terminò bene i suoi giorni. Infatti quando ritornò in Egitto, dopo essersi vendicata in Libia sui cittadini di Barca, morì di mala morte: ancora viva brulicava di vermi. Perché le vendette degli uomini si attirano l'odio degli dèi, quando sono eccessive. E tale era stata la vendetta che Feretima moglie di Batto si era presa sugli abitanti di Barca.