Biblioteca:Apuleio, Le Metamorfosi, Libro I



				

				

I
Eccomi a raccontarti, o lettore, storie d'ogni genere, sul tipo di quelle milesie e a stuzzicarti le orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai posare lo sguardo su queste pagine scritte con un'arguzia tutta alessandrina.
E avrai di che sbalordire sentendomi dire di uomini che han preso altre fogge e mutato l'essere loro e poi son ritornati di nuovo come erano prima. Dunque, comincio.
Certo che tu ti chiederai io chi sia; ebbene te lo dirò in due parole: le regioni dell'Imetto, nell'Attica, l'Istmo di Corinto e il promontorio del Tenaro nei pressi di Sparta sono terre fortunate celebrate in opere più fortunate ancora. Di lì, anticamente, discese la mia famiglia; lì, da fanciullo, appresi i primi rudimenti della lingua attica, poi, emigrato nella città del Lazio, io che ero del tutto digiuno della parlata locale, dovetti impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile fatica.
Perciò devi scusarmi se da rozzo parlatore qual sono, mi sfuggirà qualche barbarismo o qualche espressione triviale.
Del resto questa varietà del mio linguaggio ben si adatta alle storie bizzarre che ho deciso di raccontarti.
Incomincio con una storiella alla greca. Stammi a sentire, lettore, ti divertirai.

II
Ero diretto in Tessaglia per affari (la mia famiglia per parte di madre, è originaria di quella regione e per il fatto che fra i suoi antenati vanta il celebre Plutarco e suo nipote, il filosofo Sesto, è per me titolo di gloria), dunque, ero diretto in Tessaglia e m'ero già lasciato alle spalle montagne ripide, valli impervie, umide pianure, campagne fertili e coltive e il bianco cavallo indigeno che montavo era stanchissimo. Così decisi di fare un po' di strada a piedi per sgranchirmi le gambe, stanco com'ero anch'io di star seduto in sella.
Smontai, asciugai con cura la fronte del cavallo madida di sudore, gli accarezzai le orecchie, gli tolsi il morso e lo lasciai andar libero, al passo, perché smaltisse un po' la stanchezza e si svuotasse del peso naturale del ventre. E mentre quello a muso all'ingiù pascolava lento fra l'erba, io mi unii, come terzo, a due viandanti che in quel momento mi passavano accanto.
Tesi l'orecchio per sapere di che cosa parlassero e sentii che uno dei due, scoppiando in una gran risata, diceva all'altro: Ma la pianti di raccontar simili balle?
Io che sono sempre smanioso di novità, intervenni: Non è per essere un ficcanaso, ma perché mi piace sapere un po' tutto o per lo meno quanto più è possibile, vi prego di mettermi a parte di quello che state dicendo; oltretutto ci vuol proprio qualche allegra storiella per farci sembrare meno scoscesa e impervia la strada che abbiamo davanti.

III
Sono frottole queste, continuava, intanto, quello che aveva parlato per primo, vere come quelle di chi vorrebbe far credere che basta una formuletta magica per fare andare i fiumi all'insù, rendere il mare una massa solida, impedire ai venti di soffiare, fermare il sole, far svaporare la luna, staccare le stelle dal cielo, oscurare il giorno e rendere eterna la notte.
Io, allora, incoraggiato, ripresi: "Ehi, tu, che evidentemente hai avviato il discorso, non prendertela, non badargli, continua il tuo racconto." E all'altro: "In quanto a te fai male a tapparti le orecchie e a rifiutarti cocciutamente di credere a delle cose che potrebbero anche esser vere. Capita, sai, per una sciocca prevenzione però, di ritenere falso ciò che non si è mai visto o udito o che cade fuori della nostra comprensione; ma se poi ci pensi un po' su ti accorgi che tutto è spiegabilissimo, non solo, ma che è anche realmente possibile".

IV
"Per esempio, l'altra sera, a tavola fra amici feci la bravata di mandar giù un boccone troppo grosso di polenta e formaggio e per poco non mi strozzavo, tanto quella roba molliccia mi s'era attaccata al palato e mi impediva di respirare. Eppure, non molto prima, proprio con questi occhi, ad Atene, davanti al portico Pecile, avevo visto un giocoliere infilarsi nella gola, per la punta, una spada affilata, di quelle che usano in cavalleria, e, per poche monete, ficcarsi fin giù nelle budella, una lancia da cacciatore, proprio dalla parte della punta mortale: ed ecco che al legno dell'asta, la cui punta di ferro introdotta nella gola sbucava dietro la nuca, si attaccò un ragazzino leggiadro e agilissimo e cominciò a far capriole e volteggi tali da parer tutto snodato e senz'ossa e noi lì a bocca aperta a guardarlo. Pareva il provvidenziale serpente che s'attorciglia al bastone nodoso di Esculapio.
"Dài, allora, ti lascio la parola, riprendi il racconto che stavi facendo. Ti basti che sia soltanto io a crederti, anche per lui; in cambio, alla prima locanda che incontreremo, ti offrirò da mangiare, parola mia."

V
"Mi va bene e ci sto" mi fece. "Avevo appena iniziato e, comunque, ricomincerò dal principio. Ma prima voglio giurarti, per questo dio sole che tutto vede, che le cose che sto per narrarti sono tutte vere e controllabilissime; del resto, voi stessi non avrete più dubbi una volta arrivati alla più vicina città della Tessaglia dove questi fatti sono accaduti alla luce del sole e tutti ancora ne parlano.
"Ma prima lasciate che io vi dica da dove vengo e chi sono: mi chiamo Aristomene e sono di Egio. Mi guadagno da vivere vendendo miele e formaggio e prodotti simili, su e giù per le osterie della Tessaglia, dell'Etolia e della Beozia.
"Fu così che venni a sapere che a Ipata, la città principale della Tessaglia, si vendeva formaggio fresco, di buona qualità e a un prezzo d'occasione. Subito mi ci precipitai per acquistarne l'intera partita. Ma si vede che partii sotto cattiva stella perché Lupo, il grossista, mi aveva preceduto e il giorno prima aveva fatto incetta di tutto. Così, sfumata la speranza del guadagno, innervosito e stanco per quel viaggio fatto in fretta e furia e per nulla, non mi restò, che andarmene alle terme.

VI
"Ma pensa un po' chi vidi: Socrate, un vecchio amicone. Se ne stava seduto per terra, ravvoltolato a mala pena in un mantellaccio sbrindellato, irriconoscibile, tanto era pallido e smagrito; pareva uno di quei poveri disgraziati perseguitati dalla malasorte che si riducono a chiedere l'elemosina alle cantonate.
"Nonostante la confidenza e la familiarità, mi avvicinai a lui con una certa titubanza: 'Ohilà, Socrate,' gli feci, 'cos'è questa storia? Com'è che sei in questo stato? Che t'è capitato? A casa ti piangono per morto e ai tuoi figli i giudici hanno già dato un tutore; con tua moglie, che t'ha fatto il funerale e che s'è consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati gli occhi, i suoi parenti insistono perché si consoli della tua perdita e rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu, intanto, te ne stai qui che mi sembri proprio un fantasma. È proprio un avvilimento!'
"'Ah, Aristomene,' mi rispose, 'come si vede che non conosci i colpi mancini della fortuna, i suoi capricci, i suoi tranelli' e, arrossendo per la vergogna, si tirò sulla faccia quel suo mantello sbrindellato; ed io vidi che sotto era nudo dal ventre al pube.
"Non reggendo alla vista di tanta miseria, gli tesi la mano e feci per tirarlo su.

VII
"Ma lui, col viso coperto: 'No, no, che la malasorte continui a godersela la sua vittoria.'
"Finalmente riuscii a tirarmelo dietro e intanto gli feci indossare uno dei miei indumenti per coprirlo alla meglio e me lo portai alle terme, rifornendolo di tutto l'occorrente per ungersi e asciugarsi; anzi io stesso lo strofinai ben bene per togliergli quel dito di sudiciume che aveva addosso. Dopo averlo ripulito, benché fossi stanco anch'io, lo portai di peso alla locanda, ché a mala pena si reggeva in piedi, e qui lo ficcai in un letto caldo, gli diedi da mangiare e da bere, lo tenni su con qualche storiella, tanto che in breve ritornò loquace e allegro e si lasciò perfino andare a qualche battuta. A un tratto, però, dette in un sospiro profondo, doloroso, e picchiandosi la fronte con una gran manata: 'Ma si può essere più iellati di me' cominciò a lamentarsi 'se soltanto per aver voluto correre dietro a uno spettacolo di gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto in questo stato
Ricordi che ero andato in Macedonia per il mio lavoro? Ebbene gli affari m'erano andati a gonfie vele e così, dopo nove mesi, stavo tornando a casa, ben fornito di quattrini, quando poco prima di giungere a Larissa, mi venne in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo, ma, in una valle impervia e deserta, fui assalito da una banda di briganti ferocissimi che mi lasciarono completamente al verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e riuscii a raggiungere la locanda di una certa Meroe, una donna matura ma ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei lunghi viaggi, del mio desiderio di tornare a casa e, infine, della rapina subita
Ella fu molto gentile, mi preparò gratis una graditissima cena e, alla fine, andata in fregola, mi portò a letto con lei. Scalogna maledetta, perché bastò che dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di quelle relazioni che poi ti tiri dietro per anni: le diedi quei pochi stracci che i briganti mi avevano lasciato addosso, e pefino gli spiccioli che, facendo il facchino (allora ero ancora in gamba) mi venivo guadagnando. Ed ecco in quale stato tu l'hai visto, quella buona donna e la mia cattiva stella, mi hanno ridotto.'

VIII
"'Perdio, te la meriti proprio una fregatura simile, e anche di peggio se fosse possibile, dal momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi figli, ti sei messo a fare il galletto, e con una vecchia baldracca.'
"'Zitto, per carità, zitto' fece quello tutto spaventato, portando l'indice alle labbra e volgendo il capo all'intorno come per assicurarsi che nessuno ascoltasse 'non parlare male di quella donna perché è una maga; questa tua linguaccia potrebbe procurarti qualche guaio.'
"'Ma che stai dicendo? Che razza di donna è costei, questa tua bellezza da taverna?'
"'È una maga, un'indovina' insistette 'capace di tirar giù la volta celeste e di sollevare la terra, di far diventare le fonti di sasso e liquefar le montagne, di riportare alla luce gli dei dell'inferno e inabissare quelli del cielo, di spegnere le stelle, di illuminare perfino il Tartaro.'
"'Ma piantala, dài, con questa messinscena da tragedia, smettila di recitare e parla chiaro e naturale.'
"'Vuoi che te ne racconti una o due o anche molte delle cose che ha fatte? Che gli uomini delle nostre parti si innamorino pazzamente di lei, anzi tutti gli indiani e gli africani dell'uno e dell'altro oceano e perfino le genti che abitano agli antipodi, è solo un piccolo segno della sua magia, una bazzecola. Ma sta a sentire quello che ha fatto, testimone un sacco di gente, buona donna," gli feci "e dimmi, piuttosto che tipo d'uomo è e dove abita."
"Vedi quelle finestre lì in fondo, che guardano fuori di città e quella porta alle spalle che s'apre sul vicolo? Là sta il tuo Milone; denari a montagne, ricco sfondato; lo conoscono tutti, ma per la spilorceria; un avaraccio che non ti dico; pratica l'usura, e in grande, su pegni d'oro e d'argento; se ne sta tappato nel suo bugigattolo sempre a contare e a lustrare denaro, assieme a sua moglie che ha la stessa malattia. Si concede una sola servetta e va in giro vestito come un mendicante."
A queste parole sbottai in una risata: "E bravo l'amico Demea! Mi ha proprio ben sistemato per questo viaggio indirizzandomi a un tipo simile. Certo che da un tale ospite non dovrò temere né odor di fumo né tantomeno di arrosto.

IX
Un suo amante che, con suo scorno, l'aveva piantata per correre dietro a un'altra, con una sola parola l'ha mutato in un castoro. E' un animale, questo, che per sfuggire alla prigionia, si sbarazza degli inseguitori recidendosi i genitali: voleva, dunque, che anche a lui capitasse lo stesso, perché aveva riposto il suo piacere in un'altra. Anche un oste, suo vicino e quindi suo rivale, lo ha trasformato in una rana, e ora il povero vecchio nuota in una botte del suo vino e, sepolto nella feccia, chiama raucamente con un gracidio che vuol essere cortese i suoi antichi avventori
Un avvocato che aveva parlato contro di lei, lo ha trasformato in un montone, e ora quel montone tratta cause in tribunale. In quanto alla moglie di un suo amante, siccome le aveva rivolto una frase di scherno, l'ha condannata a essere incinta in eterno
Dato che quella era già sotto il peso della gravidanza, la maga le ha chiuso l'utero e ritardato il momento del parto; insomma, secondo i calcoli della gente, il fardello è già di otto anni, e la poverina si è gonfiata come se dovesse partorire un elefante.

X
Molti altri successivamente sono rimasti vittime delle sue arti, e l'indignazione popolare crebbe a tal punto, che un bel giorno si decise di condannarla a una pena tra le più severe: I'indomani avrebbe dovuto esser lapidata. Ma lei, grazie ai suoi incantesimi, prevenne la condanna, al pari della famosa Medea che, ottenuto il respiro per una sola giornata da Creonte, con le fiamme, originate da una corona, aveva bruciato l'intera casa, la figlia e lo stesso padre. Egualmente agì Meroe
Eseguendo sortilegi su di una fossa funebre, ottenne, tramite la tacita potenza delle divinità, che tutti, come poi mi raccontò in un accesso di ubriachezza, fossero chiusi nelle loro case
Per due giorni interi, nessuno poté togliere i chiavistelli né abbattere le porte e neppure aprire un foro nei muri; alla fine tutti concordemente a gran voce la supplicarono e si impegnarono con solenni giuramenti a non toccarle un capello, anzi a offrirle aiuto e salvezza, se qualcuno avesse osato farle torto. Solo a questi patti lei si indusse a più miti consigli e mise in libertà i concittadini
Però il promotore di quel complotto, a notte fonda, con la casa completamente sbarrata, come si trovava, cioè con le pareti, persino col terreno e con tutte le fondamenta, venne da lei trasportato a cento miglia di lì in un'altra città, situata sul cocuzzolo d'una montagna scoscesa e perciò priva d'acqua. Siccome poi le dimore degli abitanti erano così serrate tra loro che non offrivano spazio alcuno al nuovo arrivato, essa fece atterrare la casa di fronte alla porta della città e poi se ne andò pei fatti suoi.

XI
C'è da meravigliarsi e da rabbrividire, Socrate mio, al tuoi racconti - esclamai. - Pure a me hai cacciato addosso una bella preoccupazione, anzi una bella paura. Non è una pulce nell'orecchio, questa: è una lancia che mi è capitata tra capo e collo. Io temo che quella vecchia si avvalga, come ha già fatto, di forze demoniache per conoscere i nostri discorsi. Direi dunque di andare a letto presto, di riposarci con una buona dormita, e di notte, prima dell'alba, di svignarcela via da qui il più lontano possibile
Stavo ancora facendo queste raccomandazioni, che già il buon Socrate si era addormentato e ronfava della grossa. E si capisce! La stanchezza per quel lungo periodo di stenti, e il vino al quale non era più abituato, lo avevano cotto a dovere. Allora io tiro la porta e caccio tanto di chiavistello, metto inoltre il mio giaciglio dietro i battenti, ce lo accosto con cura e mi ci butto sopra. Dapprima rimasi sveglio un bel po' per la paura, poi, verso le tre di notte, chiusi un po' gli occhi
Ma mi ero appena assopito, che all'improvviso si spalancano le porte con una violenza troppo grande per crederla opera di briganti. Ma che dico! I cardini vengono rotti o strappati completamente, e l'uscio abbattuto a terra. Pure il mio lettuccio, che era corto, zoppo d'un piede e tutto tarlato, si rovescia per la violenza dell'urto, e anch'io rotolo e precipito per terra, e il letto, capitombolando all'indietro, viene a ricoprirmi interamente.

XII
Ebbi allora la prova naturale che certi stati d'animo producono effetti contrari. Infatti spesso la gioia fa versare lacrime, e così io, per quanto fossi pieno di paura, non potei trattenere il riso, visto che da Aristomene ero mutato in una tartaruga
Precipitato sul pavimento e appiattito sotto quel lettuccio, così pieno di sollecitudine nei miei confronti, attendevo a spiare di traverso il seguito della faccenda. Vedo niente di meno due donne di età avanzata: una portava una lucerna accesa, l'altra una spugna e una spada nuda. In tal foggia si piazzano ai fianchi di Socrate che dormiva della grossa, e la donna con la spada esclama: - Eccolo qua, sorella Pantia, il caro Endimione, eccolo qua il mio Catamito, che giorno e notte ha sfruttato la mia gioventù, ecco qua quello che disprezza il mio amore. Non solo mi oltraggia con le sue calunnie, ma si accinge pure a svignarsela. Ma io non starò a piangere in eterno sulla mia vedovanza, come Calipso che fu abbandonata dall'astuto Ulisse
Stese quindi la destra e, additandomi alla sua cara Pantia, aggiunse: C'è poi quella buona lana di Aristomene, il saggio consigliere, che lo ha indotto a fuggire. Ora giace bocconi sotto il letto con la faccia rivolta a terra, ma non gli sfugge niente di quanto avviene. Costui crede che se la passerà liscia, per le offese che mi ha recato. Certo, la mia vendetta arriva un po' tardi, ma lui avrà da pentirsene presto, anzi sul momento, prima per i suoi scherni e ora per la sua curiosità.

XIII
Come udii queste parole, disgraziato che ero! mi sentii correre un sudore freddo per il corpo, le budella mi ballavano per il gran convulso e il tremito si comunicava al lettuccio, che ondeggiava e saltava irrequieto sulla mia schiena. Dal canto suo, la brava Pantia interloquì: Non sarebbe meglio, sorella mia, fare a pezzi per primo costui alla maniera delle Baccanti, oppure legarlo come un salame e tagliargli i testicoli?
Al che Meroe (e in effetti cominciavo ad accorgermi che il suo nome si adattava bene ai racconti di Socrate) replicò: Al contrario. Lasciamolo pure in vita, e che seppellisca in poca terra il cadavere di questo sciaguratello.
E, spinta di fianco la testa di Socrate, gli immerge la spada attraverso la clavicola sinistra fino all'elsa, poi accosta un piccolo otre e raccoglie diligente il sangue che sgorgava, senza versarne in terra neppure una goccia. Sono cose, queste, che ho visto coi miei occhi. Inoltre la buona Meroe, per non portare, credo, alcuna innovazione nei riti che regolano i sacrifici, introdusse la destra attraverso la ferita e, dopo molto frugare, ne trasse il cuore del mio povero compagno, mentre dalla sua gola, squarciata per il violento colpo di spada, più che voce, usciva un incerto gorgoglio, e il fiato sfuggiva sotto forma di bolle.
Intanto Pantia tampona con la spugna la larga piaga della ferita, ed esclama: O spugna, tu che sei nata nel mare, bada bene di non traversare la corrente di un fiume. Compiuti questi atti, esse, prima di partire, si accosciarono a gambe allargate sulla mia faccia e scaricarono la vescica, finché non mi ebbero completamente bagnato con la loro immonda orina.

XIV
Avevano appena varcato la soglia, che i battenti si rialzano in piedi, intatti com'erano prima, i cardini rioccupano gli infissi, le sbarre ritornano al loro posto sulla porta, il chiavistello ripenetra negli anelli. Io invece rimango immobile ancora steso a terra, senza fiato, nudo, freddo e madido d'orina, come se fossi allora uscito dal ventre di mia madre. Ma che dico!
Ero mezzo morto, ma pure mi pareva d'esser un sopravvissuto a me stesso, un superstite, o un candidato che fosse stato già designato a salire sulla croce.
Dicevo, infatti: Che avverrà di me domani, quando costui verrà scoperto sgozzato?
Chi crederà alla verosomiglianza delle mie proteste, anche se dico la verità? Mi obbietteranno: 'Ma tu almeno potevi gridare al soccorso, se un pezzo d'uomo, come te, non se la sentiva di opporsi a una donna. Ma come ? Un uomo viene ucciso sotto i tuoi occhi e tu te ne stai zitto? E come va che quelle criminali non hanno ucciso allo stesso modo anche te ? Persone così crudeli e spietate avrebbero dovuto far fuori un testimone, solo per la paura d'essere denunciate per il loro delitto. Dunque, visto che sei sfuggito alla morte, ora torna pure da lei'.
Mentre tra me stesso non la smettevo di girare e rigirare tali considerazioni, la notte trapassava nel giorno. Perciò il miglior partito mi parve quello di tagliar la corda prima dell'alba, e incamminarmi per la mia strada, anche se le gambe mi facevano cilecca. Raccolgo il mio povero bagaglio, infilo la chiave e cerco di aprire il catenaccio, ma quella porta onesta e fedele, che si era spontaneamente spalancata durante la notte, ora, ficca e rificca la chiave, alla fine si lasciò aprire solo a prezzo di molti sforzi.

XV
Ohi là! Dove sei? - grido al portinaio. - E' l'alba. Voglio partire.
Quello se ne stava dietro l'uscio del suo sgabuzzino, sdraiato in terra, e ancora mezzo addormentato mi fa: Che cosa? Vorresti metterti in cammino di notte? Ma non sai che le strade sono infestate dai briganti? Può darsi che tu abbia qualche delitto sulla coscienza, e perciò che non te ne importi un fico di vivere, ma io non ho una zucca sul collo, e non ci tengo a morire al tuo posto.
Ma il giorno è vicino - obbiettai. - E poi cosa vuoi che rubino i banditi a un disgraziato di viandante senza il becco di un quattrino? O che sei scemo! Non sai che un uomo senza panni addosso non possono spogliarlo neppure dieci lottatori di palestra?
Ma quel tizio, marcio di sonno, si girò sull'altro fianco e tagliò corto:
Insomma, che ne so io? Potresti aver ammazzato quel compagno con cui sei arrivato ieri sera, e ora voler dartela a gambe!
Ricordo che in quell'istante vidi la terra aprirsi sino al Tartaro e nel suo fondo il cane Cerbero bramoso di divorarmi per la gran fame. Fui allora sicuro che, se la generosa Meroe aveva risparmiato il mio collo, non era stato per pietà, ma per riservarmi, nella sua crudeltà, al supplizio della croce.

XVI
Me ne tornai allora nella mia camera, e pensavo tra di me al modo più sbrigativo di porre fine ai miei giorni. Il fatto è che la Fortuna non mi offriva altra arma che potesse condurre alla morte, all'infuori del mio giaciglio, e così a esso mi rivolsi: O lettuccio mio, - esclamai - amico carissimo del mio cuore, tu che con me hai sofferto tante disgrazie, tu che sei testimone imparziale degli avvenimenti di stanotte, tu solo potresti confermare la mia innocenza al momento del processo. E' tempo ormai che tu mi offra un'arma liberatrice, perché sono impaziente di scendere nel regno dei morti.
Mentre parlavo, mi volgo a sciogliere una delle corde con cui era intrecciata la rete del letto, ne avvolgo un capo attorno a una trave che sporgeva da una parte sotto la finestra, e con l'altro capo faccio un solido nodo. Poi salgo sul letto eroicamente, pronto a morire, introduco la testa nel cappio e me lo infilo al collo.
Stavo dunque per dare un calcio al sostegno su cui poggiavo, perché sotto la trazione del peso la fune che mi serrava alla gola annientasse la vitale funzione del respiro, ma all'improvviso la fune, che era vecchia e rosa dalle tarme, si spezza, e io, capitombolando all'ingiù investo Socrate (infatti era steso di fianco a me) e rotolo in terra assieme a lui.

XVII
Proprio in quell'istante irrompe dentro il portinaio urlando senza riguardo: Dove ti sei cacciato? Stanotte avevi una fretta del diavolo, ora russi sotto le coperte.
A questi parole, non so se svegliato per effetto della caduta o dalle sguaiate vociferazioni di quello, si alzò per primo Socrate e disse: Giustamente i viaggiatori non possono soffrirli, tutti questi locandieri. Questo ficcanaso importuno è entrato, immagino, per arraffare qualcosa. Ero sprofondato in un sonno di piombo, eppure mi ha svegliato, con tutto il suo baccano. Mi drizzo in piedi d'un balzo, poiché la gioia insperata mi aveva colmato di felicità, ed esclamo: Ecco, o fedelissimo portinaio, il mio compagno, il mio fratello.
Eccolo quello che tu falsamente mi accusavi di aver ucciso. Si vede che eri ubriaco stanotte. Così dicendo, abbracciavo Socrate e lo baciavo. Ma egli, respinto dalle zaffate dell'immondo liquido con cui quelle streghe mi avevano sporcato, mi respinge con violenza esclamando: Va' via, che la più schifosa delle latrine non puzza come te ; e cominciò a richiedere scherzosamente la causa di quel fetore. Ma io, che ero nella brace, lì per lì immaginai una battuta che, pur non quadrando un gran che, riuscì a deviare la sua attenzione verso altri argomenti. Poi, battendogli la mano sulla spalla, gli dico: Perché non ce ne andiamo? Di mattina è un piacere camminare col fresco. Raccolgo quel po' di bagaglio che avevo, pago il prezzo della camera all'oste e ci mettiamo in marcia.

XVIII
Avevamo già fatto un bel pezzo di strada, e il sole, che intanto era sorto, spargeva dappertutto la sua luce. Io osservavo con molta attenzione la gola dell'amico, in quel punto in cui avevo visto immergere la spada, e dicevo a me stesso: Pazzo che sei! Colpa tua se avevi bevuto ed eri sepolto nel vino al punto di fare sogni così atroci! Eccolo qua, Socrate. E' intero, sano e salvo. Dov'è la ferita, dov'è la spugna, dov'è insomma quella piaga così profonda e recente?
Poi mi rivolgo a lui: Medici autorevoli sostengono, e hanno ragione, che se uno si gonfia di cibo e di vino, fa poi sognacci terribili e malsani. Ieri sera ho ecceduto nello svuotare il bicchiere, e ho passato una nottataccia piena d'incubi orribili e minacciosi. Figurati che ancora adesso mi pare d'essere asperso e macchiato di sangue umano! Il mio amico sorridendo replicò: O non certo di sangue sei bagnato, ma di orina. Ma pensa che anch'io ho sognato, nientemeno, che mi sgozzavano. Infatti ho sentito una trafittura qui nel collo, e mi è parso che mi strappassero il cuore. Anche ora sento che mi manca il fiato, mi tremano le ginocchia e ho il passo malfermo. Ho bisogno di mangiar qualcosa per rimettermi in sesto.
Pronti! - gli rispondo. - La colazione t'aspetta; e togliendomi dalla spalla la bisaccia, gli offro subito del pane e un pezzo di formaggio. Sediamoci all'ombra di questo platano - gli dico.

XIX
Così facemmo, e mentre anch'io prendevo un po' di pane e formaggio, lo guardavo che mangiava avidamente, e vedo che la sua magrezza si accentua e il volto gli diventa giallo come il bosso, quasi stesse per svenire. In breve, nel suo pallore e nei suoi tratti sconvolti era così manifesta l'alterazione della vita, che io, con la mente ancora fissa alle Furie della notte prima, fui colto dal terrore: il primo boccone di pane che mi ero messo in bocca, sebbene fosse molto piccolo, mi si fermò in mezzo alla gola e non voleva più né scendere giù né risalire in su. Anche il pensiero che eravamo in due soli a viaggiare accresceva la mia paura
Chi infatti avrebbe creduto che fra due compagni di strada l'uno fosse morto senza colpa dell'altro? Intanto Socrate, quando ebbe mangiato a sufficienza, cominciò ad avere una sete irresistibile: si era infatti divorato una bella porzione di quell'ottimo formaggio. Non lontano dalle radici del platano fluiva pigramente una dolce corrente che aveva piuttosto l'aspetto d'un tranquillo stagno e rivaleggiava nei suoi riflessi con l'argento e col cristallo
Ecco - dissi - una fonte che deve avere l'acqua dolce come il latte. Bevi pure a volontà. L'amico si alza, cerca un istante uno spiazzo della riva un po' più in basso, e inginocchiatosi si curva avido a bere una sorsata
Ma non aveva ancora sfiorato con le labbra il pelo dell'acqua, che la ferita alla gola si apre e mostra una profonda piaga, d'un tratto la spugna scivola giù, e poche gocce di sangue la seguono. L'uomo è ormai un cadavere che sta per cadere nel fiume, e io faccio appena in tempo ad afferrarlo per un piede e a tirarlo con gran fatica in alto sulla sponda. Qui versai sul mio povero amico quelle poche lacrime che l'incalzare degli avvenimenti mi permetteva, e nella spiaggia sabbiosa, nelle vicinanze del fiume, gli diedi eterna sepoltura. Quanto a me, poiché ero spaventatissimo per la mia stessa vita, me ne fuggii per vie remote e deserte regioni; come se mi fossi macchiato la coscienza di un assassinio, abbandonai la mia patria e la mia casa, abbracciai spontaneamente l'esilio, e ora abito in Etolia, dove mi sono risposato".

XX
Questo fu il racconto di Aristomene. Ma il suo compagno, che sin dall'inizio si era incaponito a non prestar fede alcuna alla sua storia, esclamò: "Una favola più sballata di questa non c'è, e neppure un'invenzione più assurda". Poi si rivolse a me: "E tu, tu che sei un uomo istruito, come dimostri dall'aspetto e dalle maniere, credi a questa storia?". "Per conto mio," risposi "io credo che tutto è possibile, e in definitiva gli avvenimenti umani hanno l'esito che ha fissato il destino. Infatti, non c'è uomo, compreso me e te, a cui non capitino tanti di quei casi straordinari e impossibili, tali che se tu li vai a contare a uno che non sia al corrente, non sei creduto
Ma io a lui, perbacco, ci credo e gli sono molto grato, perché ci ha saputo distrarre con una storia così interessante che, senza provare stanchezza o noia, ho superato una salita molto lunga e faticosa. E' andata bene anche per la mia cavalcatura: dev'essere un piacere, per lei, che io sia salito, senza fatica da parte sua, sino alla porta della città, viaggiando non sulla sua schiena, ma con le mie orecchie".

XXI
Così finì la nostra conversazione e il viaggio in comune.
Infatti, tutti e due i miei compagni piegarono a sinistra verso una cascina che era lì vicino. Io invece mi diressi alla prima osteria che vidi, e interpellai senz'altro la vecchia ostessa: "E' questa la città di Ipata?". Fece cenno di sì.
"Conosci un certo Milone, un cittadino dei primi?".
Si mise a ridere ed esclamò:
"Certo. Qua tutti Milone lo chiamano il primo. Infatti abita completamente al di fuori del pomerio e della città". "Lasciamo da parte gli scherzi, nonna cara, e dimmi per piacere che razza d'uomo è, e dove abita".
"Vedi le finestre là in fondo che guardano esternamente verso la città, e dall'altra parte l'uscio che dà nel vicolo vicino? Là abita questo Milone. E' un individuo pieno di soldi, un riccone, ma avarissimo, un uomo malfamato per la sua estrema spilorceria. Pratica senza ritegno l'usura, prestando denaro a questo e a quello sotto garanzia d'oro e d'argento. Vive sempre chiuso nella sua bicocca, la mira sempre rivolta al guadagno, insieme con la moglie che anche lei ha la stessa malattia. Non tiene servitù all'infuori d'un'unica schiavetta, e va sempre vestito come un mendicante".

XXII
Di fronte a queste informazioni mi scappa da ridere, e dissi: "Il mio caro Demea ha agito con affetto previdente verso di me, indirizzandomi per il mio viaggio a un uomo simile. Di certo pensava che in casa di costui non avrei patito né esalazioni di fumo né cattivi odori".
Così dicendo, vado avanti pochi passi, mi avvicino all'ingresso e mi metto a bussare alla porta, che era sprangata con tanto di catenaccio, e a chiamar gente. Finalmente si affacciò una ragazza: "Ehi ehi!" esclamò. "Cosa vuoi, che bussi con tanta energia? Quale pegno offri per il denaro che desideri in prestito? O forse sei l'unico a non sapere che qui non entrano altri pegni all'infuori dell'oro e dell'argento?".
"Non potresti fare un augurio migliore?" replicai. "Dimmi, piuttosto: il tuo padrone è in casa?".
"Certamente," mi rispose "ma perché me lo chiedi?".
"Gli devo consegnare una lettera che gli scrive Demea di Corinto".
"Vado a riferire, e tu intanto aspettami qua".
Con queste parole spranga i battenti e rientra in casa. Dopo un po' ritorna, spalanca la porta e mi dice:
"Vuol vederti".
Entro, e lo trovo sdraiato su un lettuccio striminzito, che proprio allora cominciava a cenare. La signora sedeva ai piedi e la tavola era vuota.
"Ecco," esclama, mostrandomi la tavola "quello che posso offrirti".
"Bene" faccio io, e gli consegno la lettera di Demea.
Dà una rapidissima scorsa e mi dice:
"Sono riconoscente al mio Demea che mi ha indirizzato un ospite di riguardo".

XXIII
Ordina allora alla sua signora di levarsi, e mi invita a sedere al suo posto; e poiché io per delicatezza esitavo ad accettare, mi prende per la tunica e mi tira giù. "Siedi qua" mi disse. "Purtroppo, per paura dei ladroni non ci azzardiamo a comprare sedie o mobili in quantità sufficiente".
Mi sedetti, ed egli riprese: "Io, solo al vedere la distinzione del tuo portamento e la tua modestia degna d'una fanciulla, avrei indovinato che discendi da un'ottima famiglia. Del resto, pure la lettera di Demea conferma la mia impressione. Perciò, ti prego, non disprezzare l'ospitalità della nostra povera casa. Vedi la camera adiacente a questa? In essa sarai al coperto, e non ci starai male. Profitta pure a tuo piacere della mia dimora. Se ti degnerai, la mia casa ne ritrarrà vanto e tu acquisterai ornamento di gloria, se ti contenti di una dimora così ristretta, perché eguaglierai la virtù di un eroe di cui tuo padre porta il nome.
Egli è Teseo che non spregiò l'ospitalità della vecchia Ecale.
Chiama poi la servetta e le ordina: "Fotide, prendi i bagagli dell'ospite e mettili al sicuro in quella stanza. Presto! Tira fuori dalla dispensa l'olio per ungersi, gli asciugatoi e tutto l'occorrente, e conduci il mio ospite al bagno più vicino. Il viaggio è stato abbastanza lungo e faticoso, e lui dev'essere stanco".

XXIV
Come udii la conclusione, io considerai le parsimoniose abitudini di Milone e, poiché me lo volevo accattivare maggiormente, esclamai:
"Non ce n'è bisogno. Sono sempre provvisto, quando viaggio. In quanto ai bagni, sarà facile farmeli indicare. Piuttosto c'è una cosa, alla quale tengo moltissimo: Fotide, prendi questi denari e fammi il piacere di comprare fieno e orzo per il mio cavallo che mi ha validamente portato fin qui".
Dopodiché, i miei effetti furono deposti nella suddetta stanza, e me ne andai in cerca dei bagni. Ma siccome volevo prima provvedermi di qualcosa da mangiare, mi diressi al mercato, e là vidi esposto del pesce davvero bello. Chiesi il prezzo, e mi furono chiesti cento sesterzi. Contrattai, e lo ebbi per venti denari.
Proprio mentre stavo per uscire dal mercato, mi imbattei in Pitea.
Era stato mio compagno di studi nell'attica Atene, e non lo vedevo da un bel pezzo. Mi riconosce; affettuosamente si precipita su di me e mi bacia teneramente: "Mio caro Lucio, è passato davvero tanto tempo da quando ci siamo visti. Perdinci! Risale a quando lasciammo la scuola di Clizia. Qual buon vento ti conduce qui?".
"Te lo dirò domani", gli rispondo. "Ma che sorpresa! Mi congratulo con te: ti vedo attorniato da apparitori e da littori, e mi hai tutto l'aspetto di un magistrato". "Provvedo al controllo dell'annona", mi risponde, "e sono edile. Se vuoi fare degli acquisti, sono a tua disposizione". Scossi la testa, poiché mi ero già provvisto di pesce in abbondanza per la cena. Ma intanto Pitea, visto il paniere, si mette a soppesare i pesci, per esaminarli meglio.
"Ma questa robetta quanto l'hai pagata?".
"A stento sono riuscito a strapparla a un pescatore per venti denari".

XXV
Alla mia risposta l'amico mi afferra bruscamente per la mano e mi riconduce indietro al mercato. "E' una truffa. Chi te l'ha venduta?" mi chiede Gli addito un vecchietto che sedeva in un angolo. Egli subito lo investe con voce imperiosa, come comportava la sua autorità di edile. "Lasciamo pure stare i forestieri, ma voi ormai non avete più riguardo neanche per i nostri amici! Dei pesci da nulla li vendete così cari! Volete proprio ridurre la città più fiorente della Tessaglia a un deserto roccioso, con l'esosità dei vostri prezzi?
Ma non la passerete liscia. In quanto a te, ti farò vedere io con quale criterio intendo, durante l'anno della mia magistratura, punire i disonesti". Seduta stante, rovescia al suolo il paniere e ordina a un suo subalterno di salire sui pesci e di spiaccicarli a dovere. Poi, tutto soddisfatto per avere mostrato la severità del suo agire, il caro Pitea mi dice: "Vieni via, ora. Ho dato al vecchio una bella lezione, e mi basta".
Rimasi costernato per l'accaduto, e mi avviai alle terme tutto rincitrullito. Così, grazie al senno e all'accorto intervento del mio amico, rimasi contemporaneamente senza quattrini e senza cena; sicché, dopo il bagno, me ne tornai alla dimora di Milone e mi ritirai in camera mia.

XXVI
Ed ecco presentarsi Fotide, la serva, dicendo: "Ospite, il padrone ti desidera". Ma io, che già conoscevo il senso d'economia di Milone, mi scusai con garbo e addussi come pretesto che non di cibo avevo bisogno, bensì di sonno, per riposarmi della stanchezza del viaggio. Appena lo seppe, Milone si presentò di persona e, posandomi la mano sulla spalla, cercava di tirarmi con dolcezza. Siccome gli opponevo una certa resistenza, esclamò: "Me ne andrò, solo quando mi seguirai", e appoggiò la sua dichiarazione con un solenne giuramento; di modo che dovetti, vista la sua ostinazione, obbedirgli mio malgrado. Mi conduce a quel suo lettuccio, e non ero ancora seduto che già mi chiedeva: "Come sta di salute il nostro caro Demea? Come stanno la moglie, i figli, gli schiavi di casa?."
Dò notizie dettagliate al riguardo. Successivamente esige più accurate informazioni sui motivi del mio viaggio, e io con esattezza glieli dico. Non basta. Comincia a svolgere un'indagine scrupolosissima sulla mia città, sui suoi maggiorenti, persino sul governatore. Alla fine si accorse che, oltre che per lo strapazzo del viaggio, ero stanco per quella serie ininterrotta di chiacchiere: m'interrompevo per il sonno a metà frase, e già cascavo al punto che balbettavo e non riuscivo a pronunciare con sicurezza le parole
Solo allora mi concesse licenza di andarmene a letto. Potei così sottrarmi al banchetto di ciarle dell'insaziabile e rancido vecchio. Ero pieno di sonno, ma non di cibo, e avevo pranzato solo a base di chiacchiere; così, quando tornai in camera mia, subito mi abbandonai all'agognato riposo.