Biblioteca:Apollodoro, Biblioteca, Libro II



				

				

Finora abbiamo parlato della discendenza di Deucalione. Ecco adesso quella di Inaco. Da Oceano e Teti nacque Inaco, che diede poi il suo nome al fiume che scorre presso Argo. Inaco sposò Melia, figlia di Oceano, ed ebbe due figli maschi, Foroneo ed Egialeo. Egialeo morì senza figli, e da lui deriva il nome dell'intera regione chiamata Egialia; Foroneo, invece, regnò sul territorio che in seguito venne chiamato Peloponneso, ed ebbe dalla Ninfa Teledice i figli Api e Niobe. Api trasformò in tirannide il suo potere, e diede alla regione del Peloponneso il nome di Apia; ma il suo governo era duro e violento, e presto Telsione Telchino cospirarono contro di lui e lo uccisero, prima che potesse lasciare eredi. In seguito fu venerato come Dio, sotto il nome di Serapide. Da Zeus e Niobe (prima donna mortale con cui il padre degli Dèi si unì) nacque il figlio Argo e, come sostiene Acusilao, anche Pelasgo: dal suo nome, gli abitanti del Peloponneso vennero chiamati Pelasgi. Esiodo invece afferma che Pelasgo nacque dalla terra stessa del Peloponneso: ma di lui si parlerà più avanti. Argo prese il potere e chiamò con il suo nome l'intero Peloponneso; sposò Evadne, figlia di Strimone e Neera, ed ebbe quattro maschi - Ecbaso, Pirante, Epidauro, e poi Criaso, che gli succedette sul trono. Ecbaso ebbe il figlio Agenore, e questi il figlio Argo, chiamato «onniveggente», perché aveva occhi su tutto il corpo. Aveva una forza straordinaria: fu lui a uccidere il toro che devastava l'Arcadia, e poi si vestì con la sua pelle. E anche il Satiro che recava gravi danni agli abitanti dell'Arcadia, rubando tutto il bestiame, fu Argo ad affrontarlo e a ucciderlo. Si dice che anche Echidna, la figlia di Tartaro e Gea - quella che rapiva i passanti -, fu uccisa nel sonno da Argo. E vendicò anche l'assassinio di Api, uccidendo i colpevoli. Da Argo e Ismene, figlia di Asopo, nacque Iaso, e da Iaso, si dice, nacque Io. Ma Castore, l'autore delle "Cronache", e anche numerosi tragici raccontano che il padre di Io era Inaco; mentre Esiodo e Acusilao la dicono figlia di Pireno. Pur essendo Io sacerdotessa di Era, Zeus la sedusse; ma Era lo scoprì, e allora il Dio toccò la fanciulla e la trasformò in una candida vacca, giurando alla sposa Era di non essere mai stato il suo amante: per questo, dice Esiodo, gli spergiuri d'amore non provocano l'ira divina. Ma Era chiese a Zeus di poter tenere per sé quella vacca, e le mise come guardiano Argo, l'onniveggente: figlio di Arestore, secondo Ferecide, o forse di Inaco, come sostiene Asclepiade, o forse ancora, come sostiene Cercope, figlio di Argo e Ismene, a sua volta figlia di Asopo. Acusilao, invece, afferma che Argo nacque da Gea. Egli legò la vacca a un ulivo nel bosco del territorio di Micene; ma Zeus ordinò a Ermes di rapirla. Ierace fece la spia, ed Ermes, non potendo ormai impadronirsi della vacca di nascosto, dovette uccidere Argo con una pietra: per questo il Dio venne chiamato Argifonte, cioè «uccisore di Argo». Allora la Dea Era mandò un tafano a tormentare la giovenca, e quella corse via, prima verso quel golfo che dopo il suo passaggio venne chiamato Ionio, poi, attraversata l'Illiria e superato il monte Emo, oltrepassò lo stretto che a quel tempo si chiamava Tracico, e dopo il suo passaggio Bosforo. Poi se ne andò verso la Scizia e la regione dei Cimmeri, e vagò per tante terre e tanti mari d'Europa e d'Asia; e finalmente raggiunse l'Egitto, dove ritrovò il suo aspetto di prima e partorì il figlio Epafo, sulle rive del fiume Nilo. Allora la Dea Era ordinò ai Cureti di farlo sparire: e quelli eseguirono il comando. Ma Zeus se ne accorse e li uccise; e Io si mise alla ricerca del figlio. Di nuovo vagò, per tutta la Siria, perché le avevano detto che suo figlio era là, allevato dalla sposa del re di Biblo; così ritrovò Epafo e ritornò in Egitto, dove sposò Telegono, il re degli Egizi. E innalzò una statua a Demetra, che gli Egizi chiamano Iside, e Io stessa venne chiamata Iside. Epafo ricevette il regno de1l'Egitto e sposò Menfi, figlia del Nilo - e in suo onore fondò la città di Menfi. Da lei ebbe la figlia Libia, che diede il nome alla terra chiamata appunto Libia. La fanciulla si unì a Poseidone e partorì due gemelli, Agenore e Belo. Agenore si trasferì in Fenicia e ne divenne il re: da lui nacque una grande stirpe - e ne parleremo in seguito. Belo invece restò in Egitto e ne assunse il governo; sposò Anchinoe, figlia del Nilo, ed ebbe da lei due gemelli, Egitto e Danao (secondo Euripide, nacquero da Belo anche altri due figli, Cefeo e Fineo). Belo insediò Danao in Libia, ed Egitto in Arabia; Egitto poi assoggettò il territorio dei Melanpodi, e lo chiamò Egitto dal proprio nome. Ebbe molte spose, e gli nacquero cinquanta figli maschi; Danao invece ebbe cinquanta figlie femmine. Tempo dopo, i due fratelli vennero a conflitto per il potere; Danao aveva timore dei figli di Egitto, e così, su consiglio di Atena, si costruì una nave (e fu il primo a farlo), imbarcò le sue figlie e fuggì. Passò da Rodi, e vi innalzò una statua ad Atena Lindia. Poi giunse ad Argo, dove il re Gelanore gli lasciò il trono. Ma quella terra era in preda alla siccità, perché Poseidone aveva fatto seccare tutte le sorgenti, irato contro Inaco, il quale aveva testimoniato che l'intera regione era possesso di Era. Danao mandò le sue figlie a cercare acqua. Una di esse, Amimone, durante la sua ricerca diede la caccia a un cervo e lo colpì; ma in questo modo svegliò dal sonno un Satiro, e subito quello si alzò e cercò di farle violenza: ma apparve Poseidone, il Satiro fuggì, Amimone si unì a Poseidone stesso, e il Dio le rivelò dove trovare le sorgenti presso Lerna. I figli di Egitto arrivarono anch'essi ad Argo, e chiesero a Danao di deporre l'antica ostilità, e di dar loro in matrimonio le sue figlie. Ma Danao diffidava delle loro offerte, e dentro il suo animo portava ancora il rancore per l'esilio subito; comunque accettò di dare le sue figlie, e ne assegnò una per ognuno di essi. Ipermnestra, la maggiore, andò a Linceo, e Gorgofone a Proteo: i due giovani, infatti, erano nati dall'unione di Egitto con una donna di stirpe regale, Argifia; Busiride, Encelado, Lico e Daifrone ebbero le figlie che Danao aveva avuto da Europe, Automate, Amimone, Agave e Scea: la loro madre, quindi, era di stirpe regale, mentre Gorgofone e Ipermnestra erano nate da Elefantide. Istro ebbe Ippodamia; Calcodonte ebbe Rodia; Agenore ebbe Cleopatra; Ceto ebbe Asteria; Diocoriste ebbe Ippodamia; Alce ebbe Glauce; Alcmenore ebbe Ippomedusa; Ippotoo ebbe Gorge; Euchenore ebbe Iflmedusa; Ippolito ebbe Rode. Questi dieci giovani erano figli di una donna araba; le dieci fanciulle invece erano nate dalle Ninfe Amadriadi, alcune da Adantia, altre da Febe. Agattolemo ebbe Pirene; Cercete ebbe Dorio; Euridamante ebbe Farti; Egio ebbe Mnestra; Argio ebbe Evippe; Archelao ebbe Anassibia; Menemaco ebbe Nelo. Questi sette giovani erano figli di una donna fenicia, mentre le sette fanciulle erano nate da una Etiope. Ai giovani nati da Egitto e Tiria furono assegnate le figlie di Danao e Menfi, senza una scelta precisa ma soltanto in base alla somiglianza dei loro nomi. Così, Clito ebbe Clite; Stenelo ebbe Stenele; Crisippo ebbe Crisippe. Ai dodici figli di Egitto e della Ninfa Naiade Caliadne furono assegnate le figlie di Danao e della Ninfa Naiade Polisso: i giovani si chiamavano Euriloco, Fante, Peristene, Ermo, Dria, Potamone, Cisseo, Lisso, Imbro, Bromio, Polittore, Ctonio - e le ragazze erano Autonoe, Teano, Elettra, Cleopatra, Euridice, Glaucippe, Antelia, Cleodore, Evippe, Erato, Stigne e Brice. Ai figli di Egitto e Gorgo spettarono le figlie di Danao e Pieria: così, Perifante ebbe Attea, Eneo ebbe Podarce, Egitto ebbe Diossippe, Menalce ebbe Adite, Lampo ebbe Ocipete, Idmone ebbe Pilarge. I più giovani, poi, si sposarono fra loro: Ida ebbe Ippodice, Daifrone ebbe Adiante (entrambe le fanciulle erano nate da Erse), Pandione ebbe Callidice, Arbelo ebbe Eme, Iperbio ebbe Celano, Ippocoriste ebbe Iperippe (la madre di questi giovani era Efestine, quella delle ragazze era Crino). Dopo che le coppie furono così decise, durante il banchetto di nozze Danao diede a ciascuna delle sue figlie un pugnale. E quando esse andarono a dormire insieme agli sposi, li uccisero tutti. Solo Ipermnestra risparmiò Linceo, perché aveva lasciato intatta la sua verginità: ma per questo Danao la fece incatenare e rinchiudere. Le altre figlie seppellirono la testa mozzata degli sposi a Lerna, e i corpi ricevettero gli onori funebri davanti alla città; Atena ed Ermes, poi, per ordine di Zeus, purificarono le fanciulle. Tempo dopo, Danao lasciò che Linceo e Ipermnestra vivessero insieme; e le altre figlie vennero date in sposa ai vincitori di una gara adetica. Amimone ebbe da Poseidone il figlio Nauplio, che visse a lungo e fu un grande navigatore: ma aveva l'abitudine di ingannare con false segnalazioni di luce i naviganti che lo incrociavano, portandoli a morte - la stessa triste morte, però, che poi toccò anche a lui. Sua sposa fu Climene, figlia di Catreo, secondo i tragici; l'autore de "I Ritorni", invece, sostiene che era Filira, e Cercope che era Esione. Comunque sia, i suoi figli furono Palamede, Eace e Nausimedonte.
Linceo succedette a Danao sul trono di Argo, ed ebbe da Ipermnestra il figlio Abante. Questi si sposò con Aglaia, figlia di Mantineo, ed ebbe i gemelli Acrisio e Preto. I due bambini cominciarono a litigare fra di loro ancora nel ventre della madre, e poi, quando diventarono grandi, si fecero guerra per il potere: furono proprio loro a inventare per primi lo scudo. Acrisio ebbe la meglio, e scacciò Preto da Argo. Questi allora andò in Licia, presso il re Iobate, o forse Anfianatte, come sostengono alcuni; e sposò sua figlia, che Omero chiama Antia e i tragici, invece, Stenebea. Il re suo suocero gli diede un esercito di Lici per riconquistare il potere, e Preto poté occupare Tirinto, che i Ciclopi fortificarono per lui. I due fratelli si divisero dunque il territorio dell'Argolide: Acrisio tenne il trono di Argo, mentre Preto regnò su Tirinto. Dalla sposa Euridice, figlia di Lacedemone, Acrisio ebbe la figlia Danae; Preto invece ebbe le figlie Lisippe, Ifinoe e Ifianassa dalla sposa Stenebea. Quando furono grandi, queste tre fanciulle impazzirono, dice Esiodo, perché avevano rifiutato i riti di Dioniso; Acusilao, invece, dice che questo avvenne perché avevano disprezzato la statua di Era. Nella loro follia, le tre sorelle vagarono per tutta la regione argiva, poi attraversarono l'Arcadia e continuarono la loro folle corsa per terre desolate, in preda al più totale abbrutimento. Melampo, figlio di Amitaone e Idomene (figlia a sua volta di Abante), che era un profeta e che per primo scoprì come curare le malattie con farmaci e purificazioni, si offrì di guarire le fanciulle in cambio di un terzo del regno. Ma Preto rifiutò di farle curare per un compenso così alto, e la pazzia delle sue figlie divenne ancora più grave, e con loro impazzirono anche tutte le altre donne: abbandonavano le case, uccidevano i loro stessi figli, vagavano per luoghi deserti. Ormai la situazione era del tutto degenerata, e così Preto accettò di pagare il prezzo richiesto: ma Melampo a questo punto chiese per il suo intervento che anche suo fratello Biante ottenesse una parte uguale di territorio. Preto, nel timore che un'ulteriore dilazione della cura comportasse la richiesta di un compenso ancora più alto, si accordò con Melampo. Ed ecco come avvenne la guarigione. Il profeta chiamò un gruppo di giovani davvero nobili e fidati, e con loro si mise a inseguire e a portar giù le donne dai monti fino a Sicione, con grida e danze magiche. Durante questo inseguimento, la maggiore delle sorelle, Ifinoe, morì: ma le altre vennero purificate e ritrovarono la ragione. Preto le diede in matrimonio a Melampo e Biante; e tempo dopo generò il figlio Megapente.
Bellerofonte, il figlio di Glauco (a sua volta figlio di Sisifo), aveva ucciso per sbaglio il fratello Deliade - o Pirene, o forse ancora Alcimene, secondo tradizioni diverse; così era giunto alla corte di Preto per farsi purificare. Ma Stenebea si innamorò di lui, e gli inviò dei messaggi per chiedergli un incontro. Il giovane rifiutò; allora ladon- na andò a dire a Preto che Bellerofonte aveva cercato di sedurla con proposte oscene. li marito le credette, e affidò a Bellerofonte una lettera da portare a Iobate, nella quale stava scritto di uccidere il gio- vane. Iobate lesse la missiva di Preto, e ordinò a Bellerofonte di andare a uccidere la Chimera, con l'idea che certamente il mostro l'avrebbe annientato. Neppure attaccandola in massa era possibile sconfiggerla: figurarsi un uomo solo. Aveva il corpo di un leone, la coda di un drago, e tre teste - e quella di mezzo, un muso di capra, spirava fuoco. Il mostro devastava l'intera regione, e distruggeva il bestiame, perché riuniva in un solo essere la forza di tre belve. Si dice che fosse stata allevata da Amisodaro (lo testimonia Omero), e Esiodo racconta che era figlia di Tifeo ed Echidna. Bellerofonte saltò in groppa a Pegaso, il cavallo alato figlio di Medusa e Poseidone, salì in cielo e dall'alto riuscì a trafiggere la Chimera con le sue frecce. Compiuta questa impresa, Iobate gli ordinò di andare a combattere contro i Solimi: e Bellerofonte riuscì anche in questa prova; e di nuovo Iobate gli ordinò di combattere contro le Amazzoni: ma il giovane uccise anche quelle. Allora Iobate ordinò ad alcuni suoi uomini, scelti fra tutti i Lici per il loro coraggio, di tendergli un'imboscata e assassinarlo. Bellerofonte li uccise tutti, e finalmente Iobate, stupito dalla forza del giovane, gli fece vedere la lettera di Preto e gli chiese di restare presso di lui: gli diede in sposa sua figlia Filonoe, e quando morì gli lasciò il regno.
Acrisio intanto aveva domandato all'oracolo del Dio come poter avere figli maschi. E il Dio gli rispose che avrebbe avuto un nipote da sua figlia, ma che questi l'avrebbe ucciso. Temendo che ciò si avverasse, Acrisio chiuse Danae in una stanza sotterranea, tutta di bronzo. Ma la fanciulla fu sedotta da Preto, secondo una versione della storia, e questo fece scoppiare la discordia fra Preto e Acrisio. Secondo un'altra versione, invece, Zeus si trasformò in pioggia d'oro, e attraverso il tetto scivolò nel seno di Danae. Quando Acrisio venne a sapere che alla figlia era nato il piccolo Perseo, non volle credere che fosse di Zeus, chiuse Danae e il nipote in un'arca e la gettò in mare. L'arca, sospinta dalle onde, arrivò a Serifo, e Ditti prese il bambino e lo allevò. Il re di Serifo era Polidette, fratello di Ditti. Egli s'innamorò di Danae, ma non poteva avvicinarsi a lei, perché ormai Perseo si era fatto uomo. Allora chiamò tutti i suoi amici, fra cui Perseo, con la scusa di voler fare una colletta per la dote di nozze di Ippodamia, figlia di Enomao. E Perseo disse che non avrebbe rifiutato neanche la testa della Gorgone. Polidette, quindi, a tutti gli altri chiese di dare un cavallo, e a Perseo invece ordinò di portargli la testa della Gorgone. Allora Perseo, con la guida di Ermes e di Atena, andò dalle figlie di Forco e Ceto: Enio, Pefredo e Deino. Esse erano sorelle della Gorgone, e vecchie fin dalla nascita: in tre avevano un occhio solo e un solo dente, e se li passavano a turno. Perseo li afferrò, e disse che li avrebbe restituiti solo se gli avessero rivelato la strada per arrivare dalle Ninfe. Queste Ninfe possedevano i sandali alati e la borsa magica. Così dicono di Perseo Pindaro ed Esiodo ne "Lo Scudo di Eracle": "La sua schiena tutta scompariva dietro la testa dell'orrendo mostro, la Gorgone; e un sacco l'avviluppava tutta." Questo sacco si chiama kibisis perché dentro ci possono stare cibi e vestiti. Queste Ninfe avevano anche l'elmo di Ade. Le Graie gli indicarono la via, Perseo restituì l'occhio e il dente, e andò dalle Ninfe che stava cercando. Mise la borsa a tracolla, si legò i sandali, e si mise in testa l'elmo, che aveva il potere di rendere invisibile chi lo portava. Da Ermes Perseo ricevette la falce d'acciaio; poi volò fino all'Oceano, e trovò le Gorgoni addormentate. Erano tre: Steno, Euriale e Medusa. Solo Medusa era mortale: quindi Perseo doveva prendere la testa di quest'ultima. Le Gorgoni, al posto dei capelli, avevano serpenti attorcigliati, irti di squame; e avevano enormi zanne di cinghiale, e mani di bronzo e ali d'oro, con le quali potevano volare. E chiunque le guardasse veniva trasformato in pietra. Perseo dunque le assalì mentre dormivano. Atena guidava la sua mano: tenendo la testa girata, e guardando l'immagine di Medusa riflessa nello scudo di bronzo, le tagliò la testa. E dal collo mozzato saltò fuori Pegaso, il cavallo alato, e Crisaore, il padre di Gerione, che Medusa aveva generato con Poseidone. Perseo ficcò la testa della Gorgone nella sacca, e prese la via del ritorno: le altre Gorgoni si svegliarono e lo inseguirono, ma non riuscirono a vederlo, per l'azione magica dell'elmo che lo rendeva invisibile. Perseo arrivò in Etiopia, dove regnava Cefeo, e scoprì che Andromeda, la figlia del re, era stata esposta come preda di un mostro marino. Infatti Cassiepea, la sposa di Cefeo, aveva osato sfidare le Nereidi a una gara di bellezza, vantandosi di essere la più bella di tutte: le Nereidi si erano offese, Poseidone si infuriò, e mandò un'inondazione a devastare tutto il territorio, e anche il mostro marino. Amon allora aveva dato un responso: l'unico modo per far cessare quel flagello era di offrire in pasto al mostro Andromeda, la figlia di Cassiepea. Cefeo, costretto dai suoi sudditi etiopi, obbedì, e incatenò la fanciulla a uno scoglio. Quando Perseo la vide, subito se ne innamorò, e promise a Cefeo di uccidere il mostro e salvare Andromeda, a patto di averla in sposa. L'accordo fu sancito con un giuramento, Perseo attaccò dall'alto il mostro marino, lo uccise e liberò la fanciulla. Ma Fineo, fratello di Cefeo, al quale Andromeda era stata promessa, tramò contro Perseo; scoperta l'insidia, l'eroe espose la testa della Gorgone davanti a lui e agli altri cospiratori, e all'istante furono trasformati in pietra. Tornato a Serifo, Perseo trovò che la madre si era rifugiata presso gli altari, insieme a Ditti, per sfuggire alla violenza di Polidette. Subito l'eroe si recò dal re ed entrò nella reggia, dove Polidette aveva invitato tutti i suoi amici: tirò fuori la testa della Gorgone e gliela fece vedere, e improvvisamente, a quella vista, tutti si trasformarono in pietra, nella stessa posa che ciascuno aveva in quel momento. Perseo diede a Ditti il trono di Serifo; poi affidò i sandali alati, la borsa e l'elmo a Ermes, e la testa della Gorgone ad Atena. Ermes restituì questi oggetti alle Ninfe, mentre Atena fissò la testa della Gorgone al centro del suo scudo. C'è anche chi racconta che fu Atena a decapitare la Medusa, perché la Gorgone aveva osato fare a gara con la Dea per la bellezza. Insieme a Danae e ad Andromeda, Perseo si diresse ad Argo, per incontrare Acrisio. Quando questi lo venne a sapere - ancora preoccupato per l'antica profezia - lasciò Argo e partì per il territorio dei Pelasgi. Teutamide, il re di Larissa, aveva organizzato delle gare atletiche in onore di suo padre morto, e Perseo volle prendere parte ai giochi. Nella gara di pentathlon, il suo disco colpì Acrisio a un piede e lo uccise all'istante. Così la profezia si era compiuta: e Perseo seppellì Acrisio fuori dalla città. Poi, vergognandosi di tornare ad Argo per ottenere la successione al trono del re che era morto per colpa sua, andò a Tirinto, dove regnava Megapente, figlio di Preto, e scambiò il trono di Argo con il suo. Così Megapente regnò su Argo, e Perseo su Tirinto, e fortificò anche Micene e Midea. Egli ebbe dei figli da Andromeda; prima della sua partenza per l'Ellade gli era nato Perse, che rimase a vivere con Cefeo (da lui discende, si dice, la dinastia persiana); a Micene invece nacquero Alceo, Stenelo, Eleo, Mestore, Elettrione, e la figlia Gorgofone, che andò sposa a Periere. Alceo ebbe il figlio Anfitrione e la figlia Anasso da Astidamia, figlia di Pelope (ma altre tradizioni sostengono che la sua sposa fu Laonome, figlia di Guneo, o Ipponome, figlia di Meneceo). Mestore sposò Lisidice, figlia di Pelope, e gli nacque la figlia Ippotoe. La fanciulla fu rapita da Poseidone e portata nelle isole Echinadi, dove le nacque il figlio Tafio: egli colonizzò Tafo e chiamò Teleboi il suo popolo, perché era andato lontano (teloù ebe) dalla patria. Da Tafio nacque Pterelao, che Poseidone rese immortale innestandogli un capello d'oro in testa. Da Pterelao nacquero Cromio, Tiranno, Antioco, Chersidamante, Mestore ed Evere. Elettrione sposò Anasso, la figlia di Alceo, e da lei ebbe la figlia Alcmena, e i maschi Stratobate, Gorgofono, Filonomo, Celeneo, Anfimaco, Lisinomo, Chirimaco, Anattore e Archelao; da Midea, una donna della Frigia, ebbe anche un figlio bastardo, Licimnio. Dalla sposa Nicippe, figlia di Pelope, Stenelo ebbe due femmine, Alcione e Medusa, e più tardi anche un maschio, Euristeo, che divenne re di Micene. Quando Eracle stava ormai per nascere, infatti, Zeus aveva annunciato di fronte a tutti gli Dèi che il bambino della stirpe di Perseo nato in quel momento avrebbe avuto il trono di Micene; allora la Dea Era, per gelosia, convinse Ilizia a ritardare il parto di Alcmena, e fece in modo che Euristeo, il figlio di Stenelo, nascesse subito, per quanto ancora settimino. Quando a Micene era re Elettrione, i figli di Pterelao, con l'aiuto di Tafo, vennero a reclamare il regno di Mestore, loro nonno da parte di madre; Elettrione rifiutò le loro ragioni, e i figli di Pterelao allora gli portarono via le mandrie di buoi: i figli di Elettrione corsero a difenderle, e nella sfida che ne seguì si uccisero tutti l'un l'altro. Dei figli di Elettrione sopravvisse solo Licimnio, perché era ancora un bambino; e dei figli di Pterelao si salvò solo Evere, che era rimasto a guardare le navi. I Tafii che riuscirono a scappare si imbarcarono portando con sé il bestiame rubato, e lo affidarono a Polisseno, re degli Elei; Anfitrione poi lo riscattò e lo riportò a Micene. Elettrione intanto meditava vendetta per l'assassinio dei figli; così, affidò ad Anfitrione la reggenza del trono e anche la figlia Alcmena (dopo avergli fatto giurare di conservarla vergine fino al suo ritorno), e si dispose a far guerra contro i Teleboi. Ma nel momento di ricevere indietro il bestiame rubato, improvvisamente una vacca lo caricò, e Anfitrione le scagliò contro il bastone che aveva in mano: il bastone batté contro le corna dell'animale, rimbalzò, colpì Elettrione alla testa e lo uccise. Forte di tale pretesto, Stenelo bandì Anfitrione dall'intero territorio di Argo, e assunse egli stesso il potere su Micene e Tirinto; poi fece chiamare Atreo e Tieste, i figli di Pelope, e affidò a loro il trono di Midea. Anfitrione, insieme ad Alcmena e a Licimnio, riparò a Tebe, dove fu purificato dal re Creonte; e diede in sposa a Licimnio sua sorella Perimede. Alcmena pose una condizione alle sue nozze con Anfitrione: egli avrebbe dovuto vendicare la morte dei suoi fratelli. Anfitrione lo giurò, e andò a combattere contro i Teleboi, chiedendo aiuto a Creonte. Il re acconsentì, a patto che prima Anfitrione liberasse la Cadmea dalla tremenda volpe che la devastva. Anfltrlone diede la sua parola; e tuttavia era fissato dal Destino che nessuno potesse prendere quella bestia, che razziava per tutta la regione, e alla quale ogni mese i Tebani stessi offrivano come preda un bambino, uno dei loro figli, perché non ne divorasse molti di più. Anfitrione allora andò ad Atene, per chiedere aiuto a Cefalo, figlio di Deioneo; e lo convinse, in cambio di una parte del bottino sottratto ai Teleboi, a lanciare contro la volpe il suo cane, quello che Procri aveva portato da Creta come dono di Minosse: era un cane fatato, e qualunque cosa inseguisse, la prendeva. Così, il cane si mise a inseguire la volpe, e Zeus li trasformò entrambi in pietre. Anfitrione dunque partì con i suoi alleati - Cefalo da Torico, in Attica; Panopeo dalla Focide; Eleo, figlio di Perseo, da Elo, in Argolide; Creonte da Tebe - e mise a ferro e fuoco le isole dei Tafii. Finche fu in vita Pterelao, Anfitrione non riuscì a prendere Tafo; ma la figlia di Pterelao, Cometo, si innamorò di lui, e per amor suo strappò il capello d'oro che il padre aveva in testa; in questo modo Pterelao morì, e Anfitrione s'impadronì di tutte le isole. Poi uccise Cometo e ritornò a Tebe con il bottino, dopo aver donato le isole a Eleo e Cefalo. Essi fondarono le città che portano il loro nome, e vi abitarono. Prima che Anfitrione rientrasse in Tebe, Zeus arrivò, di notte, e fece in modo che quella notte durasse per tre; poi assunse le sembianze di Anfitrione, si sdraiò nel letto con Alcmena, e le raccontò delle sue vittorie nella guerra contro i Teleboi. Quando poi Anfitrione arrivò e vide che la sposa non festeggiava il suo ritorno, gliene chiese il motivo: e Alcmena rispose che aveva già festeggiato il suo ritorno la sera prima, dormendo insieme a lui. Allora Anfitrione andò dall'indovino Tiresia, e questi gli rivelò che Zeus stesso si era unito a sua moglie. Alcmena partorì due bambini, da Zeus Eracle, maggiore di una notte, e da Anfitrione Ificle. Quando il bambino aveva otto mesi, Era inviò alla sua culla due serpenti spaventosi, perché voleva farlo morire. Alcmena gridò, chiamò Anfitrione in soccorso, ma Eracle si era già alzato, aveva già ucciso i serpenti, strangolati, uno per mano. Ferecide sostiene invece che Anfitrione, per sapere quale dei due bambini fosse figlio suo, gettò dei serpenti nel letto: Ificle scappò, Eracle invece li affrontò - e Anfitrione capi che suo figlio era Ificle. Anfitrione insegnò a Eracle l'arte di guidare il carro, Autolico gli insegnò il pugilato, Eurito gli insegnò a usare arco e frecce, Castore a usare la spada, Lino a suonare la cetra. Lino era fratello di Orfeo; giunto a Tebe, era diventato cittadino tebano, ma un giorno Eracle gli tirò addosso la cetra e lo uccise, preso dalla rabbia per una punizione a cui il maestro l'aveva sottoposto. Processato per assassinio, Eracle citò la legge di Radamanto, in base alla quale chi si fosse difeso con la forza da un aggressore era da considerarsi innocente: e così fu prosciolto dall'accusa. Ma Anfitrione, nel timore che Eracle potesse compiere altre azioni di questo tipo, lo mandò nei suoi pascoli, a guardare il bestiame. E qui il ragazzo crebbe di forza e statura, più di tutti gli altri. li suo aspetto rivelava chiaramente che era figlio di Zeus: era grande quattro cubiti, e negli occhi gli brillava il fulgore del fuoco. E non mancava mai il bersaglio, ne con l' arco né con la lancia. Giunto così, sempre a guardia delle mandrie, ai suoi diciott'anni, Eracle uccise il leone che viveva sul monte Citerone, e che dalla sua tana si spingeva fino ai pascoli, facendo strage del bestiame di Anfitrione e i Tespio, il re di Tespie. Eracle, presa la decisione di uccidere questo leone, andò da Tespio, e il re lo ospitò per cinquanta giorni. E ogni notte, prima che il giovane partisse per la caccia, lo faceva dormire insieme a una delle sue figlie (Tespio infatti aveva avuto cinquanta figlie dalla sposa Megamede, figlia di Arneo), perché voleva a tutti i costi che ciascuna di esse concepisse un figlio da Eracle. Il giovane pensava che la fanciulla con cui dormiva fosse sempre la stessa, e invece si unì a tutte le cinquanta sorelle. Così Eracle uccise il leone e indossò la sua pelle, e le fauci spalancate della belva gli facevano da elmo. Di ritorno dalla caccia al leone, Eracle incontrò gli araldi inviati da Ergino per raccogliere il tributo dei Tebani. Ecco l'origine di questa imposta che i Tebani dovevano pagare a Ergino. Un giorno, nel sacro recinto di Poseidone a Onchesto, l'auriga di Meneceo, di nome Periere, aveva lanciato una pietra contro Climeno, il re dei Minii, ferendolo gravemente; trasportato a Orcomeno ormai in fin di vita, prima di morire Climeno fece giurare al figlio Ergino di vendicare il suo assassinio. Allora Ergino fece guerra contro Tebe, uccise molti Tebani, e impose loro un trattato solenne, in base al quale essi avrebbero dovuto pagargli un tributo per vent'anni, consistente in cento capi di bestiame ogni anno. Eracle dunque incontrò gli inviati di Ergino, che venivano a Tebe per riscuotere l'imposta, li assalì e li mutilò, tagliandogli via le orecchie e il naso e le mani, che poi legò loro al collo con una corda, dicendo: «Ecco il tributo che porterete a Ergino e ai Minii!» Il re Ergino non tollerò questo oltraggio, e marciò contro Tebe. Eracle, con le armi ricevute dalla Dea Atena, prese il comando, uccise Ergino, volse in fuga i Minii, e impose loro di pagare ai Tebani un tributo doppio. Durante la battaglia, Anfitrione, che pur aveva combattuto coraggiosamente, venne ucciso. Ed Eracle, come premio del suo valore, ricevette in sposa la figlia maggiore di Creonte, Megara, dalla quale ebbe tre figli, Terimaco, Creontiade e Deicoo. La figlia minore di Creonte invece andò in sposa a Ificle, che già aveva avuto il figlio Iolao da Automedusa, figlia di Alcato. Alcmena, rimasta vedova di Anfitrione, sposò Radamanto, figlio di Zeus, che si era stabilito in esilio a Ocalea in Beozia. Dopo aver appreso da lui l'arte di tirare con l'arco, Eracle ricevette da Ermes la spada, da Apollo l'arco, da Efesto la corazza d'oro, da Atena la veste; la clava invece se la procurò da sé, a Nemea. Dopo la vittoria sui Minii, avvenne che Era, per rancore, lo fece diventare pazzo: tanto che arrivò a uccidere i figli avuti da Megara, più due figli di Ificle, gettandoli nel fuoco. Allora si condannò da sé all'esilio, venne purificato da Tespio, e poi si recò a Delfi, per chiedere al Dio dove poter andare. Fu in quell'occasione che la Pizia per la prima volta si rivolse a lui chiamandolo Eracle - perché prima il suo nome era Alcide; egli disse di stabilirsi a Tirinto, e di servire Euristeo per dodici anni, e di compiere le dieci imprese che gli sarebbero state imposte: quando le avesse terminate - gli disse - avrebbe ottenuto l'immortalità.
Saputo questo, Eracle andò a Tirinto, e compì quanto Euristeo gli ordinò. Come primo compito gli fu imposto di riportare la pelle del Leone Nemeo, una belva invulnerabile, nata da Tifeo. E dunque Eracle partì per affrontare il leone e giunse a Cleone, dove fu ospitato da un bracciante, Molorco. Questi stava per offrire in quel giorno una vittima in sacrificio, ma Eracle gli disse di aspettare trenta giorni: se fosse tornato sano e salvo dalla caccia, avrebbe sacrificato a Zeus Salvatore, e se invece fosse morto, Molorco avrebbe dovuto offrire il sacrificio a Eracle stesso, come eroe. Arrivato a Nemea, Eracle seguì le tracce del leone e cominciò a colpirlo con le sue frecce; ma capì subito che era invulnerabile: così si mise in spalla la clava, e gli andò dietro. Il leone si rifugiò in una grotta con due ingressi: Eracle ne chiuse uno ed entrò dall'altro, si avvicinò alla bestia, la prese al collo e la immobilizzò, e le strinse la gola fino a che morì soffocata - poi si mise il leone in spalla e tornò a Cleone. Qui incontrò Molorco che ormai, essendo l'ultimo giorno, stava per compiere il sacrificio in onore di Eracle morto: così, insieme a lui, sacrificò invece a Zeus Salvatore, e poi portò il leone a Micene. Euristeo, atterrito dalla forza dell'eroe, gli vietò per il futuro l'ingresso in città: i risultati delle sue imprese avrebbero dovuto essere esposti davanti alle porte. Si dice anche che Euristeo, per il terrore, si era nascosto in una giara di bronzo da lui fatta preparare sotto terra: e i suoi ordini per le altre fatiche di Eracle li diede da lì, per voce dell'araldo Copreo, figlio di Pelope l'Eleo. Questo Copreo aveva ucciso Ifito: giunto esule a Micene, era stato purificato da Euristeo, e si era stabilito in città. La seconda fatica fu di uccidere l'Idra di Lerna. Questo mostro viveva nella palude di Lerna, ma spesso si inoltrava nella pianura e devastava il bestiame e la campagna. Aveva un corpo enorme, con nove teste: otto di esse erano mortali, ma quella di mezzo era immortale. Eracle salì sul carro, guidato da Iolao, e arrivò a Lerna, fermò i cavalli, e trovò l'idra su un colle vicino alla sorgente Amimone, dove aveva la sua tana. Allora vi gettò dentro delle frecce infuocate, e costrinse l'idra a venir fuori: appena uscì, le saltò addosso e la bloccò. Ma quella subito gli si attorcigliò intorno a una gamba e lo avvinghiò. Eracle allora cominciò a stroncare le sue teste con la clava, ma non concludeva niente, perché a ogni testa mozzata due nuove ne spuntavano. E in aiuto dell'idra giunse anche un granchio di spaventosa grandezza, che morsicò il piede di Eracle. Dopo averlo ucciso, anche l'eroe allora chiamò in aiuto Iolao: e questi diede fuoco alla macchia lì vicino, e con i tizzoni ardenti impediva alle nuove teste di spuntare bruciando la carne alla base delle teste mozzate. In questo modo riuscì ad avere il sopravvento sulle nuove teste, e a mozzare finalmente anche quella immortale: poi la seppellì e ci mise sopra una pesante pietra, presso la strada che da Lerna porta a Eleunte. Il corpo dell'idra, invece, lo fece a pezzi, e intinse le sue frecce nel fiele della bestia. Ma Euristeo disse poi che non si poteva tener conto di questa fatica, perché aveva ucciso l'idra con l'aiuto di Iolao, e non da solo. Come terza fatica gli fu comandato di portare viva a Micene la cerva di Cerinea. In quel tempo la cerva era a Enoe: era una cerva dalle corna d'oro, sacra ad Artemide. Dato che non voleva ferirla né tanto meno ucciderla, Eracle la inseguì per un anno intero. Alla fine la cerva, affaticata dall'inseguimento, si rifugiò sul monte chiamato Artemisio, e lì, proprio mentre stava per attraversare il fiume Ladone, Eracle la colpì, se la caricò sulle spalle e velocemente s'inoltrò nell'Arcadia. Ma lo incontrò Artemide, insieme ad Apollo: gli strappò dalle spalle la cerva e lo accusò di aver voluto uccidere un animale a lei sacro. Eracle si scusò sostenendo che era necessario, e disse che il colpevole era Euristeo: così l'ira della Dea si raddolcì, e l'eroe poté portare la cerva ancora viva a Micene. Come quarta fatica gli fu comandato di riportare ancora vivo il cinghiale di Erimanto, una bestia che devastava Psofi, irrompendo dalla montagna chiamata Erimanto. Nell'attraversare Foloe, Eracle incontrò il centauro Folo, figlio di Sileno e di una Ninfa Melia. Folo offrì a Eracle carne arrostita, mentre lui la mangiava cruda. Quando poi Eracle chiese del vino, disse che non aveva il coraggio di aprire la giara, che apparteneva in comune a tutti i Centauri. Ma Eracle lo incoraggiò e aprì la giara. Poco dopo, avendo sentito il profumo del vino, arrivarono alla caverna di Folo anche gli altri Centauri, armati di pietre e di bastoni. I primi che osarono precipitarsi dentro furono Anchio e Agrio, ma Eracle li respinse scagliando contro di loro dei tizzoni ardenti; gli altri invece li bersagliò di frecce, e li inseguì fino a Malea. Qui essi si rifugiarono presso Chirone, che i Lapiti avevano cacciato dal monte Pelio e che ora abitava vicino a Malea. I Centauri si rannicchiarono dietro di lui, ed Eracle mirò contro di loro, ma una freccia trapassò il braccio di Elato e si conficcò nel ginocchio di Chirone. Addolorato, Eracle accorse da Chirone, gli estrasse la freccia e applicò sulla ferita la medicina datagli da Chirone stesso. Ma la ferita era incurabile, e Chirone si ritirò nella sua grotta: e qui desiderava la morte, ma morire non poteva, perché la sua natura era immortale. Allora Prometeo chiese a Zeus di poter diventare immortale al posto di Chirone, e così questi poté morire. I Centauri superstiti fuggirono in direzioni diverse: alcuni giunsero al monte Malea, Eurizione a Foloe, e Nesso al fiume Eveno. Altri invece furono accolti a Eleusi da Poseidone, che li nascose nella montagna. Folo intanto aveva estratto da un cadavere una delle frecce di Eracle, e si stupì che una cosa così piccola avesse potuto uccidere delle creature così grandi: ma la freccia gli sfuggì di mano, lo ferì a un piede e lo uccise all'istante. Tornato a Foloe, Eracle vide Folo ormai morto: lo seppellì, e poi riprese la caccia al cinghiale. Con le sue grida lo stanò dalla macchia, lo spinse, ormai sfinito, nella neve alta, lo legò e lo portò a Micene. Come quinta fatica gli fu ordinato di ripulire dal letame in un sol giorno tutte le stalle di Augia. Augia era il re di Elide - figlio diElios, secondo alcuni, o di Poseidone, secondo altri, oppure, secondo altri ancora, di Forbante; e possedeva moltissime mandrie di bestiame. Eracle andò da lui, e senza rivelargli il comando di Euristeo, gli disse che in un sol giorno avrebbe ripulito tutto il letame, se Augia gli avesse dato la decima parte del bestiame. E il re, ritenendo impossibile l'impresa, gli diede la sua parola. Eracle chiamò a testimone Fileo, il figlio di Augia; poi aprì una breccia nel recinto delle stalle, deviò il corso dei due fiumi vicini, l'Alfeo e il Peneo, e incanalò la loro acqua entro il recinto delle stalle, dopo aver aperto un'altra breccia perché potesse poi defluire. Allora rivelò ad Augia di aver compiuto questa impresa per ordine di Euristeo, e il re rifiutò di dargli il compenso pattuito, negando addirittura di averglielo mai promesso, e disse che era pronto anche ad andare in giudizio. Di fronte all'assemblea dei giudici, Eracle chiamò Fileo a testimoniare contro suo padre, e il giovane confermò che il compenso gli era dovuto. Augia, infuriato, prima ancora che la sentenza fosse emessa, ordinò a Eracle e a Fileo di andar via dall'Elide. Fileo allora andò a Dulichio evi si insediò, mentre Eracle si recò a Oleno, presso il re Dessameno. E lo trovò sul punto di dare forzatamente in sposa sua figlia Mnesimache al centauro Eurizione: allora il re chiamò Eracle in aiuto, e l'eroe uccise Eurizione mentre si recava dalla sposa. In seguito Euristeo rifiutò di tener conto anche di questa prova, sostenendo che l'aveva compiuta per denaro. Come sesta fatica gli fu ordinato di cacciare gli Uccelli Stinfalidi. Presso la città di Stinfalo, in Arcadia, c'era una palude, chiamata Stinfalia, circondata da una fitta foresta. In questo luogo si erano rifugiati infiniti uccelli, per il terrore dei lupi. Eracle si trovava nell'impossibilità di farli alzare dalla selva: e allora Atena gli diede delle nacchere di bronzo che aveva ricevuto da Efesto. L'eroe salì su un colle sovrastante la palude, e le fece battere: gli uccelli, spaventati, non sopportarono il terribile rombo, e si alzarono in volo. In questo modo Eracle poté finalmente colpirli con le sue frecce. Come settima fatica gli fu ordinato di catturare il Toro di Creta. Acusilao sostiene che si trattava del toro inviato da Zeus per traghettare Europa; altri invece dicono fosse quello che Poseidone mandò su dal mare quando Minosse promise di sacrificare al Dio ciò che dal mare appunto fosse apparso. Secondo la leggenda, però, quando Minosse vide la bellezza di quel toro, lo chiuse nelle sue stalle, e a Poseidone ne sacrificò un altro; e il Dio, infuriato, lo fece diventare selvaggio. Eracle, dunque, giunse a Creta per questo toro; chiese aiuto a Minosse, ma il re gli rispose che doveva affrontarlo e catturarlo da solo. Eracle lo catturò e lo portò a Euristeo, ma questi poi lo lasciò di nuovo libero. Il toro andò vagando verso Sparta, e poi in tutta l'Arcadia, attraversò l'istmo e giunse a Maratona, in Attica, dove portò grande rovina agli abitanti della regione. Come ottava fatica gli fu ordinato di portare a Micene le cavalle del re tracio Diomede. Questi era figlio di Ares e di Cirene, e governava sui Bistoni, un popolo della Tracia molto bellicoso, e aveva delle cavalle antropofaghe. Eracle prese il mare con una schiera di volontari, assalì i guardiani delle scuderie, e portò le cavalle sulla riva del mare. Ma i Bistoni corsero in armi per portare il loro aiuto; allora Eracle affidò le cavalle ad Abdero. Questi era figlio di Ermes, veniva da Opunte nella Locride, ed era l'amato di Eracle. Ma le cavalle lo fecero a pezzi e lo divorarono. Eracle intanto aveva battuto i Bistoni, ucciso Diomede, e costretto alla fuga i superstiti. Dopo aver fondato la città di Abdera presso il sepolcro di Abdero, l'eroe portò le cavalle a Euristeo. Ma questi poi le lasciò libere, e le cavalle andarono sul monte Olimpo, dove furono divorate dalle fiere. Come nona fatica gli fu comandato di portare la cintura di Ippolita. Ippolita era la regina delle Amazzoni, che abitavano presso il fiume Termodonte: una popolazione davvero forte in battaglia. Si esercitavano sempre in attività maschili, e se per caso una di esse aveva una relazione con un uomo e restava incinta, allevavano solo le figlie femmine; si tagliavano via la mammella destra, per non avere impedimenti nel maneggiare le armi, e la sinistra la lasciavano, per poter allattare. Ippolita aveva ricevuto la sua cintura da Ares, in segno della sua superiorità su tutte le altre. Eracle era stato inviato a prendere proprio questa cintura, per portarla ad Admete, la figlia di Euristeo, che la desiderava. Si mise per mare con una schiera di volontari, su una sola nave, e arrivò all'isola di Paro, dove abitavano i figli di Minosse: Eurimedonte, Crise, Nefalione e Filolao. Ma avvenne che due dei compagni di Eracle, sbarcati dalla nave, furono uccisi dai figli di Minosse; allora l'eroe, infuriato, li uccise all'istante, e strinse d'assedio gli altri abitanti dentro la città, finche questi gli mandarono un'ambasceria, con la proposta di scegliersi due uomini a suo piacimento, in cambio dei suoi due compagni uccisi. Eracle tolse l'assedio, e scelse Alceo e Stenelo, i figli di Androgeo - a sua volta figlio di Minosse. Poi partì, e arrivò in terra di Misia, dove fu ospite di Lico, figlio di Dascilo. In cambio della sua accoglienza, l'eroe aiutò Lico nella guerra contro il re dei Bebrici: molti morirono per mano di Eracle, e anche il re Migdone stesso, fratello di Amico. A Lico poi affidò un vasto territorio sottratto ai Bebrici: e l'intera regione venne chiamata Eraclia. Quando finalmente l'eroe approdò nel porto di Temiscira, Ippolita si recò a fargli visita: la regina s'informò dello scopo della sua missione, e gli promise la cintura. Ma intanto Era, travestita da amazzone, girava fra il popolo, dicendo che erano arrivati degli stranieri con l'intenzione di rapire la regina. Allora le Amazzoni si armarono e corsero a cavallo verso la nave. Eracle, quando le vide arrivare in assetto di battaglia, sospettò un tradimento: uccise Ippolita, le strappò la cintura, poi, dopo aver sbaragliato tutte le altre, salpò per Troia. In quei giorni la città era afflitta da un grave flagello, a causa dell'ira di Apollo e di Poseidone. I due Dèi, infatti, per mettere alla prova la tracotanza del re Laomedonte, avevano assunto le sembianze di uomini, e si erano accordati con lui per fortificare con le mura la cittadella di Pergamo, dietro compenso. Ma quando poi ebbero terminato il lavoro, Laomedonte si rifiutò di pagarli. Allora Apollo aveva mandato una pestilenza, e Poseidone un mostro marino, il quale, spinto fuori dalle onde con la marea, avanzava nella terraferma e faceva strage di uomini. Gli oracoli avevano rivelato che quella gran disgrazia avrebbe avuto fine se Laomedonte avesse esposto sua figlia Esione in pasto al mostro: così la fanciulla era stata incatenata a una roccia vicino al mare. Eracle vide la fanciulla esposta sullo scoglio, e promise che l'avrebbe salvata, se Laomedonte gli avesse ceduto le cavalle che Zeus aveva dato in cambio del rapimento di Ganimede. Laomedonte gli diede la sua parola, Eracle uccise il mostro e salvò la fanciulla. Ma il re, a quel punto, gli rifiutò il compenso pattuito: allora Eracle minacciò guerra a Troia, e poi ripartì. Giunto a Eno, venne ospitato dal re Polti. Mentre stava per riprendere il mare, sulla spiaggia di Eno colpì e uccise l'insolente Sarpedone, figlio di Poseidone e fratello di Polti. Sbarcò poi a Taso, sottomise i Traci che vi abitavano, e la diede da colonizzare ai figli di Androgeo. Da Taso arrivò a Torone: lì Poligono e Telegono, i due figli di Proteo - a sua volta figlio di Poseidone -, lo sfidarono a duello, ed Eracle li uccise entrambi. Giunto infine a Micene, consegnò la cintura a Euristeo. Come decima fatica gli fu imposto di catturare i buoi di Gerione nell'isola Erizia. Questa si trova vicina alla corrente d'Oceano, e il suo nome attuale è Gadira. L'isola era abitata da Gerione, figlio di Crisaore e di Calliroe, a sua volta figlia di Oceano. li suo corpo era come quello di tre uomini cresciuti insieme, unito in uno all'altezza della vita, ma poi separato in tre dai fianchi e dalle cosce in su. Aveva dei buoi fulvi, il cui mandriano era Eurizione: e il custode era Ortro, il cane a due teste nato da Echidna e Tifeo. Attraversando l'Europa per catturare i buoi di Gerione, Eracle uccise molte bestie feroci; passò dalla Libia e arrivò a Tartesso: qui, come segno del suo passaggio, eresse due colonne, una di fronte all'altra, a confine tra l'Europa e la Libia. Poiché, durante il suo tragitto,Elios lo bruciava, Eracle minacciò il Dio con il suo arco: edElios, pieno d'ammirazione per il coraggio di quell'uomo, gli diede la sua coppa d'oro per attraversare l'Oceano. Giunto a Erizia, Eracle salì sul monte Abante. Ma il cane, accortosi della sua presenza, si precipitò su di lui: Eracle allora lo colpì con la sua clava, e poi uccise anche il mandriano Eurizione, accorso in aiuto del cane. Menete, che pascolava lì vicino le mandrie di Ade, riferì a Gerione l'accaduto: e Gerione si scontrò con Eracle presso il fiume Antemo, mentre l'eroe già stava portando via il bestiame. Vennero a battaglia, ma Gerione fu colpito e morì. Eracle imbarcò il bestiame nella coppa diElios, e arrivò a Tartesso, dove la riconsegnò al Dio. Dopo esser passato dal territorio di Abdera, Eracle giunse in Liguria, dove Ialebione e Dercino, due figli di Poseidone, cercarono di rubargli il bestiame; ma l'eroe li uccise, poi scese lungo la costa tirrenica. A Reggio, un toro si staccò dalla mandria, corse a gettarsi in mare e nuotò fino in Sicilia; attraversò quella regione, e giunse infine nel regno di Erice, il sovrano degli Elimi, figlio di Poseidone, che unì il toro alle sue mandrie. Eracle affidò il bestiame a Efesto, si lanciò alla ricerca del toro, e lo trovò in mezzo alle mandrie di Erice. Il re disse che gliel'avrebbe restituito solo se Eracle fosse riuscito a vincerlo in un combattimento di pugilato: l'eroe vinse tre riprese, uccise Erice in combattimento, recuperò il toro e si rimise in viaggio con la mandria verso lo Ionio. Ma quando arrivarono alle insenature del mare, Era mandò un tafano a tormentare le vacche, e quelle si dispersero verso i monti della Tracia. Eracle le inseguì, riuscì a radunarne la maggior parte, e le guidò verso l'Ellesponto; quelle che non poté trovare, invece, tornarono allo stato selvaggio. Con la sua mandria così faticosamente riunita, Eracle si trovò di fronte il fiume Strimone, e ne fu contrariato: allora riempì di massi la sua corrente, e da navigabile che era la rese non più navigabile. Infine portò i buoi a Euristeo, e questi li sacrificò a Era. L'eroe compì queste imprese in otto anni e un mese; ma Euristeo, non avendo ritenute valide quelle dell'idra e delle stalle di Augia, impose a Eracle ancora una fatica, l'undicesima: l'eroe avrebbe dovuto portargli i pomi d'oro del giardino delle Esperidi. Questo si trovava non, come alcuni hanno detto, in Libia, bensì sul monte di Atlante, nel paese degli Iperborei, ed era il dono di nozze offerto da Gea a Zeus ed Era. Lo custodiva un drago immortale, figlio di Tifeo e di Echidna, che aveva cento teste e sapeva parlare con le voci più diverse e variegate. Anche le Ninfe Esperidi facevano la guardia: Egle, Eritia, Esperia e Aretusa. Lungo il cammino, Eracle arrivò al fiume Echedoro, dove Cicno, figlio di Ares e di Pirene, lo sfidò a duello: lo stesso Ares prese le parti di Cicno, e sovrintese alla sfida. Ma una folgore si abbatté in mezzo a loro, e il duello venne interrotto. Eracle proseguì la sua strada attraverso il paese degli Illiri, finché giunse al fiume Eridano, dove trovò le Ninfe, figlie di Zeus, e Temi. Esse gli indicarono il luogo dove Nereo giaceva addormentato: Eracle lo afferrò nel sonno e lo legò, anche se Nereo continuava a trasformarsi in mille aspetti diversi, e non lo lasciò andare finché questi non gli ebbe rivelato dove trovare i pomi delle Esperidi. Così l'eroe si incamminò verso la Libia. In quel tempo regnava sul paese Anteo, figlio di Poseidone, che aveva l'abitudine di costringere a una gara di lotta tutti gli stranieri per ucciderli. Così, obbligò a combattere anche Eracle: ma l'eroe lo abbrancò, lo sollevò in alto, gli spezzò le ossa e lo uccise. Ogni volta che toccava terra, infatti, Anteo diventava sempre più forte, perché - a quanto alcuni hanno detto - era figlio di Gea stessa. Attraversata la Libia, Eracle giunse in Egitto. Il re di questo paese era Busiride, figlio di Poseidone e Lisianassa, a sua volta figlia di Epafo. Busiride sacrificava tutti gli stranieri sull'altare di Zeus, in ossequio a una profezia. Da nove anni, infatti, l'Egitto era devastato dalla carestia, e Frasio, un sapiente indovino giunto da Cipro, aveva profetizzato che la carestia avrebbe avuto fine se ogni anno avessero sacrificato a Zeus uno straniero. Il primo a essere sgozzato da Busiride fu proprio l'indovino; e poi continuò con tutti gli stranieri che capitavano. Anche Eracle fu catturato e portato all'altare: ma l'eroe spezzò le corde che lo legavano, e uccise Busiride insieme a suo figlio Anfidamante. Poi attraversò l'Asia e giunse a Termidre, il porto di Lindo. Lì sciolse uno dei due tori dal carro di un mandriano, lo sacrificò, e se lo mangiò a banchetto. Il mandriano altro non poté fare che scapparsene sulla cima di un monte, e maledire Eracle da lontano. È in ricordo di quell'episodio che gli abitanti di Lindo compiono i sacrifici a Eracle pronunciando maledizioni. Poi l'eroe attraversò l'Arabia, dove uccise Ematione, figlio di Titone; e proseguì il suo cammino per la Libia, verso il mare esterno, dove prese aElios la sua coppa. Così passò dall'altra parte, e approdò sulla terra ferma antistante. Giunto alle montagne del Caucaso, uccise con le sue frecce l'aquila, figlia di Echidna e Tifeo, che divorava il fegato di Prometeo; poi Eracle lo liberò, dopo essersi fatto una corona d'ulivo, e presentò a Zeus il centauro Chirone, che voleva morire al posto di Prometeo. Prometeo aveva consigliato a Eracle di non cogliere le mele con le sue mani, ma di sollevare Atlante dal peso del cielo, e di inviare lui; giunto nel paese degli Iperborei, quindi, l'eroe convinse Atlante, e sostenne il cielo al suo posto. Atlante colse tre mele dal giardino delle Esperidi, e le portò a Eracle. Ma poi non volle più riprendersi il cielo sulle spalle. Eracle allora gli chiese il tempo di potersi avvolgere attorno alla testa la fascia per portare i pesi; Atlante poggiò a terra le mele, e accettò di sostenere il cielo ancora per un momento: ed Eracle prese le mele, e scappò via. C'è invece chi sostiene che non fu Atlante a portargli i pomi: l'eroe li avrebbe raccolti da sé, dopo aver ucciso il serpente guardiano. Poi li portò a Euristeo, che ne fece dono all'eroe stesso. Ed Eracle li diede ad Atena, ma la Dea li restituì alle Esperidi, perché non era lecito per la legge divina che i pomi stessero in qualche altro posto. Come dodicesima fatica gli fu imposto di portare via Cerbero dall'Ade. Cerbero aveva tre teste di cane, una coda di drago e lungo la schiena gli spuntavano teste di serpente di ogni tipo. Per prepararsi a questa impresa, Eracle andò a Eleusi, da Eumolpo, per essere iniziato ai misteri. Ma a quel tempo l'iniziazione non era concessa agli stranieri: per questo Eracle dovette farsi figlio adottivo di Pilio. E ancora non poteva assistere ai misteri, perché non si era purificato dopo l'uccisione dei Centauri: Eumolpo lo purificò, e finalmente Eracle fu iniziato. Giunto al capo Tenaro, in Laconia, là dove si apre il passaggio per scendere all'Ade, Eracle lo imboccò e scese. Quando le anime lo videro, scapparono tutte, tranne Meleagro e la Gorgone Medusa. Allora Eracle estrasse la spada, come se la Gorgone fosse stata viva, ma Ermes lo avvisò che si trattava solo di un vano fantasma. Giunto presso la porta dell'Ade, trovò Teseo e Piritoo, quello che aveva aspirato alla mano di Persefone: per questo adesso erano imprigionati. Appena videro Eracle, subito tesero le mani verso di lui, nella speranza che la sua forza potesse liberarli. L'eroe riuscì a prendere Teseo per la mano e a farlo alzare in piedi; ma mentre tentava di rialzare anche Piritoo la terra tremò, e perse la presa. Poi fece rotolare via la pietra che schiacciava Ascalafo. E per offrire un sacrificio di sangue alle anime, sgozzò una bestia delle mandrie di Ade. Ma il loro guardiano, Menete, figlio di Ceutonimo, lo sfidò alla lotta. Eracle subito lo bloccò alla vita e gli spezzò le costole: Persefone allora intercedette per lui, e l'eroe lo lasciò libero. Chiese poi di Cerbero ad Ade, e il Dio gli concesse di portarlo via se l'avesse vinto senza le armi. Eracle lo trovò vicino alla porta dell'Acheronte: protetto dalla corazza e coperto dalla pelle di leone, gli strinse le mani intorno al collo, e non mollò finche la bestia, soffocata, cadde a terra. Eracle allora lo prese, e risalì vicino a Trezene. Demetra poi trasformò Ascalafo in allocco; Eracle fece vedere Cerbero a Euristeo, e lo riportò di nuovo nell'Ade.
Compiute le sue fatiche, Eracle giunse a Tebe, e diede in sposa Megara a Iolao, perché voleva risposarsi. E venne a sapere che Eurito, signore di Ecalia, aveva messo in palio la mano di sua figlia Iole come premio per chi avesse sconfitto lui stesso e i suoi figli in una gara di tiro con l'arco. Eracle si recò dunque a Ecalia, vinse la gara, ma Eurito rifiutò di dargli la fanciulla. Ifito, il suo figlio maggiore, era il solo a sostenere che Iole doveva andare sposa a Eracle; Eurito e gli altri figli, invece, dicevano di no, motivando il rifiuto con il timore che Eracle, se avesse avuto dei figli da Iole, avrebbe potuto uccidere anche questi, com'era già avvenuto. Non molto tempo dopo, Autolico rubò del bestiame dai pascoli dell'Eubea, ed Eurito diede la colpa a Eracle: ma Ifito non ci credette, andò da Eracle, e lo incontrò che era appena ritornato da Fere, dove aveva salvato Alcesti dalla morte, restituendola ad Admeto. Allora gli chiese di cercare il bestiame insieme a lui. Eracle promise, e offrì ospitalità al giovane: ma poi, preso da un nuovo attacco di follia, lo buttò giù dalle mura di Tirinto. Per purificarsi da tale assassinio, Eracle andò da Neleo, signore di Pilo. Ma Neleo gli rifiutò la purificazione, perché Eurito era suo amico; allora Eracle andò ad Amicle, dove venne purificato da Deifobo, figlio di Ippolito. Ma ancora, a causa dell'assassinio di Ifito, Eracle era tormentato da una grave malattia; decise così di recarsi a Delfi, per chiedere come potersi liberare da questo male. Ma la Pizia rifiutò di rispondergli: Eracle allora si mise a saccheggiare il tempio, e portò via anche il tripode, con l'intenzione di istituire un proprio oracolo. Apollo lottò contro di lui, finché Zeus scagliò un fulmine in mezzo a loro, e li separò. Eracle ricevette il suo responso: sarebbe guarito dalla malattia solo se si fosse sottomesso a tre anni di schiavitù, dando il suo prezzo di vendita a Eurito come risarcimento dell'assassinio del figlio. In ossequio al responso, Ermes mise in vendita Eracle, e lo comprò Onfale, figlia di Iardane, regina di Lidia, che aveva ricevuto il trono alla morte del suo sposo Tmolo. Eurito non accettò il risarcimento che gli venne portato. Ma Eracle rimase comunque schiavo di Onfale, e durante la sua servitù catturò i Cercopi di Efeso e uccise Sileo di Aulide: questo Sileo costringeva tutti gli stranieri di passaggio a zappare nella sua vigna, ma Eracle gli bruciò tutte le viti fin dalla radice, e poi lo uccise, insieme alla figlia Senodoce. Sbarcato poi nell'isola Doliche, vide il corpo di Icaro - che le onde avevano depositato sulla spiaggia - e lo seppellì, e chiamò Icaria l'isola che prima si chiamava Doliche. In cambio del suo gesto, Dedalo lo ritrasse in una statua, a Pisa: quando Eracle vide questa statua era notte, s'ingannò, la prese per un uomo vivo, e la colpì con una pietra. È nel periodo della sua servitù presso Onfale che viene collocato, in genere, il suo viaggio in Colchide, e anche la caccia al Cinghiale Calidonio; è lo stesso periodo in cui Teseo, di ritorno da Trezene, ripulì l'Istmo. Terminati gli anni di servitù, e guarito ormai dal suo male, Eracle raccolse un esercito di nobili volontari e partì per far guerra a Troia, con diciotto navi a cinquanta ordini di remi. Sbarcato a Troia, lasciò Oicleo a guardia delle navi, e insieme agli altri valorosi guerrieri partì per attaccare la città. Laomedonte, frattanto, corse alle navi insieme alla sua gente e uccise Oicleo, ma poi fu respinto dalle truppe di Eracle e stretto d'assedio dentro la città. Telamone fece una breccia nelle mura e penetrò per primo nella città, ed Eracle dopo di lui. Come vide che Telamone era entrato per primo, Eracle brandì la spada e lo inseguì per ucciderlo, perché non sopportava che qualcuno fosse considerato migliore di lui. Ma Telamone lo prevenne, si chinò a raccogliere delle pietre, e a Eracle che gli domandava cosa stesse facendo rispose: «Voglio costruire un altare a Erade Vincitore!» Eracle ne fu molto contento, e quando ebbe preso la città e ucciso Laomedonte e i suoi figli maschi, tranne Podarce, a Telamone diede in premio Esione, la figlia di Laomedonte; e a Esione permise di portare con se uno dei prigionieri, a sua scelta. Esione scelse il fratello Podarce, ma Eracle disse che prima doveva diventare uno schiavo, e la sorella poi avrebbe potuto pagare il suo riscatto. Così, Esione pagò il riscatto con il velo che le copriva il capo, e da quel momento Podarce fu chiamato Priamo.
Eracle lasciò Troia e riprese il mare, ma Era mandò su di lui una tremenda tempesta: Zeus di questo s'infuriò, e la appese fuori dall'Olimpo. Eracle si diresse verso Coo, ma gli abitanti dell'isola pensarono si trattasse di una nave pirata, e ne impedirono l'approdo bersagliandola di pietre. Eracle riuscì comunque a imporsi con la forza, e di notte prese la città, uccidendone il re Euripilo, figlio di Poseidone e Astipalea. Durante la battaglia fu ferito da Calcodonte: ma Zeus lo portò via in salvo, e così non gli successe niente. Dopo aver devastato Coo, Eracle, con l'aiuto di Atena, arrivò a Flegra, dove combatté insieme agli Dèi contro i Giganti. Non molto tempo dopo, Eracle radunò un esercito di Arcadi, vi unì alcuni volontari dalle più nobili famiglie di tutta l'Ellade, e fece guerra ad Augia. Il re, avuta notizia dell'imminente attacco di Eracle, nominò generali dell'armata elea i gemelli Eurita e Cteato - i più forti della loro generazione - che erano figli di Molione e Attore, il fratello di Augia (ma in realtà, si dice, erano figli di Poseidone). Durante la spedizione, Eracle cadde ammalato: e per questo preferì concludere una tregua con i Molionidi. Ma quando questi vennero a sapere che era ammalato, subito assalirono il suo esercito e uccisero molti soldati. Per quella volta Eracle si ritirò; ma quando poi venne il tempo della terza Festa Istmica, e gli Elei inviarono i Molionidi per partecipare ai sacrifici, Eracle tese loro un'imboscata presso Cleone e li uccise. Poi fece guerra contro la città di Elide, e la occupò. Dopo aver ucciso Augia e i suoi figli, richiamò Fileo dall'esilio e gli affidò il trono. Istituì anche i Giochi Olimpici, innalzò un altare a Pelope e altri sei ai dodici Dèi. Dopo aver preso Elide, Eracle fece una spedizione contro Pilo. Occupata la città, uccise Periclimeno, il più forte fra i figli di Neleo, che pure aveva combattuto usando la sua facoltà di trasformarsi in varie forme. Uccise anche Neleo e tutti gli altri suoi figli, tranne Nestore, che era ancora un ragazzo e veniva allevato nella terra dei Gereni. Durante la battaglia, Eracle ferì lo stesso Ade, che era intervenuto a favore di Pilo. Dopo aver preso anche questa città, fece una spedizione contro Lacedemone, per punire i figli di Ippocoonte: Eracle era furioso contro di loro, non solo perché avevano combattuto come alleati di Neleo, ma soprattutto perché avevano ucciso il figlio di Licimnio. Un giorno, infatti, mentre il giovane stava guardando il palazzo di Ippocoonte, venne assalito da un cane molosso, e riuscì a difendersi colpendolo con una pietra: ma i figli di Ippocoonte si precipitarono fuori dal palazzo e presero il giovane a bastonate, fino a che lo uccisero. Proprio per vendicare il suo assassinio, Eracle raccolse un esercito e marciò contro Lacedemone. Giunto in Arcadia, chiese a Cefeo di unirsi all'armata, insieme ai suoi venti figli. Ma Cefeo temeva un'incursione degli Argivi, se avesse lasciato Tegea, e rifiutò quindi di unirsi alla spedizione. Eracle allora affidò a Sterope, la figlia di Cefeo, una ciocca dei capelli della Gorgone, custodita in un'urna di bronzo, che aveva ricevuto da Atena: se un'armata avesse attaccato la città, le disse, doveva esporre la ciocca sulle mura per tre volte, senza mai guardare avanti, e il nemico si sarebbe dato alla fuga. Allora Cefeo si unì a Eracle, insieme ai suoi figli. Durante la battaglia, purtroppo, sia lui che i suoi figli morirono tutti; e morì anche Ificle, il fratello di Eracle. L'eroe uccise Ippocoonte e i suoi figli, s'impadronì della città, richiamò Tindareo dall'esilio e gli affidò il trono. Giunto poi a Tegea, Eracle sedusse Auge, senza sapere che si trattava della figlia di Neo. La fanciulla partorì di nascosto un bambino, nel recinto sacro di Atena. Ma Neo, dato che in quel periodo la regione era oppressa da una pestilenza, era entrato nel sacro recinto: si accorse delle grida della figlia in travaglio, e trovò il bambino. Allora lo espose sul monte Partenio. Ma la provvidenza divina salvò il bambino: infatti una cerva che aveva appena partorito lo allattò, e poi fu trovato da alcuni pastori, che lo chiamarono Telefo. Aleo consegnò Auge a Nauplio, il figlio di Poseidone, perché la vendesse in una contrada straniera; e Nauplio la diede a Teutrante, signore di Teutrania, che la sposò. Eracle giunse poi a Calidone, dove chiese la mano di Deianira, figlia di Eneo. Per averla, dovette combattere contro Acheloo, che aveva assunto forma dl toro, e gli staccò uno dei due corni. Dopo aver sposato Deianira, Eracle restituì a Acheloo il suo corno, ed ebbe in cambio quello di Amaltea. Amaltea era figlia di Emonio, e possedeva un corno di toro che, secondo Ferecide, aveva la facoltà di produrre in abbondanza qualunque cibo o bevanda si desiderasse. Eracle combatte insieme ai Calidoni contro i Tesproti, e s'impadronì della città di Efira, dove regnava Fila: e dalla figlia di questo, Astioche, Eracle ebbe il figlio Tlepolemo. Mentre soggiornava a Efira, mandò a dire a Tespio di tener pure con se sette figli, ma di mandarne tre a Tebe e gli altri quaranta nell'isola di Sardegna, per colonizzarla. Più tardi, un giorno che Eracle partecipava a una festa insieme a Eneo, colpì con un pugno Eunomo, figlio di Architelo e parente di Eneo, e lo uccise, mentre gli versava l'acqua sulle mani. Il padre del ragazzo, dato che l'incidente era stato involontario, lo perdonò, ma Eracle volle sottoporsi all'esilio, come stabiliva la legge, e decise di andare da Ceice, a Trachine. Portava con sé Deianira, e quando arrivarono al fiume Eveno trovarono il centauro Nesso, che stava sulla riva e traghettava i passanti dietro compenso: erano stati gli Dèi, diceva, a dargli questo compito, proprio per la sua onestà. Eracle attraversò il fiume da solo, e per Deianira invece pagò Nesso perché la traghettasse sulla sua groppa. Ma mentre la trasportava, il centauro tentò di violentarla. La donna gridò, Eracle la sentì, e colpì Nesso al cuore con una freccia. Ormai morente, Nesso chiamò Deianira e le disse che, se voleva un filtro d'amore per Eracle, doveva mescolare il seme che aveva sparso per terra con il sangue sprizzato dalla ferita della freccia. Deianira preparò il filtro, e lo conservò. Nell'attraversare la regione dei Driopi, Eracle, che aveva ormai terminato la provvista di viveri, incontrò Teiodamante che guidava l'aratro: allora sacrificò uno dei suoi tori e se lo mangiò. Arrivò poi a Trachine come ospite di Ceice, e sconfisse i Driopi. Lasciata la città, divenne alleato di Egimio, re dei Dori. I Lapiti, comandati da Corono, facevano guerra a Egimio per i confini del territorio: e il re, ormai assediato, chiamò in soccorso Eracle, offrendogli una parte dei suoi possedimenti. L'eroe lo aiutò, uccise Corono e tanti altri, e riaffidò a Egimio l'intero territorio. Uccise anche Laogora, re dei Driopi, con tutti i suoi figli, mentre stava banchettando nel recinto sacro di Apollo - era un uomo tracotante, e alleato dei Lapiti. Passando da Itono, Eracle venne poi sfidato a duello da Cicno, il figlio di Ares e Pelopia: l'eroe si scontrò con lui e lo uccise. Quando poi arrivò a Ormenio, il re Amintore gli vietò con le armi di attraversare il territorio: ma mentre cercava di impedirgli il passaggio, Eracle uccise anche lui. Ritornato a Trachine, radunò un esercito per marciare contro Ecalia, con l'intenzione di punire Eurito. Aveva come alleati gli Arcadi, i Melii di Trachine e i Locresi Epicnemidi. Eracle riuscì a uccidere Eurito e i suoi figli, e si impadronì della città. Dopo aver seppellito alcuni dei suoi compagni di battaglia - Ippaso, figlio di Ceice, Argio e Melante, figli di Licimnio - saccheggiò la città e portò via lole prigioniera. Approdato al promontorio Ceneo, in Eubea, Eracle innalzò un altare a Zeus Ceneo, e decise di fare una festa sacrificale. Allora mandò a Trachine il messaggero Lica, perché gli portasse le vesti da cerimonia. Proprio da Lica Deianira venne a sapere tutto dell'amore di Eracle per Iole, ed ebbe paura che lo sposo potesse amare quell'altra più di lei; allora, credendo che il sangue sgorgato da Nesso fosse davvero un filtro d'amore, vi intinse il chitone di Eracle. L'eroe dunque lo indossò, e celebrò il sacrificio. Ma il calore fece sciogliere il veleno dell'idra di cui la tunica era intrisa, e già corrodeva la pelle di Eracle; l'eroe allora abbrancò Lica per i piedi e lo catapultò fuori della regione. Cercò di strapparsi la tunica di dosso, ma ormai si era fusa con il suo corpo, e poté soltanto lacerarsi le carni. In queste condizioni disastrose, fu portato per mare a Trachine. Deianira, appena conobbe l'accaduto, s'impiccò. Eracle fece promettere a Ino, il figlio più grande avuto da Deianira, che appena raggiunta la maggiore età avrebbe sposato Iole; poi salì sull'Eta (il monte di Trachine), costruì una pira, vi montò, e comandò di darle fuoco. Nessuno però voleva farlo: e allora lo fece Peante, che passava di lì in cerca del suo gregge. Peante accese la pira, ed Eracle gli donò il suo arco. Quando la pira fu tutta bruciata, dicono che una nube sollevò Eracle, e fra tuoni e fulmini lo portò in cielo. Lassù l'eroe ottenne l'immortalità e si riconciliò con Era, che gli diede in sposa sua figlia Ebe. E da Ebe gli nacquero due figli, Alessiare e Aniceto. Ecco tutti i figli che Eracle ebbe dalle figlie di Tespio. Da Procri, la maggiore, nacquero i gemelli Antileone e Ippeo; da Panope nacque Tresippa; da Lise nacque Eumede; da ...... nacque Creonte; da Epilaide nacque Astianatte; da Certe nacque Iobe; da Euribia nacque Polilao; da Patro nacque Archemaco; da Meline nacque Laomedonte; da Clitippe nacque Euricapi; da Eubote nacque Euripilo; da Aglaia nacque Antiade; da Criseide nacque Onesippo; da Oria nacque Laomene; da Lisidice nacque Telete; da Menippide nacque Entelide; da Antippe nacque Ippodromo; da Euri...... nacque Teleutagora; da Ippote nacque Capilo; da Eubea nacque Olimpo; da Nike nacque Nicodromo; da Argele nacque Cleolao; da Essole nacque Eritra; da Xantide nacque Omolippo; da Stratonice nacque Atromo; da Ifide nacque Celeustanore; da Laotoe nacque Antifo; da Antiope nacque Nopio; da Calametide nacque Astibie; da Fileide nacque Tigasi; da Ascreide nacque Leucone; da Antea nacque ......; da Euripile nacque Archedico; da Erato nacque Dinaste; da Asopide nacque Mentore; da Eone nacque Amestrio; da Tifise nacque Linceo; da Olimpusa nacque Nocrate; da Eliconide nacque Falia; da Esichia nacque Estroble; da Tersicrate nacque Euriope; da Elachia nacque Buleo; da Nicippe nacque Antimaco; da Pirippe nacque Patroclo; da Prassitea nacque Nefo; da Lisippe nacque Erasippo; da Tossicrate nacque Licurgo; da Marse nacque Bucolo; da Euritele nacque Leucippo; da Ippocrate nacque Ippozigo. Questi sono i figli che Eracle ebbe dalle figlie di Tespio. Ecco ora quelli nati dalle sue altre donne. Da Deianira, figlia di Eneo, ebbe invece Ilo, Ctesippo, Gleno e Onite; da Megara, figlia di Creonte, ebbe Terimaco, Deicoo e Creontiade; da Onfale ebbe il figlio Agelao, da cui discende la famiglia di Creso. Da Calciope, figlia di Euripilo, gli nacque Tettalo; da Epicaste, figlia di Augia, gli nacque Testalo; da Partenope, figlia di Stinfalo, gli nacque Evere; da Auge, figlia di Neo, gli nacque Telefo; da Astioche, figlia di Filante, gli nacque Tlepolemo; da Astidamia, figlia di Amintore, gli nacque Ctesippo; da Autonoe, figlia di Pireo, gli nacque Palemone.
Quando Eracle era ormai assunto fra gli Dèi, i suoi figli, per sfuggire a Euristeo, si rifugiarono presso Ceice. Ma quando Euristeo chiese la loro estradizione e minacciò guerra, ebbero paura, lasciarono Trachine e fuggirono, attraversando tutta l'Ellade. Sempre inseguiti, arrivarono ad Atene, e lì si fermarono presso l'altare dei supplici, chiedendo protezione. Gli Ateniesi non li consegnarono a Euristeo, e fecero guerra contro di lui, durante la quale i suoi figli - Alessandro, Ifimedonte, Euribio, Mentore e Perimedo - restarono uccisi. Euristeo fuggì sul carro, Ilo lo inseguì, lo raggiunse presso le rocce Scironie e lo uccise. Poi gli mozzò la testa e la portò a Alcmena: e lei gli cavò gli occhi con uno spillone. Morto Euristeo, gli Eraclidi tornarono in Peloponneso, e si impadronirono di tutte le città. Ma quando fu passato un anno dal loro ritorno, in tutto il Peloponneso scoppiò una terribile pestilenza. E un oracolo rivelò che la colpa era degli Eraclidi, perché erano tornati prima del tempo debito. Allora essi lasciarono il Peloponneso e si ritirarono a Maratona, dove si stabilirono. Prima della loro partenza dal Peloponneso, Tlepolemo aveva ucciso involontariamente Licimnio: stava infatti picchiando il suo servo, quando Licimnio cadde nel mezzo e si prese per sbaglio un colpo di bastone. Allora Tlepolemo andò in esilio e arrivò a Rodi, dove si stabilì. Illo, come gli aveva chiesto suo padre in punto di morte, sposò Iole, e cercò la maniera per far rientrare gli Eraclidi nel Peloponneso. Così, si recò a Delfi, e chiese al Dio come avrebbero potuto tornare: e il Dio rispose che dovevano aspettare il terzo raccolto. Illo pensò che «il terzo raccolto» alludesse a un periodo di tre anni; dunque aspettò tre anni, e poi tornò, con l'esercito ...... di Eracle nel Peloponneso, dove a quel tempo regnava Tisameno, figlio di Oreste. Vennero di nuovo a battaglia, i Peloponnesiaci vinsero, e Aristomaco morì. Quando i figli di Cleodeo giunsero alla maggiore età, di nuovo chiesero al Dio un oracolo sul loro ritorno. Ma il Dio ripeté lo stesso responso di prima, e Temeno se ne lamentò, dicendo che proprio per seguire tale responso aveva- no avuto tante disgrazie. Allora il Dio ribatté che loro stessi erano colpevoli della cattiva sorte, perché non avevano capito il responso: questo si riferiva al terzo raccolto non della terra, ma della generazione, e «stretto» significava l'ampio mare che si apre alla destra dell'Istmo. Saputo questo, Temeno preparò il suo esercito, e costruì delle navi in quella località della Locride che da allora si chiamò Naupatto. Mentre l'esercito stazionava a Naupatto, Aristodemo venne ucciso da un fulmine, e lasciò due figli gemelli, Euristene e Procle, avuti da Argia figlia di Autesione. Ma un'altra calamità si scagliò sull'esercito di Naupatto. Un giorno era apparso un vate, che cantava oracoli in preda alla follia profetica: e lo scambiarono per un mago inviato dai Peloponnesiaci a portare disgrazia all'esercito. Allora Ippote, figlio di Fila (figlio a sua volta di Antioco, nato da Eracle), lo colpì con la lancia e lo uccise. Per questo sacrilegio, la flotta navale andò distrutta, e l'esercito di terra fu prostrato dalla carestia e si sciolse. Temeno allora chiese all'oracolo del Dio come fronteggiare quella disgrazia, e il Dio rivelò che di tutto era causa l'assassinio del vate: quindi avrebbero dovuto bandire per dieci anni l'omicida, e prendere come capitano uno con tre occhi. Essi bandirono Ippote, e si misero a cercare un uomo con tre occhi: e lo identificarono in Ossilo, figlio di Andremone, che montava un cavallo e aveva un occhio solo (perché l'altro gli era stato portato via da un colpo di freccia). Ossilo aveva scontato l'esilio in Elide per un omicidio, e ora, passato un anno, tornava in Etolia. Secondo l'ordine dell'oracolo, affidarono a lui il comando. E si scontrarono con i nemici, li vinsero per terra e per mare, e uccisero Tisameno, il figlio di Oreste. Morirono anche Panfuo e Dimante, i figli di Egimio, loro alleati. Dopo essersi impadroniti del Peloponneso, innalzarono tre altari a Zeus Patrio, vi compirono dei sacrifici, e poi si divisero le varie città. La prima a dover essere assegnata era Argo, la seconda Lacedemone, e la terza Messene. Fecero portare un'urna piena d'acqua, e decisero che ognuno doveva gettarvi dentro il suo sassolino di riconoscimento, per estrarre a sorte. Temeno e i due figli di Aristodemo - Procle e Euristene - vi gettarono dei sassi, ma Cresfonte, che voleva ottenere Messene, vi gettò una palla di terra. Questa nell'acqua si dissolse, e i due sassolini rimasero nascosti. il primo a essere estratto fu quello di Temeno, poi quello dei figli di Aristodemo: così Cresfonte pote avere Messene. E sugli altari del sacrificio trovarono questi segni: quelli che avevano avuto Argo un rospo, quelli che avevano avuto Lacedemone un serpente, e quelli che avevano avuto Messene una volpe. E di questi segni gli indovini dissero che chi aveva trovato il rospo era meglio che restasse in città (perché questo animale non ha la forza di camminare molto); chi aveva trovato il serpente, invece, sarebbe stato terribile nelle sue incursioni; e chi aveva trovato la volpe, infine, sarebbe stato un grande ingannatore. Temeno, trascurando i diritti dei suoi figli, Agelao, Euripilo e Callia, favorì la figlia Irneto e suo marito Deifonte; allora essi pagarono un sicario perché uccidesse loro padre. L'assassinio fu compiuto, ma l'esercito stabilì che il regno andasse a Irneto e Deifonte. Anche Cresfonte regnava da poco tempo su Messene, quando venne ucciso dai suoi due figli. Polifonte, l'ultimo rimasto degli Eraclidi, salì sul trono, e volle sposare la vedova del sovrano assassinato, Merope, contro il suo desiderio: e fu ucciso anche lui. Merope, infatti, aveva un terzo figlio, di nome Epito, che veniva allevato presso il padre di lei. Quando fu cresciuto, rientrò di nascosto in città, uccise Polifonte e riconquistò il trono paterno.