Biblioteca:Apollodoro, Biblioteca, Libro I, Capo 10



				

				

Esone, figlio di Creteo, sposò Polimede, figlia di Autolico, e generò Giasone. Giasone abitò a Iolco, dove Pelia era succeduto al trono di Creteo. Quando Pelia aveva consultato l'oracolo in relazione al suo regno, il Dio gli aveva profetizzato di guardarsi da un uomo con un sandalo solo. Al momento Pelia non capì, ma poi tutto risultò chiaro. Un giorno, sulla riva del mare, si tenne un grande sacrificio in onore di Poseidone; molti erano i partecipanti, e fra loro c'era anche Giasone. il giovane amava l'agricoltura, viveva in campagna, e si era diretto in città apposta per il sacrificio; nell'attraversare il fiume Anauro, aveva perso un sandalo nella corrente, e adesso era rimasto con un solo piede calzato. Appena lo vide, Pelia ricordò il responso del Dio, si avvicinò a Giasone e gli chiese: «Se tu avessi il potere, e ti venisse rivelato da un oracolo che uno dei cittadini ti ucciderà, tu cosa faresti?» E allora, forse a casaccio, o forse ispirato da Era (irata contro Pelia per la sua mancanza di venerazione nei suoi confronti, e che già meditava vendetta per mano di Medea), Giasone così rispose: «Lo manderei alla ricerca del Vello d'Oro!» A queste parole, subito Pelia gli ordinò di andare a cercarlo. Il Vello d'Oro si trovava nella Colchide, appeso a una quercia nel bosco sacro di Ares, e il custode era un drago che non dormiva mai.
Per questa missione, Giasone chiamò ad aiutarlo Argo, figlio di Frisso; e questi, su ispirazione di Atena, fece una nave a cinquanta ordini di remi, che dal nome del suo costruttore venne chiamata Argo. Atena stessa adattò alla prua una figura di legno parlante, fatta con una delle querce sacre di Dodona. Quando la nave fu pronta, Giasone consultò l'oracolo, e il Dio gli ordinò di imbarcarsi insieme agli uomini più valorosi di tutta l'Ellade. Ecco il nome di tutti quelli che si riunirono per partecipare alla spedizione: Tifi, figlio di Agnio, che tenne il timone della nave; Orfeo, figlio di Eagro; Zete e Calai, figli di Borea; Castore e Polideuce, figli di Zeus; Telamone e Peleo, figli di Eaco; Eracle, figlio di Zeus; Teseo, figlio di Egeo; Ida e Linceo, figli di Afareo; Anfiarao, figlio di Oicle; Ceneo, figlio di Corono; Palemone, figlio di Efesto o di Etolo; Cefeo, figlio di Aleo; Laerte, figlio di Arcisio; Autolico, figlio di Ermes; Atalanta, figlia di Scheneo; Menezio, figlio di Attore; Attore, figlio di Ippaso; Admeto, figlio di Ferete; Acasto, figlio di Pelia; Eurito, figlio di Ermes; Meleagro, figlio di Eneo; Anceo, figlio di Licurgo; Eufemo, figlio di Poseidone; Peante, figlio di Taumaco; Bute, figlio di Teleone; Fano e Stafilo, figli di Dioniso; Ergino, figlio di Poseidone; Periclimeno, figlio di Neleo; Augia, figlio diElios; Ificlo, figlio di Testio; Argo, figlio di Frisso; Eurialo, figlio di Mecisteo; Penelo, figlio di Ippalmo; Leito, figlio di Alettore; Ifito, figlio di Naubolo; Ascalafo e Ialmeno, figli di Ares; Asterio, figlio di Comete; Polifemo, figlio di Elato.
Giasone prese il comando della nave, si misero in viaggio, e sbarcarono come prima tappa a Lemno. In quei giorni, Lemno era deserta di uomini, e sul trono sedeva Ipsipile, figlia di Toante. Ed ecco il perché. Le donne di Lemno non onoravano Afrodite come si deve; allora la Dea aveva gettato loro addosso un odore tanto cattivo, che i loro mariti si erano presi come compagne di letto delle schiave, catturate nelle regioni costiere della Tracia. Per questa grande offesa, le donne di Lemno avevano ucciso i loro padri e i loro mariti; solo Ipsipile aveva risparmiato in segreto suo padre Toante. Quando sbarcarono nell'isola rimasta in potere delle donne, gli Argonauti fecero l'amore con loro; Ipsipile andò a letto con Giasone, e partorì due figli, Euneo e Nebrofono.
Dopo aver lasciato Lemno, i compagni si diressero verso il paese dei Dolioni, dove regnava Cizico, che li accolse cordialmente. Durante la notte la nave riprese il mare, ma fu investita dal vento contrario, e senza rendersene conto gli Argonauti si ritrovarono di nuovo sulla costa dei Dolioni. E questi, credendo si trattasse di un gruppo di Pelasgi (con i quali erano sempre in guerra), li attaccarono, e ci fu battaglia nel buio della notte, senza che le due parti si riconoscessero. Gli Argonauti uccisero molti uomini, fra i quali lo stesso re Cizico; quando fu giorno e si accorsero di quanto era successo, tutti piansero e si tagliarono i capelli e seppellirono il re Cizico con grandi onori. Dopo i funerali ripartirono, e fecero tappa nella Misia. Qui Eracle e Polifemo lasciarono il gruppo. Accadde che Ila, figlio di Teiodamante, il ragazzo amato da Eracle, nell'andare a prendere acqua a una fonte fu rapito dalle Ninfe, per la sua grande bellezza. Polifemo udì il ragazzo che gridava aiuto, brandì la spada e corse a cercarlo, pensando che fosse stato preso dai briganti; incontrò Eracle, gli riferì ciò che aveva sentito, e insieme si misero alla ricerca di Ila. Ma intanto la nave era ripartita.
Così Polifemo restò in Misia, fondò la città di Ghio e ne divenne il re; Eracle invece tornò ad Argo. Erodoro sostiene che Eracle non si imbarcò mai sulla nave Argo, perché in quel periodo era schiavo presso la regina Onfale. Secondo Ferecide, invece, Eracle fu abbandonato dai compagni ad Meta, in Tessaglia, perché la nave Argo aveva parlato, dicendo di non poter sopportare l'enorme peso dell'eroe. Demarato però sostiene che Eracle navigò fino alla Colchide; e Dionisio dice addirittura che prese lui il comando degli Argonauti.
Lasciata la Misia, arrivarono al paese dei Bebrici, dove sedeva sul trono il re Amico, figlio di Poseidone e di una Ninfa della Bitinia. Era un uomo forte e violento, e sfidava tutti gli stranieri che passavano di là a una gara di pugilato: in questo modo li uccideva tutti. Così anche quel giorno Amico si avvicinò alla nave Argo, e sfidò il più bravo del gruppo a battersi con lui. La sfida fu raccolta da Polideuce: e subito il suo pugno colpì il re a un gomito e lo uccise. I Bebrici allora lo assalirono, ma i suoi nobili compagni strapparono le armi ai nemici, li misero in fuga e ne uccisero parecchi.
Ripartiti da lì, arrivarono a Salmidesso, in Tracia, dove abitava Fineo, il profeta cieco. Alcuni dicono che fosse figlio di Agenore, altri di Poseidone; e si racconta che fu accecato dagli Dèi perche profetizzava il futuro agli uomini; oppure che furono Borea e gli Argonauti stessi a farlo, perché Fineo per primo aveva accecato i suoi figli, istigato dalla loro matrigna; ma c'è ancora un'altra versione, secondo la quale fu Poseidone a togliergli la vista, perché aveva rivelato ai figli di Frisso la rotta dalla Colchide verso l'Ellade. Gli Dèi gli avevano mandato, per maggiore tormento, anche le Arpie: creature alate, le quali, ogni volta che Fineo si preparava la tavola, piombavano giù dal cielo a rubargli ogni cosa, e quel poco che lasciavano si impregnava di una tale puzza da non potercisi nemmeno avvicinare. Gli Argonauti volevano sapere da Fineo la rotta giusta per il loro viaggio, e il profeta promise di rivelargli tutto, a patto che lo avessero liberato dalle Arpie. Allora gli Argonauti prepararono una tavola imbandita: subito le Arpie si precipitarono giù con orribili strida e rubarono tutto il cibo. Come le videro, Zete e Calai, i figli di Borea, che erano alati, brandirono la spada e le inseguirono attraverso il cielo. Era Destino che le Arpie morissero per mano dei figli di Borea; ma anche per i due giovani quello era il giorno fatale, perché sarebbero morti senza riuscire a prenderle. Nella loro fuga, una delle Arpie (quella di nome Nicotoe o [[Aellopoda) cadde nel fiume Tigri, che adesso dal suo nome viene chiamato Arpide; l'altra (di nome Ocipete, oppure Ocitoe, ma Esiodo la chiama Ocipode) fuggì oltre la Propontide e raggiunse le isole Echinadi, quelle che adesso chiamiamo Strofadi, proprio perché l'Arpia, quando vi arrivò, cambiò direzione e volò verso la terra ferma, dove cadde per lo sfinimento, insieme al suo inseguitore. Apollonio, nelle sue "Argonautiche", sostiene invece che i figli di Borea riuscirono a raggiungerle proprio alle Strofadi, ma poi non fecero loro alcun male, perché le Arpie giurarono di non tormentare mai più Fineo.
Finalmente libero dalle Arpie, Fineo rivelò agli Argonauti come affrontare il viaggio, e li mise in guardia dalle rupi Simplegadi, che avrebbero incontrato in mare. Queste due enormi rupi, mosse dalla violenza del vento, si scontravano una contro l'altra, impedendo il passaggio via mare. Erano sempre avvolte dalla nebbia e da fragore immenso, e neppure gli uccelli riuscivano ad attraversarle. Fineo consigliò agli Argonauti di far volare una colomba in mezzo alle due rupi; se l'avessero vista in salvo, anche loro potevano arrischiarsi a passare: ma se quella non ce l'avesse fatta, era meglio evitare ogni tentativo.
Saputo questo, gli Argonauti ripresero il mare; quando furono ormai vicini alle Simplegadi, liberarono da prua una colomba, e quella riuscì a volare dall'altra parte, rimettendoci soltanto, nello scontro delle due rupi, la punta della coda. Gli Argonauti allora aspettarono che le Simplegadi si riaprissero e poi, remando a tutta forza (e con l'aiuto di Era), superarono il passaggio: soltanto la punta dell'aplustre venne mozzata. Da allora le Simplegadi sono ferme: era Destino, infatti, che, se una nave fosse riuscita ad attraversarle, quelle rupi sarebbero rimaste immobili per sempre.
Arrivarono così a Mariandine, dove il re Lico li accolse con gioia. Qui morì l'indovino Idmone, ferito da un cinghiale, e morì anche Tifi: Anceo prese il suo posto al timone della nave. Gli Argonauti ripartirono. Superato il Termodonte e il Caucaso, essi giunsero al fiume Fasi, in Colchide. Ormeggiarono la nave, poi Giasone si recò dal re Eete, per riferirgli l'incarico di Pelia e chiedergli il Vello; Eete promise che gliel'avrebbe dato, ma a una condizione: Giasone doveva aggiogare all'aratro due tori dagli zoccoli di bronzo. Le due bestie, possesso di Eete, erano un dono di Efesto: enormi, selvaggi, con gli zoccoli di bronzo, spiranti fuoco dalla bocca. Giasone doveva aggiogare questi tori, e poi seminare i denti di drago: Atena ne aveva dati metà a Eete e metà a Cadmo, da seminare a Tebe. Giasone proprio non sapeva come poter aggiogare i due tori. Ma Medea, la maga, figlia di Eete e di Idia (una figlia di Oceano), si innamorò di lui, e temendo che Giasone venisse ucciso dai tori, decise di aiutarlo ad aggiogarli di nascosto dal padre: e disse che gli avrebbe fatto avere anche il Vello d'Oro, a patto che giurasse di sposarla e di portarla con sé in Ellade. Giasone giurò, e Medea gli diede un farmaco magico, con il quale avrebbe dovuto spalmare la spada, la lancia e anche il suo stesso corpo, prima di affrontare i tori: per un giorno intero questo farmaco lo avrebbe reso invulnerabile al ferro e al fuoco. Poi gli rivelò che, nel seminare i denti di drago, dalla terra sarebbero spuntati degli uomini, tutti in armi contro di lui; quando Giasone li avesse visti ammassati, doveva gettargli in mezzo da lontano delle pietre: gli uomini allora avrebbero cominciato a far guerra fra di loro, e il giovane sarebbe riuscito a ucciderli. A queste parole, Giasone si spalmò con l'unguento magico, andò nel bosco sacro del tempio, incontrò i tori e, nonostante il fiume di fuoco con cui lo assalirono, riuscì ad aggiogarli. Poi seminò i denti di drago, e dalla terra spuntarono gli uomini in armi; quando li vide tutti ammassati, senza farsi vedere gettò le pietre contro di loro: quelli cominciarono a combattere uno contro l'altro, Giasone si avvicinò e li uccise. Nonostante il giovane fosse riuscito ad aggiogare i tori, il re Eete rifiutò di dargli il Vello d'Oro: e anzi macchinò di bruciare la nave Argo e di uccidere tutto l'equipaggio. Ma prima che potesse mettere in atto il suo piano, Medea di notte andò da Giasone, lo condusse al Vello d'Oro, e con i suoi filtri magici fece addormentare il drago che stava di guardia. Così poté impossessarsi del Vello, e poi salì sulla nave. Anche il fratello Apsirto andò con lei. E durante la notte ripresero il mare.
Eete, quando si accorse di ciò che Medea aveva osato fare, prese una nave e si gettò all'inseguimento. Medea vide che il padre li aveva ormai raggiunti: allora uccise suo fratello Apsirto, lo fece a pezzi e lo gettò nelle onde. Così Eete interruppe il suo inseguimento per raccogliere le sparse membra del figlio; tornò indietro e seppellì ciò che era rimasto di Apsirto nel luogo che poi venne chiamato Tomi. E di nuovo incaricò molti suoi sudditi di inseguire la nave Argo, con la minaccia di far scontare loro la punizione stabilita per Medea, se non gliel'avessero portata indietro.
I Colchi si organizzarono in gruppi, e iniziarono le ricerche su rotte diverse. Quando gli Argonauti ebbero superato il fiume Eridano, Zeus, infuriato per l'assassinio di Apsirto, scatenò contro di loro una tremenda tempesta, gettandoli fuori rotta. Passarono così oltre le isole Apsirtidi, e allora la nave profetizzò: l'ira di Zeus non sarebbe cessata se gli Argonauti non si fossero diretti in Ausonia, dove Circe li avrebbe purificati dall'assassinio di Apsirto. Superato il territorio dei Liguri e dei Celti, passarono attraverso il mare di Sardegna, costeggiarono la Tirrenia e giunsero a Eea, dove si presentarono supplici a Circe, e furono finalmente purificati.
Attraversarono poi le isole delle Sirene, e fu Orfeo a trattenere gli Argonauti, intonando un canto ancor più bello di quello delle Sirene. Solo Bute si gettò per raggiungerle, ma Afrodite lo rapì e lo portò ad abitare sul capo Lilibeo. Superate le Sirene, la nave incontrò Scilla e Cariddi, e le Rocce Vaganti, sopra le quali si vedevano fiamme infinite e colonne di fumo. Era chiamò Tetide e le Nereidi in aiuto della nave, che poté così passare senza difficoltà. Poi costeggiarono la Trinacria, dove risiedono le mandrie diElios, e giunsero a Corcira, l'isola dei Feaci, dove regnava Alcinoo.
I Colchi che li inseguivano, frattanto, non riuscendo a raggiungere la nave Argo, decisero di stabilirsi sui monti Cerauni, e un altro gruppo invece si diresse verso l'Illiria, e colonizzò le isole Apsirtidi. Ma un terzo gruppo arrivò nell'isola dei Feaci, trovò la nave Argo, e richiesero Medea al re Alcinoo. Questi rispose che se la fanciulla si era già unita a Giasone era giusto che stesse con lui; se invece era ancora vergine, l'avrebbe riconsegnata al padre. Arete, la sposa di Alcinoo, di nascosto dal marito, subito corse a far sposare Medea con Giasone; andò così che i Colchi restarono a vivere nell'isola dei Feaci, e gli Argonauti ripartirono insieme a Medea.
Di notte, la nave fu investita da una furiosa tempesta; ma Apollo si pose sugli scogli Melantei, e saettando fulmini sul mare lo illuminò: così videro che vicino c'era un'isola, vi approdarono e la chiamarono Anafe, perché era apparsa (anafanènai) all'improvviso contro ogni speranza. Poi innalzarono un altare a Febo Apollo, e imbandirono il banchetto sacrificale. Dodici schiave, che erano state regalate da Arete a Medea, durante il festino scherzarono e canzonarono i loro padroni: per questo anche adesso c'è l'usanza che le donne pronuncino battute scherzose durante il sacrificio.
Ripreso il viaggio, gli Argonauti raggiunsero Creta, ma la presenza di Talo gli impedì di entrare in porto. Questo Talo, secondo alcuni, apparteneva ancora alla stirpe di bronzo; ma altri dicono invece che era stato regalato a Minosse da Efesto. Era un uomo tutto di bronzo, anche se c'è chi sostiene che fosse un toro. Aveva un'unica vena, che correva dalla nuca fino alle caviglie, e alla fine di questa vena c'era un chiodo di bronzo che la chiudeva. Talo stava di sentinella, e ogni giorno faceva tre volte il giro dell'isola: avvistata la nave Argo che si avvicinava alla costa, cominciò a bersargliarla con grosse pietre. Ma anche Talo fu raggirato da Medea, e morì. Alcuni dicono che con i suoi farmaci Medea lo fece impazzire; secondo altri invece andò così: Medea gli promise di farlo diventare immortale, e invece gli sfilò il chiodo che chiudeva la vena, di modo che tutto l'icore uscì fuori, e Talo morì. Secondo un'altra versione ancora, egli morì perché trafitto nel tallone da una freccia tirata da Peante. Dopo aver sostato per una notte, gli Argonauti arrivarono a Egina per attingere acqua, e fecero una gara per vedere chi la portava più velocemente. Da lì poi passarono per il braccio di mare fra l'Eubea e la Locride, e giunsero finalmente a Iolco, dopo aver navigato in tutto quattro mesi.
Frattanto Pelia, non immaginando mai che gli Argonauti sarebbero ritornati, aveva tramato per uccidere Esone; ma questi gli aveva chiesto almeno di potersi uccidere da solo: compiuto il sacrificio, bevve tranquillamente del sangue di toro, e morì. Anche la madre di Giasone maledì Pelia e poi si impiccò, lasciando un bambino ancora in fasce, Promaco: e Pelia uccise anche il piccino abbandonato. Giasone arrivò e gli consegnò il Vello d'Oro, e aspettò il momento giusto per vendicarsi di tutto ciò che aveva subito. Un giorno navigò insieme ai suoi nobili compagni verso l'Istmo, e offrì la nave come voto a Poseidone; poi domandò a Medea di inventare un modo per far pagare a Pelia le sue colpe. Medea allora andò alla reggia di Pelia, e convinse le figlie a tagliare a pezzi il padre e a farlo poi bollire, promettendo che con i suoi filtri l'avrebbe fatto tornare giovane; ne diede anche una valida prova: fatto a pezzi un ariete, lo bollì e lo fece tornare agnello. Ormai convinte, le ragazze smembrarono il padre, e lo misero a bollire. Acasto lo seppellì, insieme ai cittadini di Iolco, e bandì Giasone e Medea dalla città. Essi allora andarono a Corinto, dove vissero tranquillamente per dieci anni, fino a quando Creonte, il re della città, fidanzò sua figlia Glauce con Giasone: e questi ripudiò Medea e sposò la principessa. Medea chiamò a testimoni gli Dèi nel nome dei quali Giasone le aveva giurato fedeltà, e lo accusò di ingratitudine; poi inviò in dono alla sposa novella un peplo intriso di veleni: non appena la giovane l'ebbe indossato, subito morì consumata da un fuoco violento, e con lei il padre, che tentava di aiutarla. E i figli che aveva avuto da Giasone - Mermero e Ferete - Medea li uccise; poi salì sul carro diElios, trainato da draghi alati, e fuggì ad Atene. Un'altra versione della leggenda sostiene invece che Medea, prima di fuggire, lasciò i suoi figli ancora bambini come supplici presso l'altare di Era Acrea: ma il popolo di Corinto li strappò di lì e li massacrò. Medea dunque giunse ad Atene, dove sposò Egeo e partorì il fglio Medo. Ma in seguito, avendo macchinato contro la vita di Teseo, fu bandita dalla città e andò in esilio insieme al figlio Medo. Questi assoggettò molte popolazioni barbare, e chiamò tutta quella regione con il suo nome, Media; poi morì combattendo contro gli Indi. Medea tornò di nascosto in Colchide, e scoprì che suo padre Eete era stato spodestato dal fratello Perse; allora lo uccise e ristabilì suo padre sul trono.