Biblioteca:Apuleio, Le Metamorfosi, Libro VI



				

				

I
"Intanto Psiche vagava di qua e di là cercando con l'animo in pena, giorno e notte il suo sposo. Ella più che mai desiderava se non di rabbonirlo con le sue carezze di sposa perché era troppo adirato, almeno di ottenerne il perdono con le preghiere più umili.
"'Chissà che il mio signore non abiti lì' pensò quando scorse un tempio sulla cima di un'alta montagna. E, sebbene fosse stanca per il continuo peregrinare, là si diresse affrettando il passo, sorretta dalla speranza e dal desiderio. Superate rapidamente alte giogaie, raggiunse quei sacri altari. Vide spighe di frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d'orzo, falci e attrezzi per mietere ben lustri ma sparsi qua e là alla rinfusa, come sogliono lasciarli d'estate per il gran caldo i contadini stanchi.
"Psiche con gran cura cominciò a dividere e a mettere in ordine, pensando giustamente che ella non dovesse trascurare nessun tempio e pratica religiosa ma anzi invocare la misericordia e la benevolenza di tutti gli dei.

II
"Mentre tutta sollecita Psiche era intenta a questo lavoro sopraggiunse Cerere: 'Oh, povera Psiche' esclamò da lontano. 'Venere è furibonda con te e ti sta cercando per mare e per terra; vuole ucciderti e con tutta la sua divina potenza grida vendetta. E tu te ne stai qui a occuparti delle mie cose e a tutto pensi fuorché a porti in salvo.'
"Allora Psiche prostrandosi dinanzi alla dea e bagnando con copiose lacrime i suoi piedi e spazzando con i capelli la terra, cominciò a pregarla in mille modi, a invocarne il soccorso:
"'Ti supplico per questa tua mano dispensatrice di messi, per le gioconde feste della mietitura, per gli inviolabili misteri dei tuoi sacri arredi, per il tuo alato cocchio al quale, per servirti, sono aggiogati serpenti, per i solchi delle campagne di Sicilia, per il carro che ti rapì Proserpina, per la terra avara che te la sottrasse, per la sua discesa agli Inferi a nozze tenebrose, per il suo ritorno alla luce, per ogni altro mistero che il silenzio del tuo santuario, ad Eleusi, custodisce, soccorri Psiche che ti supplica, la sua povera vita.
"'Lascia ch'io mi nasconda fra questi covoni di spighe, per pochi giorni soltanto, finché non si plachi, col tempo, la collera terribile di una dea così potente o almeno fino a quando io non riprenda, con una breve sosta, un po' di forze, sfinita come sono dopo un così lungo peregrinare.'

III
"'Mi commuovono le tue lacrime e le tue preghiere' le rispose Cerere 'e vorrei proprio aiutarti. Ma Venere è una mia parente, ottima donna peraltro, con la quale sono sempre stata in buoni rapporti; non me la sento, perciò, di farle un torto. Esci dunque, e in fretta, da questo mio tempio e consideralo già un favore se non ti faccio mia prigioniera.'
"Così, contro ogni sua speranza, Psiche si vide respinta e, delusa, sentì raddoppiare dentro l'angoscia. Tornò allora sui suoi passi e vide nel mezzo di un boschetto che verdeggiava nella valle sottostante un tempio costruito con bell'arte. Non volendo tralasciare nessuna possibilità, benché minima, di miglior fortuna, ma anzi invocare il favore di quel dio, qualunque fosse, ella si avvicinò alla sacra porta e vide magnifici doni votivi e festoni ricamati a lettere d'oro appesi ai rami degli alberi e agli stipiti delle porte che testimoniavano le grazie ricevute e dichiaravano il nome della dea cui erano dedicati.
Psiche cadde allora in ginocchio e asciugandosi gli occhi e abbracciando l'altare ancora tepido, così pregò:

IV
"'O sorella e sposa del grande Giove, sia che tu abiti nell'antico santuario di Samo, la sola che può vantarsi dei tuoi natali, di aver sentito per prima i tuoi vagiti e d'averti allevata, o sia che tu ti indugi nella beata dimora dell'eccelsa Cartagine che venera te, vergine trascorrente nel cielo sul dorso di un leone, o sia che tu protegga le mura di Argo presso le rive dell'Inaco, che da sempre ti chiama sposa del Tonante e regina di tutte le dee, tu che tutto l'Oriente venera col nome di Zigia e tutto l'Occidente con quello di Lucina, sii nella mia estrema sventura, veramente Giunone Salvatrice e me, sfinita da tutte le sofferenze patite, libera dalla paura del pericolo che mi sovrasta. So che tu sei quella che prontamente accorre a sostenere le donne nel momento rischioso del parto.'
"Così supplicava Psiche e a un tratto le comparve davanti Giunone in persona in tutta l'augusta maestà del suo nume:
"'Come vorrei, credimi, esaudire le tue preghiere' le disse 'ma per doveroso riguardo io non posso mettermi contro la volontà di Venere, che mi è nuora, e che, del resto, ho sempre voluto bene come una figlia. Per giunta ci sono anche le leggi a impedirmelo, che proibiscono di dare ospitalità agli schiavi fuggiti senza il permesso dei loro padroni.'

V
"Per la seconda volta Psiche vide così naufragare le sue speranze. Sentiva che non avrebbe più potuto raggiungere il suo sposo alato e che ogni via di salvezza ormai le era preclusa.
"'Quali altre strade mi restano' incominciò a pensare fra sé, 'quali rimedi ai miei mali, se neppure delle dee hanno potuto aiutarmi nonostante le loro migliori intenzioni? Dove di nuovo volgere i passi, impigliata come sono in tanti lacci, sotto qual tetto, in quali tenebre nascondermi per sfuggire all'occhio implacabile della grande Venere? Perché, invece, non ti fai coraggio e, decisamente, rinunzi alle tue povere speranze e spontaneamente non ti arrendi alla tua padrona e con un atto di umiltà, anche se tardivo, non cerchi di placarne la collera violenta? Chissà che quello che stai cercando da tanto tempo tu non lo trova proprio là, nella casa di sua madre?'
"Così, pronta a una resa le cui conseguenze erano incerte, o meglio portavano a una sicura rovina, Psiche rifletteva tra sé come incominciare la supplica.

VI
"Intanto Venere rinunciando a valersi per le sue ricerche di mezzi terreni decise di tornarsene in cielo e ordinò che le fosse allestito il cocchio che Vulcano, l'orafo insigne, le aveva fabbricato con arte raffinata per offrirglielo come dono di nozze alla vigilia della prima notte. Era un carro bellissimo per l'opera sottile della lima che togliendo l'oro superfluo lo aveva ancor più impreziosito. Delle molte colombe che sostavano dinanzi alla camera della dea, quattro, bianchissime, vennero avanti e con graziosi passi, muovendo qua e là il collo iridato, si sottoposero al giogo tempestato di pietre preziose, attesero che la loro signora fosse salita e poi presero il volo.
"In corteo, dietro il carro, folleggiavano i passeri in lieta gazzarra e gli altri uccelli con canti modulati e con dolci gorgheggi annunziavano il suo arrivo. Le nubi si ritrassero, il cielo si spalancò per ricevere sua figlia e l'altissimo etere gloriosamente accolse la dea, né volo d'aquile o di rapaci sparvieri impauriva il canoro corteggio della grande Venere.

VII
"Ella si diresse difilato al gran palazzo di Giove e senza mezze misure chiese che, per un suo progetto, le fosse messo a disposizione Mercurio, il dio banditore.
"Il nero sopracciglio di Giove le disse di sì e Venere, tutta trionfante, lasciò il cielo rivolgendosi con gran premura a Mercurio che la seguiva. Fratello Arcade, tu sai che tua sorella Venere non ha mai fatto nulla senza l'aiuto di Mercurio e saprai da quanto tempo è che io non riesco a sapere dove si nasconda quella ragazza. Non mi rimane altro che annunciare pubblicamente attraverso un tuo bando che io darò un premio a chi la troverà. Fa, però, alla svelta e vedi di essere chiaro, di illustrare bene i suoi connotati, in modo che ognuno possa individuarla e, se contro le leggi si sia reso colpevole di averle dato ospitalità, non abbia poi a trovare scuse di non saperne nulla.' Così dicendo gli porse un foglio dove era segnato il nome di Psiche e ogni altra indicazione. Poi se ne tornò subito a casa.

VIII
"Mercurio obbedì all'istante. Si mise a correre per tutte le terre del mondo per eseguire l'incarico di banditore che gli era stato affidato: Chiunque catturerà o indicherà il luogo dove si nasconde una figlia di re, schiava di Venere, datasi alla fuga, di nome Psiche, si rechi dal banditore Mercurio dietro le colonne Murzie. A compenso della denunzia riceverà da Venere in persona sette dolcissimi baci e uno ancora più dolce a lingua in bocca.'
"Un bando come questo, gridato da Mercurio, e il desiderio di guadagnarsi un premio simile eccitò ogni uomo e tutti gareggiarono in zelo e questo tolse a Psiche ogni ulteriore incertezza.
"Mentre ella si avvicinava al palazzo di Venere le venne incontro la Consuetudine, una delle schiave della dea che, con tutta la voce che aveva in corpo, cominciò a investirla: 'Finalmente hai cominciato a capire che hai una padrona, serva d'una malora! Oppure con la tua solita impudenza ora fai anche finta di non sapere quanti fastidi ci hai dato per venirti a cercare? E sta bene, ora però mi sei capitata fra le mani e quindi sii pur certa che sei caduta nelle grinfie dell'Orco e quanto prima la pagherai, e come, questa tua insolenza.'

IX
"E afferratala bruscamente per i capelli cominciò a strascinarla senza che quella poveretta potesse minimamente reagire.
"Quando Venere se la vide portare davanti sbottò in una sonora sghignazzata e scuotendo la testa come di solito fa chi ribolle dentro dalla rabbia e grattandosi l'orecchio destro: 'Finalmente' le gridò 'ti sei degnata di venire a salutare tua suocera! O forse sei venuta a far visita a tuo marito in pericolo per la ferita che gli hai procurato? Ma sta tranquilla, ti farò l'accoglienza che merita una brava nuora come te,' e soggiunse: 'dove sono Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?' e fattele entrare ad esse l'affidò perché la torturassero; e quelle, eseguendo a puntino l'ordine della padrona, cominciarono a lavorare di scudiscio sulla povera Psiche e a straziarla con torture di vario genere, poi gliela riportarono davanti. E Venere nuovamente scoppiò a ridere: 'Sta a vedere che io adesso debbo commuovermi per quel suo ventre gravido che dovrebbe farmi nonna felice di una prole illustre. Sì, proprio felice: nel fiore degli anni esser chiamata nonna e il figlio di una miserabile schiava passare per nipote di Venere. Ma stupida anch'io a chiamarlo figlio, ché mica è valido il matrimonio fra persone di diversa condizione sociale celebrato, poi, così, in campagna, senza testimoni, senza il consenso del padre; perciò questo che nascerà sarà un bastardo, ammesso pure che io ti lasci portare a termine la gravidanza.'

X
"E così dicendo le si precipitò addosso e cominciò a lacerarle in mille brandelli la veste, a strapparle i capelli, a scuoterla per il capo, a colpirla furiosamente.
"Poi si fece portare dei chicchi di frumento, d'orzo, di miglio, semi di papavero, ceci, lenticchie e fave, le mescolò, ne fece un gran mucchio e le disse: 'Sei una schiava così brutta che a me pare tu non possa farti in alcun modo degli amanti, se non a prezzo di un diligente servizio. Perciò voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell'ordine. Prima dì sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito.' E lasciatala davanti a quel gran mucchio di semi se ne andò a un pranzo di nozze.
"Psiche non ci provò nemmeno a metter mano in quel confuso, inestricabile cumulo ma costernata dall'enormità di quell'ordine se ne rimase in silenzio come imbambolata. Allora quel piccolo animaluccio dei campi, la formicuccia, che ben sapeva quanto difficile fosse un lavoro del genere, provò compassione per la compagna del grande Cupido e condannò la crudeltà della suocera. Cosi cominciò a darsi da fare, su e giù, chiamando a raccolta, dai dintorni, tutto il popolo delle formiche: 'Correte, agili figlie della terra feconda correte e date una mano, presto, a una leggiadra fanciulla in pericolo, la sposa di Amore!' E quelle accorsero tutte, a ondate, minuscolo popolo a sei piedi, e lavorando con uno zelo mai visto, chicco dopo chicco, disfecero tutto il cumulo, separarono i semi, li distribuirono in mucchi secondo la qualità e poi, in un batter d'occhio, disparvero.

XI
"Sul far della notte Venere tornò dal banchetto un po' brilla ma odorosa di balsami e con il corpo tutto inghirlandato di rose meravigliose. Vide il lavoro compiuto a puntino e: 'Questo lavoro non l'hai fatto tu' cominciò a gridare 'furfante che non sei altro, ma è opera di colui al quale per tua e soprattutto per sua disgrazia tu sei piaciuta' e gettatole un tozzo di pane perché non morisse di fame se ne andò a dormire.
"Cupido, intanto, era stato isolato in una stanza tutta d'oro, la più interna del palazzo e tenuto sotto chiave, sia perché, con la sua sfrenata libidine non aggravasse la ferita, sia perché non si incontrasse con la sua amata. E così, i due amanti, passarono una notte triste, divisi e separati l'uno dall'altro sotto lo stesso tetto.
"Ma quando l'Aurora spinse innanzi i suoi cavalli, Venere, chiamata Psiche, così le ordinò: 'Vedi quel bosco laggiù che si stende fin sugli argini del fiume e i cui rami più bassi quasi toccano l'acqua e vi si specchiano? Ebbene là pascolano in libertà pecore bellissime dalla lana d'oro lucente e non v'è alcun guardiano. Io voglio che tu mi porti subito, vedi un po' tu come fare, un poco di quella lana preziosa.'

XII
"S'avviò di buon grado Psiche non già per eseguire quell'ordine ma per trovare rimedio ai suoi triboli precipitandosi da una rupe giù nel fiume; ma dalla sponda una verde canna, di quelle da cui si posson trarre le melodie più soavi, quasi fosse ispirata da un dio, così le parlò nel lieve murmure della brezza leggera:
"'Oh, Psiche, afflitta da tante pene, non profanare le mie acque sacre con la tua morte miseranda e non avvicinarti, ora, a quelle terribili e selvagge pecore, perché la vampa ardente del sole le rende ferocissime e con le loro corna aguzze e con le loro fronti dure come il macigno, talvolta addirittura con morsi velenosi, esse s'avventano sugli uomini per ucciderli. Intanto fin ché il sole del meriggio non avrà mitigato il suo ardore e le pecore non si saranno ammansite alla fresca brezza che sale dal fiume, tu puoi nasconderti a bell'agio sotto quel grande platano che, insieme con me beve alla stessa corrente. Quando le pecore si saranno quietate, allora recati nel bosco vicino e scuoti le fronde e troverai la lana d'oro rimasta attaccata qua e là nell'intrico dei rami.'

XIII
"Così quell'umile canna umanamente indicava alla povera Psiche la via della salvezza e questa non si pentì di averle dato ascolto né indugiò a seguire a puntino ogni istruzione, tanto che le fu facile compiere il furto e tornare da Venere addirittura con il grembo colmo di soffice lana d'oro.
"Ma nemmeno questa seconda prova, così rischiosa per giunta, le valse a cattivarsi il favore della sua padrona la quale, aggrottando la fronte e sorridendo amaro così le disse: 'Non è che io non sappia chi sia stato l'autore furfantesco anche di questa impresa, ma voglio metterti ancora alla prova, proprio per vedere se hai veramente tanta forza d'animo e tanta saggezza. Vedi lassù la cima a strapiombo di quell'altissimo monte? Là c'è una sorgente le cui acque cupe scorrendo giù nel fondo di una valle vicina vanno a finire nella palude Stigia e alimentano le vorticose correnti di Cocito. Voglio che tu vada là in cima, proprio dov'è la sorgente, e che mi rechi all'istante, in questa piccola anfora, un po' di quell'acqua gelida' e così dicendo non senza minacciarla di pene ancora più gravi, le consegnò un'ampolla di levigato cristallo.

XIV
"E Psiche a rapidi passi e tutta in ansia si diresse alla cima del monte sicura che lassù almeno avesse termine la sua infelicissima vita. Ma appena giunse nei pressi della vetta indicatale, ella si rese conto del rischio mortale che comportava quell'impresa smisurata. Quella cima, infatti, enorme e altissima, liscia e a strapiombo, inaccessibile, vomitava dalle sue viscere un orrido fiotto che irrompendo dai crepacci e scorrendo poi giù per il pendio, s'ingolfava in un angusto canale sotterraneo per poi scrosciare invisibile nella valle sotto stante.
"A destra e a sinistra, tra gli anfratti rocciosi, orribili draghi strisciavano e rizzavano i lunghi colli, sentinelle vigilanti dagli occhi sempre aperti, dalle pupille eternamente spalancate alla luce.
"Del resto quelle acque che erano parlanti, da se stesse provvedevano alla loro difesa: 'Vattene!' gridavano incessantemente. 'Che fai qui? Bada a te! Che vuoi? Guardati! Fuggi via! Sei perduta!'
"Così Psiche rimase come impietrita nella sua impotenza, presente col corpo ma lontana coi sensi, schiacciata dall'enormità di un pericolo senza via d'uscita; e non le restava nemmeno l'estremo conforto del pianto.

XV
"Ma le tribolazioni di quell'anima innocente non sfuggirono all'occhio attento della buona provvidenza. E così l'uccello regale del sommo Giove, l'aquila rapace, spiegò le ali e in un attimo le venne in soccorso, memore dell'antica obbedienza, quando sotto la guida di Amore, rapì per Giove il coppiere frigio. Ora, volendo ancora una volta offrire i suoi servigi a questo potente dio e cattivarsene il favore col soccorrere la sua sposa in pericolo, lasciò le eteree cime dell'eccelso Olimpo e cominciò a ruotare intorno alla fanciulla: 'O tu, ingenua e inesperta come sei di tali cose,' intanto le diceva, 'speri, proprio tu, di poter portar via o soltanto toccare una sola goccia di quest'acqua sacra e tremenda insieme? Non sai, almeno per sentito dire, che queste acque infernali fanno paura anche agli dei, perfino allo stesso Giove, e che se voi di solito giurate sulla potenza degli dei questi sogliono giurare sulla maestà dello Stige? Ma dammi quest'anforetta' e là per là gliela prese e tenendola stretta si librò sulle grandi ali remiganti e volteggiò a destra e a sinistra fra le mascelle irte di denti aguzzi e le lingue triforcute dei draghi riuscendo ad attingere di quell'acqua riluttante che gridava anche a lei di fuggir via finché era incolume e alla quale però ella rispondeva che per ordine di Venere sua padrona era venuta ad attingere; per questo le fu più facile avvicinarsi.

XVI
"Psiche con gioia prese l'anforetta colma d'acqua e di corsa la porta a Venere. Ma neppure questa volta ella riuscì a placare la collera della dea crudele che, infatti, minacciando tormenti ancora più terribili, con un sorrisetto velenoso le fece: 'Credo proprio che tu sia una gran maga, una di quelle stregacce malefiche dal momento che hai eseguito come niente i miei ordini; ora però, carina mia, dovrai farmi anche questo: prendi questa scatola' e gliela diede 'e di corsa arriva fino agli Inferi, fino al lugubre palazzo dello stesso Orco e consegna a Proserpina questo cofanetto dicendole che Venere la prega di mandarle un poco della sua bellezza, almeno quanto basti per un sol giorno perché quella che aveva l'ha consumata e sciupata tutta per curare il figlio malato. Però cerca di tornare alla svelta perché io devo proprio farmi una ripassatina prima di andare a una rappresentazione teatrale degli dei.

XVII
"Allora Psiche comprese che per lei era davvero finita e si rese chiaramente conto che ormai la si voleva mandare a morte sicura. C'era, infatti, da dubitarne dal momento che la si costringeva a recarsi con i suoi piedi al Tartaro, nel mondo dei morti? Senza indugiare oltre salì allora su una altissima torre per gettarsi di lassù a capofitto pensando che questo fosse il modo migliore e più spedito per giungere agli Inferi. Ma la torre improvvisamente parlò: 'Perché, disgraziata, vuoi ucciderti, buttandoti giù? Perché dinnanzi a quest'ultimo rischio, a quest'ultima prova vuoi darti subito per vinta? Una volta che il tuo spirito sarà separato dal corpo andrai, sì, in fondo al Tartaro, certamente, ma di laggiù in alcun modo potrai tornare.

XVIII
"'Ascoltami: poco lontano di qui c'è Sparta, la celebre città della Acaia; cerca il promontorio del Tenaro che non le è distante anche se situato un po' fuori mano. Lì c'è l'imboccatura che porta all'inferno e attraverso le sue porte spalancate si vede l'inaccessibile strada. Tu varca la soglia e mettiti in cammino seguendo quella burella e arriverai diritto alla reggia di Plutone. Non dovrai tuttavia inoltrarti in quelle tenebre a mani vuote ma recherai due ciambelle d'orzo impastate con vino e miele, una per mano, e due monete in bocca. Percorrerai un buon tratto di quella strada che porta alla morte e incontrerai un asino zoppo carico di legna e un asinaio zoppo anche lui che ti pregherà di raccattargli alcuni rami caduti dal suo fascio; ma tu non ascoltarlo, passa oltre in silenzio.
"'Poco dopo arriverai al fiume dei morti a cui sta a guardia Caronte il quale per traghettare sulla sua barca rattoppata quelli che vanno all'altra riva si fa pagare il pedaggio. Come vedi anche fra i morti esiste l'avidità di denaro e nemmeno il famoso Caronte, né lo stesso padre Dite, un dio così potente, fanno mai nulla gratis e un pover'uomo quando muore deve procurarsi il prezzo del viaggio e se per caso non ha il denaro lì pronto nella mano non gli danno neanche il permesso di morire.
"'A quel sordido vecchio darai per il pedaggio una delle monete che hai portato con te, ma lascia che sia egli stesso, con le sue mani, a prenderla dalla tua bocca. Inoltre, mentre traverserai quella pigra corrente un vecchio morto dal pelo dell'acqua solleverà verso di te le putride mani e ti supplicherà di accoglierlo nella barca, ma tu non lasciarti piegare da una pietà che non ti è consentita.

XIX
"'Attraversato il fiume, poco più oltre, delle vecchie intente a tessere una tela ti pregheranno di dar loro una mano, ma tu non farlo, non toccare quella tela, perché è un'insidia di Venere, come tutto il resto, per farti cadere dalla mano una delle due ciambelle. Non credere che perdere una focaccia sia cosa da poco conto: basterebbe questo, infatti, per non rivedere mai più la luce. Perché c'è un cane gigantesco, con tre teste enormi, mostro terribile, smisurato, che con le sue fauci spalancate latra contro i morti ai quali però, ormai, non può fare alcun male; egli cerca inutilmente di spaventarli e intanto eternamente veglia davanti alla porta e agli oscuri antri di Proserpina, custode della vuota dimora di Dite.
"'Tu tienilo a bada gettandogli una delle due ciambelle; così potrai facilmente passare e giungere fino a Proserpina che ti accoglierà con cortesia e con benevolenza e ti inviterà a sedere a tuo agio e a consumare un lauto pasto.
"'Tu però siederai per terra e chiederai soltanto un tozzo di pane e mangerai di quello, poi le dirai il motivo della tua venuta e preso quanto ti verrà dato, tornerai indietro, placherai la ferocia del cane con l'altra ciambella, darai all'avaro nocchiero la monetina che avrai conservato e, oltrepassato nuovamente il fiume, ricalcherai le tue orme per rivedere questo nostro cielo con il suo coro di stelle.
"'Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa nasconde.'

XX
"Così quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e Psiche non indugiò, raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con sé le monete e le ciambelle secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada infernale, oltrepassò senza dir parola l'asinaio zoppo, diede al nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non si curò delle insidiose preghiere delle tessitrici, placò con la ciambella la rabbia spaventosa del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina.
"Qui rifiutò il morbido sedile e il cibo squisito che l'ospite le offerse ma sedette umilmente ai suoi piedi si contentò di un pane scuro, poi riferì l'ambasciata di Venere.
"E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece tacere le bocche latranti del cane con l'inganno della seconda ciambella, consegnò al nocchiero la moneta che le era rimasta e risalì dall'inferno con passo assai più leggero.
"Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, benché avesse fretta di portare a buon fine il suo mandato, fu assalita da un'imprudente curiosità: 'Sono proprio una sciocca' si disse: 'porto con me la divina bellezza e non ne prendo nemmeno un pocolino, non foss'altro per piacere di più al mio bellissimo amante' e, detto fatto, aprì la scatola.

XXI
"Ma dentro non v'era nulla, nessuna bellezza, ma solo del sonno, un letargo di morte che s'impadronì di lei non appena ella sollevò il coperchio e che si diffuse per tutte le sue membra in una pesante nebbia di sopore facendola cadere addormentata proprio dove si trovava, là sul sentiero.
"E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo, come morta.
"Intanto, Cupido, guarito ormai dalla ferita che s'era rimarginata, non sopportando più a lungo la lontananza di Psiche, era fuggito da un'altissima finestra della stanza dove lo tenevano rinchiuso e, volando più veloce del solito sulle ali rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua Psiche. Premurosamente egli le dissipò il sonno che rinchiuse di nuovo dove era prima nella scatola, poi, appena pungendola con una sua freccia, ma senza farle del male, la svegliò: 'Oh, tapinella' le disse 'ecco che la tua curiosità stava lì lì per perderti un'altra volta, Ma suvvia, sbrigati ora a eseguire l'incarico che ti ha affidato mia madre: al resto penserò io ed il dio innamorato si librò leggero sulle sue ali e Psiche si affrettò a recare a Venere il dono di Proserpina.

XXII
"Cupido dal canto suo divorato com'era dalla passione e tutto preoccupato per quell'improvvisa castigatezza di sua madre, che lo angosciava, pensò bene di ricorrere ai suoi espedienti e salito con le sue ali veloci sulla sommità del cielo si mise a supplicare il grande Giove e a esporgli la sua situazione. E Giove prendendogli le guance fra le mani e attirandolo a sé: 'Signor mio figlio' gli fece, dopo averlo baciato, 'benché tu non mi abbia mai portato quel rispetto che m'è dovuto per unanime consenso di tutti gli dei, ma anzi tu abbia continuamente bersagliato con le tue frecce questo mio cuore che regola le leggi della natura e il moto degli astri, impegolandomi in tresche e avventure d'ogni genere e, quindi, macchiando la mia fama e il mio buon nome con vergognosi adulteri, a dispetto delle leggi, ad onta della stessa legge Giulia e della pubblica morale facendo ignobilmente prendere al mio aspetto sereno ora le forme di un serpente, ora quelle di una fiamma, di una belva, di un uccello, di un animale da stalla, io voglio essere clemente con te, tanto più che sei cresciuto fra le mie braccia. Perciò farò tutto quello che mi chiedi, a un patto però: che tu stia in guardia dai tuoi rivali e che se, per caso, sulla terra, ora, c'è qualche bella figliola, ma veramente coi fiocchi, tu mi ripaghi con quella del favore che ti faccio.'

XXIII
"Ciò detto ordinò a Mercurio di convocare subito tutti gli dei in assemblea e di avvisare che se qualcuno fosse mancato avrebbe pagato una multa di diecimila sesterzi.
"A tale minaccia il teatro celeste fu subito al completo e Giove, dall'alto del suo seggio, così parlò: 'O dei, iscritti nell'albo delle Muse, voi tutti certamente sapete che questo ragazzo l'ho cresciuto io stesso con le mie mani. Ora però credo sia giunto il momento di mettere un po' a freno i suoi ardori giovanili; sono troppe ormai le favolette che corrono in giro sui suoi adulteri e su tutte le sudicerie che combina. Occorre eliminare ogni occasione e contenere la sua giovanile lussuria con i vincoli del matrimonio. La ragazza già ce l'ha, l'ha anche sverginata: che se la tenga, ci vada a letto e si goda per sempre Psiche e il suo amore.' E volgendosi a Venere: 'E tu, figlia mia, per questo matrimonio con una mortale non te la prendere, non temere per il tuo casato e la tua condizione. Disporrò che queste nozze siano tra eguali, del tutto legittime quindi e conformi al diritto civile' e là per là ordinò che Mercurio andasse a prendere Psiche e la portasse in cielo: 'Bevi, Psiche' le disse offrendole una coppa d'ambrosia 'e sii immortale; né mai Cupido si scioglierà dal vincolo che lo lega a te e queste saranno per voi nozze eterne.'

XXIV
"All'istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo era seduto al posto d'onore e teneva fra le braccia Psiche, poi veniva Giove con la sua Giunone e quindi, in ordine d'importanza, tutti gli altri dei.
"Poi fu la volta del nettare, il vino degli dei; e a Giove lo servì il suo coppiere, il famoso pastorello, agli altri, Bacco. Vulcano faceva da cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e d'altri fiori, le Grazie spargevano balsami e le Muse diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo cominciò a cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un'orchestra ch'ella stessa aveva predisposto e in cui le Muse erano il coro, un Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava nella zampogna.
"Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà."

XXV
Questa la storia che la vecchierella svanita e un po' brilla raccontò alla fanciulla prigioniera, mentre io, lì poco distante, mi rammaricavo, perdio, di non avere tavolette e stilo per annotarmi una favola così bella.
Ma ecco che in quel momento fecero ritorno i briganti, carichi di bottino e reduci chissà da qual furioso scontro se alcuni di essi, tra i più forti, erano feriti. Questi rimasero a casa per medicarsi, gli altri s'affrettarono a ripartire per andare a prendere il resto del carico che, come dicevano, avevano nascosto in una caverna.
Così, dopo aver mangiato in fretta e furia un boccone, a suon di legnate, ci tirarono fuori, me e il cavallo, perché trasportassimo quel carico e dopo averci costretti a tirare il fiato per una strada tutta curve e saliscendi, verso sera ci fecero fermare a una grotta e di qui, caricatici a più non posso, via di nuovo, dietro front, senza lasciarci riposare nemmeno un istante. E tanta era la fretta e la smania di rientrare che a furia di bastonate e di spinte mi fecero incespicare in un sasso posto lì sulla strada; e allora giù un'altra gragnuola di legnate per farmi rialzare, per giunta con la zampa destra e lo zoccolo sinistro malconci.

XXVI
"Ma fino a quando dovremo dar da mangiare a quest'asinello striminzito che ora s'è pure azzoppato" fece uno; e un altro, di rimando: "Di' pure che da quando ha messo piede da noi non s'è fatto più un colpo buono: le abbiamo soltanto prese e i nostri compagni più validi ci hanno lasciate le penne;" e un terzo, di rincalzo: "Ma appena questo pelandrone ci avrà portato a destinazione il carico, nel burrone io lo scaravento. Sai che bella festa sarà per gli avvoltoi."
Mentre quei tipi così di buon cuore discutevano della mia morte, eravamo già arrivati a casa, ché la paura mi aveva messe le ali agli zoccoli.
Ci scaricarono in gran fretta e senza curarsi di noi e tanto meno di farmi fuori, tirandosi dietro i compagni che prima s'erano fermati per curarsi le ferite, ripartirono di corsa per recuperare, essi stessi, il resto del bottino, dal momento che s'erano stufati - dicevano - della nostra lentezza.
Dal canto mio non è che non fossi preoccupato pensando alla morte che m'era stata minacciata e fra me stesso m'andavo dicendo: "Ma che stai a fare, Lucio? Che altro aspetti? Ormai questi banditi hanno deciso di spedirti all'altro mondo e con una morte orribile, peraltro senza troppo disturbo: eccoli qui, proprio qui sotto, precipizio e spuntoni di roccia che ti bucheranno e ti ridurranno a brandelli prima che tu arrivi al fondo. Ché quella tua famosa magia t'ha dato, è vero l'aspetto e le disgrazie di un asino, non la sua pelle, dura, robusta, che t'è rimasta, invece ma sottile sottile come quella d'una mignatta. Perché, dunque, non ti fai animo e non cerchi di metterti in salvo finché t'è possibile? L'occasione per fuggire è splendida, ora che i banditi son fuori. O forse hai paura di quella vecchia mezza morta che ti fa la guardia e che un sol calcio del tuo piede zoppo potresti toglier di mezzo? Ma fuggire dove? E chi ti darà ospitalità? Ma che preoccupazione stupida è questa, proprio da asino. Infatti chi è quel viandante che trovandosi a sua disposizione una cavalcatura non sarebbe tutto contento di portarsela via?"

XXVII
E lì per lì con un forte strattone spezzai la fune con cui ero stato legato e con tutto lo slancio delle mie quattro zampe feci per battermela. Ma non potetti sfuggire a quella vecchia furbastra e ai suoi occhi di sparviero. Infatti, appena s'accorse ch'io m'ero liberato, con un coraggio superiore alla sua età e al suo sesso, quella mi afferrò per la cavezza e cercò di tenermi, di tirarmi indietro.
Ma io, ricordando le intenzioni assassine dei banditi non ebbi alcuna pietà e sferrandole una doppietta di calci coi posteriori, immediatamente la stesi. Quella, però, benché a terra, non mollò la presa tanto che io me la trascinai dietro nella corsa per un buon tratto, finché non cominciò a lanciare certi urlacci e a chiedere l'aiuto di chi, più forte di lei, potesse darle una mano.
Ma le sue grida però, si persero nel nulla perché soccorso non ne poteva venire in quanto non c'era anima viva lì intorno tranne che la fanciulla prigioniera la quale, infatti, a quel baccano, venne fuori e vide una scena veramente memorabile: una Dirce stagionata attaccata non a un toro ma a un asino. Ma ecco che quella giovane arrischiò un'impresa bellissima, degna del coraggio di un uomo: strappò le briglie dalle mani della vecchia, placò il mio impeto con parole carezzevoli, poi con un balzo mi saltò in groppa e via mi lanciò nuovamente al galoppo.

XXVIII
Io poi, tra la voglia di fuggire, il desiderio pure di liberare quella fanciulla e, perché no, le frustate per suasive che ella ogni tanto mi dava, filavo con la velocità di un cavallo facendo rimbombare il terreno col mio quadruplice scalpito e cercando anche di rispondere con qualche raglio alle dolci paroline che ella mi sussurrava.
Di quando in quando, anzi, fingendo di grattarmi il dorso giravo la testa e baciavo i bei piedini della fanciulla. Allora lei si metteva a sospirare volgendo al cielo lo sguardo ansioso:
"O sommi dei, aiutatemi voi in questo estremo pericolo e tu, crudele fortuna, cessa dal perseguitarmi. Queste mie terribili sofferenze dovrebbero averti ampiamente soddisfatta. Quanto a te, difensore della mia libertà e della mia vita, se mi riporterai sana e salva a casa, dai miei genitori, dal mio bel fidanzato, vedrai quanta riconoscenza avrò per te, come ti colmerò di attenzioni, quanti buoni bocconi ti darò.
"Per prima cosa ti pettinerò ben bene questa tua criniera, vi appenderò tutti i miei gioielli di ragazza, questo ciuffo sulla fronte lo arriccerò e poi, per benino, lo dividerò in due bande e vedrai con che cura farò diventare lucente la tua coda ora tutta arruffata e ispida per la sporcizia; poi ti ornerò di tante borchie d'oro che dovrai sembrare rivestito di stelle e così passerai tra l'esultanza del popolo in festa, mentre io ti porterò in un drappo di seta noccioline e altre ghiottonerie e ti rimpinzerò da mane a sera, o mio salvatore.

XXIX
"E in mezzo ai cibi delicati, all'ozio assoluto, alla beatitudine più completa non ti mancheranno onori e gloria perché io eternerò il ricordo di questa mia presente avventura e del provvidenziale intervento divino, ponendo nell'atrio della mia casa una tavoletta dipinta raffigurante la scena di questa mia fuga. Tutti verranno a vederla, ovunque se ne sentirà parlare, i letterati nel loro stile tramanderanno l'umile storia di una 'principessa che ritrova la libertà con l'aiuto di un asino'. E tu entrerai a far parte degli antichi miti e noi, adducendo ad esempio la tua storia realmente vissuta, saremo indotti a credere che Frisso abbia passato il mare sul dorso di un ariete, che Airone abbia guidato un delfino ed Europa si sia sdraiata su un toro. Anzi, se è vero che Giove muggì sotto le spoglie di un toro, può anche darsi che nel mio asino si nasconda o il volto di un uomo o l'immagine di un dio."
Mentre la fanciulla continuava a farmi questi di scorsi, mescolando voti e sospiri insieme, giungemmo a un crociccio e qui, tirandomi per le briglie, cercò in tutti i modi di farmi prendere a destra perché da quella parte, si vede, era la casa dei suoi genitori.
Io, sapendo bene che i ladri erano andati proprio da quella parte a recuperare il loro bottino, facevo di tutto per resisterle e, intanto, in cuor mio così protestavo: "Ma che fai, disgraziata? Che stai facendo? Hai proprio fretta di morire? E intendi farlo servendoti dei miei piedi? Così non soltanto te ma anche me finirai per mandare in rovina." E mentre tiravamo l'uno per un verso l'altra da quello opposto, come due litiganti in una causa per la definizione di una proprietà fondiaria o di un diritto di transito, arrivarono i briganti carichi di refurtiva e, al chiaror della luna, riconosciutici da lontano, ci dettero la voce con una sghignazzata. E uno di loro:

XXX
"Ma dov'è che andate cosi in fretta e a quest'ora? Non avete mica paura con questo buio di spiriti e fantasmi? O forse, tu che sei una brava ragazza, correvi tanto in fretta per rivedere i tuoi genitori? Ma vedrai che ci penseremo noi alla tua solitudine e ti indicheremo la via più diretta per andare dai tuoi. E, facendo seguire a queste parole i fatti mi afferrò per la cavezza e mi fece fare dietro front non senza avermi dato la solita ripassata di botte col nodoso bastone che aveva con sé.
Allora, vedendomi nuovamente e, mio malgrado, avviato a morte sicura, mi venne in mente il dolore al piede e cominciai a zoppicare e a ciondolare la testa.
"Ma guarda guarda," fece quello che mi aveva rimesso sui miei passi "eccoti qui che barcolli e zoppichi di nuovo. Ma che? Questi tuoi luridi piedi a scappare ce la fanno, poi quando devono camminare si bloccano? Un attimo fa correvi più veloce dell'alato Pegaso." E così, nel frattempo che quell'amabile compagno mi prendeva in giro dimenando il suo randello, giungemmo alla cinta esterna della loro casa: appiccata al ramo più alto di un cipresso penzolava la vecchia. I briganti la tirarono giù, senza toglierle nemmeno la corda dal collo e la precipitarono nel burrone, poi Legata la fanciulla, con bestiale ingordigia si gettarono sul pasto che la povera vecchietta aveva loro diligentemente preparato per l'ultima volta.

XXXI
E mentre s'ingozzavano con voracità di tutto quello che capitava loro sotto i denti, cominciarono a discutere della pena da infliggerci e del modo come vendicarsi di noi. Ma, come capita in una riunione tumultuosa, i pareri erano diversi: uno affermava che la ragazza dovesse essere bruciata viva, un altro riteneva che era meglio gettarla in pasto alle belve, un terzo pretendeva che bisognasse inchiodarla a una croce, un quarto, infine, suggeriva che la si facesse morire fra le torture. Comunque tutti concordarono per la pena di morte. Uno dei briganti, però, fatto cessare tutto quello schiamazzo, con voce tranquilla cominciò:
"È contrario ai principi della nostra banda, tanto più alla vostra mitezza d'animo e alla mia personale moderazione infierire oltre i limiti e più di quanto comporti la colpa; quindi niente belve o croce o fuoco o torture e neppure una morte sbrigativa. Se volete darmi retta lasciate vivere la ragazza ma nel modo che si merita. Non vi sarete mica scordati quello che poco fa avevate deciso per quest'asino sempre pigro ma formidabile mangione e anche impostore, per giunta, che finge di non farcela più e intanto fa fuggire la ragazza e diventa suo complice.
"Dunque, domani s'ha da scannarlo. Lo vuotiamo delle interiora e dentro gli cuciamo, tutta nuda, la ragazza che lui ha preferito a noi, in modo però che soltanto la testa sporga fuori, mentre tutto il resto del corpo resti stretto dentro la bestia come in una prigione.
"Poi metteremo l'asino così riempito e farcito su un pietrone e lì lo lasceremo arrostire al sole ardente.

XXXII
"In questo modo tutti e due subiranno quelle pene che voi avete giustamente proposto: l'asino la morte che già da un sacco di tempo si merita, la ragazza i morsi delle fiere quando appunto i vermi roderanno le sue membra, e il bruciore del fuoco quando il sole con i suoi raggi ardenti farà diventare un forno il ventre dell'asino, e la tortura della croce quando cani e avvoltoi le strapperanno le viscere. Fate, inoltre, il conto delle altre torture e pene varie: dovrà star viva nel ventre di una bestia morta: il fetore insopportabile le soffocherà il respiro per il lungo digiuno si consumerà lentamente e non avrà nemmeno le mani libere per darsi la morte da sé".
I briganti, all'unanimità, approvarono questa proposta per acclamazione ed io, ascoltando tutto questo con le mie grandi orecchie, che altro potevo fare se non piangere su quel cadavere che sarei stato, l'indomani?