Biblioteca:Apollodoro, Biblioteca, Libro I



				

				

Il primo ad avere il dominio di tutto il mondo fu Urano, il cielo. Egli sposò Gea, la terra, e i loro primi figli furono gli Ecatonchiri - Briareo, Gia e Cotto. Nessuno era più grande o più forte di loro, e ognuno di essi aveva cento braccia e cinquanta teste.
Dopo di loro, Gea partorì a Urano i Ciclopi - Arge, Sterope e Bronte -, che avevano un solo occhio in mezzo alla fronte. Ma Urano incatenò questi suoi figli e li gettò nel Tartaro (la regione tenebrosa in fondo all'Ade, tanto lontana dalla superficie della terra, quanto la terra lo è dal cielo).
Nacquero poi i Titani- Oceano, Ceo, Iperione, Crio, [[Giapeto]] e Crono, il più giovane. E le loro sorelle furono anch'esse chiamate Titanidi: Teti, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Dione e Teia. Ma Gea soffriva molto per la perdita dei suoi figli scaraventati nel Tartaro, e così convinse i Titani ad assalire loro padre: a Crono, poi, essa diede come arma una falce d'acciaio. Lo assalirono tutti insieme, tranne Oceano: Crono tagliò via i genitali del padre e li gettò nel mare; il sangue sprizzò, e dalle gocce nacquero le Erinni - Aletto, Tisifone e Megera.
Così i Titani detronizzarono il padre, riportarono alla luce i fratelli imprigionati nel Tartaro e affidarono il potere a Crono. Ma il primo provvedimento di Crono fu di rinchiudere di nuovo tutti i suoi fratelli nel Tartaro - dopodiché sposò sua sorella Rea. Gea e Urano, però, gli avevano fatto una profezia: che un figlio nato da lui gli avrebbe strappato il potere. E allora Crono, appena gli nasceva un figlio, subito lo inghiottiva.
La prima a nascere - e a essere inghiottita - fu Estia; poi Demetra ed Era, e infine Ade e Poseidone. Furibonda, Rea fuggì a Creta: era incinta di Zeus, e lo partorì proprio a Creta, in una grotta del monte Ditte. Poi lo affidò ai Cureti e alle ninfe Adrastea e Ida, figlie di Melisseo. Esse nutrirono il bambino con il latte di Amaltea, mentre i Cureti, in armi, facevano la guardia al neonato dentro la grotta, battendo forte le lance contro gli scudi, perché quello strepito impedisse a Crono di udire i vagiti del figlio. Intanto Rea avvolse nelle fasce una pietra e la presentò a Crono: e quello, pensando proprio che fosse il suo ultimo nato, la inghiottì.
Zeus era ormai diventato grande. Allora chiese a Metide - la figlia di Oceano - di aiutarlo nella sua impresa: e Metide diede da bere a Crono un potente farmaco, che lo costrinse a vomitare prima la pietra, e poi di seguito tutti i figli che aveva inghiottito. Insieme a loro Zeus fece guerra a Crono e ai Titani. Combattevano ormai da dieci anni, quando Gea profetizzò a Zeus che presto avrebbe vinto, se si fosse alleato con quelli che erano stati imprigionati nel Tartaro. Allora Zeus uccise Campe - la loro carceriera - e riuscì a liberarli dalle catene. Fu in quell'occasione che i Ciclopi diedero a Zeus il tuono, il fulmine e le saette; ad Ade invece diedero l'elmo che rende invisibili, e a Poseidone il tridente. Così equipaggiati, essi vinsero facilmente i Titani: e poi li imprigionarono nel Tartaro, sotto la custodia degli Ecatonchiri.
Zeus, Ade e Poseidone si divisero il potere: a Zeus toccò il regno del cielo, a Poseidone il regno del mare, e ad Ade il regno dell'oltretomba. I Titani ebbero molti figli.
Da Oceano e Teti nacquero le Oceanine: Asia, Stige, Elettra, Doride, Eurinome, Anfitrite e Metide.
Da Ceo e Febe nacquero Asteria e Leto; Iperione e Teia ebbero invece Eos, Elios e Selene.
Da Crio ed Euribia - la figlia di Ponto - nacquero Astreo, Pallante e Perse; [[Giapeto]] e Asia, invece, ebbero Atlante (quello che tiene il cielo sulle sue spalle), Prometeo, Epimeteo e Menezio: quest'ultimo fu colpito dalla folgore di Zeus durante la guerra contro i Titani e scaraventato nel Tartaro.
Da Crono e Filira nacque Chirone, il centauro metà uomo e metà cavallo; e da Eos e Astreo nacquero i venti egli Astri. Da Perse e Asteria nacque Ecate; da Pallante e Stige, invece, nacquero Nike, Crato, Zelo e Bia. Zeus, poi, istituì come solenne giuramento quello sull'acqua di Stige, che scorre da una roccia del Tartaro: questo onore fu il suo ringraziamento per l'aiuto portatogli da Stige e i suoi figli nella guerra contro i Titani.
Da Gea e Ponto nacquero Forco, Taumante, Nereo, Euribia e Ceto. Da Taumante ed Elettra nacquero Iride e le Arpie - Aello e Ocipete. Forco e Ceto invece ebbero le Graie e le Gorgoni, di cui riparleremo nel racconto delle avventure di Perseo. Da Nereo e Doride nacquero le Nereidi. Ecco i loro nomi: Cimotoe, Speio, Glauconome, Nausitoe, Alia, Erato, Sao, Anfitrite, Eunice, Teti, Eulimene, Agave, Eudore, Doto, Ferusa, Galatea, Actea, Pontomedusa, Ippotoe, Lisianassa, Cimo, Eione, Alimede, Plessaure, Eucrante, Proto, Calipso, Panope, Cranto, Neomeris, Ipponoe, Ianira, Polinome, Autonoe, Melite, Dione, Nesea, Dero, Evagore, Psamate, Eumolpe, Ione, Dilamene, Ceto e Limnoria.
Zeus sposò Era, e con lei ebbe i figli Ebe, Ilizia e Ares. Ma si unì anche con molte altre donne, mortali e immortali. Con Temi, la figlia di Urano, Zeus generò le Ore - Irene, Eunomia e Diche - e le Moire - Cloto, Lachesi e Atropo. Da Dione invece ebbe la figlia Afrodite, e da Eurilome, la figlia di Oceano, ebbe le Cariti - Aglaia, Eufrosile e Talia. Da Stige ebbe la figlia Persefone, e da Mnemosine ebbe le Muse: prima Calliope, e poi Clio, Melpomene, Euterpe, Erato, Tersicore, Urania, Talia e Polinnia. Da CalIiope ed Eagro (o forse Apollo: è questa la versione più diffusa) nacquero i figli Lino, che venne poi ucciso da Eracle, e Orfeo, il grande musico: con il suo canto faceva muovere anche le pietre, anche gli alberi. Un giorno la sua sposa Euridice fu morsa da un serpente, e morì; allora Orfeo scese all'Ade, deciso a riprendersela, e convinse Ade a rimandarla sulla terra. Il Dio pose una condizione alla sua promessa: lungo la strada del ritorno, Orfeo non avrebbe mai dovuto voltarsi a guardare la sposa prima di arrivare a casa. Ma Orfeo disobbedì: si voltò, guardò Euridice, e lei dovette scendere di nuovo nell'Ade. Orfeo fu il fondatore dei misteri di Dioniso; lo uccisero le Menadi, facendolo a pezzi, e venne poi sepolto in Pieria. Clio invece si innamorò di Piero, figlio di Magnete: era la vendetta di Afrodite, per il disprezzo con cui Clio aveva parlato del suo amore con Adone. La Musa, dunque, si unì a Piero, ed ebbe da lui il figlio Giacinto: Tamiri, il figlio di Pilammone e della Ninfa Argiope, si innamorò di lui - e fu così che nacque per la prima volta l'amore omosessuale. Anche Apollo poi si innamorò di Giacinto: ma un giorno, lanciando il disco, senza volerlo lo uccise. Tamiri era di eccezionale bellezza, e suonava la cetra con maestria: tanto che osò sfidare le Muse in una gara musicale. I patti erano questi: se Tamiri avesse vinto, avrebbe potuto fare l'amore con tutte le Muse, e se invece avesse perso, esse potevano togliergli ciò che volevano. Naturalmente le Muse risultarono superiori, senza confronto: e a Tamiri tolsero la vista e l'arte della cetra. Euterpe si unì al fiume Strimone, ed ebbe da lui il figlio Reso, che fu poi ucciso da Diomede a Troia; ma c' è chi afferma che egli nacque da Calliope. Da Talia e Apollo nacquero i Coribanti, e da Melpomene e Acheloo le Sirene, di cui parleremo nel racconto delle avventure di Odisseo. Era generò Efesto, senza alcuna unione sessuale: Omero invece sostiene che anche Efesto era figlio di Zeus. Fu proprio Zeus a scagliarlo giù dal cielo, quella volta che Efesto cercò di aiutare Era incatenata: Zeus l'aveva appesa fuori dall'Olimpo, perché aveva osato scatenare una tempesta contro Eracle, mentre navigava alla conquista di Troia. Efesto precipitò sull'isola di Lemno e restò sciancato: ma Tetide lo salvò. Zeus si unì anche a Meti, che aveva tentato di sfuggirgli continuando ad assumere forme diverse, ma invano. Quando restò incinta, Zeus con l'inganno la inghiottì, prima che potesse partorire. Infatti aveva predetto che avrebbe avuto una bambi na: ma se dopo avesse partorito una seconda volta, sarebbe stato un maschio, destinato a diventare il padrone del cielo. Per questo timore Zeus aveva inghiottito Meti; e quando arrivò il momento del parto, ordinò a Prometeo di colpirgli la testa con la scure (altri invece dicono che fu Efesto a farlo): e dal capo di Zeus balzò fuori Atena, tutta in armi, là sulle rive del fiume Tritone.
Tra le figlie di Ceo, una, Asteria, per sfuggire alle brame di Zeus, si trasformò in quaglia e si gettò nel mare. Da lei nacque una città, che prese il suo nome: Asteria, quella che in seguito fu chiamata Delo. Leto, al tempo in cui Era la cacciava via da tutte le terre a causa del suo amore con Zeus, un giorno giunse a Delo, e finalmente poté partorire Artemide: poi Artemide stessa le fece da levatrice, e Leto partorì anche Apollo. Artemide si dedicò all'arte della caccia, e volle rimanere vergine; Apollo invece imparò l'arte della profezia da Pan, il figlio di Zeus e Timbreo, e andò a Delfi, dove a quel tempo era Temi a rendere i responsi. Ma il serpente Pitone, che stava a guardia dell'oracolo, gli impedì di avvicinarsi alla fenditura delle esalazioni profetiche: allora Apollo lo uccise e si impossessò dell'oracolo. Poco tempo dopo, uccise anche Tizio, nato da Zeus e da Elare, la figlia di Orcomeno. Zeus, per paura di Era, dopo aver sedotto la fanciulla l'aveva nascosta sotto terra, e aveva portato lui alla luce il bambino di cui Elare era incinta, un enorme gigante di nome Tizio. Mentre Leto era in viaggio verso Pito, Tizio la vide e preso da una smania terribile cercò di violentarla: lei chiamò in soccorso i suoi figli, e subito quelli lo uccisero con le loro frecce. Tizio viene punito anche dopo la morte: giù nell'Ade, infatti, il suo cuore è eternamente divorato dagli avvoltoi. Apollo uccise anche Marsia, il figlio di Olimpo. Proprio Marsia aveva ritrovato il flauto gettato via da Atena - a suonarlo, diceva, le si sfigurava il viso. Il giovane venne a gara di musica con Apollo: i patti erano che il vincitore avrebbe fatto ciò che voleva dello sconfitto. La contesa ebbe inizio: Apollo suonò con la cetra capovolta, e sfidò Marsia a fare altrettanto con il suo strumento. Ma questo era davvero impossibile. Così Apollo riuscì vincitore, appese Marsia a un alto pino, e lo uccise scorticandolo vivo. Artemide invece uccise Orione a Delo. Di lui dicono che fosse di enorme statura, in quanto nato dal terreno; ma Ferecide sostiene che fosse figlio di Poseidone ed Euriale. In ogni caso, egli aveva avuto da Poseidone il dono di poter camminare sulle acque. La sua prima sposa fu Side, che Era gettò nell'Ade perché aveva osato rivaleggiare con lei in bellezza. Un giorno Orione giunse a Chio, e chiese la mano di Merope, la figlia di Enopione. Enopione lo fece ubriacare, e mentre era addormentato lo accecò, gettandolo poi sulla spiaggia. Allora Orione andò alla fucina di Efesto, rapì uno dei suoi operai, se lo caricò in spalla e gli ordinò di guidare i suoi passi fino a dove sorgeElios. Giunto là, i raggi diElios gli ridonarono la vista; allora Orione corse in tutta fretta da Enopione. Poseidone, intanto, aveva fatto costruire da Efesto un rifugio sotterraneo per Enopione. Eos, l'aurora, si innamorò di Orione, lo rapì e lo portò a Delo: era la vendetta di Afrodite, che costringeva Eos a essere eternamente innamorata, perché aveva osato dormire insieme ad Ares. Alcuni dicono che Orione morì per aver sfidato Artemide in una gara di lancio del disco; altri invece dicono che usò violenza a Opi, una delle fanciulle venute dal paese degli Iperborei, e Artemide lo uccise con le sue frecce. Poseidone sposò Anfitrite, la figlia di Oceano, e da loro nacquero Tritone e Rode, che divenne sposa di Elios.
Ade si innamorò di Persefone, e con la complicità di Zeus la rapì di nascosto. Ma la madre Demetra, con le fiaccole in mano, la cercò notte e giorno, peregrinando per la terra intera, finche venne a sapere dalla gente di Ermione che Ade l'aveva rapita. Allora, piena d'ira verso tutti gli Dèi, abbandonò il cielo, si travestì da donna comune e andò a Eleusi. Appena giunta, si sedette su quella pietra che venne poi chiamata «senza sorriso» - proprio in ricordo della sua storia -vicino al pozzo Callicoro. Poi andò da Celeo, che allora era il re di Eleusi. C'erano molte donne nella sua casa: la invitarono a sedere insieme a loro, e una vecchia, che si chiamava Iambe, con i suoi scherzi riuscì a far sorridere la Dea. È questa l'origine, si dice, di tutte quelle burle irriverenti delle donne nella festa delle Tesmoforie. Metanira, la sposa di Celeo, aveva un bambino, e lo diede da allevare a Demetra. La Dea voleva renderlo immortale; così, di notte, lo gettava nel fuoco, per spogliarlo dal suo corpo mortale. Di giorno, poi, Demofonte - così si chiamava il bambino - cresceva in maniera prodigiosa: ma Metanira spiò tutta la scena, vide che il bambino stava bruciando nel fuoco e si mise a gridare. Così Demofonte fu consumato dal fuoco, e la Dea si rivelò. E a Trittolemo, il figlio maggiore di Metanira, essa diede un carro guidato da draghi alati, e gli affidò il frumento, perché dall'alto del cielo lo spargesse su tutta la terra abitata. Paniassi sostiene che Trittolemo fosse figlio di Eleusi, e che proprio presso quest'ultimo la Dea avesse alloggiato. Ferecide, invece, dice che era figlio di Oceano e Gea. Zeus ordinò ad Ade di rimandare Core sulla terra. Ma Ade, perché la fanciulla non restasse troppo tempo presso la madre, le diede da mangiare un chicco di melagrana. Core, del tutto ignara delle conseguenze, lo inghiottì. Ascalafo, il figlio di Acheronte e Gorgira, la vide, e fece la spia: e Demetra gli gettò sopra un masso pesantissimo, là nell'Ade. Ma da allora Persefone deve rimanere con Ade un terzo dell'anno, e il resto può stare insieme agli altri Dèi. Questa è la storia di Demetra. Gea, intanto, sdegnata per la faccenda dei Titani, insieme a Urano aveva generato i Giganti. Nessuno era più enorme di loro, nessuno poteva vincere la loro forza: a guardarli facevano davvero paura, coi loro lunghi capelli irsuti e la barba ispida, e squamose code di serpente al posto dei piedi. Essi nacquero, sostengono alcuni, a Flegra; altri invece dicono a Pallene. E subito bersagliarono il cielo con pesanti massi e con querce infuocate. I loro capi erano Porfirione e Alcioneo: quest'ultimo era immortale, finché avesse combattuto nella terra dove era nato. È lui quello che portò via i buoi diElios da Erizia. Ma gli Dèi avevano avuto una profezia: nessuno dei Giganti avrebbe potuto essere ucciso dagli Immortali, ameno che un uomo non intervenisse nella battaglia come alleato degli Dèi. Avvertita di questo, subito Gea si mise in cerca di un farmaco, perché i Giganti non potessero venire distrutti da un uomo mortale. Zeus allora proibì ad Eos, Selene edElios di far brillare la loro luce, colse lui per primo l'erba magica, e disse ad Atena di andare a chiamare Eracle come loro alleato. Subito Eracle colpì Alcioneo con le sue frecce: il Gigante cadde a terra, e all'istante riprese vita, più forte di prima. L'eroe allora, su consiglio di Atena, lanciò Alcioneo fuori dalla terra di Pallene, e quello morì. Porfirione attaccò Eracle ed Era. Ma Zeus gli gettò in cuore una smania amorosa per Era: il Gigante strappò la tunica alla Dea e cercò di farle violenza, ma lei gridò al soccorso, Zeus colpì Porfirione con la sua folgore, ed Eracle lo finì con le sue frecce. Quanto agli altri Giganti, Efialte fu colpito all'occhio sinistro da una freccia di Apollo, e a quello destro da una freccia di Eracle; Eurito fu ucciso da Dioniso con il suo tirso, Clizio fu ucciso da Ecate con le sue torce, o forse da Efesto con il ferro incandescente. Encelado tentò di fuggire, ma Atena gli gettò sopra l'isola di Sicilia; a Pallante, poi, Atena strappò via la pelle e la usò per proteggersi il corpo in battaglia. Polibote fu inseguito per mare da Poseidone, e giunse a Coo; il Dio allora tagliò un pezzo dell'isola e glielo scagliò addosso: adesso è l'isolotto che chiamiamo Nisiro. Ermes, con l'elmo magico di Ade sulla testa, uccise Ippolito, e Artemide uccise Gratione. Le Moire uccisero Agrio e Toante, che combattevano con randelli di bronzo. Tutti gli altri furono annientati dalle folgori di Zeus: e a tutti Eracle dava il colpo di grazia con le sue frecce. Così gli Dèi riuscirono a sconfiggere i Giganti. Ma Gea, sempre più furibonda, si unì a Tartaro, e partorì Tifeo, in terra di Cilicia, una creatura metà uomo e metà bestia. La sua forza e la sua imponenza superavano di gran lunga quelle di tutti i figli di Gea. Fino alle cosce aveva una forma umana, ma di spaventosa enormità: era più grande di tutte le montagne, e la sua testa spesso sfiorava le stelle. Le sue braccia aperte toccavano da una parte il tramonto e dall'altra l'aurora, e terminavano con cento teste di serpente. Dalle cosce in giù, invece, aveva smisurate spire di vipera: se le stendeva, gli arrivavano fino alla testa, e producevano orrendi sibili. Tutto il suo corpo era alato; un pelo irsuto gli ondeggiava sulla testa e sulle guance, e gli occhi sprizzavano fiamme. Con tutta la sua mostruosa grandezza, Tifeo si mise a scagliare massi infuocati contro il cielo stesso, fra urla e sibili: e dalla sua bocca sgorgavano torrenti di fuoco. Gli Dèi, come videro quel suo assalto al cielo, fuggirono tutti in Egitto, e per non essere scoperti assunsero l'aspetto di animali. Ma Zeus colpì Tifeo da lontano con la sua folgore, poi gli si avvicinò e lo colpì con il falcetto d'acciaio. Tifeo fuggì sul monte Casio, che sovrasta la Siria, e Zeus lo inseguì e, vedendolo così ferito, lo attaccò. Ma Tifeo lo avvolse con le sue spire, lo immobilizzò, gli strappò il falcetto, e con quello gli tagliò i tendini delle braccia e delle gambe. Poi se lo mise in spalla, attraversò il mare, lo portò in Cilicia, e lo scaricò nell'antro Coricio. Anche i tendini li nascose lì, in una pelle d'orso, e vi pose a guardia la dragonessa Delfine, che era una fanciulla metà donna e metà animale. Ma Ermes ed Egipan rubarono i tendini e li riadattarono di nascosto al corpo di Zeus. Ritrovata la sua forza, subito Zeus tornò in cielo, salì su un carro tramato da cavalli alati, e, scagliando fulmini, inseguì Tifeo sul monte chiamato Nisa, dove le Moire ingannarono il fuggiasco e lo convinsero a mangiare i frutti di Thanatos, facendogli invece credere che così avrebbe ritrovato tutta la sua forza. E di nuovo Zeus lo inseguì fino in Tracia, dove Tifeo nella lotta presso il monte Emo gli scagliò addosso intere montagne. Ma i fulmini di Zeus le fecero rimbalzare indietro contro di lui, e fiumi di sangue inondarono il monte, che proprio da quell'episodio prese il suo nome. Tifeo cercò di fuggire attraverso il mare di Sicilia, ma Zeus gli gettò addosso l'altissimo monte Etna, e lo schiacciò: è da quel giorno, dicono, che l'Etna erutta fuoco, per tutti quei fulmini scagliati. Ma di questi avvenimenti si è già parlato abbastanza.
Prometeo impastò acqua e terra, e creò gli uomini. A essi poi donò il fuoco, sottraendolo di nascosto a Zeus dentro una canna cava. Quando Zeus se ne accorse, ordinò a Efesto di inchiodare il corpo di Prometeo sul monte Caucaso, che sorge nella Scizia. Infiniti anni Prometeo restò così incatenato: e ogni giorno un'aquila si avventava su di lui e gli divorava il fegato, che poi di notte ricresceva. Così Prometeo scontava la colpa di aver rubato il fuoco, fino al giorno in cui Eracle lo liberò - ma di questo parleremo nei capitoli dedicati alle imprese dell'eroe. Prometeo aveva un figlio, Deucalione, re del territorio di Ftia, e sposo di Pirra, figlia a sua volta di Epimeteo e Pandora, la prima donna. Quando Zeus decise di far scomparire la stirpe umana del bronzo, Deucalione, su consiglio di Prometeo, costruì un'arca, vi imbarcò tutto il necessario, poi vi salì insieme a Pirra. Zeus riversò dal cielo una pioggia infinita, e sommerse quasi tutta la terra dell'Ellade: tutti gli uomini vennero distrutti, tranne quei pochi che erano fuggiti sulle cime più alte dei monti vicini. Le montagne della Tessaglia restarono isolate, e tutte le regioni fuori dall'Istmo e dal Peloponneso vennero sommerse dalle acque. L'arca di Deucalione navigò in balìa del mare per nove giorni e nove notti, e alla fine si fermò sul monte Parnaso: quando la pioggia cessò, Deucalione uscì e offrì un sacrificio a Zeus protettore dei fuggiaschi. Allora il Dio gli inviò Ermes, con l'ambasciata che qualunque cosa avesse voluto gli sarebbe stata concessa: e Deucalione chiese di poter avere degli uomini. Zeus diede il suo assenso, e Deucalione cominciò a raccogliere dei sassi e a gettarseli dietro le spalle: così, le pietre tirate da Deucalione divennero uomini, e quelle tirate da Pirra divennero donne. È da allora che i popoli hanno preso per metafora il loro nome (laos) da quello che indica la pietra (laas). Deucalione e Pirra ebbero alcuni figli. Il primo fu Elleno, che però alcuni sostengono fosse figlio di Zeus. Poi nacque Anfizione, che dopo Cranao ebbe il regno dell'Attica; e terza fu Protogenia, che ebbe da Zeus il figlio Etlio. Insieme alla ninfa Orseide, Elleno generò i figli Doro, Xuto ed Eolo. Elleno stesso diede il suo nome ai popoli che prima si chiamavano Elleni, e divise tutto il territorio fra i suoi figli. Xuto ricevette il Peloponneso, e da Creusa, la figlia di Eretteo, ebbe i figli Acheo e Ione, che diedero il loro nome agli Achei e agli Ioni. Doro invece ricevette tutta la regione di fronte al Peloponneso, i cui abitanti vennero chiamati Dori dal suo nome. Eolo poi regnò sul territorio intorno alla Tessaglia, e chiamò Eoli i suoi sudditi: sua sposa fu Enarete, figlia di Deimaco, che gli diede sette figli - Creteo, Sisifo, Atamante, Salmoneo, Deione, Magnete, Periere - e cinque figlie - Canace, Alcione, Pisidice, Calice e Perimede. Perimede ebbe i figli Ippodamante e Oreste da Acheloo; Pisidice ebbe Antifo e Attore da Mirmidone. Alcione andò sposa a Ceice, figlio di Eosforo. Entrambi furono rovinati dalla loro empia insolenza: lui infatti andava dicendo di avere come sposa Era, e lei che suo marito era Zeus - e proprio Zeus allora li trasformò in uccelli,lei in alcione e lui in folaga (keux). Canace si unì a Poseidone, ed ebbe i figli Opleo, Nireo, Epopeo, Aloeo e Triope. Aloeo sposò Ifimedia, figlia di Triope; ma lei si era innamorata di Poseidone, e spesso andava sulla riva del mare, raccoglieva l'acqua nel cavo della mano e se la versava in grembo. Così Poseidone si unì a lei, e nacquero due maschi, Oto ed Efialte, i cosiddetti Aloadi. Ogni anno i due ragazzi crescevano un cubito in larghezza e una tesa in altezza; quando ebbero nove anni - raggiunta la stazza di nove cubiti in larghezza e nove tese in altezza - decisero di far guerra agli Dèi. Accatastarono il monte Ossa sull'Olimpo, e sull'Ossa il Pelio, con la minaccia di arrampicarsi su per queste montagne fino a raggiungere il cielo, o di gettarle nel mare fino a trasformarlo in terra ferma, e la terra trasformarla in mare. In più, Efialte voleva prendere Era, e Oto Artemide. Con questi intenti, i due fratelli catturarono Ares; ma Ermes riuscì a liberarlo di nascosto. Artemide intanto attirò gli Aloadi a Nasso e li uccise con un inganno: trasformatasi in cerva, infatti, balzò in mezzo a loro, e i due fratelli tirarono entrambi la loro lancia per colpirla, uccidendosi a vicenda. Calice ed Etlio ebbero il figlio Endimione, che guidò gli Etoli fuori della Tessaglia e fondò Elide (c'è però chi sostiene che fosse figlio di Zeus). La sua bellezza era prodigiosa, e Selene s'innamorò di lui. Zeus gli concesse di scegliere quello che voleva: e Endimione scelse di dormire per sempre, restando immortale ed eternamente giovane. Da una Ninfa Naiade, o forse da Ifianassa, Endimione ebbe il figlio Etolo, che uccise Api, figlio di Foroneo, e per questo andò in esilio nella terra dei Cureti. Qui Etolo uccise la gente che lo ospitava - Doro, Laodoco e Polipete, figli di Ftia e Apollo - e dal suo nome chiamò Etolia tutta quella regione. Etolo sposò Pronoe, figlia di Forbo, e generò Pleurone e Calidone, che diedero il loro nome alle due omonime città dell'Etolia. Pleurone sposò Santippe, figlia di Doro, ed ebbe con lei il figlio Agenore e le figlie Sterope, Stratonice e Laofonte. Calidone ed Eolia, figlia di Amitaone, ebbero Epicaste e Protogenia, che generò Ossilo insieme ad Ares. Agenore sposò Epicaste, figlia di Calidone, e generò Portaone e Demonice, che a sua volta ebbe da Ares i figli Eveno, Molo, Pilo e Testio. Da Eveno nacque Marpessa, che fu amata da Apollo: ma Ida, figlio di Afareo, la rapì su un carro alato, dono di Poseidone. Anche Eveno, allora, saltò sul carro e lo inseguì; ma quando giunse al fiume Licorma e vide che non gli era possibile proseguire, sgozzò i suoi cavalli e si gettò nel fiume, che da quel giorno, in suo onore, fu chiamato Eveno. Ida intanto era arrivato a Messene, dove Apollo si scontrò con lui per strappargli Marpessa. Mentre combattevano per averla, Zeus interruppe il loro duello, e disse alla fanciulla di scegliere lei quello che voleva per marito: e Marpessa, temendo che, nel diventar vecchia, Apollo l'avrebbe abbandonata, preferì Ida. Testio sposò Euritemi, figlia di Cleobea, ed ebbe tre femmine - Altea, Leda e Ipermnestra - e quattro maschi - Ificlo, Evippo, Plessippo ed Euripilo. Portaone sposò Eurite, figlia di Ippodamante, ed ebbe cinque maschi - Eneo, Agrio, Alcatoo, Melante e Leucopeo - e una femmina, Sterope, la quale dicono che si unì ad Acheloo e generò le Sirene.
Eneo, divenuto re di Calidone, fu il primo a ricevere da Dioniso una pianta di vite. Si sposò con Altea, figlia di Testio, e generò Tosseo, che poi uccise con le proprie mani, perché il ragazzo aveva osato saltare il fossato che cingeva la città. Gli nacquero poi i figli Tireo e Climeno, la figlia Gorge, che andò sposa a Andremone, e Deianira, che però alcuni sostengono figlia di Altea e Dioniso. Questa fanciulla amava guidare lei stessa il carro, e si esercitava nelle attività guerresche: per averla in sposa, Eracle lottò con il fiume Acheloo. Da Eneo, Altea ebbe poi anche Meleagro, che però alcuni dicono figlio di Ares. Quando il bambino compì sette anni, apparvero le Moire e dissero che Meleagro sarebbe morto quando il tizzone che era nel focolare si fosse completamente consumato. A queste parole Altea corse a togliere il tizzone dal fuoco, e lo custodì in una cassa. Così Meleagro diventò grande, invulnerabile di corpo e nobile di spirito. Ma anch'egli poi morì: ed ecco come. Era venuto il tempo di sacrificare agli Dèi le primizie annuali del raccolto: Eneo compì i riti in onore di tutte le divinità, ma si dimenticò della sola Artemide. Infuriata, la Dea mandò un cinghiale enorme e fortissimo, che devastava la campagna e uccideva tutte le bestie e le persone che incontrava sulla sua strada. Eneo chiamò allora da tutta l'Ellade gli uomini più valorosi, promettendo in premio la pelle del cinghiale a chi fosse riuscito a ucciderlo. Ecco la lista di tutti quelli che parteciparono alla caccia: Meleagro, figlio di Eneo, e Driante, figlio di Ares, venuti da Calidone stessa; Ida e Linceo, figli di Afareo, venuti da Messene; Castore e Polideuce, figli di Zeus e Leda, venuti da Lacedemone; Teseo, figlio di Egeo, da Atene; Admeto, figlio di Perete, da Pere; Anceo e Cefeo, figli di Licurgo, dall'Arcadia; Giasone, figlio di Esone, da Iolco; Ificle, figlio di Anfitrione, da Tebe; Piritoo, figlio di Issione, da Larissa; Peleo, figlio di Eaco, da Ptia; Telamone, figlio di Eaco, da Salamina; Euritione, figlio di Attore, da Ptia; Atalanta, figlia di Scheneo, dall'Arcadia; Anfiarao, figlio di Oicleo, da Argo. Insieme a loro vennero anche i figli di Testio. Eneo ospitò tutti i convenuti per nove giorni; quando poi giunse il decimo giorno, Cefeo, Anceo e altri ancora si rifiutarono di partecipare alla caccia insieme a una donna: ma Meleagro, per quanto già sposato a Cleopatra, figlia di Ida e Marpessa, desiderava avere dei figli con Atalanta, e così obbligò tutti a partecipare alla caccia, nonostante la presenza della fanciulla. Il cinghiale era ormai circondato: ma ecco che la bestia riesce a uccidere Eneo e Anceo, e Peleo, senza volerlo, colpisce Euritione con la sua lancia. Per prima Atalanta trafisse con una freccia la schiena del cinghiale, e poi Anfiarao lo prese in mezzo agli occhi; infine Meleagro gli piantò la lancia nel ventre e lo uccise: la pelle quindi spettò a lui, e il giovane la donò ad Atalanta. Ma i figli di Testio, indignati che una donna ottenesse il premio al posto di tanti uomini, le portarono via la pelle, sostenendo che spettava comunque alla loro famiglia, se Meleagro non voleva tenerla per sé. Meleagro si infuriò, uccise i figli di Testio e restituì la pelle ad Atalanta. Fu così che Altea, afflitta dalla morte dei suoi fratelli, fece bruciare tutto il tizzone, e Meleagro morì all'istante. Ma c'è chi afferma che non fu questa la fine di Meleagro. Quando i figli di Testio reclamarono la preda sostenendo che il primo colpo era stato quello di Ificle, fra Cureti e Calidoni scoppiò una guerra. Meleagro riuscì a venir fuori dalla città assediata, e uccise alcuni dei figli di Testio: Altea allora gli lanciò una malediùzione, e Meleagro, per la rabbia, si chiuse in casa. I nemici erano ormai sotto le mura della città, e la gente implorava l'aiuto di Meleagro: sua moglie Cleopatra riuscì infine a convincerlo, Meleagro uccise anche gli altri figli di Testio, ma poi cadde anch'egli in battaglia. Dopo la sua morte, Altea e Cleopatra si impiccarono, e tutte le donne che piangevano il cadavere di Meleagro vennero trasformate in uccelli. Dopo la morte di Altea, Eneo sposò Peribea, figlia di Ipponoo. L'autore della "Tebaide" sostiene che Eneo la ricevette come dono di guerra quando Oleno fu saccheggiata; ma Esiodo racconta invece che Peribea era stata sedotta da Ippostrato, figlio di Amarinceo, e che suo padre Ipponoo l'aveva mandata via da Oleno di Acaia e consegnata a Eneo, che abitava lontano, perché questi la uccidesse. Altri ancora dicono che Ipponoo scoprì che sua figlia era stata sedotta da Eneo stesso, e che gliela mandò quando ormai era incinta. Da lei Eneo ebbe il figlio Tideo. Pisandro invece sostiene che la madre di Tideo era Gorge: fu Zeus a volere che Eneo si innamorasse proprio di sua figlia. Diventato grande e nobile, Tideo fu mandato in esilio per aver ucciso Alcatoo, fratello di Eneo; secondo l'autore dell'Alcmeonide, invece, Tideo aveva ucciso i figli di Melante, che tramavano contro Eneo - ossia Feneo, Eurialo, Iperlao, Antioco, Eumede, Sternope, Santippo e Stenelao. Ferecide invece sostiene che Tideo avesse ucciso suo fratello Olenia. Per sentenza di Agrio, Tideo andò in esilio e giunse ad Argo, alla corte di Adrasto, di cui sposò la figlia Deipile: dal loro matrimonio nacque il figlio Diomede. Tideo morì nella spedizione di Adrasto contro Tebe, colpito da Melanippo. I figli di Agrio - Tersite, Onchesto, Protoo, Celeutore, Licopeo e Melanippo - strapparono il regno a Eneo, e lo diedero a loro padre: Eneo lo lasciarono in vita, ma sempre incatenato fra tormenti. In seguito Diomede tornò in segreto da Argo insieme ad Alcmeone e uccise tutti i figli di Agrio, tranne Onchesto e Tersite che riuscirono a fuggire nel Peloponneso. Poiché Eneo era ormai troppo vecchio, Diomede affidò il regno ad Andremone, che aveva sposato la figlia di Eneo: e questi andò con lui nel Peloponneso. I figli di Agrio che erano riusciti a fuggire tesero un'imboscata nei pressi del focolare di Telefo, in Arcadia, e uccisero il vecchio. Diomede portò il suo corpo ad Argo e lo seppellì in quella parte della città che adesso dal suo nome viene chiamata Enoe. Poi sposò Egialia, figlia di Adrasto o forse di Egialeo, come alcuni sostengono, e partecipò alle spedizioni contro Tebe e contro Troia.
Quanto ai figli di Eolo, Atamante regnò sulla Beozia, ed ebbe da Nefele il figlio Frisso e la figlia Elle. Poi sposò Ino, dalla quale ebbe Learco e Melicerte. Ma Ino voleva disfarsi dei figli di Nefele; allora convinse le donne a far seccare tutto il grano per la semina: le donne presero il grano di nascosto dai mariti e lo fecero seccare. Quando poi il grano fu seminato, la terra naturalmente non diede il raccolto annuale. Allora Atamante mandò a Delfi i suoi inviati, per chiedere al Dio come allontanare la carestia. E Ino convinse i messaggeri a riferire un falso responso: la terra sarebbe tornata fertile se Frisso fosse stato sacrificato a Zeus. Atamante udì il responso, e forzato anche dagli abitanti della regione, portò Frisso all'altare del Dio. Ma Nefele lo rapì, insieme alla figlia, e gli diede un ariete dal vello d'oro - dono di Ermes: i due ragazzi vi montarono sopra, e l'ariete li portò attraverso il cielo, superando terre e mari. Quando arrivarono al tratto di mare che si stende fra Sigeo e il Chersoneso, Elle precipitò negli abissi e morì: da allora quello stretto si chiama Ellesponto, in suo onore. Frisso invece raggiunse la Colchide, dove regnava Eete, figlio diElios e di Perseide, fratello di Circe e di Pasifae, quella che sposò Minosse. Eete lo accolse e gli diede in sposa una delle sue figlie, Calciope. Frisso allora sacrificò l'ariete dal vello d'oro a Zeus protettore degli esuli, e diede la sua pelle a Eete, che la inchiodò a una quercia nel bosco sacro ad Ares. Da Calciope, Frisso ebbe i figli Argo, Melante, Frontide e Citisoro. In seguito, per l'ira della Dea Era, Atamante fu privato anche dei figli avuti da Ino. Fu lui stesso, in preda alla follia, a uccidere Learco; allora Ino si gettò nel mare insieme a Melicerte. Bandito dalla Beozia, Atamante chiese all'oracolo di Apollo in quale terra potesse stabilirsi: e il Dio gli rispose di fermarsi nel posto dove le bestie selvagge l'avessero invitato a pranzo. Atamante vagò per tante terre, finché un giorno incontrò dei lupi che stavano mangiando dei pezzi di pecora: come lo videro, i lupi scapparono via, abbandonando il loro pasto. Allora Atamante si stabilì in quella regione, e la chiamò Atamanzia; poi sposò Temisto, figlia di Isseo, ed ebbe da lei i figli Leucone, Eritrio, Scheneo e Ptoo. Sisifo, figlio di Eolo, fondò la città di Efira - quella che adesso si chiama Corinto -e sposò Merope, figlia di Atlante. Dal loro matrimonio nacque Glauco, che a sua volta ebbe dalla sposa Eurimede il figlio Bellerofonte, quello che uccise la Chimera spirante fuoco. Sisifo sconta le sue colpe nell'Ade con la pena di un'enorme pietra che egli deve far rotolare, spingendola in salita con le mani e con la testa, per farla poi scendere dall'altra parte: ma una volta che sia riuscito a spingere il masso, questo poi rotola sempre indietro. Questa è la pena che Sisifo deve scontare a causa di Egina, la figlia di Asopo: quando Zeus rapì di nascosto la fanciulla, infatti, si dice che Sisifo fece la spia ad Asopo, che la stava cercando. Deione regnò sulla Focide, sposò Diomeda, figlia di Xuto, ed ebbe una femmina, Asterodia, e quattro maschi - Eneto, Attore, Filaco e Cefalo, che poi sposò Procri, figlia di Eretteo. Di lui poi si innamorò Eos, che lo rapì. Periere occupò il territorio di Messene e sposò Gorgofone, figlia di Perseo, dalla quale ebbe i figli Mareo, Leucippo, Tindareo e Icario. Molti sostengono che Periere non fosse figlio di Eolo, ma di Cinorte, figlio di Amicla: perciò i fatti che riguardano i discendenti di Periere verranno raccontati insieme a quelli della famiglia di Atlante. Magnete sposò una Ninfa Naiade, ed ebbe da lei i figli Polidette e Ditti, che colonizzarono Serifo. Salmoneo si stabilì prima in Tessaglia, poi giunse in Elide e vi fondò una città. Era un uomo tracotante, che voleva paragonarsi a Zeus, ma per questa sua empietà fu duramente punito. Salmoneo proclamava di essere lui stesso Zeus, e aveva imposto che a lui fossero dedicati i sacrifici, sottraendoli al culto di Zeus; al suo carro aveva legato delle pelli conciate con dentro dei calderoni di bronzo, e il clangore che producevano nell'essere trascinati diceva che era il tuono; e poi lanciava verso il cielo delle torce infuocate, dicendo che erano fulmini. Ma Zeus lo fulminò per davvero, lui e la città da lui fondata, con tutti i suoi abitanti. Tiro, figlia di Salmoneo e Alcidice, allevata da Creteo, fratello di Salmoneo, si innamorò del fiume Enipeo, e sempre vagava lungo le sue rive, piangendo. Allora Poseidone prese l'aspetto di Enipeo, e si unì alla fanciulla: lei partorì di nascosto due gemelli, e li espose. Mentre giacevano così abbandonati, passarono di lì per caso dei guardiani di cavalli, e una cavalla colpì con lo zoccolo uno dei due gemelli, lasciandogli sul viso una macchia scura. Un guardiano di cavalli prese con sé i bambini e li allevò: quello che aveva la macchia scura (pelios) lo chiamò Pelia, e l'altro Neleo. Quando furono grandi e vennero a sapere chi era la loro vera madre, i due fratelli uccisero la matrigna Sidero, che aveva fatto subire tanti tormenti alla loro madre Tiro: la donna, per sfuggire alla morte, si era rifugiata nel sacro recinto di Era, ma Pelia la sgozzò proprio davanti all'altare, e anche in seguito continuò a recare offesa alla Dea Era. Fra i due fratelli poi scoppiò una contesa; Neleo dovette andare in esilio, e si recò a Messene, fondò la città di Pilo e sposò Cloride, figlia di Anfione, dalla quale ebbe una femmina, Pero, e dodici maschi - Tauro, Asterio, Pilaone, Deimaco, Euribio, Epilao, Frasio, Eurimene, Evagora, Alastore, Nestore e Periclimeno, che ebbe da Poseidone la facoltà di mutare il suo aspetto. Quando Eracle venne ad assediare Pilo, Periclimeno combatté contro di lui tramutandosi ora in leone, ora in serpente, ora in ape, ma alla fine Eracle lo uccise, e con lui tutti gli altri figli di Neleo. Solo Nestore si salvò, perché veniva allevato presso i Gereni; egli poi sposò Anassibia, figlia di Cratieo, ed ebbe due figlie, Pisidice e Policaste, e sette figli, Perseo, Stratico, Areto, Echefrone, Pisistrato, Antiloco e Trasimede. Pelia si stabilì in Tessaglia e sposò Anassibia, figlia di Biante (ma altri dicono che sua sposa fu Filomache, figlia di Anfione); da lei ebbe un figlio, Acasto, e quattro femmine, Pisidice, Pelopia, Ippotoe e Alcesti. Creteo fondò Iolco e sposò Tiro, la figlia di Salmoneo, dalla quale ebbe i figli Esone, Amitaone e Ferete. Amitaone visse a Pilo e sposò Idomene, figlia di Ferete, ed ebbe i figli Biante e Melampo. Melampo si ritirò a vivere in campagna, e aveva come casa il tronco di una quercia, nella quale c'era anche un nido di serpenti. Un giorno i suoi servi uccisero tutti i serpenti: allora Melampo raccolse della legna, bruciò i corpi dei rettili e allevò i loro piccoli. Quando furono diventati grandi, i serpenti si avvicinarono a lui mentre dormiva, gli salirono sulle spalle e gli pulirono le orecchie con la lingua. Melampo saltò in piedi pieno di spavento, ma si accorse allora di capire il linguaggio degli uccelli che volavano sopra di lui: e da quel momento egli apprese da loro tante cose, che poi profetizzava agli uomini rivelando il futuro. Imparò anche l'arte di rendere vaticini con il sacrificio delle vittime, quel giorno che incontrò Apollo sulle rive dell'Alfeo: e da allora fu per sempre un grande profeta. Biante chiese la mano di Pero, figlia di Neleo. Ma molti erano i suoi pretendenti: e Neleo l'aveva promessa in sposa al giovane che fosse riuscito a portargli il bestiame di Ificlo. Queste mandrie risiedevano a Filace, ed erano custodite da un cane che impediva a uomini e bestie di avvicinarsi. Non potendo quindi rubare il bestiame, Biante chiese l'aiuto di suo fratello. Melampo promise di dargli una mano, e gli rivelò quello che sarebbe successo: chi fosse stato scoperto a rubare il bestiame avrebbe fatto un anno di prigionia, ma poi il bestiame sarebbe stato suo. Data la sua parola, Melampo andò a Filace e, proprio come aveva predetto, fu scoperto nell'atto di rubare le bestie e messo in prigione. Era quasi passato un anno, quando Melampo sentì dei tarli che parlavano in un angolino del tetto; e uno chiedeva: «Per quanto tempo ancora dovremo rodere questa trave?» E gli altri risposero: «Ormai è quasi fatta!» Allora Melampo chiese di essere trasferito subito in un'altra cella, e infatti poco dopo la sua vecchia cella rovinò. Filaco restò impressionato: venuto a sapere che Melampo era un così grande indovino, lo liberò e gli chiese di rivelare perché suo figlio Ificlo non avesse ancora dei bambini. Melampo promise di aiutarlo, se Pilaco gli avesse donato il suo bestiame. Sacrificò due tori, li tagliò a pezzi e chiamò gli uccelli. Arrivò un avvoltoio, e da lui Melampo apprese che, tanto tempo prima, Filaco aveva sacrificato degli arieti, cominciando a tagliarli dalla parte dei genitali, e poi aveva posato il coltello, ancora sanguinante, proprio vicino a Ificlo. Il ragazzo si spaventò e fuggì via, e il padre allora conficcò il coltello nel tronco della quercia sacra: la corteccia poi era cresciuta tanto da avvolgere il coltello e farlo sparire completamente. Bisognava dunque ritrovare il coltello, grattargli via la ruggine e darla da bere a Ificlo per dieci giorni di seguito: solo così avrebbe potuto far figli. Saputo questo dall'avvoltoio, Melampo trovò il coltello, grattò via la ruggine e la diede da bere a Ificlo per dieci giorni di seguito: e al giovane nacque un figlio, Podarce. Così Melampo condusse la mandria a Pilo, ebbe in cambio la figlia di Neleo, e la consegnò al fratello. L'indovino restò a Messene ancora per molto tempo; ma un giorno le donne di Argo furono fatte impazzire da Dioniso, e Melampo accettò di guarirle in cambio di una parte di regno: così andò, e Melampo si stabilì in quella regione, insieme al fratello Biante. Da Biante e Pero nacque Talao, che sposò Lisimache, figlia di Abante, a sua volta figlio di Melampo: da lei Talao ebbe Adrasto, Partenopeo, Pronace, Mecisteo, Aristomaco, e infine Erifile, che andò sposa ad Anfiarao. Partenopeo generò Promaco, che combatté contro Tebe insieme agli Epigoni; Mecisteo generò Eurialo, che partecipò alla spedizione contro Troia; Pronace generò Licurgo; e Adrasto ebbe da Anfitea, figlia di Pronace, tre femmine - Argia, Deipile ed Egialia - e due maschi - Egialeo e Cianippo. Perete, figlio di Creteo, fondò la città di Pere in Tessaglia, e generò i figli Admeto e Licurgo. Quest'ultimo si stabilì nel territorio di Nemea, sposò Euridice (o forse, come alcuni sostengono, Anfitea), e generò Ofelte, che in seguito venne chiamato Archemoro. Al tempo in cui Admeto era ormai re di Pere, Apollo entrò al suo servizio, e lo aiutò a ottenere in sposa Alcesti, la figlia di Pelia. Questi aveva emesso un bando: sua figlia Alcesti sarebbe stata sposa dell'uomo capace di aggiogare al carro un leone e un cinghiale. Apollo subito li aggiogò, e diede il carro ad Admeto, che lo condusse poi a Pelia, ottenendo Alcesti in sposa. Ma durante i sacrifici offerti per la festa di nozze, Admeto si dimenticò di Artemide: e quando aprì la porta del talamo lo trovò pieno di serpenti aggrovigliati. Apollo riuscì a placare l'ira della Dea, e per di più ottenne dalle Moire la promessa che, quando per Admeto fosse giunto il giorno fatale, egli avrebbe evitato la morte se qualcun altro avesse accettato di morire volentieri al suo posto. Quando quel momento arrivò, né suo padre ne sua madre accettarono di morire per lui: fu Alcesti che morì al posto suo. Ma poi Core la lasciò tornare indietro, oppure fu Eracle, come alcuni raccontano, che lottò con Ade e riportò ad Admeto la sposa. Esone, figlio di Creteo, sposò Polimede, figlia di Autolico, e generò Giasone. Giasone abitò a Iolco, dove Pelia era succeduto al trono di Creteo. Quando Pelia aveva consultato l'oracolo in relazione al suo regno, il Dio gli aveva profetizzato di guardarsi da un uomo con un sandalo solo. Al momento Pelia non capì, ma poi tutto risultò chiaro. Un giorno, sulla riva del mare, si tenne un grande sacrificio in onore di Poseidone; molti erano i partecipanti, e fra loro c'era anche Giasone. il giovane amava l'agricoltura, viveva in campagna, e si era diretto in città apposta per il sacrificio; nell'attraversare il fiume Anauro, aveva perso un sandalo nella corrente, e adesso era rimasto con un solo piede calzato. Appena lo vide, Pelia ricordò il responso del Dio, si avvicinò a Giasone e gli chiese: «Se tu avessi il potere, e ti venisse rivelato da un oracolo che uno dei cittadini ti ucciderà, tu cosa faresti?» E allora, forse a casaccio, o forse ispirato da Era (irata contro Pelia per la sua mancanza di venerazione nei suoi confronti, e che già meditava vendetta per mano di Medea), Giasone così rispose: «Lo manderei alla ricerca del Vello d'Oro!» A queste parole, subito Pelia gli ordinò di andare a cercarlo. Il Vello d'Oro si trovava nella Colchide, appeso a una quercia nel bosco sacro di Ares, e il custode era un drago che non dormiva mai. Per questa missione, Giasone chiamò ad aiutarlo Argo, figlio di Frisso; e questi, su ispirazione di Atena, fece una nave a cinquanta ordini di remi, che dal nome del suo costruttore venne chiamata Argo. Atena stessa adattò alla prua una figura di legno parlante, fatta con una delle querce sacre di Dodona. Quando la nave fu pronta, Giasone consultò l'oracolo, e il Dio gli ordinò di imbarcarsi insieme agli uomini più valorosi di tutta l'Ellade. Ecco il nome di tutti quelli che si riunirono per partecipare alla spedizione: Tifi, figlio di Agnio, che tenne il timone della nave; Orfeo, figlio di Eagro; Zete e Calai, figli di Borea; Castore e Polideuce, figli di Zeus; Telamone e Peleo, figli di Eaco; Eracle, figlio di Zeus; Teseo, figlio di Egeo; Ida e Linceo, figli di Afareo; Anfiarao, figlio di Oicle; Ceneo, figlio di Corono; Palemone, figlio di Efesto o di Etolo; Cefeo, figlio di Aleo; Laerte, figlio di Arcisio; Autolico, figlio di Ermes; Atalanta, figlia di Scheneo; Menezio, figlio di Attore; Attore, figlio di Ippaso; Admeto, figlio di Ferete; Acasto, figlio di Pelia; Eurito, figlio di Ermes; Meleagro, figlio di Eneo; Anceo, figlio di Licurgo; Eufemo, figlio di Poseidone; Peante, figlio di Taumaco; Bute, figlio di Teleone; Fano e Stafilo, figli di Dioniso; Ergino, figlio di Poseidone; Periclimeno, figlio di Neleo; Augia, figlio diElios; Ificlo, figlio di Testio; Argo, figlio di Frisso; Eurialo, figlio di Mecisteo; Penelo, figlio di Ippalmo; Leito, figlio di Alettore; Ifito, figlio di Naubolo; Ascalafo e Ialmeno, figli di Ares; Asterio, figlio di Comete; Polifemo, figlio di Elato. Giasone prese il comando della nave, si misero in viaggio, e sbarcarono come prima tappa a Lemno. In quei giorni, Lemno era deserta di uomini, e sul trono sedeva Ipsipile, figlia di Toante. Ed ecco il perché. Le donne di Lemno non onoravano Afrodite come si deve; allora la Dea aveva gettato loro addosso un odore tanto cattivo, che i loro mariti si erano presi come compagne di letto delle schiave, catturate nelle regioni costiere della Tracia. Per questa grande offesa, le donne di Lemno avevano ucciso i loro padri e i loro mariti; solo Ipsipile aveva risparmiato in segreto suo padre Toante. Quando sbarcarono nell'isola rimasta in potere delle donne, gli Argonauti fecero l'amore con loro; Ipsipile andò a letto con Giasone, e partorì due figli, Euneo e Nebrofono. Dopo aver lasciato Lemno, i compagni si diressero verso il paese dei Dolioni, dove regnava Cizico, che li accolse cordialmente. Durante la notte la nave riprese il mare, ma fu investita dal vento contrario, e senza rendersene conto gli Argonauti si ritrovarono di nuovo sulla costa dei Dolioni. E questi, credendo si trattasse di un gruppo di Pelasgi (con i quali erano sempre in guerra), li attaccarono, e ci fu battaglia nel buio della notte, senza che le due parti si riconoscessero. Gli Argonauti uccisero molti uomini, fra i quali lo stesso re Cizico; quando fu giorno e si accorsero di quanto era successo, tutti piansero e si tagliarono i capelli e seppellirono il re Cizico con grandi onori. Dopo i funerali ripartirono, e fecero tappa nella Misia. Qui Eracle e Polifemo lasciarono il gruppo. Accadde che Ila, figlio di Teiodamante, il ragazzo amato da Eracle, nell'andare a prendere acqua a una fonte fu rapito dalle Ninfe, per la sua grande bellezza. Polifemo udì il ragazzo che gridava aiuto, brandì la spada e corse a cercarlo, pensando che fosse stato preso dai briganti; incontrò Eracle, gli riferì ciò che aveva sentito, e insieme si misero alla ricerca di Ila. Ma intanto la nave era ripartita. Così Polifemo restò in Misia, fondò la città di Ghio e ne divenne il re; Eracle invece tornò ad Argo. Erodoro sostiene che Eracle non si imbarcò mai sulla nave Argo, perché in quel periodo era schiavo presso la regina Onfale. Secondo Ferecide, invece, Eracle fu abbandonato dai compagni ad Meta, in Tessaglia, perché la nave Argo aveva parlato, dicendo di non poter sopportare l'enorme peso dell'eroe. Demarato però sostiene che Eracle navigò fino alla Colchide; e Dionisio dice addirittura che prese lui il comando degli Argonauti. Lasciata la Misia, arrivarono al paese dei Bebrici, dove sedeva sul trono il re Amico, figlio di Poseidone e di una Ninfa della Bitinia. Era un uomo forte e violento, e sfidava tutti gli stranieri che passavano di là a una gara di pugilato: in questo modo li uccideva tutti. Così anche quel giorno Amico si avvicinò alla nave Argo, e sfidò il più bravo del gruppo a battersi con lui. La sfida fu raccolta da Polideuce: e subito il suo pugno colpì il re a un gomito e lo uccise. I Bebrici allora lo assalirono, ma i suoi nobili compagni strapparono le armi ai nemici, li misero in fuga e ne uccisero parecchi. Ripartiti da lì, arrivarono a Salmidesso, in Tracia, dove abitava Fineo, il profeta cieco. Alcuni dicono che fosse figlio di Agenore, altri di Poseidone; e si racconta che fu accecato dagli Dèi perche profetizzava il futuro agli uomini; oppure che furono Borea e gli Argonauti stessi a farlo, perché Fineo per primo aveva accecato i suoi figli, istigato dalla loro matrigna; ma c'è ancora un'altra versione, secondo la quale fu Poseidone a togliergli la vista, perché aveva rivelato ai figli di Frisso la rotta dalla Colchide verso l'Ellade. Gli Dèi gli avevano mandato, per maggiore tormento, anche le Arpie: creature alate, le quali, ogni volta che Fineo si preparava la tavola, piombavano giù dal cielo a rubargli ogni cosa, e quel poco che lasciavano si impregnava di una tale puzza da non potercisi nemmeno avvicinare. Gli Argonauti volevano sapere da Fineo la rotta giusta per il loro viaggio, e il profeta promise di rivelargli tutto, a patto che lo avessero liberato dalle Arpie. Allora gli Argonauti prepararono una tavola imbandita: subito le Arpie si precipitarono giù con orribili strida e rubarono tutto il cibo. Come le videro, Zete e Calai, i figli di Borea, che erano alati, brandirono la spada e le inseguirono attraverso il cielo. Era Destino che le Arpie morissero per mano dei figli di Borea; ma anche per i due giovani quello era il giorno fatale, perché sarebbero morti senza riuscire a prenderle. Nella loro fuga, una delle Arpie (quella di nome Nicotoe o Aellopoda) cadde nel fiume Tigri, che adesso dal suo nome viene chiamato Arpide; l'altra (di nome Ocipete, oppure Ocitoe, ma Esiodo la chiama Ocipode) fuggì oltre la Propontide e raggiunse le isole Echinadi, quelle che adesso chiamiamo Strofadi, proprio perché l'Arpia, quando vi arrivò, cambiò direzione e volò verso la terra ferma, dove cadde per lo sfinimento, insieme al suo inseguitore. Apollonio, nelle sue "Argonautiche", sostiene invece che i figli di Borea riuscirono a raggiungerle proprio alle Strofadi, ma poi non fecero loro alcun male, perché le Arpie giurarono di non tormentare mai più Fineo. Finalmente libero dalle Arpie, Fineo rivelò agli Argonauti come affrontare il viaggio, e li mise in guardia dalle rupi Simplegadi, che avrebbero incontrato in mare. Queste due enormi rupi, mosse dalla violenza del vento, si scontravano una contro l'altra, impedendo il passaggio via mare. Erano sempre avvolte dalla nebbia e da fragore immenso, e neppure gli uccelli riuscivano ad attraversarle. Fineo consigliò agli Argonauti di far volare una colomba in mezzo alle due rupi; se l'avessero vista in salvo, anche loro potevano arrischiarsi a passare: ma se quella non ce l'avesse fatta, era meglio evitare ogni tentativo. Saputo questo, gli Argonauti ripresero il mare; quando furono ormai vicini alle Simplegadi, liberarono da prua una colomba, e quella riuscì a volare dall'altra parte, rimettendoci soltanto, nello scontro delle due rupi, la punta della coda. Gli Argonauti allora aspettarono che le Simplegadi si riaprissero e poi, remando a tutta forza (e con l'aiuto di Era), superarono il passaggio: soltanto la punta dell'aplustre venne mozzata. Da allora le Simplegadi sono ferme: era Destino, infatti, che, se una nave fosse riuscita ad attraversarle, quelle rupi sarebbero rimaste immobili per sempre. Arrivarono così a Mariandine, dove il re Lico li accolse con gioia. Qui morì l'indovino Idmone, ferito da un cinghiale, e morì anche Tifi: Anceo prese il suo posto al timone della nave. Gli Argonauti ripartirono. Superato il Termodonte e il Caucaso, essi giunsero al fiume Fasi, in Colchide. Ormeggiarono la nave, poi Giasone si recò dal re Eete, per riferirgli l'incarico di Pelia e chiedergli il Vello; Eete promise che gliel'avrebbe dato, ma a una condizione: Giasone doveva aggiogare all'aratro due tori dagli zoccoli di bronzo. Le due bestie, possesso di Eete, erano un dono di Efesto: enormi, selvaggi, con gli zoccoli di bronzo, spiranti fuoco dalla bocca. Giasone doveva aggiogare questi tori, e poi seminare i denti di drago: Atena ne aveva dati metà a Eete e metà a Cadmo, da seminare a Tebe. Giasone proprio non sapeva come poter aggiogare i due tori. Ma Medea, la maga, figlia di Eete e di Idia (una figlia di Oceano), si innamorò di lui, e temendo che Giasone venisse ucciso dai tori, decise di aiutarlo ad aggiogarli di nascosto dal padre: e disse che gli avrebbe fatto avere anche il Vello d'Oro, a patto che giurasse di sposarla e di portarla con sé in Ellade. Giasone giurò, e Medea gli diede un farmaco magico, con il quale avrebbe dovuto spalmare la spada, la lancia e anche il suo stesso corpo, prima di affrontare i tori: per un giorno intero questo farmaco lo avrebbe reso invulnerabile al ferro e al fuoco. Poi gli rivelò che, nel seminare i denti di drago, dalla terra sarebbero spuntati degli uomini, tutti in armi contro di lui; quando Giasone li avesse visti ammassati, doveva gettargli in mezzo da lontano delle pietre: gli uomini allora avrebbero cominciato a far guerra fra di loro, e il giovane sarebbe riuscito a ucciderli. A queste parole, Giasone si spalmò con l'unguento magico, andò nel bosco sacro del tempio, incontrò i tori e, nonostante il fiume di fuoco con cui lo assalirono, riuscì ad aggiogarli. Poi seminò i denti di drago, e dalla terra spuntarono gli uomini in armi; quando li vide tutti ammassati, senza farsi vedere gettò le pietre contro di loro: quelli cominciarono a combattere uno contro l'altro, Giasone si avvicinò e li uccise. Nonostante il giovane fosse riuscito ad aggiogare i tori, il re Eete rifiutò di dargli il Vello d'Oro: e anzi macchinò di bruciare la nave Argo e di uccidere tutto l'equipaggio. Ma prima che potesse mettere in atto il suo piano, Medea di notte andò da Giasone, lo condusse al Vello d'Oro, e con i suoi filtri magici fece addormentare il drago che stava di guardia. Così poté impossessarsi del Vello, e poi salì sulla nave. Anche il fratello Apsirto andò con lei. E durante la notte ripresero il mare. Eete, quando si accorse di ciò che Medea aveva osato fare, prese una nave e si gettò all'inseguimento. Medea vide che il padre li aveva ormai raggiunti: allora uccise suo fratello Apsirto, lo fece a pezzi e lo gettò nelle onde. Così Eete interruppe il suo inseguimento per raccogliere le sparse membra del figlio; tornò indietro e seppellì ciò che era rimasto di Apsirto nel luogo che poi venne chiamato Tomi. E di nuovo incaricò molti suoi sudditi di inseguire la nave Argo, con la minaccia di far scontare loro la punizione stabilita per Medea, se non gliel'avessero portata indietro. I Colchi si organizzarono in gruppi, e iniziarono le ricerche su rotte diverse. Quando gli Argonauti ebbero superato il fiume Eridano, Zeus, infuriato per l'assassinio di Apsirto, scatenò contro di loro una tremenda tempesta, gettandoli fuori rotta. Passarono così oltre le isole Apsirtidi, e allora la nave profetizzò: l'ira di Zeus non sarebbe cessata se gli Argonauti non si fossero diretti in Ausonia, dove Circe li avrebbe purificati dall'assassinio di Apsirto. Superato il territorio dei Liguri e dei Celti, passarono attraverso il mare di Sardegna, costeggiarono la Tirrenia e giunsero a Eea, dove si presentarono supplici a Circe, e furono finalmente purificati. Attraversarono poi le isole delle Sirene, e fu Orfeo a trattenere gli Argonauti, intonando un canto ancor più bello di quello delle Sirene. Solo Bute si gettò per raggiungerle, ma Afrodite lo rapì e lo portò ad abitare sul capo Lilibeo. Superate le Sirene, la nave incontrò Scilla e Cariddi, e le Rocce Vaganti, sopra le quali si vedevano fiamme infinite e colonne di fumo. Era chiamò Tetide e le Nereidi in aiuto della nave, che poté così passare senza difficoltà. Poi costeggiarono la Trinacria, dove risiedono le mandrie diElios, e giunsero a Corcira, l'isola dei Feaci, dove regnava Alcinoo. I Colchi che li inseguivano, frattanto, non riuscendo a raggiungere la nave Argo, decisero di stabilirsi sui monti Cerauni, e un altro gruppo invece si diresse verso l'Illiria, e colonizzò le isole Apsirtidi. Ma un terzo gruppo arrivò nell'isola dei Feaci, trovò la nave Argo, e richiesero Medea al re Alcinoo. Questi rispose che se la fanciulla si era già unita a Giasone era giusto che stesse con lui; se invece era ancora vergine, l'avrebbe riconsegnata al padre. Arete, la sposa di Alcinoo, di nascosto dal marito, subito corse a far sposare Medea con Giasone; andò così che i Colchi restarono a vivere nell'isola dei Feaci, e gli Argonauti ripartirono insieme a Medea. Di notte, la nave fu investita da una furiosa tempesta; ma Apollo si pose sugli scogli Melantei, e saettando fulmini sul mare lo illuminò: così videro che vicino c'era un'isola, vi approdarono e la chiamarono Anafe, perché era apparsa (anafanènai) all'improvviso contro ogni speranza. Poi innalzarono un altare a Febo Apollo, e imbandirono il banchetto sacrificale. Dodici schiave, che erano state regalate da Arete a Medea, durante il festino scherzarono e canzonarono i loro padroni: per questo anche adesso c'è l'usanza che le donne pronuncino battute scherzose durante il sacrificio. Ripreso il viaggio, gli Argonauti raggiunsero Creta, ma la presenza di Talo gli impedì di entrare in porto. Questo Talo, secondo alcuni, apparteneva ancora alla stirpe di bronzo; ma altri dicono invece che era stato regalato a Minosse da Efesto. Era un uomo tutto di bronzo, anche se c'è chi sostiene che fosse un toro. Aveva un'unica vena, che correva dalla nuca fino alle caviglie, e alla fine di questa vena c'era un chiodo di bronzo che la chiudeva. Talo stava di sentinella, e ogni giorno faceva tre volte il giro dell'isola: avvistata la nave Argo che si avvicinava alla costa, cominciò a bersargliarla con grosse pietre. Ma anche Talo fu raggirato da Medea, e morì. Alcuni dicono che con i suoi farmaci Medea lo fece impazzire; secondo altri invece andò così: Medea gli promise di farlo diventare immortale, e invece gli sfilò il chiodo che chiudeva la vena, di modo che tutto l'icore uscì fuori, e Talo morì. Secondo un'altra versione ancora, egli morì perché trafitto nel tallone da una freccia tirata da Peante. Dopo aver sostato per una notte, gli Argonauti arrivarono a Egina per attingere acqua, e fecero una gara per vedere chi la portava più velocemente. Da lì poi passarono per il braccio di mare fra l'Eubea e la Locride, e giunsero finalmente a Iolco, dopo aver navigato in tutto quattro mesi. Frattanto Pelia, non immaginando mai che gli Argonauti sarebbero ritornati, aveva tramato per uccidere Esone; ma questi gli aveva chiesto almeno di potersi uccidere da solo: compiuto il sacrificio, bevve tranquillamente del sangue di toro, e morì. Anche la madre di Giasone maledì Pelia e poi si impiccò, lasciando un bambino ancora in fasce, Promaco: e Pelia uccise anche il piccino abbandonato. Giasone arrivò e gli consegnò il Vello d'Oro, e aspettò il momento giusto per vendicarsi di tutto ciò che aveva subito. Un giorno navigò insieme ai suoi nobili compagni verso l'Istmo, e offrì la nave come voto a Poseidone; poi domandò a Medea di inventare un modo per far pagare a Pelia le sue colpe. Medea allora andò alla reggia di Pelia, e convinse le figlie a tagliare a pezzi il padre e a farlo poi bollire, promettendo che con i suoi filtri l'avrebbe fatto tornare giovane; ne diede anche una valida prova: fatto a pezzi un ariete, lo bollì e lo fece tornare agnello. Ormai convinte, le ragazze smembrarono il padre, e lo misero a bollire. Acasto lo seppellì, insieme ai cittadini di Iolco, e bandì Giasone e Medea dalla città. Essi allora andarono a Corinto, dove vissero tranquillamente per dieci anni, fino a quando Creonte, il re della città, fidanzò sua figlia Glauce con Giasone: e questi ripudiò Medea e sposò la principessa. Medea chiamò a testimoni gli Dèi nel nome dei quali Giasone le aveva giurato fedeltà, e lo accusò di ingratitudine; poi inviò in dono alla sposa novella un peplo intriso di veleni: non appena la giovane l'ebbe indossato, subito morì consumata da un fuoco violento, e con lei il padre, che tentava di aiutarla. E i figli che aveva avuto da Giasone - Mermero e Ferete - Medea li uccise; poi salì sul carro diElios, trainato da draghi alati, e fuggì ad Atene. Un'altra versione della leggenda sostiene invece che Medea, prima di fuggire, lasciò i suoi figli ancora bambini come supplici presso l'altare di Era Acrea: ma il popolo di Corinto li strappò di lì e li massacrò. Medea dunque giunse ad Atene, dove sposò Egeo e partorì il fglio Medo. Ma in seguito, avendo macchinato contro la vita di Teseo, fu bandita dalla città e andò in esilio insieme al figlio Medo. Questi assoggettò molte popolazioni barbare, e chiamò tutta quella regione con il suo nome, Media; poi morì combattendo contro gli Indi. Medea tornò di nascosto in Colchide, e scoprì che suo padre Eete era stato spodestato dal fratello Perse; allora lo uccise e ristabilì suo padre sul trono.