Biblioteca:Apollodoro, Biblioteca, Libro II, Capo 04



				

				



Acrisio intanto aveva domandato all'oracolo del Dio come poter avere figli maschi. E il Dio gli rispose che avrebbe avuto un nipote da sua figlia, ma che questi l'avrebbe ucciso. Temendo che ciò si avverasse, Acrisio chiuse Danae in una stanza sotterranea, tutta di bronzo. Ma la fanciulla fu sedotta da Preto, secondo una versione della storia, e questo fece scoppiare la discordia fra Preto e Acrisio. Secondo un'altra versione, invece, Zeus si trasformò in pioggia d'oro, e attraverso il tetto scivolò nel seno di Danae. Quando Acrisio venne a sapere che alla figlia era nato il piccolo Perseo, non volle credere che fosse di Zeus, chiuse Danae e il nipote in un'arca e la gettò in mare. L'arca, sospinta dalle onde, arrivò a Serifo, e Ditti prese il bambino e lo allevò.
Il re di Serifo era Polidette, fratello di Ditti. Egli s'innamorò di Danae, ma non poteva avvicinarsi a lei, perché ormai Perseo si era fatto uomo. Allora chiamò tutti i suoi amici, fra cui Perseo, con la scusa di voler fare una colletta per la dote di nozze di Ippodamia, figlia di Enomao. E Perseo disse che non avrebbe rifiutato neanche la testa della Gorgone. Polidette, quindi, a tutti gli altri chiese di dare un cavallo, e a Perseo invece ordinò di portargli la testa della Gorgone. Allora Perseo, con la guida di Ermes e di Atena, andò dalle figlie di Forco e Ceto: Enio, Pefredo e Deino. Esse erano sorelle della Gorgone, e vecchie fin dalla nascita: in tre avevano un occhio solo e un solo dente, e se li passavano a turno. Perseo li afferrò, e disse che li avrebbe restituiti solo se gli avessero rivelato la strada per arrivare dalle Ninfe. Queste Ninfe possedevano i sandali alati e la borsa magica. Così dicono di Perseo Pindaro ed Esiodo ne "Lo Scudo di Eracle": "La sua schiena tutta scompariva dietro la testa dell'orrendo mostro, la Gorgone; e un sacco l'avviluppava tutta." Questo sacco si chiama kibisis perché dentro ci possono stare cibi e vestiti. Queste Ninfe avevano anche l'elmo di Ade. Le Graie gli indicarono la via, Perseo restituì l'occhio e il dente, e andò dalle Ninfe che stava cercando. Mise la borsa a tracolla, si legò i sandali, e si mise in testa l'elmo, che aveva il potere di rendere invisibile chi lo portava. Da Ermes Perseo ricevette la falce d'acciaio; poi volò fino all'Oceano, e trovò le Gorgoni addormentate. Erano tre: Steno, Euriale e Medusa. Solo Medusa era mortale: quindi Perseo doveva prendere la testa di quest'ultima. Le Gorgoni, al posto dei capelli, avevano serpenti attorcigliati, irti di squame; e avevano enormi zanne di cinghiale, e mani di bronzo e ali d'oro, con le quali potevano volare. E chiunque le guardasse veniva trasformato in pietra. Perseo dunque le assalì mentre dormivano. Atena guidava la sua mano: tenendo la testa girata, e guardando l'immagine di Medusa riflessa nello scudo di bronzo, le tagliò la testa. E dal collo mozzato saltò fuori Pegaso, il cavallo alato, e Crisaore, il padre di Gerione, che Medusa aveva generato con Poseidone.
Perseo ficcò la testa della Gorgone nella sacca, e prese la via del ritorno: le altre Gorgoni si svegliarono e lo inseguirono, ma non riuscirono a vederlo, per l'azione magica dell'elmo che lo rendeva invisibile. Perseo arrivò in Etiopia, dove regnava Cefeo, e scoprì che Andromeda, la figlia del re, era stata esposta come preda di un mostro marino. Infatti Cassiepea, la sposa di Cefeo, aveva osato sfidare le Nereidi a una gara di bellezza, vantandosi di essere la più bella di tutte: le Nereidi si erano offese, Poseidone si infuriò, e mandò un'inondazione a devastare tutto il territorio, e anche il mostro marino. Amon allora aveva dato un responso: l'unico modo per far cessare quel flagello era di offrire in pasto al mostro Andromeda, la figlia di Cassiepea. Cefeo, costretto dai suoi sudditi etiopi, obbedì, e incatenò la fanciulla a uno scoglio. Quando Perseo la vide, subito se ne innamorò, e promise a Cefeo di uccidere il mostro e salvare Andromeda, a patto di averla in sposa. L'accordo fu sancito con un giuramento, Perseo attaccò dall'alto il mostro marino, lo uccise e liberò la fanciulla. Ma Fineo, fratello di Cefeo, al quale Andromeda era stata promessa, tramò contro Perseo; scoperta l'insidia, l'eroe espose la testa della Gorgone davanti a lui e agli altri cospiratori, e all'istante furono trasformati in pietra.
Tornato a Serifo, Perseo trovò che la madre si era rifugiata presso gli altari, insieme a Ditti, per sfuggire alla violenza di Polidette. Subito l'eroe si recò dal re ed entrò nella reggia, dove Polidette aveva invitato tutti i suoi amici: tirò fuori la testa della Gorgone e gliela fece vedere, e improvvisamente, a quella vista, tutti si trasformarono in pietra, nella stessa posa che ciascuno aveva in quel momento. Perseo diede a Ditti il trono di Serifo; poi affidò i sandali alati, la borsa e l'elmo a Ermes, e la testa della Gorgone ad Atena. Ermes restituì questi oggetti alle Ninfe, mentre Atena fissò la testa della Gorgone al centro del suo scudo. C'è anche chi racconta che fu Atena a decapitare la Medusa, perché la Gorgone aveva osato fare a gara con la Dea per la bellezza.
Insieme a Danae e ad Andromeda, Perseo si diresse ad Argo, per incontrare Acrisio. Quando questi lo venne a sapere - ancora preoccupato per l'antica profezia - lasciò Argo e partì per il territorio dei Pelasgi. Teutamide, il re di Larissa, aveva organizzato delle gare atletiche in onore di suo padre morto, e Perseo volle prendere parte ai giochi. Nella gara di pentathlon, il suo disco colpì Acrisio a un piede e lo uccise all'istante. Così la profezia si era compiuta: e Perseo seppellì Acrisio fuori dalla città. Poi, vergognandosi di tornare ad Argo per ottenere la successione al trono del re che era morto per colpa sua, andò a Tirinto, dove regnava Megapente, figlio di Preto, e scambiò il trono di Argo con il suo. Così Megapente regnò su Argo, e Perseo su Tirinto, e fortificò anche Micene e Midea. Egli ebbe dei figli da Andromeda; prima della sua partenza per l'Ellade gli era nato Perse, che rimase a vivere con Cefeo (da lui discende, si dice, la dinastia persiana); a Micene invece nacquero Alceo, Stenelo, Eleo, Mestore, Elettrione, e la figlia Gorgofone, che andò sposa a Periere.
Alceo ebbe il figlio Anfitrione e la figlia Anasso da Astidamia, figlia di Pelope (ma altre tradizioni sostengono che la sua sposa fu Laonome, figlia di Guneo, o Ipponome, figlia di Meneceo). Mestore sposò Lisidice, figlia di Pelope, e gli nacque la figlia Ippotoe. La fanciulla fu rapita da Poseidone e portata nelle isole Echinadi, dove le nacque il figlio Tafio: egli colonizzò Tafo e chiamò Teleboi il suo popolo, perché era andato lontano (teloù ebe) dalla patria. Da Tafio nacque Pterelao, che Poseidone rese immortale innestandogli un capello d'oro in testa. Da Pterelao nacquero Cromio, Tiranno, Antioco, Chersidamante, Mestore ed Evere. Elettrione sposò Anasso, la figlia di Alceo, e da lei ebbe la figlia Alcmena, e i maschi Stratobate, Gorgofono, Filonomo, Celeneo, Anfimaco, Lisinomo, Chirimaco, Anattore e Archelao; da Midea, una donna della Frigia, ebbe anche un figlio bastardo, Licimnio. Dalla sposa Nicippe, figlia di Pelope, Stenelo ebbe due femmine, Alcione e Medusa, e più tardi anche un maschio, Euristeo, che divenne re di Micene. Quando Eracle stava ormai per nascere, infatti, Zeus aveva annunciato di fronte a tutti gli Dèi che il bambino della stirpe di Perseo nato in quel momento avrebbe avuto il trono di Micene; allora la Dea Era, per gelosia, convinse Ilizia a ritardare il parto di Alcmena, e fece in modo che Euristeo, il figlio di Stenelo, nascesse subito, per quanto ancora settimino. Quando a Micene era re Elettrione, i figli di Pterelao, con l'aiuto di Tafo, vennero a reclamare il regno di Mestore, loro nonno da parte di madre; Elettrione rifiutò le loro ragioni, e i figli di Pterelao allora gli portarono via le mandrie di buoi: i figli di Elettrione corsero a difenderle, e nella sfida che ne seguì si uccisero tutti l'un l'altro. Dei figli di Elettrione sopravvisse solo Licimnio, perché era ancora un bambino; e dei figli di Pterelao si salvò solo Evere, che era rimasto a guardare le navi. I Tafii che riuscirono a scappare si imbarcarono portando con sé il bestiame rubato, e lo affidarono a Polisseno, re degli Elei; Anfitrione poi lo riscattò e lo riportò a Micene. Elettrione intanto meditava vendetta per l'assassinio dei figli; così, affidò ad Anfitrione la reggenza del trono e anche la figlia Alcmena (dopo avergli fatto giurare di conservarla vergine fino al suo ritorno), e si dispose a far guerra contro i Teleboi. Ma nel momento di ricevere indietro il bestiame rubato, improvvisamente una vacca lo caricò, e Anfitrione le scagliò contro il bastone che aveva in mano: il bastone batté contro le corna dell'animale, rimbalzò, colpì Elettrione alla testa e lo uccise. Forte di tale pretesto, Stenelo bandì Anfitrione dall'intero territorio di Argo, e assunse egli stesso il potere su Micene e Tirinto; poi fece chiamare Atreo e Tieste, i figli di Pelope, e affidò a loro il trono di Midea. Anfitrione, insieme ad Alcmena e a Licimnio, riparò a Tebe, dove fu purificato dal re Creonte; e diede in sposa a Licimnio sua sorella Perimede. Alcmena pose una condizione alle sue nozze con Anfitrione: egli avrebbe dovuto vendicare la morte dei suoi fratelli. Anfitrione lo giurò, e andò a combattere contro i Teleboi, chiedendo aiuto a Creonte. Il re acconsentì, a patto che prima Anfitrione liberasse la Cadmea dalla tremenda volpe che la devastva. Anfltrlone diede la sua parola; e tuttavia era fissato dal Destino che nessuno potesse prendere quella bestia, che razziava per tutta la regione, e alla quale ogni mese i Tebani stessi offrivano come preda un bambino, uno dei loro figli, perché non ne divorasse molti di più. Anfitrione allora andò ad Atene, per chiedere aiuto a Cefalo, figlio di Deioneo; e lo convinse, in cambio di una parte del bottino sottratto ai Teleboi, a lanciare contro la volpe il suo cane, quello che Procri aveva portato da Creta come dono di Minosse: era un cane fatato, e qualunque cosa inseguisse, la prendeva. Così, il cane si mise a inseguire la volpe, e Zeus li trasformò entrambi in pietre.
Anfitrione dunque partì con i suoi alleati - Cefalo da Torico, in Attica; Panopeo dalla Focide; Eleo, figlio di Perseo, da Elo, in Argolide; Creonte da Tebe - e mise a ferro e fuoco le isole dei Tafii. Finche fu in vita Pterelao, Anfitrione non riuscì a prendere Tafo; ma la figlia di Pterelao, Cometo, si innamorò di lui, e per amor suo strappò il capello d'oro che il padre aveva in testa; in questo modo Pterelao morì, e Anfitrione s'impadronì di tutte le isole. Poi uccise Cometo e ritornò a Tebe con il bottino, dopo aver donato le isole a Eleo e Cefalo. Essi fondarono le città che portano il loro nome, e vi abitarono.
Prima che Anfitrione rientrasse in Tebe, Zeus arrivò, di notte, e fece in modo che quella notte durasse per tre; poi assunse le sembianze di Anfitrione, si sdraiò nel letto con Alcmena, e le raccontò delle sue vittorie nella guerra contro i Teleboi. Quando poi Anfitrione arrivò e vide che la sposa non festeggiava il suo ritorno, gliene chiese il motivo: e Alcmena rispose che aveva già festeggiato il suo ritorno la sera prima, dormendo insieme a lui. Allora Anfitrione andò dall'indovino Tiresia, e questi gli rivelò che Zeus stesso si era unito a sua moglie. Alcmena partorì due bambini, da Zeus Eracle, maggiore di una notte, e da Anfitrione Ificle.
Quando il bambino aveva otto mesi, Era inviò alla sua culla due serpenti spaventosi, perché voleva farlo morire. Alcmena gridò, chiamò Anfitrione in soccorso, ma Eracle si era già alzato, aveva già ucciso i serpenti, strangolati, uno per mano. Ferecide sostiene invece che Anfitrione, per sapere quale dei due bambini fosse figlio suo, gettò dei serpenti nel letto: Ificle scappò, Eracle invece li affrontò - e Anfitrione capi che suo figlio era Ificle.
Anfitrione insegnò a Eracle l'arte di guidare il carro, Autolico gli insegnò il pugilato, Eurito gli insegnò a usare arco e frecce, Castore a usare la spada, Lino a suonare la cetra. Lino era fratello di Orfeo; giunto a Tebe, era diventato cittadino tebano, ma un giorno Eracle gli tirò addosso la cetra e lo uccise, preso dalla rabbia per una punizione a cui il maestro l'aveva sottoposto. Processato per assassinio, Eracle citò la legge di Radamanto, in base alla quale chi si fosse difeso con la forza da un aggressore era da considerarsi innocente: e così fu prosciolto dall'accusa. Ma Anfitrione, nel timore che Eracle potesse compiere altre azioni di questo tipo, lo mandò nei suoi pascoli, a guardare il bestiame. E qui il ragazzo crebbe di forza e statura, più di tutti gli altri. li suo aspetto rivelava chiaramente che era figlio di Zeus: era grande quattro cubiti, e negli occhi gli brillava il fulgore del fuoco. E non mancava mai il bersaglio, ne con l' arco né con la lancia. Giunto così, sempre a guardia delle mandrie, ai suoi diciott'anni, Eracle uccise il leone che viveva sul monte Citerone, e che dalla sua tana si spingeva fino ai pascoli, facendo strage del bestiame di Anfitrione e i Tespio, il re di Tespie. Eracle, presa la decisione di uccidere questo leone, andò da Tespio, e il re lo ospitò per cinquanta giorni. E ogni notte, prima che il giovane partisse per la caccia, lo faceva dormire insieme a una delle sue figlie (Tespio infatti aveva avuto cinquanta figlie dalla sposa Megamede, figlia di Arneo), perché voleva a tutti i costi che ciascuna di esse concepisse un figlio da Eracle. Il giovane pensava che la fanciulla con cui dormiva fosse sempre la stessa, e invece si unì a tutte le cinquanta sorelle. Così Eracle uccise il leone e indossò la sua pelle, e le fauci spalancate della belva gli facevano da elmo.
Di ritorno dalla caccia al leone, Eracle incontrò gli araldi inviati da Ergino per raccogliere il tributo dei Tebani. Ecco l'origine di questa imposta che i Tebani dovevano pagare a Ergino. Un giorno, nel sacro recinto di Poseidone a Onchesto, l'auriga di Meneceo, di nome Periere, aveva lanciato una pietra contro Climeno, il re dei Minii, ferendolo gravemente; trasportato a Orcomeno ormai in fin di vita, prima di morire Climeno fece giurare al figlio Ergino di vendicare il suo assassinio. Allora Ergino fece guerra contro Tebe, uccise molti Tebani, e impose loro un trattato solenne, in base al quale essi avrebbero dovuto pagargli un tributo per vent'anni, consistente in cento capi di bestiame ogni anno. Eracle dunque incontrò gli inviati di Ergino, che venivano a Tebe per riscuotere l'imposta, li assalì e li mutilò, tagliandogli via le orecchie e il naso e le mani, che poi legò loro al collo con una corda, dicendo: «Ecco il tributo che porterete a Ergino e ai Minii!» Il re Ergino non tollerò questo oltraggio, e marciò contro Tebe. Eracle, con le armi ricevute dalla Dea Atena, prese il comando, uccise Ergino, volse in fuga i Minii, e impose loro di pagare ai Tebani un tributo doppio. Durante la battaglia, Anfitrione, che pur aveva combattuto coraggiosamente, venne ucciso. Ed Eracle, come premio del suo valore, ricevette in sposa la figlia maggiore di Creonte, Megara, dalla quale ebbe tre figli, Terimaco, Creontiade e Deicoo. La figlia minore di Creonte invece andò in sposa a Ificle, che già aveva avuto il figlio Iolao da Automedusa, figlia di Alcato.
Alcmena, rimasta vedova di Anfitrione, sposò Radamanto, figlio di Zeus, che si era stabilito in esilio a Ocalea in Beozia. Dopo aver appreso da lui l'arte di tirare con l'arco, Eracle ricevette da Ermes la spada, da Apollo l'arco, da Efesto la corazza d'oro, da Atena la veste; la clava invece se la procurò da sé, a Nemea. Dopo la vittoria sui Minii, avvenne che Era, per rancore, lo fece diventare pazzo: tanto che arrivò a uccidere i figli avuti da Megara, più due figli di Ificle, gettandoli nel fuoco. Allora si condannò da sé all'esilio, venne purificato da Tespio, e poi si recò a Delfi, per chiedere al Dio dove poter andare. Fu in quell'occasione che la Pizia per la prima volta si rivolse a lui chiamandolo Eracle - perché prima il suo nome era Alcide; egli disse di stabilirsi a Tirinto, e di servire Euristeo per dodici anni, e di compiere le dieci imprese che gli sarebbero state imposte: quando le avesse terminate - gli disse - avrebbe ottenuto l'immortalità.