Biblioteca:Erodoto, Le Storie, Libro III



				

				

Contro questo Amasi muoveva guerra Cambise, figlio di Ciro, alla testa di contingenti di varia provenienza, tra cui anche Greci della Ionia e dell'Eolia. La causa della guerra fu la seguente: Cambise aveva inviato in Egitto un araldo per avere in moglie la figlia di Amasi, su consiglio di un Egiziano, il quale agì come agì per un antico rancore nei confronti di Amasi. A suo tempo, infatti, Ciro aveva mandato a chiedere al re egiziano un medico degli occhi, il migliore dell'Egitto, e Amasi aveva scelto proprio lui fra tutti i medici del paese e lo aveva spedito in Persia strappandolo alla moglie e ai figli. L'Egiziano, pieno di rancore, istigava Cambise con inviti pressanti a domandare in sposa la figlia di Amasi, perché questi soffrisse a concederla o si attirasse l'odio di Cambise rifiutandosi di farlo. Amasi, preoccupato e timoroso della potenza persiana, non si risolveva né ad accettare né a rifiutare la proposta: sapeva perfettamente che Cambise avrebbe trattato sua figlia da concubina e non da moglie. Alla fine, dopo lunga riflessione, decise di comportarsi così: viveva ancora, unica sopravvissuta della famiglia, una figlia del re precedente Aprieo, assai alta e bella, che si chiamava Niteti; Amasi la fece vestire con sfarzo e adornare d'oro e la inviò in Persia come se fosse sua figlia. Più tardi, siccome Cambise la salutava sempre chiamandola con il nome del padre, questa ragazza gli disse: "Signore, tu non lo sai, ma sei stato ingannato da Amasi: lui mi ha agghindata da regina e mi ha mandato qui da te, fingendo di consegnarti sua figlia; in realtà io sono figlia di Aprieo, l'antico signore di Amasi, che Amasi e gli Egiziani detronizzarono e uccisero". Tale discorso e la colpa che rivelava indussero Cambise figlio di Ciro a muovere contro l'Egitto con la rabbia nel cuore.


2) Così perlomeno raccontano i Persiani. Gli Egiziani invece rivendicano Cambise come uno di loro, sostenendo che nacque proprio da questa figlia di Aprieo; quindi sarebbe stato Ciro e non Cambise a chiedere la mano della figlia di Amasi; ma la loro versione dei fatti è sbagliata. Del resto gli Egiziani non ignorano che i Persiani (di cui essi conoscono le usanze più di ogni altro popolo), tanto per cominciare, per legge non affidano il regno a un bastardo quando esista un figlio legittimo, e inoltre che Cambise era nato da Cassandane figlia di Farnaspe, un Achemenide, e non da una Egiziana. Gli Egiziani distorcono la realtà inventandosi legami di parentela con la stirpe di Ciro. Ecco come stanno le cose.


3) Si narra anche un'altra storia, a mio avviso non degna di fede: una donna persiana, recatasi presso le donne di Ciro, vide dei bambini sani e belli accanto a Cassandane e, piena di ammirazione, le rivolse molti complimenti; Cassandane, che era la moglie di Ciro, le avrebbe risposto: "Eppure, anche se ho dei figli così, Ciro mi disprezza e riserva ogni attenzione per quella là che si è preso in Egitto". Così avrebbe detto risentita nei confronti di Niteti; e allora il maggiore dei suoi figli, Cambise, esclamò: "Ebbene, mamma, quando sarò grande io metterò a soqquadro l'Egitto, lo capovolgerò!". Parole che avrebbe pronunciato all'età di dieci anni lasciando sbalordite le donne presenti. Cambise poi, memore della sua promessa, una volta divenuto adulto e padrone del regno, avrebbe mosso guerra all'Egitto.


4) E anche un altro fatto ebbe il suo peso nei confronti della spedizione. Fra i mercenari di Amasi c'era un uomo di Alicarnasso, di nome Fane, accorto di mente e valoroso in guerra. Fane, che nutriva dei rancori verso Amasi, un bel giorno scappò dall'Egitto su di una nave con l'intenzione di prendere contatto con Cambise. Poiché fra i mercenari era uno di quelli che contavano non poco e conosceva nei dettagli la situazione egiziana, Amasi lo fece inseguire dandosi da fare per riprenderlo: a dargli la caccia, inviò su una trireme il più fidato dei suoi eunuchi, il quale riuscì a catturare Fane in Licia, ma non riuscì poi, dopo la cattura, a riportarlo in Egitto; Fane lo raggirò con l'astuzia: ubriacò le sentinelle e si rifugiò fra i Persiani. Cambise si apprestava a marciare contro l'Egitto, ma era in difficoltà per la scelta del percorso dovendo attraversare il deserto; Fane, sopraggiunto, gli fornì varie notizie sulla situazione di Amasi e soprattutto descrisse l'itinerario da seguire: consigliò di mandare a chiedere al re degli Arabi di permettergli un passaggio sicuro.


5) È chiaro che solo da quella parte esistono accessi all'Egitto. Dalla Fenicia fino ai confini della città di Caditi il territorio appartiene ai Siri cosiddetti "della Palestina"; da Caditi (città a mio avviso non molto più piccola di Sardi) a Ieniso tutti i porti mercantili appartengono al re degli Arabi; poi di nuovo dei Siri sono i porti compresi fra Ieniso e il lago Serbonide, presso il quale il monte Casio estende le sue propaggini fino al mare. Dal lago Serbonide, dove secondo la leggenda è celato Tifone, comincia il territorio egiziano. Tutta la regione compresa fra Ieniso, il monte Casio e il lago Serbonide, un territorio certo non piccolo se sono almeno tre giorni di cammino, è terribilmente desertica e priva d'acqua.


6) Ben pochi di quanti si sono recati per mare in Egitto hanno notato ciò che ora dirò. Ogni anno grandi orci colmi di vino giungono in Egitto provenienti da tutta la Grecia e anche dalla Fenicia, eppure non c'è modo di vederne, per così dire, nemmeno uno di numero, di questi orci, vuoto. La domanda è: dove vanno a finire? Chiarirò anche questo. Ogni governatore di provincia ha il dovere di raccogliere nella propria città tutti gli orci che vi si trovano e di mandarli a Menfi; poi da Menfi li trasportano, pieni d'acqua, nei deserti della Siria; in questo modo ogni vaso che arriva in Egitto viene messo da parte e spedito a raggiungere in Siria i vasi precedenti.


7) Ebbene furono i Persiani a rifornire così la via d'accesso all'Egitto, provvedendola d'acqua come ho detto; fu la prima cosa che fecero appena conquistato l'Egitto. Ma allora acqua a disposizione ancora non ce n'era e Cambise, reso edotto dallo straniero di Alicarnasso, spediti messaggeri al re dell'Arabia, chiese e ottenne il permesso di attraversare in sicurezza il paese, dopo uno scambio di reciproche garanzie di lealtà.


8) Gli Arabi sono fra i popoli al mondo i più rispettosi dei patti; quando due Arabi vogliono stipulare un accordo, un terzo si piazza fra i due e con una pietra aguzza pratica una incisione sul palmo delle loro mani all'altezza del pollice; quindi prende dai mantelli di entrambi un bioccolo di lana e con essi bagna di sangue sette pietre poste nel mezzo; facendo questo invoca Dioniso e Urania. Terminato il rituale, i due contraenti raccomandano lo straniero, o il concittadino, se si trattava di una intesa con un concittadino, anche ai loro amici, i quali ritengono giusto rispettarla anch'essi. Gli Arabi ritengono Dioniso e Urania gli unici dèi esistenti e sostengono di portare i capelli tagliati esattamente come li portava Dioniso: se li tagliano tutto intorno alla testa radendosi le tempie. Dioniso loro lo chiamano Orotalt e Urania Alilat.


9) L'Arabo, stretto il patto con gli inviati di Cambise, ideò questo espediente: caricò otri di pelle di cammello su tutti i cammelli vivi disponibili e quindi li mandò nel deserto ad aspettare l'esercito di Cambise. Questa è la versione dei fatti più degna di fede, ma qui bisogna citare anche la meno credibile, visto che la si racconta. In Arabia scorre un grande fiume, il Coris, che sfocia nel Mare Eritreo; dal Coris appunto, si dice, il re degli Arabi portò l'acqua nel deserto, per mezzo di un condotto lungo in ragione della distanza, realizzato cucendo insieme pelli bovine e di altri animali; nel deserto aveva ordinato di scavare grandi cisterne di raccolta, dove immettere e conservare tale acqua. Dal fiume al deserto ci sono dodici giornate di cammino; con tre condutture avrebbe portato l'acqua in tre punti diversi.


10) Per aspettare Cambise, Psammenito, figlio di Amasi, pose il suo accampamento alla foce del ramo Pelusico del Nilo. In effetti, quando Cambise invase l'Egitto, non trovò più vivo Amasi; Amasi era morto dopo 44 anni di regno senza aver mai patito gravi sciagure in tale lasso di tempo. Dopo la morte e l'imbalsamazione fu seppellito nel tempio, nella tomba che lui stesso si era fatto costruire. Sotto il regno di Psammenito figlio di Amasi si verificò in Egitto un fenomeno davvero prodigioso per tutta la popolazione: cadde la pioggia in Tebe d'Egitto, in un posto cioè dove non era mai piovuto prima di allora e dove in seguito e sino ai nostri giorni, come dicono i Tebani, non piovve più: in effetti nella parte superiore dell'Egitto non ci sono mai precipitazioni; ma anche quella volta a Tebe non si andò oltre una pioggerella.

11) Quando i Persiani, attraversato il deserto, erano ormai alle frontiere dell'Egitto pronti ad attaccare, i mercenari d'Egitto, Greci e Cari, pieni di rancore verso Fane perché aveva guidato sull'Egitto un esercito straniero, progettarono una terribile vendetta contro di lui. In Egitto erano rimasti i figli di Fane e li portarono nell'accampamento; quindi posero un grande vaso nello spazio fra i due eserciti nemici e perciò sotto gli occhi del padre; poi vi condussero i bambini e uno per uno li sgozzarono sopra il vaso, dentro il quale, terminata la strage, versarono vino e acqua; così tutti i mercenari bevvero il sangue dei ragazzi prima di attaccare battaglia. Lo scontro fu durissimo e molti combattenti, di entrambi gli eserciti, caddero sul campo, ma alla fine furono gli Egiziani a ritirarsi.


12) Io stesso, informato dalla gente del luogo, ho potuto vedere una cosa stupefacente; in due cumuli distinti giacciono ammucchiate le ossa di tutti i morti in questa battaglia (da una parte le ossa dei Persiani così come erano state separate in origine, dall'altra le ossa degli Egiziani), ma mentre i teschi dei Persiani sono così fragili che li puoi perforare semplicemente colpendoli con un sassolino, quelli degli Egiziani sono così resistenti che a stento riesci a spezzarli a colpi di pietra. Me ne fornirono anche la ragione convincendomi facilmente: gli Egiziani fin dalla tenera età usano radersi la testa, e in tal modo l'osso del cranio si indurisce al sole. Per lo stesso motivo gli Egiziani non diventano calvi: la percentuale di calvi riscontrabile in Egitto è davvero la più bassa del mondo. Dunque si spiega perché gli Egiziani abbiano il cranio così resistente; invece i Persiani ce l'hanno tanto fragile perché fin da piccoli portano la tiara come copricapo, tenendo così all'ombra la loro testa. È quanto ho potuto constatare di persona. E un fenomeno del genere l'ho osservato anche a Papremi nel caso degli individui massacrati insieme con Achemene figlio di Dario a opera di Inaro il Libico.


13) Gli Egiziani smisero di combattere e fuggirono nel massimo disordine. Quando si furono asserragliati in Menfi, Cambise mandò a risalire il fiume una nave di Mitilene con a bordo un messaggero persiano, per invitare gli Egiziani a una trattativa. Ma essi, quando videro la nave avvicinarsi a Menfi, si rovesciarono compatti fuori delle mura e la distrussero, fecero letteralmente a pezzi il suo equipaggio e ne portarono i resti all'interno della città. Poi gli Egiziani furono stretti d'assedio e col tempo finirono per arrendersi. I vicini Libici, spaventati per gli avvenimenti d'Egitto, si consegnarono senza opporre la minima resistenza, si imposero un tributo volontario e inviarono anche dei doni. Lo stesso fecero i Cirenei e i Barcei, timorosi quanto i Libici. Però Cambise, se gradì i doni provenienti dai Libici, rimase insoddisfatto di quelli giunti da Cirene, secondo me perché erano un po' scarsi: i Cirenei avevano inviato 500 mine di argento, Cambise con le sue mani prese questo denaro e lo gettò ai soldati.


14) Nove giorni dopo aver espugnato le mura di Menfi, Cambise fece sedere con altri Egiziani in un sobborgo della città, per dileggio, il re Psammenito, sovrano dell'Egitto per soli sei mesi; voleva metterne alla prova la forza d'animo così: mandò in vesti da schiava la figlia di Psammenito a prendere acqua con una brocca; e con lei molte altre ragazze, scelte fra le figlie degli Egiziani più insigni e tutte conciate come la figlia del re. Quando le ragazze gridando e piangendo passarono accanto ai loro padri, tutti risposero con grida e pianti a vedere così ridotte le figlie; invece Psammenito, scorta e riconosciuta la sua, abbassò a terra lo sguardo. Allontanatesi le portatrici d'acqua, come seconda prova Cambise gli mandò il figlio con altri duemila Egiziani coetanei, tutti legati con una fune intorno al collo e con la bocca serrata intorno a un morso; venivano condotti a morte per vendicare i Mitilenesi fatti a pezzi a Menfi con la nave; i giudici del re avevano appunto deciso di uccidere per rappresaglia dieci Egiziani fra i più ragguardevoli per ogni marinaio di Mitilene. Psammenito se li vide passare davanti, riconobbe suo figlio condotto a morte, e mentre gli altri Egiziani seduti intorno a lui piangevano e si disperavano, per parte sua si comportò come già di fronte alla figlia. Quando anche questo corteo si fu allontanato, per caso passò davanti a Psammenito figlio di Amasi, e agli altri Egiziani ancora nel sobborgo, un uomo alquanto più anziano di lui, uno dei suoi abituali compagni di bevute, e rovinato al punto di possedere soltanto ciò che un pezzente possiede, ridotto a chiedere l'elemosina ai soldati. Come lo vide, Psammenito, scoppiando a piangere forte e chiamandolo per nome, si batté il capo. Accanto gli stavano dei guardiani che riferivano a Cambise tutte le reazioni di Psammenito di fronte a ciò che passava per la strada; Cambise, stupito assai del suo comportamento, gli mandò un messo per interrogarlo: "Psammenito, il tuo padrone Cambise ti chiede per quale motivo vedendo tua figlia in grandi ambasce e tuo figlio andare verso la morte tu non hai lanciato un solo grido, un solo lamento, mentre hai poi riservato tale onore per un mendicante, che, a quanto mi si dice, non è neppure un tuo parente". Questa fu la domanda e Psammenito così rispose: "Figlio di Ciro, le sciagure della mia famiglia erano superiori a qualsiasi pianto, ma il dolore del mio amico meritava le lacrime: lui un tempo era ricco e felice, e oggi è piombato nella miseria alle soglie della vecchiaia". Tali parole, quando gli furono riferite, parvero a Cambise assai sagge; gli Egiziani raccontano che Creso pianse a udirle (anche lui aveva seguito Cambise in Egitto), piansero i Persiani presenti e anche Cambise fu preso da un senso di pietà: subito ordinò di togliere il figlio di Psammenito dal numero dei condannati a morte, e di andare a prelevare l'ex re egiziano nel sobborgo e di portarlo al suo cospetto.


15) Gli incaricati non trovarono più vivo il figlio: era stato ucciso per primo; Psammenito invece lo fecero alzare da dove si trovava e lo condussero alla corte di Cambise, dove trascorreva il resto dei suoi giorni senza subire alcuna violenza. E se avesse evitato di intrigare, avrebbe anche riavuto in veste di governatore l'Egitto, dato che i Persiani di solito riservano tale onore ai figli dei re. Essi affidano il potere ai figli di quegli stessi re ai quali l'hanno tolto. Che sia una vera e propria regola di comportamento, lo confermano molti altri esempi, come il caso di Tannira figlio di Inaro, che ricevette il potere appartenuto a suo padre, e il caso di Pausiri, figlio di Amirteo, che riebbe anche lui il regno del padre; eppure nessun sovrano aveva mai causato ai Persiani più danni di Inaro e di Amirteo. Invece Psammenito tramava guai e ne fu ripagato: fu colto mentre cercava di sobillare gli Egiziani e, una volta denunciato a Cambise, fu costretto a bere sangue di toro e morì subito. Questa fu la sua fine.


16) Cambise si trasferì da Menfi a Sais, con l'intenzione di fare quanto poi in effetti fece: appena mise piede dentro la reggia di Amasi, ingiunse che il cadavere di Amasi venisse disseppellito; dopodiché comandò ancora di fustigare il cadavere, di strappargli i capelli, e di straziarlo a colpi di pungolo, insomma di oltraggiarlo in tutte le maniere. E quando li colse la stanchezza (il cadavere era imbalsamato e perciò resisteva ai colpi senza sfaldarsi), Cambise ordinò che fosse bruciato, un ordine sacrilego, perché i Persiani considerano il fuoco una divinità. Né Egiziani, né Persiani hanno l'abitudine di bruciare i cadaveri: i Persiani per la ragione ora detta, perché ritengono empietà offrire al dio il cadavere di un uomo; gli Egiziani invece perché credono il fuoco un animale vivo che divora quanto riesce ad afferrare e che poi, gonfio di cibo, muore insieme con ciò che ha divorato. E non è neppure conforme alle loro consuetudini abbandonare i cadaveri agli animali: per questo praticano l'imbalsamazione, perché il cadavere nella tomba non venga divorato dai vermi. E così Cambise impartì un ordine contrario alle usanze di entrambi i popoli. Ma, come raccontano gli Egiziani, non fu Amasi a subire lo scempio, bensì un altro Egiziano, della stessa statura, sulle cui spoglie i Persiani infierirono credendo di infierire su Amasi. Amasi, raccontano, aveva appreso da un oracolo ciò che gli sarebbe accaduto dopo la morte ed era corso ai ripari: aveva fatto seppellire nella propria tomba, accanto alle porte, il defunto in seguito flagellato (era morto da poco tempo), dando invece disposizioni al figlio di sotterrare i suoi resti nel punto più segreto possibile della stanza funebre. Per conto mio questi ordini di Amasi relativi alla tomba e all'ignoto cadavere non furono mai impartiti; li ritengo piuttosto una vana ostentazione da parte egiziana.


17) In seguito Cambise preparò i piani per tre spedizioni militari, contro i Cartaginesi, contro gli Ammoni e contro gli Etiopi Longevi che vivono in Libia sul Mare meridionale. Con questi progetti decise di inviare contro i Cartaginesi la flotta, contro gli Ammoni una parte scelta delle truppe terrestri e contro gli Etiopi in un primo momento dei semplici osservatori; costoro dovevano verificare l'esistenza fra queste popolazioni della cosiddetta mensa del sole, ma anche spiare dappertutto col pretesto di consegnare dei doni al re locale.


18) Questa mensa del sole, si dice, è fatta più o meno così: nei dintorni della città c'è un prato pieno di carni cotte di quadrupedi di ogni specie; di notte provvedono a deporvi le carni quelli fra i cittadini che di volta in volta ricoprono le cariche pubbliche; di giorno chiunque lo voglia può venire a mangiare; la gente del luogo sostiene che ogni volta è la terra stessa a produrre tali carni.


19) Ecco cosa sarebbe, a quanto dicono, la mensa del sole. Cambise, non appena ebbe stabilito di inviare osservatori, mandò a chiamare da Elefantina alcuni Ittiofagi che conoscevano la lingua etiopica. Mentre si era sulle loro tracce, ordinò alla flotta di muovere contro Cartagine; ma i Fenici ricusarono di obbedire: dichiararono di essere legati ai Cartaginesi da grandi giuramenti e che si sarebbero macchiati di empietà combattendo contro i loro stessi figli. Se i Fenici si rifiutavano, gli altri, da soli, non erano in grado di battersi; in tal modo i Cartaginesi sfuggirono alla schiavitù dei Persiani. Cambise non riteneva opportuno usare la forza per convincere i Fenici: si erano consegnati volontariamente ai Persiani e l'intera flotta dipendeva da loro. Anche gli abitanti di Cipro si erano consegnati spontaneamente ai Persiani e partecipavano alla spedizione egiziana.


20) Quando gli Ittiofagi giunsero da Elefantina, Cambise li inviò presso gli Etiopi con un preciso messaggio da riferire e con doni per il re locale: una veste di porpora, una collana e braccialetti d'oro, un vaso di alabastro colmo di unguenti e uno colmo di vino di palma. Pare che questi Etiopi presso i quali Cambise mandava la sua ambasceria siano gli uomini più alti e più belli del mondo. E le loro usanze, dicono, differiscono da quelle di tutti gli altri popoli, in particolare a proposito del potere regale: come sovrano essi sceglierebbero il cittadino più alto e più forte, in proporzione all'altezza, considerandolo il più adatto a regnare.


21) Gli Ittiofagi, giunti presso gli Etiopi, consegnarono i doni al loro re accompagnandoli con questo discorso: "Il re dei Persiani Cambise desidera stringere con te legami di amicizia e di ospitalità e ci ha inviati qui a prendere contatti con te: egli ti manda questi doni, oggetti che anche lui adopera con moltissimo piacere". Ma l'Etiope, comprendendo che quelli erano venuti come spie, rispose loro: "No, il re persiano non vi ha mandato a portarmi dei doni perché ci tenga a diventare mio amico, e voi non dite la verità, siete qui per spiare il mio dominio; e lui non è un uomo giusto: un giusto non aspira a possedere un altro paese oltre il suo e non vuole ridurre in schiavitù popolazioni da cui non ha mai ricevuto alcun torto. Ora voi consegnategli questo arco e riferite le mie parole: il re etiope consiglia al re persiano di venire a combattere contro gli Etiopi Longevi, con forze preponderanti, solo quando i Persiani saranno in grado di tendere archi di queste dimensioni con la stessa nostra facilità; fino ad allora ringrazi gli dèi che non mettono in testa ai figli degli Etiopi di occupare altra terra oltre quella che possiedono".


22) Detto ciò allentò l'arco e lo porse agli inviati persiani. Prese quindi il vestito di porpora e volle sapere che cosa fosse e come lo avessero fabbricato. Gli Ittiofagi gli spiegarono tutto sulla porpora e la tintura e il sovrano osservò: "Falsi gli uomini, falsi i loro vestiti". Poi s'informò sull'oro, cioè sulla collana e sui braccialetti; gli Ittiofagi gli spiegarono il valore ornamentale dell'oro, ma il re scoppiò a ridere e, scambiando quegli oggetti per catene, precisò che presso di loro esistevano legami molto più robusti. Poi li interrogò sull'unguento e quando gli specificarono come venisse preparato e adoperato per profumarsi, ripeté le osservazioni fatte sul vestito di porpora. Quando fu la volta del vino, il re domandò come fosse prodotto; gli piacque molto e chiese allora di cosa si nutrisse il re e fino a che età campassero al massimo i Persiani. Essi risposero che il re si cibava di pane (e descrissero il frumento) e che il massimo previsto per la vita di un Persiano erano gli ottanta anni. Al che l'Etiope rispose che non si meravigliava affatto se essi vivevano così poco, dato che si cibavano di letame; anzi non avrebbero neppure vissuto quel poco, se non avessero potuto tenersi un po' su con quella bevanda, e indicava agli Ittiofagi il vino; il vino, disse, era l'unica cosa in cui gli Etiopi risultavano inferiori ai Persiani.


23) A loro volta gli Ittiofagi gli rivolsero alcune domande sulla durata della vita fra gli Etiopi e sul loro regime alimentare, e il re rispose che la maggior parte di loro raggiungeva l'età di 120 anni, ma alcuni anche li superavano; i loro cibi erano le carni lessate; le loro bevande il latte. Siccome gli inviati erano molto stupiti di una tale longevità, il re li condusse a una sorgente nella quale gli Etiopi si lavavano, uscendone più lucenti, quasi fosse olio; e la sorgente emanava un profumo come di viole. L'acqua, raccontarono poi gli osservatori, era tanto leggera che nessuna sostanza riusciva a galleggiarvi, né il legno né materiali ancora più leggeri del legno: qualunque oggetto vi andava subito a fondo. Proprio grazie a quest'acqua, ammesso che le cose stiano davvero come le si racconta, gli Etiopi vivrebbero tanto a lungo, usandone per ogni necessità. Allontanatisi dalla fontana, furono condotti in un carcere dove tutti i prigionieri erano legati con catene d'oro; in effetti per gli Etiopi il metallo più raro e quindi il più pregiato è il rame. Visitato il carcere, visitarono anche la cosiddetta mensa del sole.


24) Infine videro le sepolture degli Etiopi, allestite, a quanto si racconta, in alabastro traslucido in questo modo: disseccano il cadavere, forse come gli Egiziani forse diversamente, poi lo ricoprono tutto di uno strato di creta, che dipingono cercando di riprodurre con la massima fedeltà le fattezze del defunto; infine lo introducono in una colonna cava di alabastro traslucido (estraggono dal suolo grandi quantitativi di questa sostanza facile da lavorarsi); il cadavere rimane ben visibile nel bel mezzo della colonna, non emana alcun odore sgradevole, non crea alcun altro inconveniente; e appare in tutto e per tutto somigliante al morto. I parenti più prossimi tengono questo sarcofago in casa per un anno, offrendogli primizie e sacrifici; passato l'anno lo portano via e lo collocano alla periferia della città.


25) Dopo aver rilevato ogni cosa gli osservatori tornarono in dietro. Quando ebbero riferito le informazioni raccolte, Cambise fu preso dall'ira e marciò contro gli Etiopi senza prima aver disposto un approvvigionamento di vettovaglie e senza aver considerato che si apprestava a portare la guerra nelle estreme regioni del mondo: era davvero infuriato e fuori di sé, partì subito dopo aver ascoltato la relazione degli Ittiofagi, ordinando ai Greci al suo seguito di aspettarlo dove stavano e portando con sé l'intero esercito di terra. All'altezza della città di Tebe distaccò dall'esercito 50.000 uomini circa, ai quali ordinò di andare a sottomettere gli Ammoni e a incendiare l'oracolo di Zeus; mosse quindi contro gli Etiopi conducendo personalmente le truppe restanti. Ma prima ancora che la spedizione avesse percorso la quinta parte del tragitto, già avevano consumato tutte le provviste a disposizione, e dopo le provviste vennero a mancare le bestie da soma, che dovettero mangiarsi. Se a questo punto Cambise, resosi conto della situazione, avesse cambiato parere e ricondotto indietro l'esercito, dopo l'errore iniziale si sarebbe comportato da uomo saggio; invece non se ne preoccupò minimamente e continuò ad avanzare. I soldati, finché poterono trarre qualcosa dalla terra, sopravvivevano, nutrendosi di erbe, ma quando giunsero in terreni sabbiosi, alcuni arrivarono a compiere un atto orribile: tirarono a sorte alcuni di loro, uno su dieci, e se li divorarono. Cambise, messo al corrente e spaventato di questo cannibalismo reciproco, abbandonò l'impresa e tornò indietro, ma quando giunse a Tebe aveva perso una grande parte del suo esercito. Da Tebe discese fino a Menfi, dove permise ai Greci di rientrare in patria, via mare.


26) La spedizione diretta contro gli Etiopi fece dunque questa fine. Le milizie inviate contro gli Ammoni erano partite da Tebe utilizzando delle guide; risulta che siano arrivate fino a Oasi, città abitata da Sami appartenenti, si dice, alla tribù Escrionia; Oasi dista da Tebe sette giorni di cammino attraverso il deserto sabbioso: la zona, in lingua greca, è chiamata Isole dei Beati. Sin qui si ha notizia che arrivassero le truppe; cosa sia successo dopo soltanto gli Ammoni sono in grado di dirlo, o quanti l'abbiano saputo da loro, e nessun altro; perché non raggiunsero gli Ammoni e neppure fecero ritorno. Secondo gli Ammoni mossero da Oasi per marciare contro di loro attraverso il deserto, ed erano già quasi a metà strada (fra Oasi e l'oracolo di Ammone), quando un gran vento da sud si abbatté su di loro mentre erano intenti a mangiare, un vento tanto impetuoso che li seppellì tutti quanti sotto immensi cumuli di sabbia. Così scomparve un'intera armata. Questa secondo gli Ammoni fu la sorte toccata alla spedizione.


27) Quando Cambise tornò a Menfi, agli Egiziani apparve Api, che i Greci chiamano Epafo; appena si rivelò, gli Egiziani indossarono le vesti più belle che avevano e celebrarono grandi feste. Cambise, vedendo il comportamento festoso degli Egiziani, credette che essi gioissero delle sue disgrazie; perciò chiamò i prefetti di Menfi e, quando li ebbe davanti a sé, chiese loro perché gli Egiziani non si fossero mai comportati così prima, quando lui era a Menfi, e invece esultassero ora che lui aveva perduto una gran parte dell'esercito. I prefetti parlarono dell'apparizione del dio, solito manifestarsi a grandi intervalli di tempo; gli Egiziani, dissero, si abbandonano sempre ai festeggiamenti, quando il dio si rivela. Cambise ribatté che stavano mentendo e li condannò a morte per le loro menzogne.


28) Li fece uccidere; poi convocò i sacerdoti del tempio, e poiché costoro gli ripetevano la stessa risposta, affermò di voler constatare di persona se un dio mansueto era davvero venuto in Egitto; detto ciò, ordinò ai sacerdoti di condurre Api al suo cospetto, ed essi andarono a prenderlo per portarglielo. Api, o Epafo, è un vitello nato da una mucca incapace, in seguito, di concepire ancora; a sentire gli Egiziani, una fiamma scende dal cielo su questa mucca e la ingravida: essa poi partorisce Api. Il vitello identificato con Api si riconosce da alcuni indizi precisi: è tutto nero, ma ha sulla fronte una macchia bianca di forma triangolare, e sul dorso una macchia che sembra un'aquila; ha una coda col ciuffo bipartito e uno scarabeo sotto la lingua.


29) Quando i sacerdoti gli ebbero portato Api, Cambise nella sua follia estrasse il pugnale e, cercando di colpire Api al ventre, lo ferì a una coscia; poi scoppiò a ridere e disse ai sacerdoti: "Siete matti: credete che gli dèi siano così, fatti di sangue e di carne e sensibili al ferro? È proprio un dio degno degli Egiziani! E voi non vi rallegrerete troppo di avermi preso in giro". E subito ordinò agli incaricati di simili mansioni di flagellare i sacerdoti e di uccidere ogni Egiziano sorpreso a festeggiare. La festa degli Egiziani fu quindi soppressa, i sacerdoti puniti e Api, ferito a una coscia, giacque nel tempio agonizzante. Quando morì per la ferita riportata, i sacerdoti lo seppellirono all'insaputa di Cambise.


30) A causa del suo crimine, come raccontano gli Egiziani, Cambise, che già prima di allora aveva dato segni di squilibrio, divenne pazzo del tutto. Diede inizio alla serie dei delitti eliminando suo fratello Smerdi, figlio dello stesso padre e della stessa madre; già lo aveva allontanato dall'Egitto rimandandolo in Persia per invidia, perché era stato l'unico Persiano capace di tendere di due dita l'arco consegnato agli Ittiofagi dal re etiope; nessun altro Persiano ci era riuscito. Quando già Smerdi era partito per la Persia, Cambise ebbe nel sonno una visione: gli sembrò che un messaggero giunto a lui dalla Persia gli annunciasse che Smerdi, seduto sul trono regale, toccava il cielo con la testa. Di conseguenza Cambise, temendo che Smerdi potesse ucciderlo e impadronirsi del potere, mandò in Persia a ucciderlo Pressaspe, il più fedele a lui di tutti i Persiani. Pressaspe raggiunse Susa e uccise Smerdi, secondo alcuni durante una battuta di caccia, secondo altri portandolo sul mare Eritreo e lì facendolo annegare. E questo, a quanto si racconta, fu il primo di una lunga catena di delitti.


31) Il secondo crimine fu l'uccisione della sorella che lo aveva seguito in Egitto e a cui, benché fosse sua sorella per parte di padre e di madre, si era congiunto in nozze; ed ecco come, dato che prima non c'era mai stata consuetudine, fra i Persiani, di matrimoni tra fratelli. Cambise si innamorò di sua sorella e desiderava sposarla, ma si rendeva conto che si trattava di una cosa insolita. Convocò allora i cosiddetti "giudici del re" e chiese loro se esisteva qualche legge che permettesse, a chi lo voleva, di sposare la propria sorella. I "giudici del re" sono uomini scelti fra i Persiani, rimangono in carica a vita o fino a quando non li si scopra autori di qualche grave colpa; pronunciano le sentenze per i Persiani, interpretano il patrio giure: tutto è rimesso nelle loro mani. Alla domanda di Cambise diedero una risposta basata sul diritto e sulla prudenza: dichiararono di non aver trovato alcuna legge che autorizzava un fratello a sposare la propria sorella, ma di averne trovata un'altra che consentiva al re dei Persiani di agire a propria totale discrezione. In questo modo non violarono la legge per paura di Cambise, e nello stesso tempo, per non morire a causa di un atteggiamento intransigente, reperirono una norma favorevole al re che desiderava sposare sorelle. Allora dunque Cambise sposò la sua amata; poi, non molto tempo dopo, si prese anche un'altra sorella. Fece uccidere la più giovane delle due, quella che lo aveva seguito in Egitto.


32) Sulla sua morte, come sulla fine di Smerdi, esistono due diverse versioni. I Greci raccontano che Cambise fece un giorno combattere tra loro un cucciolo di cane e un cucciolo di leone; al combattimento assisteva anche la donna; quando il cagnolino stava per essere vinto, un cucciolo suo fratello ruppe il guinzaglio per corrergli in aiuto, sicché in due ebbero la meglio sul leoncino. Cambise osservava la scena con molto piacere, lei invece, che gli stava accanto, piangeva. Cambise se ne accorse e le chiese il motivo delle lacrime; rispose che le era venuto da piangere vedendo il cucciolo di cane vendicare il proprio fratello: il pensiero le era corso a Smerdi, sapendo che non c'era chi lo avrebbe vendicato. Per queste parole, raccontano i Greci, Cambise la mandò a morte. Invece secondo gli Egiziani essa una volta, mentre erano seduti a tavola, tolse le foglie a una lattuga e chiese al marito se a suo parere la lattuga era più bella così o intera; quando il marito le rispose intera essa soggiunse: "Eppure quello che ho fatto io a questa lattuga, tu l'hai fatto alla casa di Ciro, strappandone le fronde". Cambise, in uno scoppio d'ira, si gettò su di lei: ma lei era incinta e, dopo aver abortito, morì.


33) Tali dunque furono le follie commesse da Cambise nei confronti dei propri parenti più prossimi, vuoi a causa di Api, vuoi per qualche altra ragione: sono sempre molti i guai che affliggono gli uomini; e infatti si dice anche che Cambise soffrisse fin dalla nascita di un morbo grave, quello che alcuni chiamano "sacro"; e quando un fisico è gravemente ammalato, neppure la mente, è naturale, è troppo sana.


34) Da folle si comportò anche nei confronti di altri Persiani. Una volta, si racconta, si rivolse a Pressaspe, da lui tenuto in grande considerazione (era Pressaspe a trasmettergli le notizie e un suo figlio era coppiere del re, onore anche questo non piccolo) e gli disse: "Pressaspe, che tipo di uomo mi giudicano i Persiani, che discorsi fanno su di me?". E quello rispose: "Signore, lodano molto tutte le tue qualità; dicono solo che ti piace un po' troppo il vino". Riferiva le voci dei Persiani, ma il re si adirò e gli disse: "Ah è così, i Persiani dicono che sono dedito al vino e quindi che sono pazzo, non padrone del mio senno? Allora prima non parlavano in modo sincero". In precedenza infatti, mentre i Persiani e Creso erano riuniti in assemblea, Cambise aveva chiesto loro come lo considerassero in confronto a suo padre Ciro; ed essi lo avevano proclamato migliore del padre, perché aveva conservato tutte le conquiste paterne aggiungendovi per di più l'Egitto e il dominio sul mare. Quella fu la risposta dei Persiani, ma Creso, che era presente all'assemblea, non soddisfatto di tale giudizio, aveva detto a Cambise: "Figlio di Ciro, a me non sembra che tu sia pari a tuo padre: tu non hai ancora un figlio come aveva lui, che ha lasciato te". E Cambise, assai lieto della risposta, aveva approvato il giudizio di Creso.


35) Memore dei discorsi di allora Cambise si rivolse con rabbia a Pressaspe: "E tu adesso impara se i Persiani dicono il vero o se sono loro fuori di senno, quando parlano così. Ora io scaglio una freccia contro tuo figlio, là in piedi sulla soglia, e se lo centro in mezzo al cuore sarà chiaro che i Persiani parlano a vanvera; se invece lo sbaglio vorrà dire che i Persiani hanno ragione e che io non sono sano di cervello". Disse così, tese l'arco e colpì il ragazzo, che cadde a terra; quindi ordinò che gli si aprisse il petto e si osservasse il punto colpito; stabilito che la punta era penetrata nel cuore, si rivolse ancora al padre del ragazzo e ridendo gli disse pieno di buon umore: "Pressaspe, ora hai la prova che non sono pazzo, che sono i Persiani a sragionare. Dimmi, hai mai visto nessuno al mondo così preciso nel tiro con l'arco?". Allora Pressaspe, vedendo Cambise del tutto fuori di senno e temendo per la propria incolumità, gli rispose: "Signore, credo che neppure il dio in persona potrebbe tirare con l'arco così bene". Tanto fece Cambise quella volta; in un'altra occasione fece imprigionare e poi seppellire vivi a testa in giù dodici Persiani fra i più ragguardevoli senza una ragione valida.


36) Creso il Lido, visto il comportamento di Cambise, pensò fosse il caso di metterlo in guardia: "O re", gli disse, "non abbandonarti sempre alla foga della tua giovinezza, ma cerca di trattenerti, di dominarti. Faresti bene a essere più cauto, la previdenza è segno di saggezza; tu invece uccidi persone che sono tuoi compatrioti, senza una ragione valida, uccidi i loro figli. Ora, se continuerai ad agire così, bada che i Persiani non ti si ribellino. Tuo padre Ciro spesso mi raccomandava di metterti in guardia, di indirizzarti per il meglio". Creso dava a Cambise questi consigli dimostrando tutto il proprio affetto per lui, ma Cambise gli rispose: "E tu hai il coraggio di darmi dei consigli, tu che hai governato così bene la tua patria, tu che hai consigliato così bene mio padre invitandolo ad attraversare il fiume Arasse per marciare contro i Massageti, quando loro stessi erano disposti a passare nel nostro territorio, tu che hai rovinato te stesso governando malamente il tuo paese, e che hai rovinato anche mio padre, che si è lasciato convincere da te? Ah, ma non potrai rallegrartene più: già da tempo cercavo un pretesto contro di te!". Detto ciò, afferrò l'arco per scagliargli una freccia, ma Creso balzò in piedi e corse via dalla stanza; Cambise, non essendo riuscito a colpirlo, ordinò ai suoi uomini di catturarlo e ammazzarlo. Ma essi, conoscendo il carattere del re, tennero nascosto Creso, considerando che, se Cambise avesse cambiato parere e avesse chiesto di Creso, essi portandoglielo davanti avrebbero ottenuto una ricompensa per averlo salvato; se invece non avesse cambiato parere e non ne avesse sentito la mancanza, allora lo avrebbero eliminato. In effetti Cambise sentì la mancanza di Creso, non molto tempo dopo; i servi se ne accorsero e subito gli annunciarono che Creso era ancora vivo. Cambise dichiarò di essere molto contento per la salvezza di Creso, ma che i servi gli avevano disobbedito e che quindi non l'avrebbero fatta franca, non sarebbero sfuggiti alla morte; come poi avvenne.


37) Cambise compì molte folli azioni del genere contro i Persiani e gli alleati: durante il suo soggiorno a Menfi fece anche aprire delle antiche tombe per esaminare i cadaveri; entrò pure nel tempio di Efesto, dove di fronte alla statua del dio si abbandonò a una lunga risata: in effetti l'immagine di Efesto è molto simile ai Pateci di Fenicia, quelle figure che i Fenici portano in giro sull'estremità prodiera delle navi; per chi non li abbia mai visti aggiungerò che raffigurano dei pigmei. Entrò anche nel tempio dei Cabiri, dove solo il sacerdote può entrare, e nessun altro; come se non bastasse, diede alle fiamme le statue che vi si trovavano, non senza averle a lungo schernite; tali statue sono molto simili a quelle di Efesto, da cui i Cabiri sostengono di discendere.


38) Per me è del tutto evidente che Cambise divenne completamente pazzo, altrimenti non si sarebbe messo a dileggiare le cose sacre e le tradizioni religiose. Se si chiedesse a tutti gli uomini di scegliere fra tutte le usanze le migliori, ciascuno, dopo aver ben riflettuto, indicherebbe le proprie: tanto sarebbe convinto che i propri costumi siano i migliori in assoluto; perciò non è naturale deridere simili cose, a meno di essere in preda alla follia. Da molte prove si può valutare che tutti gli uomini la pensano così circa le tradizioni, ma da una in particolare. Una volta Dario, durante il suo regno, convocò i Greci del suo seguito e chiese loro per quale somma avrebbero accettato di cibarsi dei cadaveri dei loro padri morti; ed essi risposero che non lo avrebbero fatto mai, per nessuna somma. Subito dopo Dario chiamò degli Indiani, della tribù dei Callati, tribù in cui si usa cibarsi dei propri genitori, e domandò loro, in presenza dei Greci (che potevano seguire i discorsi grazie a un interprete), per quale somma avrebbero acconsentito a cremare sul rogo i loro padri; ed essi protestarono a gran voce invitando Dario a non dire empietà. Le usanze sono usanze, c'è poco da fare, e a me sembra che Pindaro l'abbia espresso molto bene dicendo: "La tradizione è regina del mondo".


39) All'epoca in cui Cambise combatteva contro l'Egitto, gli Spartani erano in guerra pure loro, contro l'isola di Samo e Policrate figlio di Eace, che si era impadronito del potere grazie a una insurrezione. In un primo momento Policrate aveva diviso la città in tre parti e ne aveva assegnate due ai fratelli Pantagnoto e Silosonte; ma più tardi aveva soppresso Pantagnoto e mandato in esilio Silosonte, il più giovane, diventando padrone dell'intera Samo; poi aveva stretto vincoli di ospitalità con Amasi re dell'Egitto, mandandogli doni e ricevendone a sua volta. In breve tempo la fortuna di Policrate crebbe assai e divenne argomento di ammirati discorsi nella Ionia e in tutto il resto della Grecia: dovunque dirigesse il suo esercito, erano successi. Riuscì a mettere insieme una flotta di cento penteconteri e un corpo di mille arcieri. Rapinava e depredava chiunque senza distinzione; restituendo agli amici il maltolto sosteneva di far loro un favore più gradito che non togliendogli nulla del tutto. E si era impadronito di numerose isole e anche di molte città del continente. Tra l'altro sconfisse in una battaglia navale e catturò i Lesbi accorsi in massa in aiuto dei Milesi; furono i Lesbi, come prigionieri, a scavare l'intero fossato che circonda le mura di Samo.


40) Non sfuggirono ad Amasi le grandi fortune di Policrate, anzi cominciò a impensierirsi e, siccome questa prosperità cresceva sempre di più, Amasi inviò a Samo una lettera con il seguente messaggio: "Amasi dice a Policrate: è bello sapere che un ospite e amico gode di florida sorte, ma a me i tuoi grandi successi non piacciono, perché so quanto la divinità sia invidiosa. In un certo senso per me e per le persone che mi stanno a cuore vorrei che non tutto andasse bene, che qualcosa fallisse; vorrei una vita ricca di alti e bassi, piuttosto che successi continui. Non ho mai sentito raccontare di nessuno tra i favoriti in pieno dalla sorte, che non sia finito malamente, stroncato dalle radici. E tu allora dammi retta, procedi così di fronte alla buona sorte: pensa qual è l'oggetto per te più prezioso, la cui perdita ti rattristerebbe maggiormente in cuore, e quando l'avrai trovato, gettalo via, che non possa mai più comparire in mezzo agli uomini. E se dopo non si alternassero per te fortune e disgrazie, ricorri di nuovo al rimedio che ti ho suggerito".


41) Policrate lesse i consigli di Amasi, ne riconobbe la bontà e cominciò a cercare fra i suoi tesori l'oggetto che più gli sarebbe spiaciuto perdere, finché lo trovò: possedeva un sigillo incastonato su un anello d'oro, uno smeraldo, opera di Teodoro figlio di Telecle di Samo. Appena ebbe deciso di disfarsene, si comportò come segue: equipaggiò una pentecontere, vi salì a bordo e ordinò di spingersi al largo; quando fu lontano dall'isola, si sfilò l'anello di fronte a tutti i suoi marinai e lo gettò in mare, poi si allontanarono; e Policrate tornò a casa davvero pieno di tristezza.


42) Ma ecco che cosa gli accadde quattro o cinque giorni dopo: un pescatore aveva catturato un pesce molto grosso e molto bello e lo aveva ritenuto un dono degno di Policrate; quindi lo trasportò fino alle porte della reggia di Policrate e chiese di vedere il re; quando gli fu possibile, gli consegnò il pesce dicendo: "Mio re, io l'ho pescato, ma poi non mi è parso giusto portarlo al mercato, anche se sono uno che vive soltanto del proprio lavoro: a me sembrava degno di te e della tua autorità: ecco perché te l'ho portato in regalo". Il re, lieto di tali parole, gli rispose: "Hai fatto benissimo e io ti ringrazio doppiamente, per il dono e per ciò che hai detto; e ti invitiamo a pranzo". Il pescatore entrò allora nella reggia tutto orgoglioso dell'invito; i servi, tagliando il pesce, gli trovarono nel ventre il sigillo di Policrate; come lo videro, subito lo presero e pieni di gioia lo portarono a Policrate; e nel darglielo gli spiegarono come lo avessero ritrovato. Policrate capì che si trattava di un segno divino; descrisse in una lettera cos'aveva fatto e cos'era capitato e la inviò in Egitto.


43) Amasi lesse il messaggio di Policrate e comprese che nessun uomo può sottrarre un altro uomo al suo destino futuro: Policrate, fortunato in tutto al punto di ritrovare ciò che gettava via, avrebbe avuto certamente una brutta fine. Per mezzo di un araldo, mandato a Samo a tale scopo, gli comunicò di voler sciogliere i loro vincoli di ospitalità. E questo per una ragione: per non dover soffrire in cuor suo per un ospite e amico, quando a Policrate fosse capitata una terribile sciagura.


44) Dunque contro questo Policrate fortunato in tutto combattevano gli Spartani, chiamati in soccorso da quei Sami che in seguito avrebbero fondato a Creta la colonia di Cidonia. Policrate senza avvertire i suoi concittadini, tramite un araldo, aveva pregato Cambise figlio di Ciro, che stava raccogliendo truppe in vista della spedizione egiziana, di inviare una delegazione a Samo con una richiesta di aiuti militari. Udito il messaggio, Cambise si era affrettato a rispondere, chiedendo ufficialmente che una squadra navale di Policrate partecipasse alla sua impresa contro l'Egitto. Allora Policrate, scelti fra i cittadini tutti quelli che sospettava maggiormente di ribellione, li aveva inviati su quaranta triremi, raccomandando a Cambise di non farli rientrare mai più.


45) Secondo alcuni la spedizione dei Sami non raggiunse mai l'Egitto: approdati a Carpato, si sarebbero consultati fra loro e avrebbero deciso di non proseguire; secondo altri essi giunsero in Egitto da dove poi fuggirono eludendo ogni sorveglianza. In ogni caso, Policrate li aveva affrontati con le sue navi mentre tornavano a Samo, ingaggiando battaglia; i ribelli riuscirono a prevalere e a sbarcare sull'isola, ma poi sulla terraferma furono sconfitti e allora fecero vela verso Sparta. C'è anche chi sostiene che i reduci dall'Egitto erano riusciti a sconfiggere Policrate, ma secondo me non dicono la verità: se erano capaci di prevalere su Policrate, non avrebbero avuto bisogno di invocare il soccorso spartano. Oltre a ciò, secondo logica, un re che aveva a disposizione un gran numero di alleati mercenari e di arcieri locali non poteva venire sconfitto da un piccolo numero di Sami, quali erano i reduci al loro ritorno. Policrate in quella occasione aveva radunato negli arsenali le mogli e i figli dei suoi sudditi e si teneva pronto a bruciarli cogli arsenali, nel caso i suoi soldati lo avessero tradito passando dalla parte degli assalitori.


46) Quando i Sami respinti da Policrate giunsero a Sparta, si presentarono davanti ai magistrati e parlarono a lungo, da persone pressate dalla necessità. Ma i magistrati al primo colloquio risposero che le cose dette dai Sami all'inizio se le erano già dimenticate e che le ultime non riuscivano a capirle. Più tardi i Sami si presentarono una seconda volta, ma non fecero più alcun discorso: portarono con sé un sacco e dissero semplicemente che mancava della farina; gli Spartani risposero che il sacco non aveva bisogno di spiegazioni, comunque decisero di venire in loro aiuto.


47) In seguito gli Spartani, ultimati i necessari preparativi, mossero contro Samo; a detta dei Sami pagavano un debito di riconoscenza, dato che una volta li avevano aiutati nella guerra contro i Messeni; gli Spartani, invece, questa è la loro versione, avrebbero preso le armi non già per soccorrere i Sami, come i Sami avevano chiesto, ma piuttosto per vendicarsi del furto del cratere che portavano a Creso, e della corazza che il re d'Egitto Amasi gli aveva inviato in dono. In effetti i Sami, un anno prima del furto del cratere, avevano rubato anche una corazza, fatta di lino, intessuta di fitte figure di animali e ornata con ricami d'oro e di cotone, degni di grande ammirazione: ogni filo della corazza, benché già sottile, è composto a sua volta da 360 fili, tutti visibili. Ne esiste un'altra simile, ed è la corazza dedicata da Amasi ad Atena in Lindo.

 
48)Anche i Corinzi contribuirono volentieri alla spedizione contro Samo: essi avevano subito un sopruso una generazione prima di questa guerra, e cioè all'epoca del furto del cratere. Periandro figlio di Cipselo aveva mandato presso Aliatte a Sardi trecento ragazzi, figli dei cittadini più illustri di Corcira, per farne degli eunuchi; quando approdarono a Samo, gli abitanti del luogo, venuti a sapere dagli accompagnatori dei ragazzi la ragione per cui li si portava a Sardi, subito insegnarono ai giovani come mettersi sotto la protezione del tempio di Artemide; poi non permisero che i supplici venissero trascinati via dal santuario e, visto che i Corinzi impedivano il rifornimento di viveri ai ragazzi, i Sami inventarono una festa, che ancora oggi celebrano con lo stesso procedimento. Quando si faceva notte, per tutto il periodo trascorso dai fanciulli come supplici nel santuario, formavano cori di ragazze e ragazzi stabilendo per loro come regola di portare focacce di sesamo e miele affinché i giovani di Corcira le strappassero via e potessero nutrirsi. E tutto questo durò finché i Corinzi che sorvegliavano i ragazzi non decisero di andarsene e di abbandonarli; allora i Sami li ricondussero a Corcira.


49) Se dopo la morte di Periandro ci fosse stata amicizia fra i Corciresi e i Corinzi, i Corinzi non avrebbero preso parte alla spedizione contro Samo proprio per questa ragione; ma in realtà essi sono continuamente in disaccordo fra loro fin dai tempi della colonizzazione dell'isola e nonostante i legami di sangue. Per quelle antiche discordie i Corinzi serbavano rancore ai Sami.


50) Periandro aveva mandato a Sardi i ragazzi corciresi per farli evirare scegliendoli fra i figli degli uomini più illustri, per rappresaglia: la prima offesa l'avevano compiuta i Corciresi commettendo nei suoi confronti un terribile delitto. Infatti, dopo che Periandro ebbe ucciso la propria moglie Melissa, un'altra disgrazia si aggiunse alla precedente: da Melissa aveva avuto due figli, che avevano ormai diciassette e diciotto anni. Il loro nonno materno, Procle, tiranno di Epidauro, li aveva fatti venire presso di sé e li trattava con grande affetto, come era naturale, visto che erano i figli di sua figlia. Al momento di rimandarli a casa li congedò dicendo: "Ragazzi miei, ma lo sapete chi ha ucciso vostra madre?". Il maggiore dei due fratelli non prestò attenzione a questo discorso, invece il più giovane (si chiamava Licofrone) provò un vivo dolore nell'apprendere ogni cosa; tornato a Corinto, non rivolse più la parola a suo padre, assassino di sua madre: non partecipava alla conversazione se lui era presente e neppure rispondeva alle sue domande se veniva interpellato.


51) Alla fine Periandro, esasperato, lo scacciò da casa. Dopo averlo scacciato chiese al figlio maggiore che cosa avesse detto loro il nonno. E quello rispose che il nonno li aveva accolti con molto affetto, ma non si ricordò delle parole pronunciate da Procle nel congedarli, perché non le aveva comprese fino in fondo. Periandro dichiarò impossibile che il nonno non gli avesse fornita alcuna indicazione e insistette a interrogare il figlio, finché questi ricordò la frase del nonno e gliela riferì. Periandro intese perfettamente: deciso a non mostrare la benché minima indulgenza, dovunque il figlio da lui buttato fuori dalla reggia andasse a soggiornare, mandava un messaggero a vietare che lo si accogliesse. Così Licofrone, appena giungeva in una nuova dimora, ne veniva allontanato, perché Periandro a quanti lo accoglievano inviava minacce e l'ordine di non ospitarlo. Continuamente respinto, passava da una casa di amici all'altra; essi peraltro, trattandosi del figlio di Periandro, lo accoglievano ugualmente, sia pur con qualche timore.


52) Alla fine Periandro diffuse un bando: chi lo avesse ospitato nella propria casa o avesse parlato con lui avrebbe dovuto pagare ad Apollo una sacra ammenda; l'importo era indicato nel bando stesso. Di fronte a questo pubblico avviso nessuno più voleva rivolgergli la parola o accoglierlo nella propria casa; lui stesso del resto si rifiutava di tentare quanto gli era proibito e si aggirava per i portici cercando di resistere. Tre giorni dopo Periandro, vedendolo ormai ridotto alla fame e alla sporcizia, ebbe pietà di lui, soffocò la collera e gli si avvicinò dicendogli: "Figlio mio, che cosa ti pare meglio, continuare a vivere come fai o ricevere un giorno il potere e le ricchezze di cui ora dispongo? Ma tu devi obbedire a tuo padre. Tu sei figlio mio e sei re della ricca Corinto e hai scelto una vita da vagabondo; ti sei ribellato e nutri rancore proprio verso chi meno dovevi. Se fra noi è accaduto qualcosa di grave per cui ora mi guardi con sospetto, ebbene quel qualcosa è accaduto a me più che a te: io ne subisco le conseguenze maggiori, perché sono stato io a determinarlo. Tu ora hai provato quanto sia meglio essere invidiati che commiserati e anche cosa vuol dire essere in lite con i propri genitori o con chi è più potente; torna a casa!". Con simili parole Periandro cercava di placare il figlio; ma Licofrone non diede risposta a suo padre: si limitò a fargli osservare che avendogli rivolto la parola doveva pagare al dio la sacra multa. Periandro comprese che il male del figlio era insanabile, senza speranza di guarigione, e preferì non rivederlo mai più mandandolo nell'isola di Corcira, che apparteneva ai suoi domini. Dopo averlo mandato in esilio, mosse guerra contro il suocero Procle, ritenendolo il principale responsabile dei suoi guai: occupò Epidauro, catturò anche Procle e lo tenne in prigione.


53) Ma col passare del tempo Periandro si rendeva conto, invecchiando, di non essere più in grado di controllare e dirigere tutti i suoi affari; perciò tramite un messo richiamò Licofrone da Corcira perché assumesse il potere; non aveva fiducia nel figlio maggiore che gli sembrava alquanto ottuso. Licofrone non si degnò neppure di interrogare il latore del messaggio, e Periandro, che ci teneva molto a quel giovane, gli inviò la sorella, sua figlia, convinto che alla sorella più che a ogni altro, forse, avrebbe dato retta. Essa raggiunse il fratello e gli disse: "Ragazzo mio, preferisci che il regno cada nelle mani di un altro e che il patrimonio di tuo padre si disperda o tornare ed entrarne in possesso? Vieni a casa, smettila di accanirti contro te stesso. L'orgoglio è un bene sinistro; non cercare di guarire un male con un altro male. Sono molte le persone che alla giustizia antepongono la ragionevolezza. E già molti per seguire le parti della madre si sono perse quelle del padre. Il potere assoluto è una ricchezza malcerta, che possiede molti amanti; tuo padre ormai è vecchio, non ha più il vigore degli anni giovanili. Non consegnare nelle mani di un altro ciò che ti appartiene". Insomma, seguendo le istruzioni del padre gli rivolgeva le parole più persuasive; ma lui replicò che non sarebbe mai tornato a Corinto finché avesse saputo suo padre ancora in vita. La sorella riferì a Periandro la risposta e il re mandò una terza ambasciata, manifestando l'intenzione di trasferirsi a Corcira, purché il figlio tornasse a Corinto per succedergli sul trono. A queste condizioni il figlio accettò, sicché Periandro era pronto a partire per Corcira e il ragazzo a tornare a Corinto; ma quando i Corciresi conobbero i particolari dell'accordo, per evitare che Periandro si trasferisse nel loro paese uccisero il giovane. Ed è per questo che Periandro desiderava vendicarsi sui Corciresi.


54) Gli Spartani giunsero a Samo con una grande flotta e subito posero l'assedio; gettatisi all'assalto delle mura, riuscirono a salire sulla torre che sta di fronte al mare in un sobborgo della città; ma poi ne furono scacciati, perché Policrate era accorso di persona con un buon numero di soldati. All'altezza della torre superiore, eretta sulla sommità del colle, gli alleati assieme a molti Sami compirono una sortita, ma riuscirono a sostenere l'urto degli Spartani solo per poco tempo e si diedero alla fuga: i nemici li inseguivano e li massacravano.


55) E davvero se gli Spartani presenti quel giorno si fossero comportati come Archia e Licopa, Samo sarebbe caduta; Archia e Licopa riuscirono, da soli, a penetrare all'interno delle mura insieme con i Sami in fuga e, avendo ormai preclusa la via del ritorno, morirono dentro la città. Nel villaggio di Pitane (cui apparteneva) ho avuto occasione di parlare personalmente con un discendente di questo Archia, suo nipote Archia, figlio di Samio; fra tutti gli stranieri lui onorava in modo particolare i cittadini di Samo: mi raccontò che a suo padre era stato posto il nome di Samio, perché il nonno Archia era morto a Samo combattendo con grande valore. Disse di avere grande rispetto per i Sami, perché a suo tempo avevano dato onorevole sepoltura a suo nonno, a spese dello stato.


56) Gli Spartani, passati quaranta giorni di assedio a Samo, visto che l'impresa non faceva segnare alcun progresso, se ne tornarono nel Peloponneso. Una versione alquanto folle dei fatti vuole addirittura che Policrate abbia fatto battere una grande quantità di monete di piombo con il conio di Samo, le abbia rivestite d'oro e consegnate agli Spartani, i quali le avrebbero accettate in cambio del loro ritiro. Questa fu la prima spedizione contro l'Asia intrapresa dai Dori di Sparta.


57) Quei Sami che avevano mosso guerra a Policrate, vedendo gli Spartani ormai pronti ad abbandonarli, salparono anch'essi facendo rotta verso Sifno; avevano un grande bisogno di denaro e a quell'epoca Sifno era all'apice dello splendore; era l'isola più ricca di tutte: vi si trovavano miniere d'oro e d'argento così produttive che il tesoro dei Sifni a Delfi, costituito con la decima parte dei metalli preziosi estratti, è pari a quello delle città più opulente; essi poi ogni anno si ripartivano fra loro le ricchezze estratte. Quando decisero di costruire il tesoro, interrogarono l'oracolo chiedendo se i beni che possedevano erano tali da durare nel tempo; e la Pizia diede il seguente responso:…" Quando di Sifno a voi bianco sarà il pritaneo, e la piazza, Rida col candido ciglio, bisogno è di un uomo assennato, Contro l'insidia celata e l'araldo ch'è tinto rosso"… (Ma quando a Sifno il pritaneo si fa bianco e bianca la siepe del mercato allora c'è bisogno di un uomo saggio per guardarsi da una insidia di legno e da un araldo rosso). A quell'epoca a Sifno la piazza del mercato e il pritaneo erano rivestiti di marmo di Paro.


58) I Sifni non furono in grado di interpretare il responso, né immediatamente quando lo ricevettero né quando arrivarono i Sami. I Sami si fermarono nelle acque antistanti Sifno e subito inviarono in città una nave con ambasciatori a bordo. Anticamente tutte le navi erano tinte di rosso; ed è questo che la Pizia aveva voluto preannunciare ai Sifni invitandoli a guardarsi dall'insidia di legno e dall'araldo rosso. I messaggeri giunsero in città e chiesero ai Sifni un prestito di dieci talenti; i Sifni negarono il prestito e allora i Sami presero a devastare i loro terreni. I Sifni, appena lo seppero, accorsero a difenderli, ma furono sconfitti in battaglia dai Sami e molti di loro rimasero tagliati fuori dalla città. Dopodiché i Sami si fecero pagare cento talenti.


59) In cambio di denaro ottennero dagli abitanti di Ermione un'isola, Idrea, sulla costa del Peloponneso, che poi cedettero ai Trezeni; essi invece andarono a fondare Cidonia sull'isola di Creta, anche se non erano partiti con questo scopo: volevano solo scacciare dalla loro isola gli abitanti di Zacinto. Colà rimasero per circa cinque anni e certo vi prosperarono se riuscirono a costruire tutti i santuari oggi esistenti a Cidonia, compreso il tempio di Ditinna. Al sesto anno gli Egineti con l'aiuto dei Cretesi li sconfissero in una battaglia navale e li ridussero in schiavitù: gli Egineti asportarono i rostri dalle prue, a forma di cinghiale, e li dedicarono nel tempio di Atena a Egina. Tutto questo gli Egineti lo fecero per risentimento verso i Sami: infatti i Sami, precedentemente, all'epoca del re di Samo Anficrate, avevano mosso guerra contro Egina arrecando molti danni ai suoi abitanti e subendone a loro volta. E questa era stata l'origine delle loro discordie.


60) Ho protratto a lungo il mio discorso sui Sami perché furono loro a compiere le tre più grandi opere dell'intera Grecia: in un colle alto circa 150 orgie, proprio alla base, aprirono una galleria con due sbocchi, lunga sette stadi; in larghezza come in altezza misura otto piedi. Attraverso la galleria scavarono un cunicolo profondo venti cubiti e largo tre piedi, in cui mediante una conduttura l'acqua di una grande sorgente veniva incanalata e portata fino alla città. Il direttore dei lavori fu il megarese Eupalino figlio di Naustrofo; e questa è solo una delle tre opere. La seconda è il molo che si protende in mare a chiudere il bacino portuale, un molo profondo anche venti orgie e lungo più di due stadi. La terza opera è un tempio enorme, il più grande tempio mai visto, il cui primo architetto fu Reco figlio di Fileo, di Samo. È per merito di queste tre costruzioni che mi sono soffermato più a lungo sui Sami.


61) Mentre Cambise soggiornava in Egitto dando segni di pazzia, due Magi, due fratelli, decisero di ribellarglisi. Uno dei due era stato lasciato nella reggia in veste di sovrintendente; decise di ribellarsi quando venne a sapere della morte di Smerdi e di come Cambise la tenesse nascosta; sapeva che ben pochi Persiani ne erano al corrente, che quasi tutti lo credevano ancora vivo; pertanto ideò un piano per impadronirsi del regno. Aveva un fratello, suo compagno nella rivolta, come ho detto, che somigliava moltissimo a Smerdi (il figlio di Ciro fatto uccidere da suo fratello Cambise). Gli somigliava già molto nell'aspetto, per giunta si chiamava Smerdi a sua volta. Dopo averlo persuaso che avrebbe fatto tutto lui, il Mago Patizeite lo installò sul trono e inviò araldi un po' ovunque, e in particolare in Egitto, invitando l'esercito a obbedire da allora in poi agli ordini di Smerdi, figlio di Ciro, e non più a quelli di Cambise.


62) I vari araldi diffusero il proclama: il messo inviato in Egitto, che aveva trovato Cambise e il suo esercito a Ecbatana in Siria, annunciò i provvedimenti del Mago stando in mezzo ai soldati. Cambise udì ogni parola e, credendo che dicesse la verità e quindi di essere stato tradito da Pressaspe (che cioè, mandato per uccidere Smerdi, non l'avesse fatto), si rivolse a quest'ultimo e gli disse: "Pressaspe, è così che hai eseguito l'incarico che ti avevo affidato?". E quello rispose: "Signore, non è assolutamente vero che tuo fratello Smerdi si sia ribellato a te, né mai fastidio alcuno potrà venirti da lui, né grande né piccolo. Ho eseguito personalmente i tuoi ordini e l'ho seppellito con queste mie mani. Se ora i morti resuscitano, allora aspettati anche che insorga il Medo Astiage; ma se tutto va come è sempre andato, nessuna rivoluzione germoglierà da quell'uomo. Secondo me bisogna far inseguire l'araldo, interrogarlo e stabilire per ordine di chi è venuto a intimarci di obbedire a re Smerdi".


63) Piacquero a Cambise le parole di Pressaspe, l'araldo fu immediatamente raggiunto e portato al cospetto del re; appena arrivò, Pressaspe gli chiese: "Amico, tu affermi di essere venuto qui messaggero di Smerdi, figlio di Ciro. Ora dicci la verità e potrai andartene tranquillamente: questi ordini te li ha dati Smerdi personalmente, faccia a faccia, o qualcuno dei suoi?". Rispose il messaggero: "Io non ho più visto Smerdi figlio di Ciro da quando Cambise è partito contro l'Egitto; gli ordini me li ha dati il Mago, quello nominato da Cambise sovrintendente della reggia, affermando che Smerdi figlio di Ciro ci ingiungeva di riferirveli". La risposta dell'araldo non conteneva alcuna menzogna, e Cambise disse: "Pressaspe, tu hai agito onestamente eseguendo i miei comandi: non ti accuso di nulla. Ma chi può essere questo ribelle persiano che usurpa il nome di Smerdi?". Pressaspe rispose: "Mio re, io credo di comprendere quanto è accaduto: sono stati i Magi a ribellarsi, quello che tu hai lasciato ad amministrare la tua reggia, Patizeite, e suo fratello Smerdi".


64) Allora Cambise, udendo il nome di Smerdi, rimase molto colpito da come le parole di Pressaspe corrispondessero al suo antico sogno; aveva sognato che qualcuno veniva ad annunciargli che Smerdi, seduto sul trono regale, toccava il cielo con la testa. Comprese di aver inutilmente fatto uccidere suo fratello e pianse molto il nome di Smerdi. Dopo molti lamenti e molte amare considerazioni sulla propria disgrazia, balzò sul cavallo con l'intenzione di guidare al più presto un esercito su Susa, contro il Mago. Ma mentre balzava a cavallo, gli si staccò il puntale dal fodero della spada e la lama, non più inguainata, gli trafisse la coscia; ferito nello stesso punto in cui aveva colpito il dio egiziano Api, Cambise ritenne mortale la ferita; chiese il nome della città dove si trovava e gli risposero che si trattava di Ecbatana. Tempo prima un oracolo di Buto gli aveva predetto che avrebbe finito i suoi giorni a Ecbatana, ma lui aveva creduto di dover morire di vecchiaia nell'Ecbatana di Media, il cuore del suo impero; invece l'oracolo intendeva l'Ecbatana di Siria. Cosicché, quando ebbe inteso grazie alle sue domande il nome di Ecbatana, doppiamente abbattuto dalla vicenda del Mago e della sua ferita, tornò lucido di colpo e comprendendo l'oracolo disse: "Qui è stabilito che si spenga Cambise figlio di Ciro".


65) Così parlò allora; una ventina di giorni dopo convocò i più illustri Persiani presenti e pronunciò loro un discorso: "Persiani", disse, "le circostanze mi obbligano a rivelarvi un segreto che avrei voluto tenere nascosto più di ogni altro. Quando mi trovavo in Egitto ebbi nel sonno una visione e meglio sarebbe stato non averla avuta: mi pareva che un messaggero venisse ad annunciarmi dal palazzo che Smerdi, insediato sul trono regale, toccava il cielo con la testa. Temendo di vedermi sottrarre il potere da mio fratello, agii in modo più frettoloso che saggio: non era certo possibile a un essere umano stornare da sé il destino: e io, sciocco, mandai Pressaspe a Susa a uccidere mio fratello. Dopo un delitto tanto efferato vivevo ormai tranquillo: non avrei mai pensato che, eliminato Smerdi, un giorno un altro Smerdi potesse ribellarsi contro di me. Ma tutte le mie previsioni sul futuro erano sbagliate e ho assassinato mio fratello invano, perché ora io vengo lo stesso privato del mio regno. Lo Smerdi che il dio mi indicava nel sogno come ribelle era il Mago. Ormai il delitto io l'ho commesso e voi sappiate che Smerdi figlio di Ciro non è più vivo; del palazzo reale si sono impadroniti i Magi, quello che vi avevo lasciato come sovrintendente è suo fratello Smerdi. Colui che più di ogni altro avrebbe dovuto vendicarmi per l'affronto dei Magi è morto di una empia morte per mano dei suoi parenti più stretti; e ora che lui non c'è più, Persiani, diventa per me assolutamente necessario, chiudendo la mia esistenza, affidare a voi, in secondo luogo fra quanti mi restano, il compito di eseguire le mie ultime volontà: io raccomando a voi, invocando gli dèi che proteggono i re, a tutti voi e in particolare agli Achemenidi presenti, di non permettere che il potere passi di nuovo ai Medi. E se ora lo detengono per averlo riconquistato con l'inganno, con l'inganno vi esorto a sottrarglielo; e se hanno adoperato la forza anche voi dovete usare tutta la forza possibile per recuperarlo. Se lo farete, possano essere fertile la terra e prolifiche le vostre mogli e le vostre greggi, voi che per sempre sarete uomini liberi. Ma se non riprenderete il potere e non sarete poi in grado di conservarlo nelle vostre mani, allora vi auguro tutto il contrario e per di più che a ciascun Persiano tocchi la sorte toccata a me". Terminato il discorso, Cambise ruppe in lacrime piangendo la propria sorte.


66) I Persiani, come videro il loro re piangere, presero tutti a stracciarsi le vesti che indossavano, abbandonandosi a un lamento senza fine. In seguito Cambise morì, il figlio di Ciro: l'osso era andato in cancrena e la cancrena si era estesa rapidamente alla coscia; aveva regnato in tutto per sette anni e cinque mesi e non aveva lasciato neppure un figlio, né maschio né femmina. I Persiani a lui vicini non avevano creduto alla storia del potere nelle mani dei Magi: pensavano che Cambise avesse detto quello che aveva detto sulla morte di Smerdi per malanimo, per spingere alle armi l'intero popolo persiano. Credevano insomma che sul trono persiano fosse insediato davvero Smerdi figlio di Ciro, tanto più che Pressaspe negava recisamente di aver eliminato Smerdi: non era proprio una garanzia, per lui, ora che Cambise era morto, ammettere di aver ucciso il figlio di Ciro con le proprie mani.


67) E così il Mago, alla morte di Cambise, usurpando le prerogative dell'omonimo figlio di Ciro, poté regnare tranquillamente per tutti i sette mesi che sarebbero rimasti a Cambise per completare gli otto anni di regno; in questi sette mesi acquisì grandi meriti agli occhi di tutti i suoi sudditi; e quando morì tutte le popolazioni dell'Asia lo rimpiansero, a eccezione dei Persiani. In effetti il Mago aveva notificato a ogni popolazione a lui sottomessa che intendeva concedere per un periodo di tre anni l'esenzione dal servizio militare e dal pagamento dei tributi.


68) Aveva diffuso il proclama subito dopo essersi installato al potere, ma in capo a otto mesi la sua identità fu rivelata dal seguente episodio. Otane era figlio di Farnaspe ed era uno dei Persiani più illustri per nascita e per condizione; Otane fu il primo a subodorare che il Mago non fosse Smerdi il figlio di Ciro e a scoprirne la vera identità: lo aveva intuito dal fatto che il Mago non usciva mai dalla rocca della capitale e non chiamava al suo cospetto nessuno dei Persiani più ragguardevoli. Colpito da questo sospetto, ecco come si comportò. Cambise si era preso in moglie una figlia di Otane di nome Fedimia: adesso apparteneva al Mago, che conviveva con lei come con tutte le altre donne di Cambise. Otane mandò un messaggio a Fedimia per sapere con quale uomo si coricasse, se con Smerdi figlio di Ciro o con qualcun altro; e lei gli rispose affermando di non saperlo: non aveva mai visto prima il figlio di Ciro Smerdi né sapeva chi fosse l'uomo con cui divideva il letto. Allora Otane le inviò un secondo messaggio che diceva: "Se tu non conosci Smerdi figlio di Ciro, cerca di informarti da Atossa con chi convivete ora voi due. Almeno lei saprà distinguere il proprio fratello". A questo messaggio rispose ancora la figlia: "Io non posso parlare con Atossa né posso vedere alcuna delle donne che qui dimorano con me; quest'uomo, chiunque sia, appena ha assunto il regno ci ha separate alloggiandoci in posti diversi".


69) Dopo tali notizie la faccenda diventava sempre più chiara per Otane. Le mandò infine un terzo messaggio di questo tenore: "Figlia mia, tu sei di nobile lignaggio e devi affrontare il rischio che tuo padre ti invita a correre; se quell'uomo non è Smerdi figlio di Ciro ma l'individuo che io credo, non deve cavarsela a buon mercato, lui che condivide il tuo letto e ha in mano sua il potere dei Persiani, ma deve pagare per la sua colpa. Ora fa' quanto ti dico. Quando sei a letto con lui, accertati che stia dormendo e toccagli le orecchie; se ti risulta che le ha, allora sii pur certa che tu vivi con Smerdi figlio di Ciro; se no, sappi che si tratta di Smerdi il Mago". Fedimia gli rispose che avrebbe corso un grave pericolo ad agire così; se per caso quell'uomo non aveva le orecchie e si fosse accorto che lei cercava di toccargliele, sapeva bene che l'avrebbe uccisa; tuttavia avrebbe tentato lo stesso. Promise, dunque, al padre di agire. Ciro figlio di Cambise durante il suo regno aveva fatto tagliare le orecchie al Mago Smerdi, per una qualche colpa, presumibilmente grave. Insomma Fedimia, figlia di Otane, veniva compiendo quanto aveva promesso a suo padre; quando fu il suo turno accanto al Mago (perché a turno le donne si uniscono coi mariti, in Persia), si sdraiò al suo fianco, attese che si fosse profondamente addormentato e gli toccò le orecchie. Non fu certo difficile, tutt'altro, stabilire che quell'uomo non aveva le orecchie, sicché, appena fu giorno, inviò un messaggio al padre per informarlo dell'accaduto.


70) Allora Otane prese con sé Aspatine e Gobria, che erano i primi fra i Persiani e, ai suoi occhi, i più affidabili, e li mise al corrente di tutta la situazione; anch'essi sospettavano la verità e accolsero la versione dei fatti riferita da Otane. Decisero di associarsi altri Persiani, ciascuno avvicinando l'uomo ritenuto più sicuro. Otane dunque contattò Intafrene, Gobria Megabisso e Aspatine Idarne. Quando già erano in sei, giunse a Susa Dario figlio di Istaspe, proveniente dalla Persia di cui suo padre era governatore. Visto che Dario si trovava lì a Susa, i sei congiurati decisero di prendere anche lui nel gruppo.


71) Si riunirono tutti e sette, si scambiarono reciproche garanzie e discussero sul da farsi. Quando toccò a Dario manifestare la propria opinione, egli disse: "Credevo di saperlo solo io che a regnare sulla Persia è il Mago e che il figlio di Ciro Smerdi è morto; e proprio per questo ero venuto qui, in fretta, per studiare la maniera di eliminare il Mago. Ma poiché accade che anche voi, e non solo io, siete al corrente della cosa, sono del parere di intervenire immediatamente, senza rimandare, perché sarebbe peggio". Al che Otane rispose: "Figlio di Istaspe, tu discendi da un padre valoroso e proprio ora ci dimostri di non essere affatto inferiore a tuo padre. Adesso però non affrettare così, con leggerezza, il nostro colpo; considera la situazione con un po' di prudenza: dobbiamo diventare più numerosi per agire". Ma Dario ribatté: "Statemi a sentire, voi tutti qui presenti: a fare come dice Otane perirete tutti di mala morte, statene certi, perché qualcuno andrà a riferire al Mago ogni cosa, mirando a un proprio personale tornaconto. Meglio ancora avreste fatto a operare contando solamente su di voi; ma visto che vi è parso preferibile suddividere la responsabilità fra più persone e avete coinvolto anche me, o agiamo oggi stesso oppure, al termine di questa sola giornata, statene certi, nessuno potrà denunciare me, perché sarò io, per primo, a rivelare al Mago ogni cosa".


72) Otane, vedendo Dario molto deciso, rispose: "Visto che cicostringi ad affrettare le cose e non ci permetti di prendere tempo, allora spiegaci tu come possiamo penetrare nella reggia e impadronircene. Che è disseminata di sentinelle lo sai anche tu: se non le hai viste, ne avrai sentito parlare. In che modo potremo eluderle?". E Dario gli rispose: "Otane, ci sono tante cose che non si possono spiegare a parole ma solo coi fatti e altre invece perfettamente descrivibili, che non producono però un risultato decisivo. Rendetevi conto che non è affatto difficile superare i vari posti di guardia. Intanto considerate la nostra condizione: nessuno ci impedirà di passare, un po' per rispetto e un po' anche per paura; inoltre io ho un eccellente pretesto per entrare: mi basta dichiarare che vengo dalla Persia e sono latore al re di un messaggio di mio padre. Quando è necessario, bisogna dire il falso; mentendo o facendo uso della verità, aspiriamo pur sempre allo stesso risultato: mente chi intende ricavare qualche utile con le sue bugie, dice la verità chi da questa può trarre un vantaggio e conquistarsi la fiducia altrui. Così, anche senza seguire gli stessi principî, miriamo allo stesso fine. Se non dovesse attendersi un vantaggio, chi dicesse la verità mentirebbe e il bugiardo sarebbe sincero, senza differenza. Ora, se una delle sentinelle vorrà lasciarci passare, lo farà a suo esclusivo e futuro vantaggio; chi invece tentasse di ostacolarci sia subito dichiarato un nemico: dopodiché irrompiamo dentro la reggia e facciamola finita!".


73) Dopo Dario si levò a parlare Gobria: "Amici", disse, "quando mai si presenterà una occasione più bella per rimettere le mani sul potere, o per morire, se non saremo capaci di riconquistarlo? Noi, che siamo Persiani, siamo ora comandati da un Mago di Media, da un individuo privo di orecchie! Voi, almeno in parte, eravate accanto a Cambise infermo: vi siete scordati le maledizioni che morendo pronunciò contro i Persiani, se non avessero lottato per impossessarsi nuovamente del potere? Allora non le abbiamo ascoltate: credevamo che Cambise intendesse denigrare Smerdi. Ora io voto per obbedire a Dario e per non sciogliere questa riunione se non per muovere dritti contro il Mago". Così parlò Gobria e tutti furono d'accordo con lui.


74) Mentre i sette prendevano tale decisione, ecco quanto in tanto stava per caso accadendo. I Magi, consultatisi fra di loro, avevano deciso di guadagnarsi l'amicizia di Pressaspe: Pressaspe aveva subìto orribili torti da parte di Cambise, che gli aveva ammazzato un figlio con una freccia, era l'unico a conoscenza della morte di Smerdi figlio di Ciro (lo aveva ucciso lui con le proprie mani), inoltre fra i Persiani godeva di una grandissima reputazione. Per tutte queste ragioni lo convocarono e tentarono di legarlo con assicurazioni e giuramenti: doveva tenere per sé e non rivelare a nessuno l'inganno da loro perpetrato ai danni dei Persiani, in cambio gli promettevano ogni sorta di vantaggi.


75) Visto che Pressaspe accettava di assecondarli, i Magi, dopo averlo convinto, aggiunsero una seconda proposta: manifestarono l'intenzione di convocare tutti i Persiani sotto le mura della reggia e invitarono Pressaspe a salire su una torre e a proclamare che il potere era nelle mani di Smerdi figlio di Ciro e di nessun altro. Affidavano a lui tale compito, perché godeva del maggior credito fra i Persiani e perché a più riprese aveva già affermato che Smerdi figlio di Ciro era vivo e ne aveva negato l'uccisione. Pressaspe si dichiarò pronto anche a questo; i Magi convocarono i Persiani e lo fecero salire sopra una torre invitandolo a parlare. Ma lui ignorò deliberatamente il discorso preteso dai Magi ed espose la genealogia di Ciro a partire da Achemene; arrivato a Ciro ne enumerò i meriti nei confronti dei Persiani e al termine di questa rassegna rivelò tutta la verità: confessò di averla tenuta nascosta per i pericoli che avrebbe corso narrando tutto l'accaduto; ora invece si sentiva in dovere di svelarla. In particolare dichiarò di avere assassinato lui Smerdi figlio di Ciro, costrettovi da Cambise, e denunciò i Magi come usurpatori del potere regale. E dopo aver lanciato numerose maledizioni contro i Persiani, se non avessero riconquistato il potere e preso vendetta sui Magi, si gettò a capofitto giù dalla torre. Così morì Pressaspe, che per tutta la sua vita fu un uomo degno della massima stima.


76) I sette Persiani, una volta deciso di tentare subito il colpo contro i Magi senza perdere tempo, pregarono gli dèi e si avviarono senza sapere nulla dei fatti di Pressaspe. Erano ormai a metà strada, quando appresero l'accaduto. Allora si appartarono ai margini della via e si consultarono fra di loro: Otane e i suoi premevano decisamente per rimandare il colpo, per non agire proprio nel momento in cui le acque si presentavano tanto agitate; Dario e i suoi invece esortavano a muoversi immediatamente, a portare a termine l'azione decisa senza procrastinare. Mentre stavano discutendo, apparvero sette coppie di sparvieri che si avventavano su due coppie di avvoltoi strappandogli le penne e artigliandoli. Vedendo il prodigio tutti approvarono il parere di Dario: così, incoraggiati dagli auspici, mossero verso la reggia.


77) Davanti alle porte accadde quanto Dario aveva previsto: le sentinelle per rispetto di fronte a uomini che erano tra i più insigni dei Persiani e non sospettandoli capaci di una cosa simile, li lasciarono passare, come scortati dagli dèi: nessuno osò interrogarli. Quando poi furono nel cortile, si imbatterono negli eunuchi incaricati di introdurre presso il re le ambascerie: questi chiesero la ragione della loro venuta e intanto pronunciavano minacce all'indirizzo delle guardie che li avevano fatti passare; e tentarono di trattenerli, poi, quando i sette manifestarono l'intenzione di procedere oltre. Allora i congiurati, incoraggiandosi a vicenda, brandirono i pugnali e trafissero sul posto chi cercava di fermarli; poi si lanciarono di corsa verso le stanze degli uomini.


78) In quel momento entrambi i Magi si trovavano all'interno della reggia a discutere il gesto di Pressaspe. Come si avvidero che gli eunuchi fuggivano sconvolti e gridavano, balzarono in piedi entrambi: resisi conto dell'accaduto, si prepararono a difendersi. Uno dei due fu più lesto ad afferrare l'arco, l'altro afferrò la lancia. A quel punto ci fu lo scontro. Quello che aveva agguantato l'arco non poté trarne alcun vantaggio, perché i nemici erano troppo vicini e lo incalzavano da presso; l'altro, difendendosi con la lancia, poté ferire Aspatine a una coscia e Intafrene a un occhio. Per la ferita Intafrene perse l'occhio, ma non morì. Insomma, dei due uno riuscì a ferire gli aggressori, l'altro invece, visto che l'arco non gli serviva a nulla, corse a rifugiarsi in una stanza che dava sull'appartamento degli uomini, sperando di chiuderne la porta. Ma gli piombarono addosso due dei sette congiurati, Dario e Gobria; Gobria e il Mago si avvinghiarono in un corpo a corpo, sicché Dario lì accanto non sapeva che fare: erano al buio e temeva di colpire Gobria. Vedendolo in piedi inattivo, Gobria gli chiese perché non gli desse una mano e Dario rispose: "Non vorrei colpire te", e Gobria gli ribatté: "Affonda la spada, a costo di trafiggere anche me!". Dario obbedì: tirò un fendente che raggiunse per fortuna proprio il Mago.


79) Ai due Magi, dopo averli uccisi, tagliarono la testa; lasciati sul posto i feriti, un po' per la loro invalidità un po' a guardia della rocca, i cinque rimasti corsero fuori della reggia portando con sé le teste dei Magi, gridando e facendo gran rumore; chiamarono gli altri Persiani e raccontarono tutto l'accaduto, mostrando le teste; intanto uccidevano qualunque Mago gli capitasse davanti. I Persiani, quando seppero ciò che i sette avevano fatto nonché l'inganno dei Magi, decisero a loro volta di seguire l'esempio dei sette, sguainarono i pugnali e si misero a massacrare ogni Mago che riuscivano a trovare. Se non li avesse trattenuti il sopraggiungere della notte non avrebbero lasciato vivo un solo Mago. Questa giornata i Persiani la onorano tutti più di ogni altra: e celebrano una grande festa detta da loro "Uccisione dei Magi", durante la quale nessun Mago può farsi vedere in giro: trascorrono l'intera giornata chiusi nelle loro case.

80) Quando il tumulto si placò e furono trascorsi cinque giorni, gli autori della ribellione ai Magi si consultarono sulla situazione nel suo insieme; in quella circostanza furono pronunciati discorsi che suonano forse incredibili alle orecchie di qualche Greco, ma che furono davvero pronunciati. Il parere di Otane era di rimettere il potere a tutti i Persiani: egli disse: "Secondo me non deve più essere un monarca a governarci: si tratta di un sistema né piacevole né valido. Voi avete pur visto l'arroganza di Cambise sin dove si è spinta e avete sperimentato anche quella del Mago. Come potrebbe essere una cosa conveniente la sovranità di una sola persona a cui è lecito agire come vuole senza doverne rendere conto a nessuno? Anche l'uomo migliore del mondo, una volta che avesse in mano tanta autorità, si troverebbe al di fuori del modo comune di pensare. Le fortune a sua disposizione producono in lui protervia, e in ogni uomo c'è già innata sin da subito l'invidia: se possiede questi due vizi, li possiede tutti. Molte azioni nefande le compie perché è gonfio di arroganza e molte perché è pieno di invidia. Eppure un re, che possiede ogni bene, non dovrebbe conoscere l'invidia; e invece germoglia in lui malanimo verso i suoi cittadini: invidia i migliori finché sono ancora in vita, si compiace dei cittadini peggiori, nessuno è più disposto di lui ad accogliere calunnie. La cosa più assurda è che se lo ammiri con moderazione, se ne adonta perché non si sente abbastanza riverito, e se lo riverisci molto, se ne adonta perché si sente adulato. Ma la cosa più grave è questa: sconvolge le patrie tradizioni, violenta le donne, manda a morte senza processi. Invece il governo del popolo comporta già il nome più bello che esista: "parità di diritti". E poi non c'è nulla di ciò che fa un monarca; le cariche pubbliche si sorteggiano, c'è un rendiconto per le magistrature ricoperte, tutte le decisioni sono demandate a un collettivo. Pertanto il mio parere è di abbandonare il regime monarchico e di innalzare il popolo al potere: perché la massa è tutto".


81) Otane esternò queste sue convinzioni. Invece Megabisso propose di affidarsi a una oligarchia, nei seguenti termini: "Ribadisco tutto ciò che Otane ha detto contro la monarchia, ma esortandovi a trasmettere al popolo il potere ha sbagliato di grosso: non c'è nulla di più stupido e di più prevaricatore di una massa buona a nulla. Non è assolutamente tollerabile che per evitare la violenza di un tiranno si cada poi nella violenza di una massa priva di freni. Il tiranno, se agisce, lo fa con cognizione di causa, mentre il popolo discernimento non ne ha: e come potrebbe del resto averlo, se mai nulla gli è stato insegnato e se non ha visto mai nulla di buono che fosse suo? Si getta sulle cose senza riflettere e le sconvolge, come un fiume impetuoso. Al popolo si affidi pure chi medita la rovina dei Persiani; noi invece scegliamo un numero ristretto di persone, fra le migliori, e rimettiamo il potere nelle loro mani; di questo gruppo faremo parte anche noi: ed è logico che le risoluzioni degli uomini migliori siano le migliori".


82) Questo fu il suggerimento di Megabisso. Poi per terzo manifestò il proprio pensiero Dario, il quale disse: "A me i giudizi espressi da Megabisso nei confronti del popolo sembrano esatti, ma inesatti quelli sull'oligarchia. Delle tre forme di governo in questione, tutte ottime a parole, e cioè democrazia, oligarchia e monarchia, io sostengo che quest'ultima è di gran lunga superiore. Un uomo solo eccellente: nulla può apparire preferibile. Servendosi delle proprie straordinarie capacità può governare il popolo in maniera irreprensibile: è la soluzione più efficace per mantenere segreti i provvedimenti presi nei confronti dei nemici. In una oligarchia, dove sono in molti a impegnare a fondo le proprie capacità per il bene comune, sorgono di solito accese rivalità personali. Ciascuno desidera primeggiare e far prevalere la propria opinione e si arriva così a gravi odi reciproci; dagli odi nascono sedizioni, dalle sedizioni stragi; e dalle stragi al potere di uno solo il passo è breve: anche in questo si dimostra la superiorità della monarchia. Quando invece è il popolo a detenere il potere, inevitabilmente si sviluppa la criminalità: e quando questa penetra nella cosa pubblica, fra i criminali non si formano inimicizie bensì amicizie fondate sulla violenza: perché quanti agiscono ai danni dello stato uniscono i loro sforzi. Le cose vanno così fino a quando qualcuno si mette a capo del popolo e pone fine alle loro trame. Quest'uomo si attira l'ammirazione del popolo e così in conseguenza di tale ammirazione è proclamato re: anche in questo si dimostra che la monarchia è la forma di governo più sicura. Insomma, per riassumere in una sola frase: da dove è venuta a noi la libertà? Chi ce l'ha data? Il popolo, una oligarchia o un sovrano? Il mio parere è che noi, ottenuta la libertà per opera di un solo uomo, dobbiamo conservare questa forma di governo; e, a parte questo, non dobbiamo violare le tradizioni patrie che sono validissime; non ne trarremmo certo un vantaggio".


83) Queste furono le tre proposte avanzate: gli altri quattro congiurati si dichiararono favorevoli a quest'ultima. Quando vide perdente la propria proposta, che tendeva a concedere ai Persiani l'uguaglianza dei diritti, Otane prese la parola di fronte a tutti e disse: "Compagni, ormai è chiaro che uno di noi dovrà diventare re, o per sorteggio o affidando al popolo persiano la sua elezione o con qualche altro sistema; ma io non entrerò nella competizione: non intendo né comandare né essere comandato. Rinuncio al potere, ma a un patto, di non essere mai soggetto a nessuno di voi, né io personalmente né alcuno dei miei discendenti". Quando ebbe finito di parlare, gli altri sei congiurati si dichiararono d'accordo su quella condizione ed egli si ritirò dalla gara, si allontanò dal gruppo. Ancora oggi il casato di Otane è l'unico libero, l'unico a sottoporsi solo in ciò che crede, senza peraltro mai violare le leggi persiane.


84) I sei congiurati rimasti discutevano sulla maniera più corretta per scegliere il re. Intanto decisero, nel caso il regno fosse toccato a un altro dei sette, di assegnare a Otane e ai suoi discendenti, come segno di distinzione, una veste di foggia meda ogni anno e tutti i doni che tra i Persiani sono tenuti in maggior pregio. Concordarono di concedergli questi riconoscimenti, perché era stato il primo a ideare il colpo di stato e ad aggregarli insieme. Tali furono i privilegi eccezionali concessi a Otane; per loro stessi decisero di permettere a chiunque dei sette lo desiderasse di entrare nella reggia senza farsi annunciare, a meno che il re non stesse giacendo con una moglie; il re, poi, non avrebbe potuto sposare se non donne provenienti dalle famiglie dei congiurati. Quanto all'assegnazione del regno decisero di insediare sul trono quello di loro il cui cavallo avesse nitrito per primo al sorgere del sole, mentre cavalcavano nei sobborghi.


85)Dario aveva per scudiero un uomo molto accorto, di nome Ebare; a lui Dario si rivolse non appena la riunione dei sette fu sciolta: "Ebare", gli disse, "riguardo al regno abbiamo deciso di procedere così: quello di noi il cui cavallo, mentre cavalchiamo, nitrisca per primo al sorgere del sole sarà re. Perciò se conosci qualche astuzia vedi di metterla in pratica, perché il titolo venga nelle nostre mani e non in quelle di un altro". Ed Ebare gli rispose: "Padrone, se davvero dipende solo da questo che tu sia re o meno, non avere paura, anzi sta' pure allegro e tranquillo: nessun altro sarà re al posto tuo. Ho dei rimedi che sembrano fatti apposta". E Dario gli disse: "Se davvero conosci un espediente capace di tanto, è ora il momento di usarlo, senza perdere tempo, perché la prova avrà luogo all'alba di domani". Udito ciò, ecco come si regolò Ebare: appena scese la notte, condusse nei sobborghi della città una delle cavalle, la più amata dal destriero di Dario, e lì la legò; quindi andò a prendere il cavallo di Dario e a lungo lo fece girare intorno alla femmina, gliela lasciò sfiorare, e infine gli permise di montarla.


86) Alle prime luci del giorno, come convenuto, i sei si presentarono in groppa ai cavalli; e quando, attraversando il sobborgo, giunsero all'altezza del punto in cui la notte precedente era stata legata la cavalla, subito il destriero di Dario nitrì, lanciandosi in avanti. E proprio mentre il cavallo nitriva, un lampo percorse il cielo sereno e si udì un tuono. Questi fenomeni andarono ad aggiungersi a favore di Dario, quasi si fossero verificati per un qualche accordo; gli altri cinque balzarono giù di sella e si prostrarono davanti a Dario.


87) Tale sarebbe stato lo stratagemma di Ebare, così almeno lo narrano alcuni; invece secondo altri (i Persiani raccontano entrambe le versioni) Ebare avrebbe passato la mano sui genitali della cavalla e poi l'avrebbe tenuta infilata dentro le brache; quando poi al sorgere del sole i cavalli stavano per avviarsi, tratta fuori la mano, Ebare l'avrebbe accostata alle narici del destriero di Dario, il quale avvertendo l'odore della femmina avrebbe cominciato ad agitarsi e a nitrire.


88) Dario figlio di Istaspe fu proclamato re: sudditi suoi erano tutti i popoli dell'Asia a eccezione degli Arabi, tutte le popolazioni che Ciro e dopo di lui Cambise avevano assoggettato. Gli Arabi non si piegarono mai ai Persiani, divennero anzi loro alleati lasciando il passaggio a Cambise in marcia contro l'Egitto; in effetti, se gli Arabi non lo avessero consentito, i Persiani non avrebbero potuto invadere l'Egitto. Dario si prese in moglie le più illustri donne persiane: per esempio le due figlie di Ciro Atossa e Artistone, Atossa che era già stata moglie di suo fratello Cambise e poi del Mago, Artistone che era vergine. Inoltre sposò una nipote di Ciro, figlia di Smerdi, che si chiamava Parmis; e si prese anche la figlia di Otane, quella che aveva smascherato il Mago. Il potere di Dario dilagò in ogni direzione. Intanto fece subito fabbricare e installare un bassorilievo raffigurante un uomo a cavallo e vi fece apporre la seguente iscrizione: "Dario figlio di Istaspe grazie alle virtù del suo cavallo (di cui specificava il nome) e del suo scudiero Ebare si è conquistato il regno di Persia".


89) Poi istituì venti province persiane, che loro chiamano "satrapie": dopo averle istituite nominò i rispettivi governatori e fissò i tributi che dovevano derivargli; li fissò popolazione per popolazione a ciascuna unendo le genti vicine, di confine in confine, assegnando a questo o a quel popolo le genti più lontane. Quanto alle province e alle entrate annuali dei tributi stabilì i seguenti criteri: a quante versavano tributi in argento impose come unità di misura il talento di Babilonia, a quante pagavano in oro il talento di Eubea; il talento di Babilonia equivale a 78 mine di Eubea. All'epoca dei regni di Ciro e di Cambise non era stata fissata alcuna norma riguardante i tributi: venivano semplicemente offerti dei doni. A causa di questa regolamentazione dei tributi, e di altri provvedimenti consimili, i Persiani dicono che Dario era un bottegaio, Cambise un padrone e Ciro un padre; il primo perché mercanteggiava su ogni cosa, il secondo perché era duro e privo di scrupoli e il terzo perché era mite e aveva studiato per loro ogni bene possibile.


90) Dagli Ioni, dai Magneti d'Asia, dagli Eoli, dai Cari, dai Lici, dai Mili e dai Panfili (si trattava infatti di un unico tributo cumulativo) gli derivavano 400 talenti d'argento; e questa era la prima provincia da lui costituita. Invece dai Misi, dai Lidi, dai Lasoni, dai Cabali e dagli Itennei provenivano 500 talenti: e questo era il secondo distretto. La terza provincia comprendeva gli abitanti dell'Ellesponto, stanziati sulla riva destra per chi entra in quel mare, i Frigi, i Traci d'Asia, i Paflagoni, i Mariandini e i Siri, e sborsava un tributo di 360 talenti. I Cilici contribuivano con 360 cavalli bianchi, uno per ogni giorno dell'anno, e 500 talenti d'argento: di questi, 140 erano utilizzati per la cavalleria che presidiava il territorio della Cilicia, i rimanenti 360 andavano a Dario; e questo era il quarto distretto.


91) A partire dalla città di Posideio, fondata da Anfiloco figlio di Anfiarao al confine fra la Cilicia e la Siria, a partire da Posideio fino all'Egitto, ad eccezione della parte occupata dagli Arabi, che godeva dell'esenzione dai tributi, la somma versata era di 350 talenti: in questo distretto, il quinto, sono comprese l'intera Fenicia, la Siria cosiddetta Palestina e l'isola di Cipro. Dall'Egitto, dai territori libici confinanti con l'Egitto, da Cirene e da Barca (anche queste città erano state assegnate al distretto egiziano) si ricavavano 700 talenti senza calcolare il denaro proveniente dal lago di Meride, come tassa sulla pesca; la rendita era dunque di 700 talenti senza il denaro e senza contare le misure di frumento aggiuntive: gli Egiziani infatti forniscono ai Persiani insediati nella rocca di Leuco a Menfi e ai loro ausiliari 120.000 medimni di frumento; e questo è il sesto distretto. I Sattagidi, i Gandari, i Dadici e gli Apariti furono inclusi nel medesimo distretto, il settimo, e pagavano 170 talenti. Da Susa e dalla rimanente regione dei Cissi, l'ottavo distretto, provenivano 300 talenti.


92) Babilonia e tutto il resto dell'Assiria fornivano 1000 talenti e 500 ragazzi castrati; e questa è la nona provincia. Da Ecbatana e dal resto della Media, dai Paricani e dagli Ortocoribanti, che componevano il decimo distretto, provenivano 450 talenti. La undicesima circoscrizione era costituita dai Caspi, dai Pausici, dai Pantimati e dai Dariti che complessivamente sborsavano 200 talenti. Il dodicesimo distretto si estendeva dai Battriani fino agli Egli e versava un tributo di 300 talenti.


93) Dalle regioni dei Patti e degli Armeni e dalle popolazioni loro confinanti fino al Ponto Eusino, che formavano il tredicesimo distretto, provenivano 400 talenti; 600 ne venivano complessivamente dal quattordicesimo, formato dai Sagarti, dai Sarangi, dai Tamanei, dagli Uti, dai Mici, e dagli abitanti delle isole del Mare Eritreo, isole nelle quali il re confina i cosiddetti "deportati". I Saci e i Caspi versavano 250 talenti e costituivano il quindicesimo distretto. I Parti, i Corasmi, i Sogdi e gli Arii, componenti la sedicesima satrapia, versavano 300 talenti.


94) I Paricani e gli Etiopi d'Asia pagavano 400 talenti e formavano il diciassettesimo distretto. Ai Matieni, ai Saspiri e agli Alarodi era stato imposto un tributo di 200 talenti; e questo era il diciottesimo distretto; ai Moschi, ai Tibareni, ai Macroni, ai Mossineci e ai Mari, appartenenti al diciannovesimo distretto, un tributo di 300 talenti. La mas sa degli Indiani, che costituisce la popolazione più numerosa a mia conoscenza, versava un tributo pari a quello di tutti gli altri: 360 talenti di polvere d'oro; e questa era la ventesima satrapia.


95) L'argento, convertendo i talenti babilonesi in euboici, dà la cifra di 9880 talenti, invece l'oro in polvere, calcolando un valore di tredici volte tanto rispetto all'argento, è pari a 4680 talenti euboici. Il che significa che complessivamente il tributo annuale versato a Dario ammontava a 14.560 talenti euboici; e non sto calcolando le cifre di minore entità.


96) Tale era il tributo che veniva versato a Dario dall'Asia e da una piccola porzione della Libia. Col passare del tempo si aggiunsero anche i tributi pagati dalle isole e dalle popolazioni stanziate nell'Europa fino alla Tessaglia. Il re tesaurizza tutto questo denaro nel modo seguente: fa fondere tutto il metallo e lo versa in vasi di terracotta: quando il recipiente è pieno, fa togliere l'involucro fittile. Quando poi ha bisogno di denaro, fa battere moneta secondo il quantitativo di volta in volta necessario.


97) Queste erano le satrapie e la ripartizione dei tributi: dal mio elenco dei distretti tributari è rimasta esclusa la Persia soltanto: in effetti i Persiani abitano un territorio del tutto esente da imposte. Altre popolazioni non subirono nessuna imposizione fiscale, ma provvedevano comunque a offerte di doni: per esempio gli Etiopi, confinanti con l'Egitto, quelli che Cambise assoggettò nella sua marcia contro gli Etiopi Longevi, che abitano intorno alla sacra città di Nisa e celebrano feste in onore di Dioniso. Questi Etiopi e i popoli limitrofi hanno il liquido seminale uguale a quello degli indiani Callanzi e vivono in abitazioni sotterranee. Gli uni e gli altri insieme inviavano ogni due anni, e ancora adesso li inviano, due chenici d'oro non raffinato e 200 tronchi di ebano, nonché cinque giovani Etiopi e venti lunghe zanne di elefante. A una offerta volontaria si autocostrinsero anche i Colchi e i loro vicini fino al monte Caucaso (fino a questo monte infatti si estende il predominio dei Persiani, mentre le regioni a nord del Caucaso non si curano minimamente dei Persiani); sino a oggi essi continuano a mandare, ogni cinque anni, le regalie che si erano prescritte, ossia cento ragazzi e cento ragazze. Gli Arabi versavano annualmente 1000 talenti di incenso. E questi erano i donativi offerti al re al di là dei tributi ordinari.


98) Ecco come gli Indiani si procurano quell'enorme quantitativo d'oro da cui traevano come si è detto la polvere che portavano al re. Tutta la parte orientale del territorio indiano è costituita da una distesa di sabbia: in effetti di tutti i popoli conosciuti e di cui si abbia qualche nozione sicura, gli Indiani sono i primi in Asia che abitano verso l'aurora e il sorgere del sole; e i loro territori orientali sono per l'appunto desertici a causa della sabbia. Numerose sono le stirpi indiane, e non tutte parlano la stessa lingua; ne esistono di nomadi e di non nomadi; certe ancora abitano nelle paludi formate dal fiume e si cibano di pesce crudo che pescano a bordo di imbarcazioni di canna. Ogni imbarcazione è costituita dal tronco di una canna compreso fra due nodi. Questi Indiani portano vesti fatte di giunco: quando tagliano il giunco dal fiume, lo battono e poi lo intrecciano come si fa da noi con le ceste, e lo indossano come una corazza.


99) Altre genti dell'India, localizzabili più verso oriente, sono nomadi e si nutrono di carni crude: si chiamano Padei; ed ecco quali sono, a quanto si racconta, le loro abitudini: quando uno di loro si ammala, uomo o donna che sia, viene ucciso; se è uomo, lo uccidono gli amici più intimi sostenendo che una volta consunto dalla malattia le sue carni per loro andrebbero perdute; ovviamente l'ammalato nega di essere tale, ma gli altri non accettano le sue proteste, lo uccidono e se lo mangiano. Se è una donna a cadere inferma, le donne a lei più legate si comportano esattamente come gli uomini. Del resto sacrificano chiunque giunga alla soglia della vecchiaia e se lo mangiano. Ma a dire il vero non sono molti ad arrivare a tarda età, visto che eliminano prima chiunque incappi in una malattia.


100) Altri Indiani si comportano in maniera diversa: non uccidono alcun essere vivente, non seminano, abitualmente non possiedono case e mangiano erba; hanno nel loro paese un cereale grosso quanto un grano di miglio e racchiuso in un calice, che si produce spontaneamente e che essi raccolgono, fanno cuocere insieme con il calice e mangiano. Quello fra loro che cada ammalato si inoltra nel deserto e vi si corica: nessuno si cura di lui, né da morto né da malato.


101) Tutti gli Indiani da me sin qui elencati s'accoppiano in pubblico come gli animali; hanno tutti la pelle dello stesso colore, molto simile a quello degli Etiopi. Lo sperma con cui fecondano le loro donne non è bianco come per gli altri uomini, bensì nero, come la loro pelle; un liquido seminale con le stesse caratteristiche è secreto anche dagli Etiopi. Queste popolazioni indiane sono situate ben oltre la Persia, in direzione sud verso il vento di Noto, e non furono mai sottomesse a Dario.


102) Ancora genti indiane confinano con il territorio della città di Caspatiro e col paese dei Patti; rispetto agli altri Indiani abitano a nord, verso l'Orsa e il vento Borea: il loro sistema di vita è assai simile a quello dei Battri. Fra gli Indiani sono anche i più bellicosi, e sono quelli che partono alla ricerca dell'oro: è dalla loro parte, infatti, che inizia la zona disabitata per la presenza della sabbia. Ebbene in questa regione desolata e sabbiosa ci sono formiche che per dimensioni sono una via di mezzo fra i cani e le volpi: ne possiede qualcuna anche il re di Persia, catturata in quelle regioni dai cacciatori. Queste formiche, scavando sotto terra le loro tane, accumulano in superficie la sabbia esattamente come fanno le nostre formiche, cui assomigliano molto anche come aspetto; la sabbia che rimuovono è aurifera. Per raccogliere questa sabbia gli Indiani compiono spedizioni nel deserto; ogni Indiano possiede una muta di tre cammelli: a sinistra e a destra sono attaccati con una fune due esemplari maschi, nel mezzo c'è una femmina; su di essa monta l'Indiano, e avrà avuto cura di unirla al gruppo sottraendola ai suoi piccoli quando erano appena nati. I cammelli non la cedono ai cavalli quanto a velocità e sono molto più adatti a trasportare pesi.


103) Non sto qui a descrivere l'aspetto del cammello ai Greci, che ben lo conoscono; mi limiterò a indicare le sue caratteristiche meno note: il cammello nelle zampe posteriori ha quattro ossi femorali e quattro articolazioni, e inoltre ha i genitali sporgenti verso la coda attraverso le zampe posteriori.


104) In questa maniera insomma e ricorrendo a questi animali gli Indiani si spingono alla ricerca dell'oro; e calcolano con attenzione come giungere a prenderlo nel momento della giornata di massima calura; infatti per il caldo le formiche scompaiono sotto terra. Per queste popolazioni il sole più caldo non è quello di mezzogiorno come in tutto il resto del mondo, bensì il sole del mattino, dal sorgere fino all'ora di chiusura del mercato. In queste ore il sole scotta molto più che in Grecia a mezzogiorno, tanto che, a quanto si racconta, gli uomini le trascorrono in acqua. A metà del giorno il sole brucia in India quasi come nel resto del mondo; nel pomeriggio diventa come è altrove al mattino; dopodiché, a mano a mano che declina, l'aria rinfresca sempre di più, finché al tramonto fa veramente freddo.


105) Una volta giunti sul posto, gli Indiani con la massima fretta riempiono di sabbia i sacchetti che hanno con sé e scappano via, perché le formiche, così raccontano i Persiani, si accorgono all'olfatto della loro presenza e li inseguono. La velocità di questi animali è davvero senza pari, al punto che, se gli Indiani non si avvantaggiassero di un buon tratto di strada mentre le formiche si radunano, nessuno di loro riuscirebbe a salvarsi. I cammelli maschi, meno veloci delle femmine, quando cominciano a venir trascinati nella corsa, vengono staccati ma non entrambi insieme; le femmine, che hanno vivo il ricordo dei piccoli abbandonati, tengono duro. In questo modo, a sentire i Persiani, gli Indiani raccolgono la maggior parte dell'oro; altri quantitativi di oro, ma decisamente più scarsi, vengono estratti dalle miniere del loro paese.


106) Le estreme contrade del mondo abitato hanno ottenuto le più belle risorse naturali, proprio come la Grecia ha ottenuto il clima di gran lunga migliore, il più temperato. In effetti l'India è l'estrema regione orientale, come ho detto poco fa, e in India appunto gli animali, sia quadrupedi sia uccelli, sono molto più grandi che in tutto il resto del mondo; fanno eccezione solo i cavalli, che sono inferiori a quelli di Media, detti Nisei; inoltre vi si trova oro in grandissima quantità, parte estratto da miniere, parte trasportato dalla corrente dei fiumi, parte invece raccolto nel modo che ho descritto. Le piante selvatiche colà producono come frutto una lana superiore per bellezza e qualità alla lana che si ricava dalle pecore. E gli Indiani si vestono proprio grazie a queste piante.


107) Verso sud l'estrema regione abitata è l'Arabia, unico paese al mondo produttore di incenso, mirra, cassia, cinnamomo e ledano. Tutti questi prodotti, tranne la mirra, costano molta fatica agli Arabi per procurarseli; l'incenso lo raccolgono bruciando lo storace, una sostanza esportata in Grecia dai Fenici: fanno così perché le piante che producono l'incenso sono sorvegliate da serpenti alati di piccole dimensioni e dai vivaci colori, che si radunano in gran numero intorno a ciascun albero; sono gli stessi serpenti alati che cercano di invadere l'Egitto. E non c'è nulla che li possa staccare dagli alberi, se non il fumo dello storace.


108) Gli Arabi aggiungono anche che tutta la terra sarebbe piena di questi serpenti se a essi non accadesse quanto sapevo accadere anche alle vipere. In qualche modo la previdenza divina, che, come è naturale, è saggia, ha reso prolifici tutti gli animali di indole mansueta e commestibili, affinché non si estinguessero a forza di servire da cibo, mentre ha creato poco fecondi tutti gli animali feroci e nocivi. E così, poiché la lepre è oggetto di caccia da parte di tutti, fiere, uccelli e uomini, ecco che è prolifica: fra tutti gli animali è l'unica in grado di concepire da gravida; nel suo ventre c'è un piccolo già coperto di pelo, un altro senza pelliccia, mentre un altro sta appena prendendo forma nell'utero e un altro ancora viene concepito. Questo accade alla lepre; invece la leonessa, che è ben più robusta e coraggiosa, mette al mondo un unico figlio in tutta la sua vita; in effetti quando partorisce espelle col cucciolo anche il proprio utero. Ciò si spiega perché il leoncino, cominciando a muoversi nel ventre della madre e possedendo unghie che sono le più aguzze fra tutti gli animali, graffia la madre e crescendo finisce col lacerarla sempre di più; quando il parto è vicino, ormai dell'utero non è rimasto più nulla di intatto.


109) Così se anche le vipere e i serpenti alati d'Arabia si riproducessero come è nella natura dei rettili, la vita per gli uomini non sarebbe più possibile; ecco invece che, quando due di questi animali si accoppiano e il maschio sta emettendo il suo seme, la femmina, proprio mentre il maschio la insemina, lo afferra al collo e, ormai incinta, non molla la presa prima di averlo divorato completamente. Il maschio dunque muore così, la femmina a sua volta paga l'uccisione del maschio, perché i figli, per vendicare il loro genitore, divorano la madre quando ancora si trovano nel suo ventre: vengono alla luce appunto divorando le viscere della madre. Al contrario gli altri rettili, che sono innocui per l'uomo, depongono uova da cui, alla schiusa, esce un gran numero di figli. Le vipere sono diffuse un po' in tutta la terra, i serpenti alati si trovano ammassati in Arabia e da nessuna altra parte: è per questo che sembrano così tanti.


110) Così gli Arabi si procurano l'incenso; invece per la cassia devono mettersi alla ricerca con il corpo e la faccia ben protetti da cuoio o da pelli di altro tipo, che lascino scoperti solo gli occhi; la pianta cresce in una palude non profonda, ma nei dintorni e all'interno della quale vivono animali alati molto simili ai pipistrelli, dal verso terribilmente stridente e assai combattivi, tanto che bisogna raccogliere la cassia difendendosi gli occhi dai loro assalti.


111) Il cinnamomo lo raccolgono in una maniera ancora più straordinaria: dove nasca la pianta, quale terreno la produca, non sanno proprio dirlo; solo, alcuni affermano che cresce nel paese in cui fu allevato Dioniso; e dicono una cosa verosimile. Sarebbero dei grandi uccelli a trasportare queste pagliuzze, che noi chiamiamo cinnamomo sull'esempio dei Fenici: tali uccelli lo porterebbero nei loro nidi fatti di fango su montagne scoscese e inaccessibili all'uomo. E così gli Arabi hanno escogitato una astuzia: tagliano a pezzi, grossi il più possibile, le carcasse di buoi, di asini o di altri animali da tiro morti, e li portano in quei luoghi, posandoli non lontano dai nidi; poi si allontanano. Gli uccelli scendono velocemente in volo sulle carni e le trasportano nei loro nidi, i quali però non essendo in grado di reggere un tale peso, si rompono e precipitano al suolo; gli uomini accorrono e provvedono a raccogliere il cinnamomo; il cinnamomo lì raccolto arriva poi in tutti gli altri paesi.


112) Quanto al ledano, che gli Arabi chiamano "ladano", le cose vanno in maniera ancora più sorprendente: è una sostanza profumatissima, ma ha origine da quanto è più sgradevole all'olfatto: lo si trova infatti nella barba dei capri, dove si impiglia come fosse vischio quando questi animali attraversano una boscaglia. È un prodotto utile nella preparazione di molti unguenti e gli Arabi lo bruciano di preferenza fra gli aromi.


113) Sulle sostanze odorose basti quanto si è detto; dal paese d'Arabia spira un profumo di grande dolcezza. In Arabia vivono poi due specie di pecore davvero strane e assolutamente introvabili altrove; quelle della prima specie hanno code lunghe non meno di tre cubiti: se si permettesse alle pecore di trascinarle, si coprirebbero di abrasioni sfregando sul terreno: invece ogni pastore sa lavorare il legno quanto basta per fabbricare carrettini che sistema sotto le code legando la coda di ciascun animale sopra il rispettivo carretto. Le pecore della seconda specie portano code larghe persino un cubito.


114) Dove il sole va a declinare dopo il culmine meridiano si trova l'estrema regione occidentale del mondo abitato, l'Etiopia: essa produce grandi quantitativi d'oro, elefanti di enormi dimensioni e ogni specie di pianta selvatica, ebano, e uomini di alta statura, i più alti, i più belli e i più longevi.


115) Queste sono le estreme regioni dell'Asia e della Libia; su gli estremi lembi occidentali dell'Europa non sono in grado di fornire notizie sicure; personalmente non accetto l'idea che i barbari possano chiamare Eridano un fiume che andrebbe a sfociare nel mare settentrionale, da dove pare provenga l'ambra; e non so nulla dell'esistenza delle isole Cassiteridi, dalle quali ci verrebbe lo stagno. Già il nome stesso "Eridano" rivela la sua origine greca e non barbara, probabile frutto dell'invenzione di qualche poeta; inoltre, nonostante tutta la mia volontà, non ho mai udito nessun testimone oculare affermare che esiste un mare al di là del continente europeo. Comunque stagno e ambra arrivano a noi da un estremo confine del mondo.


116) Sembra chiaro che la maggiore quantità di oro si trova nelle regioni settentrionali dell'Europa; ma come lo si ottenga è un altro argomento su cui non posso fornire notizie sicure: si racconta che gli Arimaspi, uomini provvisti di un solo occhio, lo strappino ai grifoni. Ma io non credo all'esistenza di uomini che possiedono fin dalla nascita un unico occhio, e uguali per tutto il resto agli altri esseri umani. Comunque le estreme contrade della terra, che circondano e racchiudono tutti gli altri paesi, sembrano proprio possedere tutte le risorse per noi più pregiate e più rare.


117) In Asia c'è una pianura che è completamente circondata da montagne solcate da cinque gole; questa pianura appartenne un tempo ai Corasmi trovandosi ai confini tra i Corasmi, gli Ircani, i Parti, i Sarangi e i Tamanei; ma da quando i Persiani hanno il potere, essa appartiene al re. Dalle montagne che la circondano scorre un grande fiume detto Aces, che un tempo, diviso in cinque rami, irrigava i territori dei suddetti popoli scorrendo in ogni paese attraverso le cinque gole. Ma da quando sono caduti sotto il dominio dei Persiani, ecco cosa gli è successo: il re ha ostruito le gole dei monti con dighe munite di chiuse; così, impedito il decorso delle acque, la pianura situata fra le montagne si è trasformata in un lago, dato che il fiume vi si immette ma non ha alcuno sbocco da nessuna parte. Ora, per tutti coloro che prima erano soliti servirsi di quell'acqua, non potersene più servire è una grave disgrazia. Infatti d'inverno gli dèi mandano pioggia come a tutti gli altri uomini, ma d'estate al momento di seminare il miglio e il sesamo hanno assoluta necessità d'acqua. Allora, se non ricevono neppure una goccia di pioggia, si recano fino in Persia con le loro donne, si installano davanti alle porte del re e cominciano a lamentarsi e a gridare, finché il re non ordina di aprire le chiuse che immettono l'acqua nel territorio di chi ne ha più bisogno. Appena il suolo se ne è ben impregnato, le porte vengono sbarrate e il re ordina l'apertura delle chiuse per le genti a cui più occorra fra le restanti. A quanto mi è stato detto il re fa aprire le porte in cambio di ingenti somme di denaro, non comprese nel tributo prefissato. Così stanno le cose.


118) A Intafrene, uno dei sette Persiani ribellatisi al Mago, toccò di morire poco tempo dopo la rivolta per un grave crimine. Voleva entrare nella reggia per conferire con il re e vigeva la norma per quanti avevano partecipato alla rivolta contro il Mago di poter accedere al cospetto del re senza farsi annunciare, a meno che il re non si trovasse in compagnia di una sua moglie. Intafrene dunque si riteneva in diritto di non farsi annunciare da nessuno; essendo uno dei sette voleva entrare senz'altro. Ma il guardiano della porta e il ciambellano non glielo permisero, sostenendo che il re si trovava con una delle donne; Intafrene, convinto che stessero mentendo, sguainò la scimitarra e tagliò loro il naso e le orecchie e li attaccò alle briglie del suo cavallo; legò poi le briglie intorno al collo di quei due e li lasciò andare.


119) Essi andarono a farsi vedere dal re e raccontarono la ragione per cui avevano subito tale affronto. Dario, temendo che i sei avessero agito in quel modo di comune accordo, li convocò uno per uno e ne sondò le intenzioni, per stabilire se approvavano il comportamento di Intafrene. Quando fu certo che Intafrene aveva agito all'insaputa degli altri, fece arrestare lui e i suoi figli nonché tutti i suoi familiari: era convinto che lui e i suoi congiunti tramassero un colpo di stato. Li fece arrestare tutti insieme e imprigionare in attesa di esecuzione. Ma la moglie di Intafrene veniva continuamente alla porta del re piangendo e gemendo: perseverando in questo atteggiamento, finì per suscitare la compassione di Dario, il quale le inviò un messaggero a riferirle queste parole: "Donna, il re Dario ti concede di salvare la vita di uno dei tuoi parenti imprigionati: scegli pure chi vuoi fra tutti". E lei, dopo aver riflettuto, così rispose: "Se il re mi concede la vita di uno solo, allora fra tutti scelgo mio fratello". Quando Dario ne fu informato si stupì molto, e le mandò a dire: "Donna, il re si domanda perché abbandoni tuo marito e i tuoi figli e scegli che a sopravvivere sia tuo fratello, il quale ti è certo più estraneo dei tuoi figli e meno caro di tuo marito". E lei replicò: "O re, se dio vuole io posso avere un altro marito, e altri figli, se perdo quelli che ho; ma poiché mio padre e mia madre non sono più vivi, in nessun modo potrei avere un altro fratello. È per questa ragione che ti ho dato quella risposta". A Dario parvero molto sagge le parole della donna: soddisfatto di lei, oltre al fratello le lasciò libero anche il maggiore dei figli; tutti gli altri invece li mandò a morte. Così dunque morì, come ho raccontato, uno dei sette congiurati.


120) Circa all'epoca della malattia di Cambise era accaduto quanto segue. Nominato da Ciro, governatore di Sardi era Orete, un Persiano; costui meditò un'impresa davvero empia: senza aver mai ricevuto alcun torto da lui, neppure una offesa verbale, anzi senza averlo mai visto prima, concepì il desiderio di catturare Policrate di Samo e di ucciderlo; secondo il racconto più diffuso, all'origine c'era il seguente episodio. Una volta sulle soglie della reggia si trovavano Orete e un altro Persiano, di nome Mitrobate, governatore del distretto di Dascilio; e discutendo vennero a una vera e propria lite. Si discorreva di valore militare e Mitrobate avanzò delle riserve su Orete dicendogli: "Tu, per esempio, saresti fra i valorosi? Non hai nemmeno annesso ai domini del re l'isola di Samo, così vicina al tuo distretto e così facile da conquistare che uno dei suoi abitanti se ne è impadronito con un colpo di mano e l'aiuto di quindici soli soldati; e ora la governa". Corre voce che Orete soffrì molto a udire questo offensivo discorso ed ebbe desiderio non già di vendicarsi su chi lo aveva pronunciato bensì di eliminare assolutamente Policrate, cioè la causa delle offese ricevute.


121) La versione meno diffusa vuole che Orete avesse mandato a Samo un araldo a richiedergli qualcosa (non si specifica cosa); l'araldo avrebbe trovato Policrate sdraiato nell'appartamento degli uomini in compagnia di Anacreonte di Teo. E lì, o che deliberatamente Policrate intendesse ignorare i problemi di Orete, o per qualche altra combinazione, accadde che l'araldo di Orete si presentò e fece il suo discorso, ma Policrate, che casualmente era girato verso la parete, non si voltò né gli diede risposta.


122) E queste sono le due cause addotte per spiegare la morte di Policrate: ciascuno creda pure a quella che preferisce. Fatto sta che Orete, residente a Magnesia, a nord del fiume Meandro, inviò a Samo il Lido Mirso, figlio di Gige, con una ambasciata per Policrate. Orete conosceva le intenzioni di Policrate: Policrate in effetti fu il primo, fra tutti i Greci a nostra conoscenza, ad aspirare al dominio marittimo; il primo dopo Minosse di Cnosso e dopo quanti precedettero Minosse nel dominio sul mare, fu il primo, comunque, della cosiddetta generazione degli uomini ad avere concrete speranze di comandare sulla Ionia e sulle isole. Orete, conoscendo le sue mire, gli mandò un messaggio di questo tenore: "Orete dice a Policrate. Sono venuto a sapere che coltivi grandi progetti ma non possiedi ricchezze adeguate alle tue intenzioni; ebbene, se farai come ti dico, raddrizzerai la tua situazione e salverai anche me, perché re Cambise medita la mia morte, me lo hanno detto chiaramente. Dunque accoglimi, con le mie ricchezze: dei miei averi prendi la metà e lasciami il resto: grazie a questo denaro sarai padrone della Grecia intera. Se non credi alle mie ricchezze, manda qui il tuo uomo più fidato e io gliele mostrerò".


123) Policrate si rallegrò di quanto aveva sentito e accettò la proposta e, poiché era molto avido di denaro, per prima cosa inviò per un accertamento Meandrio, figlio di Meandrio, un cittadino di Samo che svolgeva presso di lui le mansioni di segretario; lo stesso che non molto dopo questi avvenimenti consacrò nel tempio di Era tutto quanto l'arredamento proveniente dall'appartamento di Policrate, oggetti veramente degni di essere visti. Orete, quando seppe che doveva attendersi la visita dell'osservatore, si organizzò così: fece riempire di sassi otto casse, quasi fino all'orlo, e sopra vi ammucchiò dell'oro; quindi chiuse le casse e le tenne pronte. Meandrio venne, guardò e tornò a riferire a Policrate.


124) Policrate si preparava a partire benché gli oracoli, come pure gli amici, lo sconsigliassero vivamente; sua figlia poi aveva avuto di notte un sogno: le pareva che suo padre sospeso a mezz'aria venisse lavato da Zeus e unto dal Sole. Colpita da questa visione, si era adoperata in ogni modo per impedire a Policrate di recarsi da Orete; persino mentre già si stava imbarcando sulla pentecontere, pronunciò sinistri presagi; il padre la minacciò, nel caso fosse tornato sano e salvo, di lasciarla a lungo senza marito, ma la figlia gli rispose augurandosi che ciò accadesse: preferiva prolungare la sua verginità piuttosto che vedersi privata del padre.


125) Policrate trascurò ogni consiglio e si recò presso Orete; condusse con sé molti dei suoi compagni, fra i quali anche Democede di Crotone, figlio di Callifonte, medico esperto nella sua professione più di ogni altro ai suoi tempi. Giunto che fu a Magnesia, Policrate perì malamente, in maniera davvero indegna di lui e della sua intelligenza: perché, se si escludono i tiranni di Siracusa, nessun altro principe greco merita di essere paragonato a Policrate e alla sua grandiosa magnificenza. Orete lo fece uccidere in modo indegno di essere raccontato e impalare; del seguito rilasciò i cittadini di Samo sollecitando la loro gratitudine per questa liberazione e trattenne con sé, come schiavi, gli stranieri e i servi. E così Policrate, appeso, avverò per intero la visione della figlia: era lavato da Zeus quando pioveva e unto dal sole nel senso che il sole dal suo corpo spremeva gli umori. A simile fine giunsero le grandi fortune di Policrate (proprio come il re egiziano Amasi gli aveva profetizzato).


126) Comunque, non molto tempo dopo ricadde su Orete la vendetta di Policrate. Infatti, dopo la morte di Cambise e l'ascesa dei Magi al trono, mentre si trovava a Sardi, Orete non fu di alcun aiuto ai Persiani estromessi dal potere dai Medi: anzi, approfittando del momento di disordine, uccise Mitrobate, governatore di Dascilio (che gli aveva rinfacciato l'affare di Policrate) e con Mitrobate anche suo figlio Cranaspe, vale a dire due uomini di alto rango fra i Persiani; e compì numerose altre efferatezze, di ogni genere: per esempio, una volta che gli si presentò un messaggero di Dario, siccome portava notizie non gradite, diede ordine di sopprimerlo: mandò degli uomini a tendergli un agguato sulla via del ritorno; e dopo averlo ammazzato, ne fece sparire il cadavere e il cavallo.


127) Quando si impadronì del potere, Dario aveva una gran voglia di punire Orete per tutte le sue malefatte e in particolare per la morte di Mitrobate e di suo figlio. Non gli sembrava il caso di inviargli contro delle truppe apertamente, perché la situazione politica non era ancora stabilizzata (troppo recente era il suo potere) e perché sapeva che Orete disponeva di forze ingenti: aveva una guardia del corpo di ben 1000 Persiani e controllava i distretti della Frigia, della Lidia e della Ionia. In una simile situazione Dario architettò un piano: convocò i più illustri personaggi persiani e disse loro: "Signori, chi di voi si assumerà l'incarico di portare a termine la faccenda, ricorrendo all'astuzia e non alla forza militare? Dove ci vuole astuzia non è necessaria la violenza. Chi di voi mi porterà qui Orete vivo o morto? Quell'uomo fin'ora non ha reso alcun servizio ai Persiani, anzi ci ha provocato seri guai: ha eliminato due di noi, Mitrobate e suo figlio, uccide quanti vanno a rimproverarlo anche se sono mandati da me, rivelando una insolenza intollerabile. Prima che commetta qualche crimine ancora peggiore contro i Persiani, dobbiamo fermarlo con la morte".


128) Dario espose così il problema e subito trenta uomini si offrirono, ciascuno disposto ad agire. Già stavano per venire a lite fra loro, quando Dario li trattenne invitandoli a tirare a sorte; così fecero e fra tutti toccò a Bageo figlio di Artonte. Prescelto dalla sorte, Bageo si comportò nel modo seguente: su vari rotoli di papiro scrisse diversi messaggi riguardanti numerose questioni, sui quali poi appose il sigillo di Dario, quindi se ne andò con essi a Sardi. Lì giunto, si presentò a Orete e davanti a lui aprì i documenti, uno per uno, consegnandoli allo scrivano reale perché li leggesse ad alta voce (tutti i governatori hanno alle loro dipendenze degli scrivani reali): Bageo consegnava questi messaggi per tastare il polso alle guardie presenti, caso mai mostrassero di essere pronte a ribellarsi a Orete. Vedendo che consideravano le lettere con grande rispetto e con rispetto ancora maggiore il loro contenuto, consegnò un altro messaggio in cui era scritto: "Persiani, il re Dario vi ordina di non prestare più servizio alle dipendenze di Orete". Ed essi udendo queste parole gettarono le lance; Bageo, vedendo che obbedivano agli ordini contenuti nella lettera, prese coraggio e consegnò allo scrivano l'ultima missiva, in cui era scritto: "Il re Dario ordina ai Persiani che si trovano in Sardi di uccidere Orete". Appena ebbero udito queste parole, le guardie sguainarono le scimitarre e immediatamente lo uccisero. E così fu vendicato Policrate di Samo.


129) Non molto tempo dopo che le ricchezze di Orete erano state trasferite a Susa, capitò a Dario, durante una battuta di caccia, di essere sbalzato da cavallo e di slogarsi una caviglia: una lussazione piuttosto grave, visto che l'osso del tarso era fuoriuscito dall'articolazione. Dario aveva già prima l'abitudine di ricorrere a medici egiziani che aveva con sé, ritenuti i migliori nel loro campo, e a loro si rivolse. Ma essi, storcendo e sforzando il piede, aggravarono il danno tanto che Dario per sette giorni e sette notti non poté dormire per l'incessante dolore. L'ottavo giorno, mentre stava molto male, qualcuno che già in occasioni precedenti, a Sardi, aveva sentito elogiare l'abilità di Democede di Crotone, ne parlò al re, il quale ordinò di condurlo immediatamente da lui. Lo trovarono fra gli schiavi di Orete, del tutto dimenticato chissà dove, e lo portarono subito da Dario, così com'era, che ancora si trascinava dietro i ceppi e vestito di stracci.

130) Quando gli fu dinanzi, Dario gli chiese se conosceva l'arte della medicina, ma Democede negò: temeva, svelando chi fosse, che gli impedissero per sempre di tornare in Grecia. Ma Dario si rese conto che stava fingendo, pur essendo un esperto, e ordinò a chi lo aveva accompagnato di andare a prendere fruste e pungoli: a quel punto Democede confessò, dichiarando di non conoscere a fondo la medicina, ma di possederne elementari nozioni per aver frequentato un medico. Dario si mise nelle sue mani e Democede servendosi di farmaci greci e con rimedi blandi dopo i trattamenti violenti consentì a Dario di riprendere sonno; e in breve tempo lo guarì, quando già disperava di poter usare ancora il suo piede. In seguito Dario gli donò due paia di ceppi d'oro, ma Democede gli chiese se intendeva davvero raddoppiare il suo male come ricompensa per averlo risanato. Divertito da queste parole, Dario lo fece accompagnare presso le sue donne. Nel presentarlo gli eunuchi dicevano alle donne che Democede era l'uomo che aveva restituito la vita al re; e ciascuna di loro immergendo una coppa nel cofano dell'oro compensò Democede con tanta generosità che un servo che lo seguiva, di nome Scitone, raccogliendo per sé gli stateri traboccanti dalle coppe, poté mettere assieme un tesoro non indifferente.

131) Ma ecco come Democede, proveniente da Crotone, era diventato amico di Policrate. A Crotone viveva con il padre, ma un giorno non potendo più sopportarne il carattere collerico, lo abbandonò e si recò a Egina. Si stabilì a Egina e in capo a un anno aveva già superato in bravura tutti i medici locali, pur essendo sprovvisto degli strumenti e di tutto ciò che serve per esercitare questa professione. Già dopo un anno gli Egineti lo assunsero ufficialmente con il compenso di un talento. Dopo due anni lo presero gli Ateniesi per 100 mine e dopo tre anni lo volle Policrate per due talenti. Fu così che si trasferì a Samo; e grazie anche a lui i medici di Crotone godettero sempre di una grande reputazione. (Tutto questo si verificò quando i medici di Crotone passavano per essere i primi in tutta la Grecia, mentre secondi erano i Cirenei. In quello stesso periodo gli Argivi a loro volta avevano fama di essere i migliori nella musica).

132) Allora Democede, per aver guarito Dario, ottenne in Susa una casa molto grande, era spesso ospite alla tavola del re e, a parte la possibilità di tornarsene in Grecia, aveva tutto quello che desiderava. Fra l'altro, intercedendo presso il re, ottenne la grazia per i medici egiziani che curavano Dario prima di lui e che stavano per venir impalati, rei di essersi dimostrati meno abili di un medico greco; e salvò anche un indovino dell'Elide, a suo tempo nel seguito di Policrate e ormai dimenticato da tutti fra gli schiavi. Insomma presso il re Democede era un personaggio assai influente.

133) Poco tempo dopo questi avvenimenti si verificarono altri fatti. Ad Atossa, figlia di Ciro e moglie di Dario, si formò sul seno un ascesso, che dopo essere scoppiato si andava estendendo. Finché rimase di piccole dimensioni Atossa lo nascondeva e non ne parlava con nessuno, per un senso di vergogna, ma quando divenne abbastanza grave, mandò a chiamare Democede e glielo mostrò. Democede, affermando di poterla guarire, si fece promettere dalla regina quanto lui le avesse chiesto, assicurando naturalmente che non avrebbe chiesto nulla di disonorevole.

134) In seguito, quando l'ebbe guarita grazie alla sua cura, la regina seguì le istruzioni ricevute da Democede: mentre si trovava a letto con Dario gli parlò così: "Signore, tu hai un impero così grande e te ne stai inerte senza aggiungere alla Persia alcun popolo, alcuna potenza. È indispensabile che un uomo giovane e padrone di molte sostanze come te si segnali con un'azione importante, perché anche i Persiani si rendano conto di essere governati da un vero uomo. E ti conviene farlo per due ragioni: perché i Persiani sappiano che il loro capo è un vero uomo e perché, impegnati da una guerra e privi di tempo per oziare, non complottino contro di te. Ora sei giovane, in grado dunque di compiere qualche grande impresa; la mente si sviluppa assieme al corpo e, quando il corpo invecchia, invecchia anche la mente e diventa incapace di qualunque iniziativa". Così parlò Atossa, come era stata istruita, e Dario le rispose: "Cara moglie, tu hai detto esattamente ciò che io ho già in animo di fare: è già un po' che medito di gettare un ponte da questo all'altro continente, per marciare contro la Scizia. E vedrai che fra breve questi progetti si realizzeranno". Ma Atossa replicò: "Sta' a sentire, lascia perdere gli Sciti per adesso: quelli cadranno in mano tua quando lo vorrai. Fammi invece una spedizione contro la Grecia. Io vorrei delle ancelle di Laconia, di Argo, dell'Attica, di Corinto: ne ho sentito tanto parlare! Tu hai con te l'uomo più adatto a descriverti ogni dettaglio della Grecia e a servirti da guida, quello che t'ha guarito il piede". E Dario le rispose: "Moglie mia, poiché secondo te dobbiamo provare prima con la Grecia, io credo che intanto il partito più saggio sia mandare in Grecia insieme con lui degli osservatori persiani, che vedano, raccolgano notizie e ci riferiscano ogni cosa; quando avrò tutte le informazioni necessarie, mi muoverò contro la Grecia".

135) Questo disse e presto mise in atto le sue parole. Infatti, non appena brillò la luce del giorno, convocò quindici illustri Persiani e ordinò loro di mettersi in viaggio al seguito di Democede e di percorrere le regioni costiere della Grecia; ma dovevano impedire una eventuale fuga di Democede e ricondurlo in Persia. Impartite loro queste disposizioni, chiamò Democede e lo pregò di tornare indietro dopo aver mostrato ai Persiani la Grecia e tutti i suoi segreti. Lo invitò a prendere con sé tutti i suoi averi per portarli a suo padre e ai suoi fratelli, in cambio gliene avrebbe donati altri in quantità anche maggiore; inoltre gli avrebbe regalato una nave carica di ogni sorta di ricchezze che lo avrebbe seguito in quel viaggio. A mio parere, Dario non voleva tendergli una trappola parlando così, comunque Democede, temendo che Dario volesse metterlo alla prova, evitò di accettarne precipitosamente l'offerta: rispose che avrebbe lasciato lì in Persia le sue cose per averle ancora a disposizione al ritorno, accettò invece la nave che Dario gli offriva come dono per i suoi fratelli. Dopo aver precisato i suoi voleri anche a Democede, Dario diede l'ordine di mettersi in mare.

136) Scesero in Fenicia e precisamente a Sidone dove subito equipaggiarono due triremi; avevano anche un grosso mercantile carico di beni di ogni genere. Ultimati tutti i preparativi, salparono in direzione della Grecia. Di approdo in approdo ne visitarono le coste annotando ogni cosa, fino a quando, avendo visto la maggior parte delle cose notevoli, si spinsero fino in Italia, a Taranto. Qui il re di Taranto Aristofilide per compiacere Democede staccò i timoni dalle navi della Media e imprigionò i Persiani sotto l'accusa di spionaggio; e mentre essi subivano questo trattamento Democede raggiunse Crotone. Solo quando era ormai nella sua città, Aristofilide lasciò liberi i Persiani, restituendo loro quanto aveva tolto dalle navi.

137) I Persiani salparono da Taranto e inseguirono Democede fino ad arrivare a Crotone, dove lo trovarono nella piazza del mercato e lo acciuffarono. Alcuni Crotoniati erano pronti a cedere, timorosi della potenza persiana, ma altri reagirono assalendo i Persiani a colpi di bastone. I Persiani protestavano: "Cittadini di Crotone, badate a quello che fate: voi ci sottraete un uomo che appartiene al re, un fuggiasco. Come credete che accoglierà il re un affronto così grave? Come potrà andare a finir bene per voi, se ci portate via quest'uomo? Non sarà questa la prima città contro cui muoveremo guerra? La prima che cercheremo di ridurre in schiavitù?". Ma pur con tali minacce non riuscirono a convincere i Crotoniati: si videro strappare di mano Democede e dovettero tornarsene in Asia defraudati anche del mercantile che aveva navigato con loro; e non cercarono più di tornare in Grecia per ottenere ulteriori informazioni, essendo ormai privi della loro guida. Quando stavano per ripartire, Democede affidò loro un incarico, invitandoli a riferire a Dario il suo fidanzamento e prossimo matrimonio con la figlia di Milone. Il lottatore Milone godeva di una notevole fama presso il re persiano; a tale proposito io credo che Democede abbia affrettato le nozze a costo di un grosso sacrificio finanziario, per mostrare al re di essere un uomo molto stimato anche in patria.

138) I Persiani, salpati da Crotone, capitarono con le loro navi nel territorio Iapigio dove rimasero in schiavitù fino a quando un esule di Taranto di nome Gillo riuscì a liberarli e li riaccompagnò dal re Dario. Dario in cambio di questi benefici era disposto a esaudire qualunque desiderio di Gillo: il quale, dopo aver narrato per filo e per segno le sue sventure, scelse di poter tornare a Taranto. Per non sconvolgere la Grecia nel caso una grande flotta avesse fatto rotta verso l'Italia per lui, Gillo dichiarò che i soli Cnidi sarebbero stati sufficienti per ricondurlo in patria; era convinto con loro di assicurarsi il ritorno in quanto gli abitanti di Cnido erano molto amici dei Tarantini. Dario accolse la richiesta e si impegnò per realizzarla: mandò un messaggero a Cnido con l'invito ad accompagnare Gillo a Taranto; essi obbedirono a Dario ma non riuscirono a ottenere l'obbedienza dei Tarantini, né erano certo in grado di ricorrere alla forza. Così dunque andarono le cose e questi Persiani furono davvero i primi a venire in Grecia dall'Asia, e in veste di osservatori per la ragione che ho detto.

139) In seguito il re Dario espugnò l'isola di Samo, prima fra le città greche e barbare; all'origine c'era il seguente avvenimento. All'epoca in cui Cambise figlio di Ciro mosse contro l'Egitto, molti Greci giunsero in Egitto per varie ragioni, chi, ovviamente, per motivi commerciali, chi prendendo parte alla spedizione e altri ancora in qualità di semplici visitatori; fra questi ultimi c'era anche il figlio di Eace Silosonte, fratello di Policrate e esule da Samo. A Silosonte capitò un vero colpo di fortuna: aveva preso un mantello rosso, se lo era gettato sulle spalle e stava girando per la piazza a Menfi, quando lo vide Dario, a quell'epoca semplice guardia del corpo di Cambise, un uomo quindi di relativa importanza: Dario provò un vivo desiderio di quel mantello, si avvicinò dunque a Silosonte e chiese di poterlo comprare. Silosonte, accortosi che Dario ci teneva molto ad avere quel mantello, quasi per ispirazione divina gli disse: "Non intendo vendere questo mantello a nessun prezzo, ma, se le cose devono andare così, te lo regalo". Dario lodò le sue parole e si prese l'indumento. Silosonte era convinto di averlo gettato via scioccamente.

140) Ma quando, trascorso un certo tempo, Cambise morì, i sette si ribellarono ai Magi e il regno, tra i sette, passò a Dario, Silosonte si rese conto che il potere regale era ormai nelle mani dell'uomo che gli aveva chiesto il mantello in Egitto, e a cui l'aveva donato. Si recò dunque a Susa e si mise a sedere sulla soglia della reggia proclamando di essere un benefattore di Dario. Il custode della porta sentì le sue parole e andò a riferirle al re, il quale, pieno di meraviglia, sbottò: "E a quale benefattore greco devo essere grato io, che sono sul trono da così poco tempo? Sarà venuto un Greco sì e no, qui da noi, e io non ho alcun debito, per così dire, con nessuno di loro. Comunque fallo passare, voglio sapere qual è lo scopo delle sue parole". Il custode introdusse Silosonte; quando fu dentro, nel mezzo della sala, gli interpreti gli chiesero chi fosse e che cosa avesse fatto per dichiararsi benefattore del re. Silosonte rievocò per filo e per segno l'episodio del mantello e si presentò appunto come l'autore del dono. E Dario gli rispose: "Nobilissimo amico, tu sei quello che mi ha fatto un dono, quando ancora non avevo alcun potere; il dono era piccolo, ma la mia gratitudine sarà grande, come se oggi ricevessi da qualcuno qualcosa di grande davvero! In cambio io ti regalo oro e argento a profusione, perché tu non possa pentirti di aver reso un piacere a Dario di Istaspe". Ma Silosonte replicò: "Sovrano, non darmi né oro né argento, piuttosto liberami Samo, la mia patria: ora, dopo la morte di mio fratello Policrate ucciso da Orete, si trova nelle mani di un nostro servo; salvala e affidala a me, senza spargere sangue e senza fare schiavi".

141) Udita questa risposta, Dario decise di inviare un esercito agli ordini di Otane, uno dei sette congiurati, con l'incarico di eseguire quanto Silosonte aveva chiesto. Otane scese fino al mare e fece partire le truppe.

142) Il potere a Samo era nelle mani di Meandrio figlio di Meandrio, che era stato nominato reggente da Policrate; Meandrio aspirava a diventare il più giusto uomo del mondo, ma non gli riuscì. In effetti, quando gli fu annunciata la morte di Policrate, ecco cosa fece: elevò subito un altare a Zeus Liberatore, vi tracciò intorno i confini di una area sacra, la stessa ancora oggi esistente nei sobborghi della città; poi riunì in assemblea l'intera cittadinanza e pronunciò il seguente discorso: "Nelle mie mani, come sapete bene anche voi, si trova ora tutta l'autorità che fu di Policrate: tocca a me regnare su di voi; ma non voglio fare io quello che agli altri rimprovero: non mi piaceva Policrate quando trattava da padrone uomini del suo stesso rango, non mi piace nessuno che si comporti così. Ora Policrate ha compiuto il suo destino e io voglio mettere il potere a disposizione di tutti e proclamare per voi la parità dei diritti. Per me, ritengo giusto ottenere in dono sei talenti, da ricavarsi dal tesoro di Policrate; chiedo inoltre che a me e a tutti i miei discendenti sia concesso il sacerdozio di Zeus Liberatore, al quale io stesso ho fatto erigere un santuario e in nome del quale concedo a voi la libertà". Questo fu il discorso che tenne ai Sami, ma uno dei presenti si alzò in piedi e disse: "Guarda che tu comunque non sei degno di comandare a noi: le origini tue sono basse e tu personalmente sei un furfante! Bada piuttosto a renderci conto delle ricchezze su cui hai messo le mani!".

143) A parlare era stato un uomo stimato fra i cittadini, un certo Telesarco. Meandrio, comprendendo che, se avesse rinunciato al potere, un altro tiranno si sarebbe sostituito a lui, cambiò avviso: si ritirò sull'acropoli, mandò a chiamare uno per uno i suoi rivali, con la scusa di rendere loro conto delle ricchezze, e li fece arrestare e gettare in prigione. Erano in prigione quando Meandrio cadde ammalato; allora suo fratello (si chiamava Licareto), convinto della morte prossima di Meandrio, per padroneggiare più facilmente la situazione a Samo comandò di uccidere tutti i prigionieri; essi in fondo, a giudicare dai fatti, non desideravano poi così tanto la libertà.

144) Quando a Samo giunsero i Persiani, riconducendovi Silosonte, nessuno oppose resistenza: i partigiani di Meandrio e Meandrio stesso si dichiararono pronti a venire a patti e ad abbandonare l'isola. Otane accettò queste condizioni e stipulò l'accordo; i Persiani di maggior rango posero i loro seggi in faccia all'acropoli e vi sedettero.

145) Il tiranno Meandrio aveva un fratello non del tutto sano di mente, di nome Carilao, che, per non so quale colpa commessa, si trovava imprigionato nei sotterranei. Allora, avendo avuto sentore degli eventi e sbirciando dalla finestrella della prigione, quando vide i Persiani tranquillamente seduti, cominciò a gridare e a chiedere di parlare con Meandrio. Meandrio lo udì e ordinò che andassero a liberarlo e lo portassero al suo cospetto. Non appena gli fu davanti, Carilao, con insulti e offese, cercava di convincerlo a gettarsi contro i Persiani: "Brutto sciagurato", disse, "a me che ero tuo fratello e non avevo fatto nulla di male mi hai messo in catene e m'hai sbattuto in un sotterraneo; ora invece vedi che i Persiani ti cacciano in esilio e ti privano della tua casa, e non hai il coraggio di vendicarti di loro, quando sarebbe così facile sopraffarli? Ma se proprio hai tanta paura di loro, dai a me i tuoi mercenari e io farò pagar cara ai Persiani la loro venuta! Quanto a te, sono pronto a farti andar via da quest'isola".

146) Così parlò Carilao; Meandrio ne accolse la proposta, a mio parere non già perché delirasse tanto da credere che le sue forze avrebbero sopraffatto il contingente del re, ma piuttosto per gelosia nei confronti di Silosonte, che senza sforzo si sarebbe impadronito di una città intatta. Provocando i Persiani intendeva indebolire al massimo la potenza di Samo e solo così consegnare l'isola: sapeva perfettamente che i Persiani, se fossero stati trattati male, avrebbero inasprito il loro atteggiamento verso i Sami e sapeva di avere comunque una via di fuga sicura quando lo volesse: aveva fatto scavare un passaggio segreto che dall'acropoli conduceva fino al mare. Meandrio, dunque, per parte sua, si allontanò da Samo su di una nave; Carilao invece armò i mercenari, aprì le porte e attaccò i Persiani, i quali non si aspettavano un'aggressione del genere, credevano anzi che l'accordo fosse ormai completo. I mercenari piombarono sui Persiani più ragguardevoli, quelli che avevano diritto a una portantina, e li uccisero. Ma intanto il resto dell'esercito persiano accorreva alla difesa e i mercenari, messi alle strette, furono risospinti sull'acropoli.

147) Il generale Otane, vedendo le gravi perdite subite dai Persiani, pur memore degli ordini che Dario gli aveva impartito nel congedarlo, ordini di non uccidere e di non rendere schiavo alcun abitante di Samo e di consegnare a Silosonte un'isola immune da danni, decise di trascurarli e comandò ai soldati di massacrare chiunque prendessero senza distinguere fra adulti e bambini. Allora, mentre una parte dell'esercito assediava l'acropoli, gli altri soldati presero a sterminare tutti i Sami che incontravano, senza badare se fossero dentro o fuori un luogo sacro.

148) Meandrio intanto, fuggito da Samo, navigava alla volta diSparta; quando vi giunse, fece trasportare a terra tutti gli oggetti che aveva portato con sé nella fuga ed ecco come si comportò: per ostentare le coppe d'oro e d'argento in suo possesso, incontrandosi con Cleomene, figlio di Anassandride, re di Sparta, faceva in modo di condurlo a casa sua proprio nel momento in cui i servi erano intenti a lucidarle; tutte le volte che le vedeva, Cleomene ne restava veramente meravigliato e ammirato: Meandrio allora lo invitava a prendersene pure quante volesse. L'invito di Meandrio si ripeté due o tre volte, ma Cleomene si dimostrò sempre uomo della massima onestà: non riteneva giusto accettare l'offerta e anzi, comprendendo che Meandrio avrebbe trovato sostenitori se avesse offerto quelle coppe ad altri cittadini, si presentò agli efori e dichiarò opportuno per lo stato allontanare dal Peloponneso quell'ospite di Samo, prima che riuscisse a corrompere lui o qualche altro Spartiata; gli efori accolsero la sua proposta e con un araldo intimarono a Meandrio di andarsene.

149) I Persiani rastrellarono l'isola di Samo e la consegnarono aSilosonte deserta di abitanti. In un secondo momento il generale Otane provvedette a ripopolarla, in seguito a una visione avuta in sogno e a una malattia che lo aveva colpito agli organi genitali.

150) Dopo la partenza della flotta per Samo, si sollevarono iBabilonesi; essi si erano preparati con attenzione: durante il regno del Mago e la rivolta dei sette, per tutto questo tempo e approfittando del periodo di disordine politico, si erano preparati a un assedio; e nessuno se ne era accorto. Quando poi si ribellarono apertamente, ecco quanto fecero: a eccezione delle madri e di una donna per ciascun abitante maschio, scelta liberamente fra le donne di casa, radunarono insieme tutte le altre e le strangolarono; quella sola donna che ciascuno si era scelto serviva per preparare da mangiare, le altre le strangolarono perché non consumassero le loro provviste.

151) Messo al corrente dei fatti, Dario radunò tutte le forze a sua disposizione e marciò contro Babilonia: si spinse fino alla capitale e la cinse d'assedio, ma i cittadini non se ne preoccuparono minimamente; saliti sui bastioni del muro di cinta, ballavano e motteggiavano Dario e il suo esercito: uno di loro gridò: "Che ci state a fare qui, Persiani, perché non ve ne andate? Voi ci prenderete quando le mule avranno figli!". Diceva questo il Babilonese, convinto che nessuna mula potesse partorire.

152) Passarono un anno e sette mesi: Dario e tutto l'esercito erano costernati di non riuscire a conquistare Babilonia; eppure Dario aveva tentato contro i Babilonesi ogni astuzia e tranello: mai era riuscito ad averne ragione; fra l'altro aveva provato anche lo stratagemma con cui Ciro era riuscito a espugnarla; ma i Babilonesi erano continuamente sul chi vive e così Dario non riusciva a sconfiggerli.

153) Allora, al ventesimo mese di assedio, a Zopiro, figlio di quel Megabisso che era stato uno dei sette congiurati uccisori del Mago, a questo Zopiro figlio di Megabisso capitò un autentico prodigio: una delle mule da lui impiegate nel trasporto delle vettovaglie partorì. Quando il fenomeno gli fu annunciato, non riuscendo a crederci, volle vedere personalmente il neonato; poi proibì a tutti i testimoni di riferire a chicchessia l'accaduto e si mise a riflettere. Ricordava le parole pronunciate dal Babilonese tanto tempo prima, che le mura sarebbero cadute quando le mule avessero partorito e di fronte a questa profezia gli pareva che la città fosse ormai destinata a capitolare: quell'uomo forse aveva parlato per volere divino e per volere divino la sua mula aveva partorito.

154) Convinto che fosse ormai suonata l'ora di Babilonia, si presentò a Dario e gli chiese se ci tenesse tanto a espugnare quella città. Quando seppe che la cosa stava molto a cuore a Dario, studiò una insidia per conquistare lui Babilonia e averne lui il merito; bisogna sapere che tra i Persiani le belle imprese sono molto apprezzate e accrescono molto il prestigio di chi le compie. Pensò che l'unico modo per potersi impadronire della città era di mutilarsi e disertare a favore dei Babilonesi. Allora, come se fosse una cosa da nulla, si sconciò in maniera irrimediabile: si fece tagliare naso e orecchie, si fece radere orribilmente la testa e fustigare; poi si presentò a Dario.

155) Dario sopportò a stento la vista di un uomo così illustre ridotto in tali condizioni: balzò dal trono e si mise a gridare, chiedendo il nome del responsabile e il motivo di un simile gesto. Ma Zopiro gli disse: "Nessun uomo al mondo, se non tu, ha tanta autorità da potermi ridurre in queste condizioni; e non è stata opera di uno straniero, signore, bensì opera mia; perché considero spaventoso che gli Assiri si prendano gioco dei Persiani". E il re gli rispose: "Ma sciagurato d'un uomo, tu hai adattato le parole più belle all'azione più vergognosa, affermando di esserti irrimediabilmente sfigurato a causa di quelli che stiamo assediando. Sei pazzo. Si arrenderanno forse più presto, i nemici, perché tu ti sei mutilato? Come non credere che sei completamente uscito di senno? Rovinarsi così!". E Zopiro rispose: "Se ti avessi sottoposto il mio piano, non mi avresti dato il permesso di agire; ora ho fatto quello che ho fatto assumendomene la piena responsabilità. Ormai, se quanto dipende da te non vien meno, Babilonia è nelle nostre mani. Io, così come sono, mi avvicinerò alle mura come un disertore e dirò di avere subìto da te questo sconcio; e quando li avrò convinti che le cose stanno così, penso che mi daranno il comando dell'esercito. Tu intanto, dieci giorni dopo che sono entrato in città, sistema mille soldati del tuo esercito, mille la cui perdita non sia particolarmente grave, all'altezza delle porte cosiddette di Semiramide; aspetta una settimana e disloca altri duemila uomini di fronte alle cosiddette porte di Ninive; lascia passare ancora venti giorni e conducine altri quattromila di fronte alle porte cosiddette Caldee: nessuno di loro deve portare armi di difesa tranne le spade, che puoi lasciargli. Conta ancora venti giorni e poi immediatamente ordina al resto del tuo esercito di attaccare le mura in tutto il loro perimetro, ma schierami i Persiani di fronte alle porte Belidi e Cissie; dopo le grandi imprese che avrò compiuto i Babilonesi, credo, mi affideranno ogni cosa e in particolare le chiavi delle porte.

156) Da quel momento il resto tocca a me e ai Persiani". Date queste istruzioni, si avviò verso le porte della città continuando a voltarsi indietro come se davvero fosse un disertore. Le sentinelle di guardia sulle torri lo videro: subito corsero giù e schiudendo appena un battente della porta gli chiesero chi fosse e cos'era venuto a fare; egli spiegò di essere Zopiro e di voler passare dalla loro parte. I guardiani della porta, udita la sua risposta, lo condussero dalle autorità di Babilonia. Di fronte a esse Zopiro disse, fra pianti e lamenti, che Dario lo aveva ridotto così (come invece si era sconciato da solo) e che gli aveva riservato quel trattamento per aver lui consigliato al re di ritirare l'esercito, visto che non c'era modo di espugnare la città. "Ora", disse, "Babilonesi, vengo qui da voi per vostra grandissima fortuna e a completo danno di Dario e del suo esercito: perché ora me la pagherà per avermi mutilato come ha fatto: io conosco tutti i particolari dei suoi piani".

157) Disse proprio così. I Babilonesi, vedendo un uomo così prestigioso fra i Persiani privato del naso e delle orecchie e coperto di sangue per le frustate, credettero senz'altro alle sue parole, che fosse venuto da loro come alleato, ed erano disposti a concedergli quanto chiedeva: e lui chiedeva un contingente di soldati. Quando l'ebbe ottenuto, Zopiro agì come aveva concordato con Dario: dopo dieci giorni fece compiere una sortita alle truppe di Babilonia e, accerchiati i mille soldati che aveva raccomandato a Dario di schierare, li sterminò completamente. I Babilonesi, quando constatarono che il comportamento di Zopiro corrispondeva alle sue parole, furono assai lieti e disposti a seguire in tutto le sue istruzioni. Zopiro lasciò di nuovo passare i giorni convenuti, si scelse un gruppo di Babilonesi e irruppe fuori dalle mura per massacrare i duemila soldati di Dario. Vista anche questa impresa, tutti i Babilonesi non avevano sulla bocca altro che il nome di Zopiro per elogiarlo. Ancora Zopiro lasciò trascorrere il tempo prefissato, condusse le sue truppe nel luogo prestabilito, accerchiò gli ultimi quattromila e li sterminò. Dopo questa impresa, Zopiro era ormai tutto per i Babilonesi: lo nominarono comandante in capo dell'esercito e custode delle mura della città.

158) Ma quando Dario, secondo gli accordi, attaccò le mura per tutto il loro perimetro, allora Zopiro gettò la maschera. Mentre i Babilonesi salivano sugli spalti per respingere l'assalto dell'esercito di Dario, Zopiro spalancò le porte dette Cissie e Belidi e introdusse i Persiani in città. I Babilonesi che videro l'accaduto corsero a rifugiarsi nel santuario di Zeus Belo, ma quelli che non lo videro rimasero ciascuno al proprio posto, finché anche loro si accorsero di essere stati traditi.

159) Così Babilonia fu espugnata per la seconda volta. Dario,quando fu padrone di Babilonia, fece abbattere al suolo le mura di cinta e svellere tutte le porte; Ciro, che l'aveva conquistata la prima volta, non aveva preso nessuna delle due misure; poi fece impalare tremila uomini, i più autorevoli, e concesse a tutti gli altri Babilonesi di abitare la loro città. Dario si preoccupò anche che avessero donne, per generare figli (le loro donne, come ho già spiegato, le avevano strangolate come misura precauzionale circa le riserve alimentari): ordinò infatti alle popolazioni limitrofe di inviare delle donne a Babilonia, nel numero da lui stesso stabilito per ciascun popolo, sicché, complessivamente, il numero delle donne ammontò a cinquantamila. Gli attuali Babilonesi sono per l'appunto discendenti di queste donne.

160) Mai nessun Persiano a giudizio di Dario aveva compiuto un gesto paragonabile a quello di Zopiro, né fra le generazioni più recenti né fra le più antiche, ad eccezione del solo Ciro al quale nessun Persiano ha mai avuto l'ardire di paragonarsi. E varie volte Dario, dicono, avrebbe espresso questo concetto: avrebbe preferito uno Zopiro rimasto immune da mutilazioni piuttosto che acquisire al suo impero altre venti Babilonie. Lo ricompensò con tutti gli onori: ogni anno gli inviava i doni più apprezzati fra i Persiani; gli concesse a vita il governatorato di Babilonia senza l'obbligo di versare i tributi e gli fece molte altre concessioni. Da questo Zopiro nacque il Megabisso che in Egitto guidò una spedizione contro gli Ateniesi e i loro alleati; e figlio di questo Megabisso fu lo Zopiro che passò dalla parte di Atene disertando dai Persiani.