Biblioteca:Apollodoro, Biblioteca, Libro II, Capo 05



				

				

Saputo questo, Eracle andò a Tirinto, e compì quanto Euristeo gli ordinò. Come primo compito gli fu imposto di riportare la pelle del Leone Nemeo, una belva invulnerabile, nata da Tifeo. E dunque Eracle partì per affrontare il leone e giunse a Cleone, dove fu ospitato da un bracciante, Molorco. Questi stava per offrire in quel giorno una vittima in sacrificio, ma Eracle gli disse di aspettare trenta giorni: se fosse tornato sano e salvo dalla caccia, avrebbe sacrificato a Zeus Salvatore, e se invece fosse morto, Molorco avrebbe dovuto offrire il sacrificio a Eracle stesso, come eroe. Arrivato a Nemea, Eracle seguì le tracce del leone e cominciò a colpirlo con le sue frecce; ma capì subito che era invulnerabile: così si mise in spalla la clava, e gli andò dietro. Il leone si rifugiò in una grotta con due ingressi: Eracle ne chiuse uno ed entrò dall'altro, si avvicinò alla bestia, la prese al collo e la immobilizzò, e le strinse la gola fino a che morì soffocata - poi si mise il leone in spalla e tornò a Cleone. Qui incontrò Molorco che ormai, essendo l'ultimo giorno, stava per compiere il sacrificio in onore di Eracle morto: così, insieme a lui, sacrificò invece a Zeus Salvatore, e poi portò il leone a Micene. Euristeo, atterrito dalla forza dell'eroe, gli vietò per il futuro l'ingresso in città: i risultati delle sue imprese avrebbero dovuto essere esposti davanti alle porte. Si dice anche che Euristeo, per il terrore, si era nascosto in una giara di bronzo da lui fatta preparare sotto terra: e i suoi ordini per le altre fatiche di Eracle li diede da lì, per voce dell'araldo Copreo, figlio di Pelope l'Eleo. Questo Copreo aveva ucciso Ifito: giunto esule a Micene, era stato purificato da Euristeo, e si era stabilito in città.
La seconda fatica fu di uccidere l'Idra di Lerna. Questo mostro viveva nella palude di Lerna, ma spesso si inoltrava nella pianura e devastava il bestiame e la campagna. Aveva un corpo enorme, con nove teste: otto di esse erano mortali, ma quella di mezzo era immortale. Eracle salì sul carro, guidato da Iolao, e arrivò a Lerna, fermò i cavalli, e trovò l'idra su un colle vicino alla sorgente Amimone, dove aveva la sua tana. Allora vi gettò dentro delle frecce infuocate, e costrinse l'idra a venir fuori: appena uscì, le saltò addosso e la bloccò. Ma quella subito gli si attorcigliò intorno a una gamba e lo avvinghiò. Eracle allora cominciò a stroncare le sue teste con la clava, ma non concludeva niente, perché a ogni testa mozzata due nuove ne spuntavano. E in aiuto dell'idra giunse anche un granchio di spaventosa grandezza, che morsicò il piede di Eracle. Dopo averlo ucciso, anche l'eroe allora chiamò in aiuto Iolao: e questi diede fuoco alla macchia lì vicino, e con i tizzoni ardenti impediva alle nuove teste di spuntare bruciando la carne alla base delle teste mozzate. In questo modo riuscì ad avere il sopravvento sulle nuove teste, e a mozzare finalmente anche quella immortale: poi la seppellì e ci mise sopra una pesante pietra, presso la strada che da Lerna porta a Eleunte. Il corpo dell'idra, invece, lo fece a pezzi, e intinse le sue frecce nel fiele della bestia. Ma Euristeo disse poi che non si poteva tener conto di questa fatica, perché aveva ucciso l'idra con l'aiuto di Iolao, e non da solo.
Come terza fatica gli fu comandato di portare viva a Micene la cerva di Cerinea. In quel tempo la cerva era a Enoe: era una cerva dalle corna d'oro, sacra ad Artemide. Dato che non voleva ferirla né tanto meno ucciderla, Eracle la inseguì per un anno intero. Alla fine la cerva, affaticata dall'inseguimento, si rifugiò sul monte chiamato Artemisio, e lì, proprio mentre stava per attraversare il fiume Ladone, Eracle la colpì, se la caricò sulle spalle e velocemente s'inoltrò nell'Arcadia. Ma lo incontrò Artemide, insieme ad Apollo: gli strappò dalle spalle la cerva e lo accusò di aver voluto uccidere un animale a lei sacro. Eracle si scusò sostenendo che era necessario, e disse che il colpevole era Euristeo: così l'ira della Dea si raddolcì, e l'eroe poté portare la cerva ancora viva a Micene.
Come quarta fatica gli fu comandato di riportare ancora vivo il cinghiale di Erimanto, una bestia che devastava Psofi, irrompendo dalla montagna chiamata Erimanto. Nell'attraversare Foloe, Eracle incontrò il centauro Folo, figlio di Sileno e di una Ninfa Melia. Folo offrì a Eracle carne arrostita, mentre lui la mangiava cruda. Quando poi Eracle chiese del vino, disse che non aveva il coraggio di aprire la giara, che apparteneva in comune a tutti i Centauri. Ma Eracle lo incoraggiò e aprì la giara. Poco dopo, avendo sentito il profumo del vino, arrivarono alla caverna di Folo anche gli altri Centauri, armati di pietre e di bastoni. I primi che osarono precipitarsi dentro furono Anchio e Agrio, ma Eracle li respinse scagliando contro di loro dei tizzoni ardenti; gli altri invece li bersagliò di frecce, e li inseguì fino a Malea. Qui essi si rifugiarono presso Chirone, che i Lapiti avevano cacciato dal monte Pelio e che ora abitava vicino a Malea. I Centauri si rannicchiarono dietro di lui, ed Eracle mirò contro di loro, ma una freccia trapassò il braccio di Elato e si conficcò nel ginocchio di Chirone. Addolorato, Eracle accorse da Chirone, gli estrasse la freccia e applicò sulla ferita la medicina datagli da Chirone stesso. Ma la ferita era incurabile, e Chirone si ritirò nella sua grotta: e qui desiderava la morte, ma morire non poteva, perché la sua natura era immortale. Allora Prometeo chiese a Zeus di poter diventare immortale al posto di Chirone, e così questi poté morire. I Centauri superstiti fuggirono in direzioni diverse: alcuni giunsero al monte Malea, Eurizione a Foloe, e Nesso al fiume Eveno. Altri invece furono accolti a Eleusi da Poseidone, che li nascose nella montagna. Folo intanto aveva estratto da un cadavere una delle frecce di Eracle, e si stupì che una cosa così piccola avesse potuto uccidere delle creature così grandi: ma la freccia gli sfuggì di mano, lo ferì a un piede e lo uccise all'istante. Tornato a Foloe, Eracle vide Folo ormai morto: lo seppellì, e poi riprese la caccia al cinghiale. Con le sue grida lo stanò dalla macchia, lo spinse, ormai sfinito, nella neve alta, lo legò e lo portò a Micene.
Come quinta fatica gli fu ordinato di ripulire dal letame in un sol giorno tutte le stalle di Augia. Augia era il re di Elide - figlio diElios, secondo alcuni, o di Poseidone, secondo altri, oppure, secondo altri ancora, di Forbante; e possedeva moltissime mandrie di bestiame. Eracle andò da lui, e senza rivelargli il comando di Euristeo, gli disse che in un sol giorno avrebbe ripulito tutto il letame, se Augia gli avesse dato la decima parte del bestiame. E il re, ritenendo impossibile l'impresa, gli diede la sua parola. Eracle chiamò a testimone Fileo, il figlio di Augia; poi aprì una breccia nel recinto delle stalle, deviò il corso dei due fiumi vicini, l'Alfeo e il Peneo, e incanalò la loro acqua entro il recinto delle stalle, dopo aver aperto un'altra breccia perché potesse poi defluire. Allora rivelò ad Augia di aver compiuto questa impresa per ordine di Euristeo, e il re rifiutò di dargli il compenso pattuito, negando addirittura di averglielo mai promesso, e disse che era pronto anche ad andare in giudizio. Di fronte all'assemblea dei giudici, Eracle chiamò Fileo a testimoniare contro suo padre, e il giovane confermò che il compenso gli era dovuto. Augia, infuriato, prima ancora che la sentenza fosse emessa, ordinò a Eracle e a Fileo di andar via dall'Elide. Fileo allora andò a Dulichio evi si insediò, mentre Eracle si recò a Oleno, presso il re Dessameno. E lo trovò sul punto di dare forzatamente in sposa sua figlia Mnesimache al centauro Eurizione: allora il re chiamò Eracle in aiuto, e l'eroe uccise Eurizione mentre si recava dalla sposa. In seguito Euristeo rifiutò di tener conto anche di questa prova, sostenendo che l'aveva compiuta per denaro.
Come sesta fatica gli fu ordinato di cacciare gli Uccelli Stinfalidi. Presso la città di Stinfalo, in Arcadia, c'era una palude, chiamata Stinfalia, circondata da una fitta foresta. In questo luogo si erano rifugiati infiniti uccelli, per il terrore dei lupi. Eracle si trovava nell'impossibilità di farli alzare dalla selva: e allora Atena gli diede delle nacchere di bronzo che aveva ricevuto da Efesto. L'eroe salì su un colle sovrastante la palude, e le fece battere: gli uccelli, spaventati, non sopportarono il terribile rombo, e si alzarono in volo. In questo modo Eracle poté finalmente colpirli con le sue frecce.
Come settima fatica gli fu ordinato di catturare il Toro di Creta. Acusilao sostiene che si trattava del toro inviato da Zeus per traghettare Europa; altri invece dicono fosse quello che Poseidone mandò su dal mare quando Minosse promise di sacrificare al Dio ciò che dal mare appunto fosse apparso. Secondo la leggenda, però, quando Minosse vide la bellezza di quel toro, lo chiuse nelle sue stalle, e a Poseidone ne sacrificò un altro; e il Dio, infuriato, lo fece diventare selvaggio. Eracle, dunque, giunse a Creta per questo toro; chiese aiuto a Minosse, ma il re gli rispose che doveva affrontarlo e catturarlo da solo. Eracle lo catturò e lo portò a Euristeo, ma questi poi lo lasciò di nuovo libero. Il toro andò vagando verso Sparta, e poi in tutta l'Arcadia, attraversò l'istmo e giunse a Maratona, in Attica, dove portò grande rovina agli abitanti della regione.
Come ottava fatica gli fu ordinato di portare a Micene le cavalle del re tracio Diomede. Questi era figlio di Ares e di Cirene, e governava sui Bistoni, un popolo della Tracia molto bellicoso, e aveva delle cavalle antropofaghe. Eracle prese il mare con una schiera di volontari, assalì i guardiani delle scuderie, e portò le cavalle sulla riva del mare. Ma i Bistoni corsero in armi per portare il loro aiuto; allora Eracle affidò le cavalle ad Abdero. Questi era figlio di Ermes, veniva da Opunte nella Locride, ed era l'amato di Eracle. Ma le cavalle lo fecero a pezzi e lo divorarono. Eracle intanto aveva battuto i Bistoni, ucciso Diomede, e costretto alla fuga i superstiti. Dopo aver fondato la città di Abdera presso il sepolcro di Abdero, l'eroe portò le cavalle a Euristeo. Ma questi poi le lasciò libere, e le cavalle andarono sul monte Olimpo, dove furono divorate dalle fiere.
Come nona fatica gli fu comandato di portare la cintura di Ippolita. Ippolita era la regina delle Amazzoni, che abitavano presso il fiume Termodonte: una popolazione davvero forte in battaglia. Si esercitavano sempre in attività maschili, e se per caso una di esse aveva una relazione con un uomo e restava incinta, allevavano solo le figlie femmine; si tagliavano via la mammella destra, per non avere impedimenti nel maneggiare le armi, e la sinistra la lasciavano, per poter allattare. Ippolita aveva ricevuto la sua cintura da Ares, in segno della sua superiorità su tutte le altre. Eracle era stato inviato a prendere proprio questa cintura, per portarla ad Admete, la figlia di Euristeo, che la desiderava. Si mise per mare con una schiera di volontari, su una sola nave, e arrivò all'isola di Paro, dove abitavano i figli di Minosse: Eurimedonte, Crise, Nefalione e Filolao. Ma avvenne che due dei compagni di Eracle, sbarcati dalla nave, furono uccisi dai figli di Minosse; allora l'eroe, infuriato, li uccise all'istante, e strinse d'assedio gli altri abitanti dentro la città, finche questi gli mandarono un'ambasceria, con la proposta di scegliersi due uomini a suo piacimento, in cambio dei suoi due compagni uccisi. Eracle tolse l'assedio, e scelse Alceo e Stenelo, i figli di Androgeo - a sua volta figlio di Minosse. Poi partì, e arrivò in terra di Misia, dove fu ospite di Lico, figlio di Dascilo. In cambio della sua accoglienza, l'eroe aiutò Lico nella guerra contro il re dei Bebrici: molti morirono per mano di Eracle, e anche il re Migdone stesso, fratello di Amico. A Lico poi affidò un vasto territorio sottratto ai Bebrici: e l'intera regione venne chiamata Eraclia.
Quando finalmente l'eroe approdò nel porto di Temiscira, Ippolita si recò a fargli visita: la regina s'informò dello scopo della sua missione, e gli promise la cintura. Ma intanto Era, travestita da amazzone, girava fra il popolo, dicendo che erano arrivati degli stranieri con l'intenzione di rapire la regina. Allora le Amazzoni si armarono e corsero a cavallo verso la nave. Eracle, quando le vide arrivare in assetto di battaglia, sospettò un tradimento: uccise Ippolita, le strappò la cintura, poi, dopo aver sbaragliato tutte le altre, salpò per Troia.
In quei giorni la città era afflitta da un grave flagello, a causa dell'ira di Apollo e di Poseidone. I due Dèi, infatti, per mettere alla prova la tracotanza del re Laomedonte, avevano assunto le sembianze di uomini, e si erano accordati con lui per fortificare con le mura la cittadella di Pergamo, dietro compenso. Ma quando poi ebbero terminato il lavoro, Laomedonte si rifiutò di pagarli. Allora Apollo aveva mandato una pestilenza, e Poseidone un mostro marino, il quale, spinto fuori dalle onde con la marea, avanzava nella terraferma e faceva strage di uomini. Gli oracoli avevano rivelato che quella gran disgrazia avrebbe avuto fine se Laomedonte avesse esposto sua figlia Esione in pasto al mostro: così la fanciulla era stata incatenata a una roccia vicino al mare. Eracle vide la fanciulla esposta sullo scoglio, e promise che l'avrebbe salvata, se Laomedonte gli avesse ceduto le cavalle che Zeus aveva dato in cambio del rapimento di Ganimede. Laomedonte gli diede la sua parola, Eracle uccise il mostro e salvò la fanciulla. Ma il re, a quel punto, gli rifiutò il compenso pattuito: allora Eracle minacciò guerra a Troia, e poi ripartì.
Giunto a Eno, venne ospitato dal re Polti. Mentre stava per riprendere il mare, sulla spiaggia di Eno colpì e uccise l'insolente Sarpedone, figlio di Poseidone e fratello di Polti. Sbarcò poi a Taso, sottomise i Traci che vi abitavano, e la diede da colonizzare ai figli di Androgeo. Da Taso arrivò a Torone: lì Poligono e Telegono, i due figli di Proteo - a sua volta figlio di Poseidone -, lo sfidarono a duello, ed Eracle li uccise entrambi. Giunto infine a Micene, consegnò la cintura a Euristeo.
Come decima fatica gli fu imposto di catturare i buoi di Gerione nell'isola Erizia. Questa si trova vicina alla corrente d'Oceano, e il suo nome attuale è Gadira. L'isola era abitata da Gerione, figlio di Crisaore e di Calliroe, a sua volta figlia di Oceano. li suo corpo era come quello di tre uomini cresciuti insieme, unito in uno all'altezza della vita, ma poi separato in tre dai fianchi e dalle cosce in su. Aveva dei buoi fulvi, il cui mandriano era Eurizione: e il custode era Ortro, il cane a due teste nato da Echidna e Tifeo. Attraversando l'Europa per catturare i buoi di Gerione, Eracle uccise molte bestie feroci; passò dalla Libia e arrivò a Tartesso: qui, come segno del suo passaggio, eresse due colonne, una di fronte all'altra, a confine tra l'Europa e la Libia. Poiché, durante il suo tragitto,Elios lo bruciava, Eracle minacciò il Dio con il suo arco: edElios, pieno d'ammirazione per il coraggio di quell'uomo, gli diede la sua coppa d'oro per attraversare l'Oceano. Giunto a Erizia, Eracle salì sul monte Abante. Ma il cane, accortosi della sua presenza, si precipitò su di lui: Eracle allora lo colpì con la sua clava, e poi uccise anche il mandriano Eurizione, accorso in aiuto del cane. Menete, che pascolava lì vicino le mandrie di Ade, riferì a Gerione l'accaduto: e Gerione si scontrò con Eracle presso il fiume Antemo, mentre l'eroe già stava portando via il bestiame. Vennero a battaglia, ma Gerione fu colpito e morì. Eracle imbarcò il bestiame nella coppa diElios, e arrivò a Tartesso, dove la riconsegnò al Dio.
Dopo esser passato dal territorio di Abdera, Eracle giunse in Liguria, dove Ialebione e Dercino, due figli di Poseidone, cercarono di rubargli il bestiame; ma l'eroe li uccise, poi scese lungo la costa tirrenica. A Reggio, un toro si staccò dalla mandria, corse a gettarsi in mare e nuotò fino in Sicilia; attraversò quella regione, e giunse infine nel regno di Erice, il sovrano degli Elimi, figlio di Poseidone, che unì il toro alle sue mandrie. Eracle affidò il bestiame a Efesto, si lanciò alla ricerca del toro, e lo trovò in mezzo alle mandrie di Erice. Il re disse che gliel'avrebbe restituito solo se Eracle fosse riuscito a vincerlo in un combattimento di pugilato: l'eroe vinse tre riprese, uccise Erice in combattimento, recuperò il toro e si rimise in viaggio con la mandria verso lo Ionio. Ma quando arrivarono alle insenature del mare, Era mandò un tafano a tormentare le vacche, e quelle si dispersero verso i monti della Tracia. Eracle le inseguì, riuscì a radunarne la maggior parte, e le guidò verso l'Ellesponto; quelle che non poté trovare, invece, tornarono allo stato selvaggio. Con la sua mandria così faticosamente riunita, Eracle si trovò di fronte il fiume Strimone, e ne fu contrariato: allora riempì di massi la sua corrente, e da navigabile che era la rese non più navigabile. Infine portò i buoi a Euristeo, e questi li sacrificò a Era.
L'eroe compì queste imprese in otto anni e un mese; ma Euristeo, non avendo ritenute valide quelle dell'idra e delle stalle di Augia, impose a Eracle ancora una fatica, l'undicesima: l'eroe avrebbe dovuto portargli i pomi d'oro del giardino delle Esperidi. Questo si trovava non, come alcuni hanno detto, in Libia, bensì sul monte di Atlante, nel paese degli Iperborei, ed era il dono di nozze offerto da Gea a Zeus ed Era. Lo custodiva un drago immortale, figlio di Tifeo e di Echidna, che aveva cento teste e sapeva parlare con le voci più diverse e variegate. Anche le Ninfe Esperidi facevano la guardia: Egle, Eritia, Esperia e Aretusa. Lungo il cammino, Eracle arrivò al fiume Echedoro, dove Cicno, figlio di Ares e di Pirene, lo sfidò a duello: lo stesso Ares prese le parti di Cicno, e sovrintese alla sfida. Ma una folgore si abbatté in mezzo a loro, e il duello venne interrotto. Eracle proseguì la sua strada attraverso il paese degli Illiri, finché giunse al fiume Eridano, dove trovò le Ninfe, figlie di Zeus, e Temi. Esse gli indicarono il luogo dove Nereo giaceva addormentato: Eracle lo afferrò nel sonno e lo legò, anche se Nereo continuava a trasformarsi in mille aspetti diversi, e non lo lasciò andare finché questi non gli ebbe rivelato dove trovare i pomi delle Esperidi. Così l'eroe si incamminò verso la Libia. In quel tempo regnava sul paese Anteo, figlio di Poseidone, che aveva l'abitudine di costringere a una gara di lotta tutti gli stranieri per ucciderli. Così, obbligò a combattere anche Eracle: ma l'eroe lo abbrancò, lo sollevò in alto, gli spezzò le ossa e lo uccise. Ogni volta che toccava terra, infatti, Anteo diventava sempre più forte, perché - a quanto alcuni hanno detto - era figlio di Gea stessa. Attraversata la Libia, Eracle giunse in Egitto. Il re di questo paese era Busiride, figlio di Poseidone e Lisianassa, a sua volta figlia di Epafo. Busiride sacrificava tutti gli stranieri sull'altare di Zeus, in ossequio a una profezia. Da nove anni, infatti, l'Egitto era devastato dalla carestia, e Frasio, un sapiente indovino giunto da Cipro, aveva profetizzato che la carestia avrebbe avuto fine se ogni anno avessero sacrificato a Zeus uno straniero. Il primo a essere sgozzato da Busiride fu proprio l'indovino; e poi continuò con tutti gli stranieri che capitavano. Anche Eracle fu catturato e portato all'altare: ma l'eroe spezzò le corde che lo legavano, e uccise Busiride insieme a suo figlio Anfidamante. Poi attraversò l'Asia e giunse a Termidre, il porto di Lindo. Lì sciolse uno dei due tori dal carro di un mandriano, lo sacrificò, e se lo mangiò a banchetto. Il mandriano altro non poté fare che scapparsene sulla cima di un monte, e maledire Eracle da lontano. È in ricordo di quell'episodio che gli abitanti di Lindo compiono i sacrifici a Eracle pronunciando maledizioni. Poi l'eroe attraversò l'Arabia, dove uccise Ematione, figlio di Titone; e proseguì il suo cammino per la Libia, verso il mare esterno, dove prese aElios la sua coppa. Così passò dall'altra parte, e approdò sulla terra ferma antistante. Giunto alle montagne del Caucaso, uccise con le sue frecce l'aquila, figlia di Echidna e Tifeo, che divorava il fegato di Prometeo; poi Eracle lo liberò, dopo essersi fatto una corona d'ulivo, e presentò a Zeus il centauro Chirone, che voleva morire al posto di Prometeo. Prometeo aveva consigliato a Eracle di non cogliere le mele con le sue mani, ma di sollevare Atlante dal peso del cielo, e di inviare lui; giunto nel paese degli Iperborei, quindi, l'eroe convinse Atlante, e sostenne il cielo al suo posto. Atlante colse tre mele dal giardino delle Esperidi, e le portò a Eracle. Ma poi non volle più riprendersi il cielo sulle spalle. Eracle allora gli chiese il tempo di potersi avvolgere attorno alla testa la fascia per portare i pesi; Atlante poggiò a terra le mele, e accettò di sostenere il cielo ancora per un momento: ed Eracle prese le mele, e scappò via. C'è invece chi sostiene che non fu Atlante a portargli i pomi: l'eroe li avrebbe raccolti da sé, dopo aver ucciso il serpente guardiano. Poi li portò a Euristeo, che ne fece dono all'eroe stesso. Ed Eracle li diede ad Atena, ma la Dea li restituì alle Esperidi, perché non era lecito per la legge divina che i pomi stessero in qualche altro posto.
Come dodicesima fatica gli fu imposto di portare via Cerbero dall'Ade. Cerbero aveva tre teste di cane, una coda di drago e lungo la schiena gli spuntavano teste di serpente di ogni tipo. Per prepararsi a questa impresa, Eracle andò a Eleusi, da Eumolpo, per essere iniziato ai misteri. Ma a quel tempo l'iniziazione non era concessa agli stranieri: per questo Eracle dovette farsi figlio adottivo di Pilio. E ancora non poteva assistere ai misteri, perché non si era purificato dopo l'uccisione dei Centauri: Eumolpo lo purificò, e finalmente Eracle fu iniziato. Giunto al capo Tenaro, in Laconia, là dove si apre il passaggio per scendere all'Ade, Eracle lo imboccò e scese. Quando le anime lo videro, scapparono tutte, tranne Meleagro e la Gorgone Medusa. Allora Eracle estrasse la spada, come se la Gorgone fosse stata viva, ma Ermes lo avvisò che si trattava solo di un vano fantasma. Giunto presso la porta dell'Ade, trovò Teseo e Piritoo, quello che aveva aspirato alla mano di Persefone: per questo adesso erano imprigionati. Appena videro Eracle, subito tesero le mani verso di lui, nella speranza che la sua forza potesse liberarli. L'eroe riuscì a prendere Teseo per la mano e a farlo alzare in piedi; ma mentre tentava di rialzare anche Piritoo la terra tremò, e perse la presa. Poi fece rotolare via la pietra che schiacciava Ascalafo. E per offrire un sacrificio di sangue alle anime, sgozzò una bestia delle mandrie di Ade. Ma il loro guardiano, Menete, figlio di Ceutonimo, lo sfidò alla lotta. Eracle subito lo bloccò alla vita e gli spezzò le costole: Persefone allora intercedette per lui, e l'eroe lo lasciò libero. Chiese poi di Cerbero ad Ade, e il Dio gli concesse di portarlo via se l'avesse vinto senza le armi. Eracle lo trovò vicino alla porta dell'Acheronte: protetto dalla corazza e coperto dalla pelle di leone, gli strinse le mani intorno al collo, e non mollò finche la bestia, soffocata, cadde a terra. Eracle allora lo prese, e risalì vicino a Trezene. Demetra poi trasformò Ascalafo in allocco; Eracle fece vedere Cerbero a Euristeo, e lo riportò di nuovo nell'Ade.