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La terza impresa di Teseo fu di uccidere, a Crommione, la scrofa chiamata Fea dal nome della vecchia che l'aveva allevata: alcuni dicono che fosse figlia di Echidna e Tifeo. Poi uccise Scirone, il corinzio, figlio di Pelope, o forse di Poseidone. Scirone abitava nel territorio della Megaride, e controllava quel promontorio roccioso che dal suo nome fu chiamato scogliera Scironia; e tutti quelli che passavano di là, li costringeva a lavargli i piedi: appena avevano finito di lavarglieli, li gettava in mare, dove una gigantesca tartaruga li mangiava. Ma Teseo lo afferrò per i piedi e lo scaraventò in mare. La sua quinta impresa avvenne ad Eleusi, e fu l'uccisione di Cercione, il figlio di Branco e della Ninfa Argiope. Cercione costringeva tutti i passanti a fare con lui una gara di lotta, e invariabilmente li uccideva: ma Teseo riuscì a sollevarlo e lo sfracellò a terra. La sua sesta fatica fu l'uccisione di Damaste, che alcuni chiamano Polipemone. Costui abitava proprio sulla strada e aveva due letti, uno molto piccolo e l'altro molto grande; e tutti quelli che passavano di là, li invitava a essere suoi ospiti. Ma poi quelli che erano bassi di statura li faceva sdraiare nel letto grande egli rompeva tutte le giunture fino a farli diventare lunghi come il letto; e quelli alti invece li metteva nel letto piccolo, e gli segava via le parti del corpo che sporgevano. Così Teseo ripulì la strada, e finalmente giunse ad Atene. Medea, che nel frattempo aveva sposato Egeo, tramò contro di lui e convinse il marito a stare in guardia contro Teseo, facendogli credere che macchinasse qualcosa a suo danno. Così Egeo, senza sapere che si trattava di suo figlio, si preoccupò, e inviò Teseo a uccidere il toro di Maratona. Il giovane andò e lo uccise, poi tornò ad Atene; allora Egeo gli offrì da bere una coppa contenente del veleno che Medea aveva appena preparato. Teseo aveva già accostato la coppa alle labbra, e insieme porse in dono a suo padre la spada che aveva con sé: subito Egeo riconobbe che era suo figlio e gli rovesciò via la coppa dalle mani. Quando Teseo seppe di essere figlio di Egeo e capì la macchinazione di Medea, la bandì dalla città. Teseo fu poi estratto a sorte fra i giovani che dovevano far parte del tributo a Minosse (era quella la terza volta): ma qualcuno dice che fu lui a offrirsi spontaneamente. La nave montava vele nere, ed Egeo raccomandò a suo figlio di issare vele bianche nel caso fosse tornato sano e salvo. Quando Teseo giunse a Creta, Arianna, figlia di Minosse, si innamorò di lui, e gli promise che lo avrebbe aiutato, dietro promessa di essere portata ad Atene come sua sposa. Teseo lo giurò, e Arianna costrinse Dedalo a rivelarle l'uscita del labirinto. Ancora per suggerimento di Dedalo, diede a Teseo un filo grazie al quale sarebbe potuto uscire: Teseo lo legò alla porta e, tirandoselo dietro, entrò. Scovato il Minotauro proprio nella parte più interna del labirinto, lo uccise a pugni, poi, riavvolgendo il filo, tornò indietro e uscì. Nella notte arrivò a Nasso, insieme ad Arianna e ai ragazzi salvati. Ma qui Dioniso fu preso d'amore per Arianna e la rapì; la portò a Lemno e si unì a lei. Da loro nacquero Toante, Stafilo, Enopione e Pepareto. Addolorato per la sorte di Arianna, Teseo ripartì, ma si dimenticò di issare le vele bianche. Egeo, dall'alto dell'acropoli, vide da lontano fiottare sulla nave le vele nere e pensò che suo figlio fosse morto: allora si gettò giù e morì. Teseo gli succedette sul trono di Atene, e uccise tutti i cinquanta figli di Palladente. Teseo uccise anche tutti gli altri suoi oppositori, ed ebbe il potere assoluto. Minosse, quando si accorse della fuga di Teseo e dei suoi compagni, ne ritenne responsabile Dedalo, e lo rinchiuse nel labirinto insieme al figlio Icaro, che Dedalo aveva avuto da Naucrate, una schiava di Minosse. Allora Dedalo costruì delle ali e le legò alla schiena sua e del figliolo, raccomandandogli di non volare troppo in alto, perché i raggi diElios non sciogliessero la colla che teneva insieme le penne, e neanche troppo vicino al mare, perché l'umidità non appesantisse le ali. Ma Icaro, trascinato dall'entusiasmo, dimenticò le raccomandazioni paterne, e volò sempre più in alto: e allora la colla si sciolse e il ragazzo precipitò nel tratto di mare che dal suo nome poi si chiamò Icario, e morì. Dedalo invece si salvò, e riuscì ad arrivare a Camico in Sicilia. Minosse andò all'inseguimento di Dedalo, e in ogni regione che attraversava faceva vedere agli abitanti una grossa conchiglia tritonide, e i suoi araldi promettevano una enorme ricompensa a chi fosse riuscito a far passare un filo di lino nella spirale della conchiglia: solo Dedalo, pensava Minosse, ne sarebbe stato capace, e in questo modo certo avrebbe scoperto dove si trovava. E un giorno Minosse arrivò anche a Camico, in Sicilia, alla corte di Cocalo, proprio dove Dedalo si nascondeva: e anche qui fece vedere la conchiglia. Cocalo la prese, dichiarò che era in grado di far passare il filo, e portò la conchiglia a Dedalo. Dedalo allora fece un buchino nella conchiglia, poi legò il filo di lino a una formica, la fece entrare da lì e quella poi uscì dalla parte opposta, dopo aver tirato il filo lungo tutta la spirale della conchiglia. Quando Minosse vide che il problema era stato risolto, capì che Dedalo si trovava alla corte di Cocalo, e chiese che gli venisse consegnato. Cocalo glielo promise, e intanto invitò Minosse a fermarsi come suo ospite: ma mentre faceva il bagno le figlie di Cocalo lo uccisero - e qualcuno dice che gli fu versata addosso dell'acqua bollente. Teseo combatté insieme ad Eracle contro le Amazzoni, e rapì Antiope, o forse Melanippe, come alcuni sostengono; Simonide invece dice che si trattava di Ippolita. Per questo motivo le Amazzoni fecero guerra ad Atene. Nella battaglia che si tenne presso l'Areopago, le Amazzoni vennero sconfitte da Teseo alla testa degli Ateniesi. Dall'amazzone, Teseo ebbe il figlio Ippolito; poi Deucalione gli diede in sposa Fedra, figlia di Minosse. Ma durante la cerimonia di nozze all'improvviso si presentò l'amazzone che Teseo aveva sposato prima, tutta in armi, insieme alle sue Amazzoni: e già stava per uccidere tutti i presenti. Ma subito le porte vennero chiuse e l'amazzone fu uccisa. Alcuni sostengono invece che la donna venne uccisa da Teseo in battaglia. Fedra diede a Teseo due bambini, Acamante e Demofonte; poi si innamorò del figlio dell'amazzone, Ippolito, e cercò di attirarlo a lei. Ma Ippolito odiava tutte le donne, e rifiutò qualsiasi approccio. Allora Fedra, nel timore che Ippolito riferisse la cosa al padre, spalancò le porte della sua camera da letto, si stracciò le vesti e finse di aver subito violenza da Ippolito. Teseo le credette, e pregò Poseidone di distruggere Ippolito. Così, un giorno che Ippolito correva sul suo carro lungo la riva del mare, Poseidone mandò fuori dalle onde un toro. I cavalli, terrorizzati, si imbizzarrirono e il carro fu rovesciato e andò in pezzi. Ippolito, impigliato nelle redini, fu trascinato via e morì. E quando l'insano amore di Fedra fu conosciuto la donna si impiccò. Issione si innamorò di Era e cercò di farle violenza; quando Era glielo riferì, Zeus volle sincerarsi che la faccenda stesse proprio così. Allora prese una nuvola, le diede l'aspetto di Era, e la mise nel letto insieme a Issione. Questi andò in giro a vantarsi di aver fatto l'amore con Era, e subito Zeus lo legò a una ruota, che senza sosta lo fece ruotare nel cielo al soffio del vento: e ancora oggi Issione sconta così il suo delitto. Dall'unione di Issione con quella nuvola nacque poi Centauro. Teseo combatté insieme a Piritoo, quando questi fece guerra ai Centauri. Piritoo si era fidanzato con Ippodamia, e al pranzo parteciparono anche i Centauri, che erano suoi parenti. Il vino scorreva a fiumi, e i Centauri, che non erano abituati a berlo, si ubriacarono; così, quando la sposa arrivò, essi cercarono di violentarla. Allora Piritoo prese le armi e li assalì insieme a Teseo, che ne uccise parecchi. Ceneo era nato donna, ma dopo che Poseidone si fu unito a lei in amore, ottenne dal Dio di diventare un uomo invulnerabile. Per questo, nella battaglia contro i Centauri, non si diede il minimo pensiero delle ferite, e ne uccise tantissimi: ma i sopravvissuti lo bloccarono, lo stesero a terra e lo seppellirono sotto una catasta di tronchi d'abete. Quando Piritoo si mise in testa di sposare una figlia di Zeus, Teseo fece un accordo con lui: Piritoo lo aiutò a rapire da Sparta Elena, che allora aveva dodici anni, e Teseo in cambio scese nell'Ade a chiedere la mano di Persefone per Piritoo. Ma i Dioscuri, insieme ai Lacedemoni e agli Arcadi, occuparono Atene, rapirono Elena e portarono via prigioniera la figlia di Pitteo, Etra; Demofonte e Acamante, invece, riuscirono a fuggire. Allora i Dioscuri richiamarono Menesteo dall'esilio, e gli diedero la sovranità su Atene. Quando Teseo scese nell'Ade insieme a Piritoo, subì un grande raggiro. Con la scusa di offrir loro la sua ospitalità, Ade li fece sedere sul Trono dell'Oblio: e subito il loro corpo restò incollato alla sedia, mentre tortuosi serpenti gli facevano la guardia. Piritoo restò incatenato per sempre; Teseo invece fu liberato da Eracle e ritornò ad Atene. Qui venne bandito da Menesteo, e allora andò alla corte di Licomede: ma Licomede lo gettò in un precipizio e lo uccise.
Tantalo sconta la sua pena nell'Ade, con una pietra sospesa sulla testa, perennemente immerso in una palude, e alle sue spalle guarda un albero da frutta cresciuto sulla riva. L'acqua gli arriva al mento, ma quando vuole berla, essa si ritira; e quando vuole cogliere un frutto, l'albero e i suoi frutti vengono spinti dal vento fi- no alle nuvole. Alcuni dicono che Tantalo viene punito perché rivelò agli uomini i misteri degli Dèi, e perché diede l'ambrosia ai suoi compagni. Brotea, che era cacciatore, non rese ad Artemide i dovuti onori, e disse che il fuoco non gli faceva alcun male. Impazzito, si gettò nel fuoco. Pelope, dopo essere stato ucciso e cucinato nel banchetto degli Dèi, ritornò in vita più bello di prima, e per questa sua eccelsa bellezza divenne l'amato di Poseidone, che gli diede il suo carro volante: e poteva correre anche sul mare, senza nemmeno bagnare le ruote. Enomao, il re di Pisa, aveva una figlia, Ippodamia, e, sia che fosse innamorato di lei, come alcuni sostengono, sia invece che avesse ricevuto un oracolo - secondo il quale egli sarebbe stato ucciso dallo sposo della figlia -, nessuno ancora l'aveva presa in moglie. Ma il padre non era riuscito a persuaderla a unirsi a lui, e intanto uccideva tutti i suoi pretendenti. Enomao possedeva infatti armi e cavalli donatigli da Ares, e sfidava a una gara i pretendenti della figlia. Il pretendente doveva prendere sul suo carro Ippodamia, e poi correre fino all'istmo di Corinto: Enomao, armato, lo inseguiva, e se l'avesse raggiunto, poteva ucciderlo. Solo chi non si fosse fatto raggiungere avrebbe potuto avere la mano di Ippodamia. E in questo modo molti pretendenti erano già stati uccisi - dodici, secondo alcuni: e le loro teste mozze venivano inchiodate sul palazzo di Enomao. Anche Pelope chiese la sua mano: e Ippodamia, vedendo la sua bellezza, se ne innamorò e convinse Mirtilo, figlio di Ermes, ad aiutarlo. Mirtilo era infatti l'auriga di Enomao. Mirtilo la amava, e voleva trovar grazia presso di lei: così, non avvitò i chiodi nei mozzi delle ruote, e questo fece sì che Enomao nell'inseguimento fosse sconfitto. E le redini gli si aggrovigliarono intorno, venne trascinato a terra e morì. Molti invece dicono che fu ucciso da Pelope. Nel morire maledisse Mirtilo, perché aveva scoperto il suo inganno, invocando che fosse ucciso proprio da Pelope. Pelope dunque sposò Ippodamia; e un giorno, insieme a Mirtilo, giunsero in un certo posto, e Pelope si allontanò un momento per portare dell'acqua alla sposa che aveva sete. E Mirtilo intanto cercò di usare violenza a Ippodamia. Quando lei glielo riferì, Pelope gettò Mirtilo nel mare, vicino a Capo Geresto, e da allora quello si chiama mare Mirtoo: Mirtilo, nel precipitare, lanciò una maledizione contro la razza di Pelope. Egli intanto raggiunse l'Oceano, dove Efesto lo purificò; tornato poi a Pisa di Elide, prese il trono di Enomao, dopo aver conquistato tutta la regione che allora si chiamava Apia e Pelasgiotide, e che adesso dal suo nome chiamiamo Peloponneso. I figli di Pelope erano Pitteo, Atreo, Tieste e altri. La sposa di Atreo era Erope, figlia di Catreo: ma la donna si era innamorata di Tieste. Una volta Atreo aveva fatto voto di sacrificare ad Artemide l'animale più bello che fosse nato nel suo gregge. Ma quando improvvisamente vide che c'era un agnello d'oro, dicono che rinnegò il suo voto: sgozzò l'agnello e custodì il suo vello in una cassa. Ma Erope, per convincere Tieste a commettere adulterio con lei, glielo donò. Un oracolo aveva detto ai Micenei di prendere come re un figlio di Pelope, e Atreo e Tieste vennero fatti chiamare. In una discussione su chi avesse diritto al regno, Tieste disse alla gente che doveva essere re chi era in possesso del vello d'oro: Atreo fu d'accordo, e allora Tieste mostrò il vello d'oro, ed ebbe il regno. Zeus mandò Ermes da Atreo, per dirgli di chiedere a Tieste se era d'accordo a cedergli il regno, nel caso cheElios avesse mutato il suo corso. Tieste acconsentì, edElios tramontò a oriente. A questa testimonianza divina dell'usurpazione di Tieste, Atreo ebbe il regno e cacciò in esilio Tieste. Quando in seguito venne a sapere dell'adulterio, mandò un messaggero per invitarlo a una riconciliazione. Tieste ritornò, ma Atreo, fingendosi ancora amico, uccise i figli che Tieste aveva avuto da una Ninfa Naiade - Aglao, Callileonte e Orcomeno - proprio mentre stavano all'altare di Zeus come supplici. Li fece a pezzi e li cucinò, poi li offrì per cena a Tieste, dopo aver messo da parte la testa, le mani e i piedi. Tieste li mangiò, e allora Atreo gli fece vedere la loro testa, le mani e i piedi: poi di nuovo lo cacciò in esilio. Tieste, cercando in tutti i modi il mezzo per vendicarsi di Atreo, si rivolse all'oracolo e il responso gli disse di generare un figlio con la propria figlia. Così fece, e con sua figlia generò Egisto: quando fu grande e seppe che era figlio di Tieste, Egisto uccise Atreo e rimise sul trono Tieste. "La nutrice portò Agamennone e Menelao da Polifide, signore di Sicione, e questi ancora li mandò da Eneo, l'etolo. Poco dopo, di nuovo Tindareo li prese, e costrinsero Tieste, rifugiato all'altare di Era, a un gran giuramento, e lo mandarono a Citeria. Sposarono le figlie di Tindareo, diventando suoi generi. Agamennone si unì a Clitennestra, dopo averle ucciso il primo marito, Tantalo figlio di Tieste, e il figlio neonato; e Menelao sposò Elena." Agamennone diventò re di Micene e sposò Clitennestra, figlia di Tindareo, dopo averle ucciso il primo marito, Tantalo, figlio di Tieste, insieme al bambino. Agamennone e Clitennestra ebbero un maschio, Oreste, e tre femmine, Crisotemi, Elettra e Ifigenia. Menelao sposò Elena e regnò su Sparta quando Tindareo abdicò in suo favore.
Ma poi Alessandro rapì Elena; fu questo il volere di Zeus - si dice: in tal modo sua figlia sarebbe divenuta celebre, per aver fatto scoppiare la guerra fra Europa e Asia. Altri invece sostengono che Zeus volesse così dare gloria alla razza dei Semidèi. Comunque sia, Eris lanciò una mela come premio alla più bella, e invitò alla sfida Era, Atena e Afrodite; e Zeus ordinò a Ermes di portarla ad Alessandro, sul monte Ida, perché fosse lui il giudice. Tutte promisero ad Alessandro dei doni. Era gli offrì, se avesse dato a lei la vittoria, la sovranità su tutti gli uomini; Atena gli offrì la vittoria in guerra; e Afrodite gli offrì l'amore di Elena. La prescelta fu Afrodite; Fereclo gli costruì delle navi e Alessandro partì per Sparta. Per nove giorni il giovane restò ospite di Menelao, ma al decimo il re dovette partire per Creta, per prendere parte ai funerali di suo nonno Catreo: e Alessandro convinse Elena a fuggire con lui. Elena abbandonò la figlioletta Ermione, che aveva nove anni, prese con sé tutto l'oro che poteva, e di notte fuggì insieme ad Alessandro. Ma Era gli scatenò addosso una tremenda tempesta, che li costrinse a riparare a Sidone. Così Alessandro, temendo di essere inseguito, si trattenne parecchio tempo in Fenicia e a Cipro. Quando poi pensò che il pericolo fosse finito, andò a Troia insieme a Elena. Ma c'è chi sostiene che Ermes, per ordine di Zeus, rapì Elena e la portò in Egitto, dandola in custodia a Proteo, re degli Egizi: Alessandro sarebbe andato a Troia insieme a un simulacro di Elena, fatto di nuvole. Quando Menelao si accorse del rapimento, andò a Micene da suo fratello Agamennone, e gli chiese di raccogliere da tutta l'Ellade un esercito per marciare contro Troia. Agamennone mandò dei messaggeri presso tutti i re dell'Ellade, rammentando loro gli antichi giuramenti, e li esortò a lottare ognuno per l'incolumità della propria sposa, perché quell'affronto aveva colpito l'Ellade intera. Erano in molti ad aver desiderio di guerra, e si presentarono anche a Itaca, da Odisseo. Ma Odisseo non aveva nessuna intenzione di partecipare alla guerra, e si finse pazzo. Palamede, figlio di Nauplio, capì che li stava ingannando e decise di smascherarlo. Mentre Odisseo fingeva un attacco di follia, gli andò dietro: poi all'improvviso strappò il suo figlioletto Telemaco dalle braccia di Penelope, ed estrasse la spada come per volerlo uccidere. Allora Odisseo si tradì, confessò la sua finzione, e partecipò alla guerra. In seguito Odisseo prese un prigioniero frigio, e lo costrinse a scrivere una falsa lettera, come se fosse inviata da Priamo a Palamede, con degli accordi di tradimento; poi, dopo aver nascosto dell'oro nella tenda di Palamede, lasciò cadere quella lettera in mezzo all'accampamento. Agamennone la lesse, trovò l'oro, e consegnò Palamede agli alleati perché venisse lapidato come traditore. Menelao, insieme ad Odisseo e a Taltibio, si recò a Cipro, dal re Cinira, per convincerlo a partecipare alla spedizione. Cinira offrì in dono delle corazze da portare ad Agamennone, e giurò che avrebbe inviato cinquanta navi; ma poi ne mandò una sola, capitanata dal figlio di Migdalione: le altre erano navicelle di terracotta, da gettare in mare. Le figlie di Anio, a sua volta figlio di Apollo - Elaide, Spermo ed Eno -, erano le cosiddette "produttrici di vino": a loro Dioniso aveva dato il potere di produrre dalla terra olio, grano e vino. L'esercito si radunò in Aulide. Ecco di seguito l'elenco dei guerrieri che parteciparono alla guerra contro Troia. Dieci comandanti beoti, con quaranta navi; quattro comandanti di Orcomeno, con trenta navi; quattro comandanti focesi, con quaranta navi; i Locresi erano capitanati da Aiace, figlio di Oileo, con quaranta navi; gli Eubeesi erano capitanati da Elefenore, figlio di Calcodonte e Alcione, con quaranta navi; gli Ateniesi erano capitanati da Menesteo, con cinquanta navi; i Salaminii erano capitanati da Aiace, figlio di Telamone, con venti navi; al comando degli Argivi, Diomede, figlio di Tideo, e il suo seguito, con ottanta navi; al comando dei Micenei, Agamennone, figlio di Atreo ed Erope, con cento navi; al comando dei Lacedemoni, Menelao, figlio di Atreo ed Erope, con sessanta navi; al comando dei Pilii, Nestore, figlio di Neleo e Cloride, con quaranta navi; al comando degli Arcadi, Agapenore, con sette navi; al comando degli Elei, Anfimaco e il suo seguito, con quaranta navi; al comando dei Dulichii, Mege, figlio di Pileo, con quaranta navi; a capo dei Cefalleni, Odisseo, figlio di Laerte e Anticlea, con venti navi; a capo degli Etoli, Toante, figlio di Andremone e Gorge, con quaranta navi; a capo dei Cretesi, Idomeneo, figlio di Deucalione, con quaranta navi; a capo dei Rodiesi, Tlepolemo, figlio di Eracle e Astioche, con nove navi; a capo dei Simei, Nireo, figlio di Caropo, con tre navi; a capo dell'armata di Coo, Pidippo e Antifo, figli di Tessalo, con trenta navi; a capo dei Mirmidoni, Achille, figlio di Peleo e Tetide, con cinquanta navi; da Pilache, Protesilao, figlio di Ificlo, con quaranta navi; da Pere, Eumelo, figlio di Admeto, con undici navi; a capo degli Olizoni, Filottete, figlio di Peante, con sette navi; a capo degli Eniani, Guneo, figlio di Ocito, con ventidue navi; a capo dei Triccei, Podalirio, con trenta navi; a capo degli Ormeni, Euripilo, con quaranta navi; a capo dei Girtoni, Polipete, figlio di Piritoo, con trenta navi; a capo dei Magnesii, Protoo, figlio di Tentredone, con quaranta navi. La cifra totale delle navi era milletredici; quella dei comandanti quarantatre; quella dei capi di stato maggiore trenta. Mentre l'esercito stazionava in Aulide, durante un sacrificio ad Apollo un serpente uscì fuori dall'altare e si diresse verso un platano lì vicino, dove c'era un nido con otto piccoli passeri e la loro madre: il serpente li divorò e fu trasformato in pietra. Calcante disse che quello era un segno della volontà di Zeus: sarebbero passati nove anni, e solo al decimo gli Elleni avrebbero preso Troia. Intanto si preparavano ormai a partire. Agamennone era comandante in capo dell'intero esercito, mentre Achille era ammiraglio della flotta - l'eroe aveva allora quindici anni. Gli Elleni però non conoscevano la rotta per Troia; così, sbarcarono in Misia e la saccheggiarono, credendolo il territorio di Troia. Re dei Misii era Telefo, figlio di Eracle; vedendo la sua terra messa a ferro e fuoco, armò il suo popolo, ricacciò gli Elleni alle navi e molti ne uccise, fra cui anche Tersandro, figlio di Polinice, che aveva opposto resistenza. Sopraggiunse Achille, Telefo fuggì e venne inseguito: ma durante la sua ritirata restò impigliato in un tralcio di vite e subì una ferita di lancia alla coscia. Gli Elleni lasciarono la Misia, ma appena preso il mare furono investiti da una tremenda tempesta: la flotta si divise e ogni comandante tornò alla propria patria. C'è chi calcola in vent'anni la durata della guerra di Troia: questo perché, dopo il rapimento di Elena, ci vollero due anni per il completo allestimento dell'armata ellenica, e poi, dopo il ritiro dalla Misia, passarono altri otto anni prima che gli Elleni rientrassero in Argo e si riunissero di nuovo in Aulide. Quando dunque, dopo otto anni, si furono di nuovo organizzati in Argo, si ripresentò il grave problema della rotta da prendere, perché non c'era nessun capitano in grado di conoscere la navigazione per Troia. Frattanto Telefo, che non riusciva a guarire dalla sua ferita, aveva ricevuto un responso da Apollo, secondo il quale avrebbe potuto guarire solo se l'avesse curato l'uomo che l'aveva ferito. Allora Telefo si vestì di cenci, andò ad Argo e chiese aiuto ad Achille, promettendo in cambio di indicargli la rotta per Troia. Achille lo curò applicandogli sulla ferita un po' di ruggine grattata via alla sua lancia. Telefo guarì e gli insegnò la rotta giusta, e l'esattezza della sua indicazione venne confermata dall'arte mantica di Calcante. Così, lasciarono Argo e si riunirono di nuovo in Aulide. Ma la flotta non poteva partire, perché i forti venti contrari impedivano la navigazione. Allora Calcante vaticinò che non c' era nessuna possibilità di salpare, se Agamennone non avesse offerto in sacrificio ad Artemide la più bella delle sue figlie: Artemide, infatti, era infuriata contro di lui, perché un giorno, tirando a un cervo, aveva detto: «Neanche Artemide ci sarebbe riuscita!»; la Dea, poi, era irritata anche contro Atreo, che non le aveva sacrificato l'agnello d'oro. Sentito il vaticinio, Agamennone mandò Odisseo e Taltibio da Clitennestra, con l'ambasciata di consegnare a loro Ifigenia, perché venisse data in sposa ad Achille come riconoscimento al suo valore. Clitennestra consegnò la fanciulla, Agamennone la pose sull'altare e stava già per sgozzarla, quando Artemide la rapì, la portò in Tauride e le diede l'ufficio di sacerdotessa del suo culto. Al posto di Ifigenia, Artemide pose sull'altare un cervo; e c' è chi dice che rese immortale la fanciulla. Salpati dunque da Aulide, arrivarono a Tenedo. Re di Tenedo era Tene, figlio di Cicno e Proclia - alcuni però dicono che era figlio di Apollo. Tene era stato bandito da suo padre, e aveva colonizzato Tenedo. Dalla sposa Proclia, figlia di Laomedonte, Cicno aveva avuto il figlio Tene e la figlia Emitea; poi aveva sposato Filonome, figlia di Tragaso: ma la donna si era innamorata di Tene e, non riuscendo a sedurlo, l'aveva calunniato presso il padre Cicno, dicendo che aveva cercato di corromperla - e aveva anche un testimone, il flautista Eumolpo. Cicno le credette, chiuse Tene e sua sorella in una cassa e la gettò in mare. La cassa arrivò all'isola di Leucofri, Tene scese a terra e colonizzò l'isola, che dal suo nome si chiamò Tenedo. Quando, tempo dopo, Cicno seppe la verità, lapidò il flautista, e seppellì viva sua moglie. Quando Tene vide le navi elleniche avvicinarsi alla sua isola, cercò di allontanarle colpendole dall'alto con dei massi; ma Achille lo colpì al petto con la sua spada e lo uccise, incurante del monito di Tetide, che gli aveva predetto di non uccidere Tene, perché altrimenti lui stesso sarebbe stato ucciso da Apollo. Mentre celebravano un sacrificio ad Apollo, dall'altare uscì un serpente e morse Filottete. La ferita era incurabile e il suo fetore ammorbante: l'esercito non riusciva più a sopportare quell'odore, e allora Odisseo, per ordine di Agamennone, abbandonò Filottete a Lemno, lasciandogli solo l' arco di Eracle. E là, in quell'isola deserta, riuscì a sopravvivere cacciando gli uccelli con le sue frecce. Ripartiti da Tenedo, fecero vela verso Troia. Odisseo e Menelao furono inviati a pretendere la restituzione di Elena e delle ricchezze che la donna aveva portato con sé. I Troiani, riuniti in assemblea, decisero non solo di non restituire Elena, ma anche di uccidere gli inviati elleni. Essi però furono salvati da Antenore; ma gli Elleni, indignati per la tracotanza di quei Barbari, presero le armi e navigarono contro di loro. Tetide aveva ordinato ad Achille di non sbarcare per primo dalla nave, perché il primo che fosse sceso a terra sarebbe stato ucciso per primo. Quando i Barbari si accorsero che una flotta nemica si stava avvicinando, corsero verso il mare in armi, e cercarono di impedire lo sbarco lanciando pietre contro le navi. Il primo a sbarcare dalle navi elleniche fu Protesilao: dopo aver ucciso parecchi barbari, fu a sua volta ucciso da Ettore. La sua sposa Laodamia lo amò anche dopo la morte: fece una statua di Protesilao e la tenne sempre vicino. Ma gli Dèi ne ebbero pietà, ed Ermes riportò Protesilao dall'Ade. Quando Laodamia lo vide, pensò che il suo sposo fosse tornato da Troia, e ne fu felice: ma quando Protesilao dovette tornare nell'Ade, Laodamia si uccise. Dopo la morte di Protesilao, Achille sbarcò insieme ai suoi Mirmidoni, e uccise Cicno tirandogli una pietra in testa. Quando i Barbari videro che era morto, fuggirono verso la città; gli Elleni, saltati giù dalle navi, riempirono la pianura di cadaveri. Poi cinsero d'assedio Troia, e tirarono in secca le navi. Mentre i Barbari esitavano a passare al contrattacco, Achille tese un agguato a Troilo nel tempio di Apollo Timbreo e lo uccise; poi di notte fece un'incursione nella città e prese prigioniero Licaone. Insieme ad alcuni dei migliori, Achille saccheggiò il territorio, e s'inoltrò sul monte Ida per catturare il bestiame di Enea. Enea fuggì, Achille uccise i mandriani e Mestore, figlio di Priamo, e portò via il bestiame. Poi conquistò Lesbo e Focea, Colofone, Smirne, Clazomene e Cuma; poi anche Egialo e Tino, le cosiddette Cento Città; poi Adramittio e Side, Endio, Lineo e Colone. Prese anche Tebe Ipoplacia, Lirnesso e Antandro, e molte altre città. Quando erano ormai trascorsi nove anni, molti alleati vennero a unirsi ai Troiani: ecco il loro elenco. Dalle città vicine vennero Enea, figlio di Anchise, e con lui Archeloco e Acamante, figli di Antenore e Teano, a capo dei Dardani; dalla Tracia venne Acamante, figlio di Eussoro; dai Ciconi venne Eufemo, figlio di Trezeno; dai Peoni venne Pirecme; dai Paflagoni venne Pilemene, figlio di Bilsate; da Zelea venne Pandaro, figlio di Licaone; da Adrastea vennero Adrasto e Anfio, figli di Meropo; da Arisbe venne Asio, figlio di Irtaco; da Larissa venne Ippotoo, figlio di Pelasgo; dalla Misia, Cromio ed Ennomo, figli di Arsinoo; dagli Alizoni, Odio ed Epistrofo, figli di Mecisteo; dalla Frigia, Porci e Ascanio, figli di Aretaone; dalla Meonia, Mestle e Antifo, figli di Talemene; dalla Caria, Naste e Anfimaco, figli di Nomione; dalla Licia, Sarpedone, figlio di Zeus, e Glauco, figlio di Ippoloco.
Achille non partecipava alla guerra, irato a causa di Briseide, la figlia del sacerdote Crise. Forti di questo, i Barbari fecero una sortita dalla città. Alessandro venne a duello con Menelao, e stava per soccombere, quando Afrodite lo rapì. Pandaro tirò una freccia contro Menelao, e ruppe la tregua. Diomede ferì Afrodite che era accorsa in aiuto di Enea, poi affrontò Glauco, ma i due eroi ricordarono l'antica amicizia dei loro padri, e si scambiarono le armi. Ettore sfidò a duello il più coraggioso, e si presentarono in molti, ma venne estratto a sorte Aiace: l'eroe stava per avere la meglio su Ettore, quando scese la notte e gli araldi interruppero il duello. Gli Elleni fecero un muro e una trincea a difesa del porto; scoppiata battaglia nella pianura, i Troiani li respinsero fino al muro. Allora gli Elleni mandarono Odisseo, Fenice e Aiace a parlare con Achille, per chiedergli di ritornare a combattere, promettendogli Briseide e altri doni ancora. Scesa la notte, Odisseo e Diomede furono mandati a spiare il campo nemico. Essi uccisero Dolone, figlio di Eumelo, e il trace Reso, che era arrivato il giorno prima come alleato dei Troiani e, senza aver ancora preso parte alla battaglia, si era accampato lontano dalle truppe troiane e dalla tenda di Ettore. Odisseo e Diomede uccisero nel sonno altri dodici soldati traci, e portarono alle navi i cavalli di Reso. Il giorno dopo ci fu battaglia, e Agamennone, Diomede, Odisseo, Euripilo e Macaone furono feriti; gli Elleni fuggirono, Ettore aprì una breccia nel muro ed entrò, Aiace fu costretto a ritirarsi e i Troiani poterono incendiare le navi. Quando Achille vide la nave di Protesilao in fiamme, inviò Patroclo al comando dei Mirmidoni, dopo avergli fatto indossare le proprie armi e prestato i suoi cavalli. Come lo videro, i Troiani lo scambiarono per Achille e si diedero alla fuga. Patroclo li inseguì fino alle mura e ne uccise molti, fra i quali anche Sarpedone, figlio di Zeus; ma poi fu ucciso da Ettore, dopo essere già stato ferito da Euforbo. Un'accanita battaglia scoppiò intorno al suo cadavere, e Aiace riuscì faticosamente a imporsi e a recuperare il corpo. Achille depose finalmente la sua ira e riebbe Briseide. Gli venne portata l'armatura forgiata da Efesto: Achille indossò le sue armi e andò a combattere, respinse i Troiani oltre lo Scamandro, ne uccise molti e fra gli altri anche Asteropeo, figlio di Pelegone, figlio a sua volta del fiume Assio. E il fiume allora si scaraventò su Achille, ma Efesto lo respinse disseccando la sua corrente con una immensa fiamma. Achille poi uccise Ettore in duello, legò il suo cadavere al carro e lo trascinò fino alle navi. Dopo aver sepolto Patroclo, vennero celebrati i giochi in suo onore: Diomede vinse la gara dei carri, Epeo il pugilato, Aiace e Odisseo la lotta. Terminati i giochi, Priamo venne da Achille a riscattare il cadavere di Ettore, e lo seppellì.
Pentesilea, figlia di Otrere e Ares, aveva ucciso senza volerlo Ippolita, ed era venuta a farsi purificare da Priamo. Partecipò alla battaglia e uccise molti Elleni, fra cui anche Macaone; ma poi morì per mano di Achille, che si innamorò di lei ormai morta, e uccise Tersite che lo accusava per questo. Ippolita era la madre di Ippolito - Glauce e Melanippe sono gli altri nomi con i quali viene chiamata. Durante la cerimonia nuziale di Fedra, Ippolita si presentò in armi insieme alle sue Amazzoni e disse che era lì per uccidere gli ospiti di Teseo. Vi fu battaglia e Ippolita restò uccisa, forse involontariamente dalla sua compagna Pentesilea, o forse da Teseo, o forse ancora perché i suoi uomini, viste le intenzioni delle Amazzoni, chiusero in fretta le porte, la bloccarono all'interno e la uccisero. Memnone, figlio di Titone e di Eos, intervenne contro gli Elleni nella guerra di Troia con una forte armata di Etiopi; uccise molti soldati elleni, fra cui anche Antiloco: ma poi venne ucciso da Achille. L'eroe inseguì i Troiani fino alle porte Scee, ma lì fu colpito al tallone da una freccia di Alessandro, guidata da Apollo. Ci fu battaglia intorno al suo cadavere, e Aiace uccise Glauco, fece portare alle navi le armi di Achille, si caricò in spalla il suo corpo e passò in mezzo ai nemici, sfidando i loro colpi, mentre Odisseo respingeva gli assalitori. La morte di Achille riempì l'esercito di disperazione. E lo seppellirono nell'isola Bianca insieme a Patroclo, mescolando le loro ossa. Si dice che dopo la morte Achille abitò insieme a Medea nelle Isole dei Beati. In suo onore vennero celebrati dei giochi: Eumelo vinse la gara dei carri, Diomede la corsa, Aiace il disco e Teucro il tiro con l'arco. Le armi di Achille erano state messe in palio per il guerriero più valoroso, e sia Aiace che Odisseo le pretendevano. La scelta fu affidata ai Troiani, o forse agli alleati, che attribuirono le armi a Odisseo. Aiace restò sconvolto dal dispiacere, e tramò un attacco notturno contro l'esercito. Atena lo colpì con la follia, sviò la sua mente e lo fece andare con le armi in pugno contro le mandrie di bestiame: e Aiace, fuori di senno, fece strage delle bestie e dei mandriani, credendo fossero soldati achei. Quando poi ritrovò la ragione, si uccise. Agamennone vietò di bruciare il suo cadavere, e lui solo, fra tanti caduti sotto Ilio, fu messo in una bara: la sua tomba è presso il capo Reteo. Si era ormai al decimo anno di guerra. Gli Elleni si sentivano scoraggiati, e Calcante vaticinò che non avrebbero mai potuto prendere Troia senza avere dalla loro parte le armi di Eracle. Allora Odisseo andò a Lemno da Filottete, insieme a Diomede, s'impadronì con l'astuzia del suo arco e convinse Filottete a venire a Troia. Giunto che fu, Filottete fu curato da Podalirio e poi uccise Alessandro. Dopo la sua morte, Eleno e Deifobo vennero a contesa per sposare Elena: il prescelto fu Deifobo, ed Eleno lasciò Troia e si ritirò sul monte Ida. Calcante disse che Eleno conosceva gli oracoli che proteggevano la città; Odisseo allora gli tese un agguato, lo catturò e lo portò al campo. Così Eleno venne costretto a rivelarli, e disse che Troia sarebbe caduta innanzitutto se le ossa di Pelope fossero state trasportate al campo ellenico; in secondo luogo era necessaria la partecipazione di Neottolemo alla guerra; e infine avrebbero dovuto trafugare il Palladedio caduto dal cielo: finché la statua si trovava dentro la città, infatti, era impossibile espugnarla. Saputo questo, gli Elleni mandarono a prendere le ossa di Pelope; poi inviarono Odisseo e Fenice da Licomede, a Sciro, e il re lasciò che Neottolemo partisse per Troia. Il giovane arrivò al campo, Odisseo gli affidò le armi paterne, e con queste uccise numerosi nemici. Più tardi arrivò come alleato dei Troiani anche Euripilo, il figlio di Telefo, con una grossa armata di Misii: dopo aver combattuto con valore, fu ucciso da Neottolemo. Odisseo e Diomede fecero una sortita notturna nella città; Diomede restò di guardia, Odisseo invece si imbrattò e si graffiò la faccia, si vestì di stracci ed entrò in città senza essere riconosciuto, come mendicante. Solo Eleno lo riconobbe, ma proprio grazie al suo aiuto riuscì a rubare il Palladedio, e poi, dopo aver ucciso parecchie guardie, lo portò alle navi insieme a Diomede. Passò del tempo, e Odisseo ebbe l'idea di costruire il cavallo di legno, e la propose a Epeo, che era architetto. Epeo fece tagliare dei tronchi sul monte Ida e costruì il cavallo, cavo all'interno e con delle aperture nascoste nei fianchi. Odisseo convinse a entrarvi cinquanta valorosi (l'autore della "Piccola Iliade" dice tremila); gli altri durante la notte avrebbero dovuto bruciare le tende, prendere il mare e dirigersi a Tenedo, pronti però a ritornare la notte seguente. Tutti furono d'accordo, e intanto i capi entrarono nel cavallo di legno, agli ordini di Odisseo; e sul cavallo misero una scritta che diceva: «Gli Elleni dedicano questa offerta ad Atena per il loro ritorno a casa». Gli altri bruciarono le tende e lasciarono a terra solo Sinone, che avrebbe dovuto mandargli dei segnali di fuoco; poi di notte salparono, e gettarono l'ancora vicino a Tenedo. Quando fu giorno, i Troiani videro che il campo ellenico era stato abbandonato e pensarono che fossero fuggiti; poi con grande gioia trainarono in città il cavallo di legno, lo posero davanti al palazzo di Priamo e si consigliarono sul da farsi. Cassandra vaticinò che all'interno del cavallo c'era una forza in armi, e anche il profeta Laocoonte fu d'accordo: molti quindi dissero di bruciarlo, altri di buttarlo in un precipizio, ma l'opinione prevalente era di tenerlo come offerta alla divinità, e predisposero una celebrazione. Apollo inviò loro anche un segno: due serpenti uscirono dal mare, provenienti da isole vicine, e divorarono i figli di Laocoonte. Quando fu notte e tutti dormivano, gli Elleni ritornarono da Tenedo, e Sinone fece i segnali di fuoco dal luogo della tomba di Achille. Elena intanto, avvicinatasi al cavallo, chiamava per nome i capitani elleni imitando la voce delle loro spose. Anticlo stava per rispondere, ma Odisseo gli chiuse la bocca. Quando ritennero che i nemici ormai fossero addormentati, aprirono il cavallo e uscirono con le armi in pugno. Il primo, Echione figlio di Porteo, cadde e si uccise, gli altri invece scesero con una corda, arrivarono alle mura, aprirono la porta e fecero entrare i loro compagni tornati da Tenedo. Attraversarono la città in armi, entrarono nelle case e uccisero i nemici nel sonno. Neottolemo uccise Priamo, che si era rifugiato presso l'altare di Zeus Erceo; Glauco, il figlio di Antenore, fu riconosciuto da Odisseo e Menelao mentre cercava di fuggire a casa, e fu salvato proprio dal loro intervento in armi. Enea prese sulle spalle il padre Anchise e fuggì, e gli Elleni lo lasciarono andare, perché conoscevano la sua devozione. Menelao uccise Deifobo e portò Elena alle navi; Demofonte e Acamante, i figli di Teseo (giunti anch'essi a Troia in un secondo momento), portarono via Etra, la madre dell'eroe. Aiace il Locrese vide Cassandra abbracciata all'immagine di Atena, e la violentò: per questo, da allora, l'immagine ha gli occhi rivolti al cielo. Dopo aver ucciso i Troiani, diedero fuoco alla città e si divisero il bottino. Fecero un sacrificio a tutti gli Dèi, gettarono dalle mura il piccolo Astianatte, e sgozzarono Polissena sulla tomba di Achille. Agamennone prese Cassandra, Neottolemo Andromaca, e Odisseo Ecuba. Altri invece raccontano che Ecuba fu presa da Eleno, che la portò nel Chersoneso; Ecuba si trasformò in cagna ed Eleno la seppellì nel luogo che adesso si chiama «Tomba della Cagna». Laodice, la più bella delle figlie di Priamo, davanti agli occhi di tutti fu inghiottita da una voragine della terra. Quando poi, dopo aver saccheggiato la città, si preparavano a salpare da Troia, Calcante li trattenne, dicendo che Atena era infuriata con loro a causa dell'empio gesto di Aiace. Volevano dunque uccidere Aiace, ma questi si rifugiò presso l'altare, e venne risparmiato.
Poi si riunirono in assemblea, e Agamennone e Menelao si accapigliarono, perché Menelao diceva di partire, e Agamennone invece aveva ordinato di trattenersi ancora per offrire un sacrificio ad Atena. Quando poi salparono, Diomede e Nestore ebbero un buon viaggio, mentre Menelao fu investito da una tempesta, perse quasi tutta la sua flotta, e riuscì a riparare in Egitto con sole cinque navi. Anfiloco, Calcante, Leonteo, Podalirio e Polipete lasciarono le loro navi a Ilio e andarono via terra a Colofone, dove l'indovino Calcante morì e fu sepolto: era suo Destino morire, infatti, se avesse incontrato un indovino più sapiente di lui. Ricevuti ospiti dal vate Mopso, che era figlio di Apollo e Manto, lui e Calcante avevano fatto una sfida di arte divinatoria. Calcante vide una pianta di fichi, e chiese a Mopso: «Quanti fichi porta questa pianta?»; Mopso rispose: «Diecimila più un medimno, e poi ne rimane ancora uno!» ed era esatto. Mopso vide una scrofa gravida, e chiese a Calcante quanti porcellini aveva in pancia e quando si sarebbe sgravata: «Otto!» rispose Calcante. Ma Mopso sorrise e disse: «L'arte profetica di Calcante è tutto il contrario dell'esattezza! Io, che sono figlio di Apollo e Manto, e assai ricco di quella vista acuta che si accompagna all'esatta divinazione, dico, diversamente da Calcante, che i porcellini in pancia sono nove, e tutti maschi, e verranno partoriti senza ombra di dubbio domani all'ora sesta!» Così avvenne, Calcante morì per lo scoramento e venne sepolto a Nozio. Dopo aver compiuto il sacrificio, Agamennone salpò e si diresse a Tenedo. Tetide apparve a Neottolemo e lo convinse a restare ancora due giorni e a compiere dei sacrifici, ed egli restò. Ma gli altri si imbarcarono e a Teno furono investiti da una burrasca. Atena infatti aveva chiesto a Zeus di travolgere gli Elleni con una tempesta: e molte navi vennero affondate. Atena colpì con un fulmine la nave di Aiace; la nave colò a picco, Aiace si salvò su uno scoglio e disse che era sopravvissuto contro la volontà di Atena. Ma Poseidone lo sentì, colpì lo scoglio con il suo tridente e lo spaccò: Aiace cadde in mare e morì, e il suo corpo, spinto a riva dalle onde, fu sepolto da Tetide a Micono. Gli altri si avvicinarono di notte alle coste dell'Eubea, e Nauplio accese dei segnali di fuoco sul monte Cafereo. Gli Elleni, credendo si trattasse di qualche loro compagno che si era salvato, si diressero verso la luce, ma le navi si schiantarono contro gli scogli Caferidi, e molti uomini morirono. Questo perché Palamede, il figlio di Nauplio e Climene, figlia di Catreo, era stato lapidato a morte grazie all'inganno di Odisseo. Quando Nauplio l'aveva saputo, subito aveva raggiunto l'esercito ellenico, e aveva chiesto giustizia per il suo figliolo: ma era ripartito senza ottenere niente, perché tutti appoggiavano il re Agamennone, d'accordo con il quale Odisseo aveva ucciso Palamede. Allora Nauplio costeggiò tutte le regioni dell'Ellade, e istigò le mogli dei capi elleni a tradire i loro mariti assenti: così Clitennestra commise adulterio con Egisto, Egialia con Comete, figlio di Stenelo, e Meda, sposa di Idomeneo, con Leuco. Ma Leuco poi la uccise - lei e la figlia Clisitira, nonostante si fosse rifugiata nel tempio -; poi indusse dieci città a separarsi da Creta e vi instaurò una tirannide. Quando poi, terminata la guerra di Troia, Idomeneo rientrò a Creta, Leuco lo bandì. Nauplio dunque aveva già preso questa sua vendetta, quando venne a sapere che gli Elleni erano sulla via del ritorno in patria; allora accese dei segnali di fuoco sul monte Cafereo, quello che adesso si chiama Silofago: gli Elleni seguirono quella luce, credendo che si trattasse di un porto, e si schiantarono sulle rocce. Neottolemo si trattenne due giorni a Tenedo per consiglio di Tetide, poi si diresse a piedi verso la terra dei Molossi insieme a Eleno; durante il viaggio, Fenice morì e venne seppellito. Sconfitti i Molossi, Neottolemo prese il trono ed ebbe il figlio Molosso da Andromaca. Eleno fondò in Molossia una città e vi si insediò, e Neottolemo gli diede in sposa sua madre Deidamia. Quando Peleo venne cacciato da Ftia dai figli di Acasto e morì, Neottolemo andò a riprendere possesso del trono paterno. E durante la pazzia di Oreste, gli rapì la sposa, Ermione, che era già stata promessa a lui a Troia: per questo poi Oreste lo uccise a Delfi. Alcuni dicono che Neottolemo si era recato a Delfi a domandare giustizia ad Apollo per la morte del padre: in quell'occasione saccheggiò le offerte votive e diede fuoco al tempio, finche Machereo il Focese lo uccise. Gli Elleni vagarono per molte terre, e si insediarono in territori diversi, chi in Libia, chi in Italia, altri in Sicilia, alcuni nelle isole vicine all'Iberia, altri ancora lungo il fiume Sangario; alcuni poi si stabilirono a Cipro. Anche quelli che si salvarono dal naufragio del Cafereo si dispersero in vari luoghi. Guneo andò in Libia; Antifo, figlio di Tessalo, arrivò al paese dei Pelasgi, occupò la regione e la chiamò Tessaglia; Filottete andò in Italia, nel paese dei Campani; Fidippo si stabilì ad Andro insieme alla gente di Coo; Agapenore si stabilì a Cipro; e così chi di qua chi di là, in altri paesi ancora. Apollodoro e gli altri raccontano le seguenti notizie. Guneo lasciò la sua nave, si inoltrò in Libia fino al fiume Cinife, e si stabilì in quella regione. Mege e Protoo fecero naufragio sulle coste dell'Eubea, presso il Cafereo, e i Magnesii che erano con Protoo si stabilirono a Creta. Dopo la guerra di Troia, Menesteo, Fidippo, Antifo, la gente di Elefenore e Filottete navigarono insieme fino a Mimante. Menesteo arrivò a Melo e prese il trono, perche il re dell'isola, Polianatte, era morto. Antifo, figlio di Tessalo, arrivò nel paese dei Pelasgi, occupò il territorio e lo chiamò Tessaglia. Fidippo passò prima da Andro, e poi si stabilì a Cipro. Elefenore era morto a Troia, ma la sua gente fu spinta nel golfo Ionico e si fermarono ad abitare ad Apollonia, in Epiro. La gente di Tlepolemo, invece, arrivò a Creta, ma il vento li spinse verso le isole Iberiche, dove si stabilirono. La gente di Protesilao fu spinta a Pellene, vicino alla piana di Canastro. Filottete arrivò in Italia, nella terra dei Campani, fece guerra ai Lucani, e si stabilì a Crimissa, vicino a Crotone e Turi. Come ringraziamento per il termine della sua peregrinazione, costruì un tempio ad Apollo Viandante, e dedicò al Dio il suo arco, come racconta Euforione. Il Naveto è un fiume dell'Italia: ecco il racconto dell'origine del suo nome, secondo Apollodoro e gli altri. Dopo la presa di Troia, le figlie di Laomedonte (e sorelle di Priamo) - Etilla, Astioche e Medesicaste - insieme ad altre prigioniere portate in quella zona dell'Italia, temendo di dover subire la schiavitù in Ellade, bruciarono le navi: per questo il fiume venne chiamato Naveto, e le donne Nauprestidi. Perdute così tutte le navi, gli Elleni di cui esse erano prigioniere si stanziarono in quella regione. Demofonte approdò, con poche navi, nel paese dei Traci Bisalti, e qui Fillide, la figlia del re, si innamorò di lui: Demofonte la sposò ed ebbe in dote il regno. Ma quando poi decise di rientrare in patria, Fillide pianse a lungo, Demofonte giurò che sarebbe ritornato entro una certa data, e partì. Fillide lo accompagnò fino al cosiddetto Enneodo e gli diede un cofanetto, dicendogli che conteneva un sacro amuleto della Madre Rea, e che doveva aprirlo solo nel caso avesse perso ogni speranza di tornare da lei. Demofonte arrivò a Cipro, e vi si insediò. Quando il tempo stabilito fu ormai trascorso, Fillide maledì Demofonte e si uccise. E Demofonte aprì il cofanetto, fu assalito da un folle panico, montò a cavallo e si lanciò al galoppo a1l'impazzata, finche trovò la morte: il cavallo infatti inciampò, Demofonte fu disarcionato e cadde sulla propria spada. La sua gente rimase a vivere in Cipro. Podalirio giunse a Delfi e chiese all'oracolo dove doveva stabilirsi. li responso diceva: «Vai in quella città dove, se anche il cielo cadesse, non ti succederebbe niente!» Allora Podalirio si stabilì nel Chersoneso Cario, in un posto interamente circondato dai monti lungo tutto l'orizzonte. Anfiloco, figlio di Alcmeone, che fu l'ultimo, si dice, ad arrivare a Troia, fu gettato da una tempesta sulla terra di Mopso: e si racconta che essi fecero un duello per il trono, e si uccisero a vicenda. I Locresi arrivarono in patria dopo lunga peregrinazione, e tre anni dopo la Locride fu piagata da una pestilenza: l'oracolo che ricevettero diceva che avrebbero dovuto placare l'Atena di Ilio, inviando due fanciulle come supplici per mille anni. Le prime due fanciulle furono Cleopatra e Peribea. Quando arrivarono a Troia furono scacciate dagli abitanti, e si rifugiarono nel tempio. E non poterono accostarsi alla Dea, ma rimasero nel tempio con il compito di lavarlo e spazzarlo, senza mai più uscirne, con i capelli rasati, una semplice tunica e i piedi nudi. Quando poi le prime due donne morirono, i Locresi ne inviarono altre due; esse entrarono in città di notte, per evitare di essere viste fuori dal recinto sacro, con il rischio di venire uccise: solo in seguito pensarono di mandare delle bambine ancora neonate con le loro nutrici. Quando poi furono trascorsi mille anni, dopo la guerra focese, i Locresi smisero di inviare le supplici. Quando Agamennone ritornò a Micene insieme a Cassandra, Egisto e Clitennestra lo assassinarono: gli fecero indossare una tunica senza buchi per le braccia né per la testa, e quando fu così imprigionato lo uccisero. Egisto usurpò il trono di Micene; e uccisero anche Cassandra. Elettra, una delle figlie di Agamennone, prese di nascosto il fratellino Oreste e lo affidò da allevare al focese Strofio: e questi lo allevò insieme a suo figlio Pilade. Quando fu diventato grande, Oreste andò a Delfi e chiese al Dio se doveva vendicarsi degli assassini del padre. Il Dio diede il suo assenso, e Oreste andò a Micene di nascosto insieme a Pilade e uccise sia la madre che Egisto. Subito fu colto da follia e perseguitato dalle Erinni; giunse ad Atene e fu processato nell' Areopago. Il giudizio, secondo tradizioni diverse, fu emesso dalle Erinni o da Tindareo o da Erigone, figlia di Egisto e Clitennestra: i voti risultarono pari e Oreste fu assolto. Il giovane chiese al Dio come liberarsi dal male della follia che lo affliggeva; e il Dio gli rispose di andare a prendere l'immagine di legno che si trovava in Tauride. I Tauri sono una popolazione scita, e per tradizione uccidono tutti gli stranieri e li gettano nel fuoco sacro, che si trova nel recinto sacro e sale direttamente dall'Ade. Quando Oreste arrivò in Tauride insieme a Pilade, subito fu scoperto, catturato e portato prigioniero al re Toante, che lo affidò alla sacerdotessa. Ma la sorella, che era appunto la sacerdotessa dei Tauri, lo riconobbe: così Oreste poté rubare l'immagine, e poi fuggì insieme alla sorella. Quest'immagine, portata ad Atene, viene adesso chiamata Artemide Tauropola. Ma alcuni raccontano che Oreste fu gettato da una tempesta sull'isola di Rodi, dove l'immagine fu consacrata, secondo il comando di un oracolo, sulle mura della città. Tornato poi a Micene, Oreste sposò Ermione (o Erigone, secondo un'altra tradizione) e diede in sposa a Pilade sua sorella Elettra. A Oreste nacque un figlio, Tisameno; e poi morì per un morso di serpente a Oresteo in Arcadia. Menelao, con solo cinque navi superstiti della sua flotta, approdò a capo Sunio, in Attica; ma qui di nuovo i venti lo respinsero a Creta, e ancora a lungo errò, in Libia, in Fenicia, a Cipro, in Egitto, e mise insieme una grande ricchezza. Alcuni dicono che trovò Elena alla corte di Proteo, il re dell'Egitto: fino a quel momento Menelao aveva con sé solo una falsa immagine della sposa, fatta di nuvole. Dopo aver vagato otto anni, arrivò a Micene e trovò Oreste, che aveva già vendicato l'assassinio del padre. Tornato a Sparta, recuperò il suo trono. La Dea Era lo rese immortale e lo mandò ad abitare nei Campi Elisi insieme a Elena.
Odisseo, come si racconta, vagabondò in Libia, o forse in Sicilia, oppure nell'Oceano, o forse nel mare Tirreno. Lasciata Ilio, arrivò a Ismaro, città dei Ciconi, la prese e la saccheggiò, risparmiando solo Marone, che era sacerdote di Apollo. Quando i Ciconi del continente vennero a saperlo, arrivarono in armi contro di lui: dopo aver perduto sei uomini per ogni nave, Odisseo riuscì a salpare e fuggì. Arrivò nella terra dei Lotofagi, e mandò alcuni uomini in esplorazione, ma essi mangiarono il frutto del loto e non tornarono più: in quel paese infatti cresce un frutto dolcissimo, che si chiama loto, e chi lo mangia perde completamente la memoria. Venutone a conoscenza, Odisseo impedì agli altri di sbarcare, poi con la forza riportò alle navi quelli che aveva- no mangiato il loto, ripartì e arrivò al paese dei Ciclopi. Lasciate le altre navi presso un'isola vicina, sbarcò nel paese dei Ciclopi con una nave sola, e scese a terra con dodici uomini. Vicino al mare c'era una grotta, e Odisseo vi entrò, portando con se un orcio di vino che gli aveva regalato Marone. Quella era la caverna di Polifemo, figlio di Poseidone e della Ninfa Toosa, un uomo gigantesco, selvaggio, che si nutriva di carne umana, e aveva un solo occhio in mezzo alla fronte. Odisseo e i suoi compagni accesero un fuoco, uccisero qualche capretto e si misero a mangiare. Ma in quel momento arrivò il Ciclope, spinse dentro il suo gregge e chiuse la porta con un masso enorme; poi, come si accorse che c'erano degli uomini, ne mangiò qualcuno. Allora Odisseo gli diede da bere un po' del vino di Marone: Polifemo bevve e poi ne volle ancora, e mentre beveva per la seconda volta chiese a Odisseo come si chiamava. E Odisseo gli rispose che il suo nome era Nessuno. «Bene! - disse Polifemo - Ti mangerò per ultimo, Nessuno! Mangerò prima tutti i tuoi compagni: questo è il dono con cui voglio ricambiarti!» Poi, ubriaco fradicio, si addormentò. Odisseo allora trovò per terra un lungo bastone, con l'aiuto di quattro suoi compagni lo appuntì, poi lo rese incandescente sul fuoco, e accecò il Ciclope. Polifemo urlò, chiamò in soccorso tutti i Ciclopi suoi vicini; quelli accorsero e gli chiesero: «Chi ti fa del male?»: e Polifemo rispose: «Nessuno!» Quelli allora, convinti che nessuno gli stesse facendo del male, se ne andarono. Ma il gregge di Polifemo belava per andare al pascolo: e il Ciclope aprì la porta e, stando sull'ingresso, tastava con le mani tutte le bestie. Odisseo allora legò insieme tre montoni, e si aggrappò sotto il ventre del più grosso: così poté uscire nascosto in mezzo al gregge. I suoi compagni fecero altrettanto, e riuscirono a raggiungere la nave portandosi dietro tutto il gregge. Quando ormai erano salpati, Odisseo gridò al Ciclope il suo vero nome e il modo in cui era riuscito a sfuggirgli di mano. Il Ciclope sapeva bene - gliel'aveva rivelato un oracolo - che era suo Destino essere accecato da Odisseo; come seppe il suo nome, staccò delle enormi rupi e le scagliò in mare, e a stento la nave si salvò. Da allora l'ira di Poseidone perseguitò Odisseo. L'eroe riprese il mare con tutte le navi, e arrivò all'isola Eolia, il cui re era Eolo. A lui Zeus aveva dato l'incarico di controllare i venti, con facoltà di calmarli o di renderli impetuosi. Odisseo fu ospite di Eolo, che gli donò un otre di pelle, nel quale erano imprigionati tutti i venti: gli fece vedere quali venti gli sarebbero stati utili per la navigazione, e gli disse di tenere legato l'otre alla nave. Odisseo dunque si affidò ai venti più opportuni e navigò senza problemi: e quando fu ormai in vista di Itaca e gli apparve il fumo salire dai tetti delle case, si addormentò. I suoi compagni allora, credendo che nell'otre ci fosse dell'oro, lo aprirono e liberarono tutti i venti: e di nuovo furono respinti dalle coste e portati in alto mare dal vento rapinoso. Odisseo ritornò da Eolo e lo pregò di dargli ancora un dolce vento: ma il re lo cacciò dall'isola, dicendogli che gli Dèi lo osteggiavano e che non poteva fare niente per salvarlo. Odisseo di nuovo prese il mare, arrivò nel paese dei Lestrigoni e ormeggiò la sua nave lontano dal porto. I Lestrigoni erano un popolo di cannibali, e li governava il re Antifate. Odisseo mandò avanti degli esploratori, per sapere qualcosa sugli abitanti di quel luogo: la figlia del re li incontrò e li condusse da suo padre. Subito quello prese uno degli Elleni e lo mangiò; gli altri fuggirono e il re li inseguì, gridando e chiamando i suoi Lestrigoni. Arrivarono tutti vicino al mare, affondarono le navi lanciandovi dei massi, e mangiarono gli Elleni. Odisseo allora tagliò la gomena della sua nave e riuscì a salpare: tutte le altre navi andarono distrutte, insieme al loro equipaggio. Con l'unica nave superstite, Odisseo approdò nell'isola di Eea. L'isola era possesso di Circe, figlia diElios e di Perse, e sorella di Eete: e conosceva tutte le magie. Odisseo divise i suoi compagni, sorteggiò i compiti e proprio a lui toccò di restare a guardia della nave; Euriloco e altri ventidue uomini, invece, arrivarono da Circe. Circe li invitò tutti a entrare, tranne Euriloco. E a tutti offrì una bevanda fatta con formaggio, miele, farina e vino, alla quale aveva aggiunto un certo filtro. Gli Elleni bevvero, Circe li toccò con una bacchetta e all'improvviso mutarono aspetto e si trasformarono chi in lupo, chi in maiale, chi in asino, chi in leone. Quando Euriloco vide quel che stava accadendo, corse da Odisseo. L'eroe si precipitò da Circe, portando il fiore chiamato moli che gli aveva dato Ermes: intinse il moli nell'intruglio di Circe, lo bevve e lui solo non restò affatturato. Poi sguainò la spada e già stava per uccidere Circe; ma la maga si mostrò mite e fece tornare uomini i suoi compagni. Odisseo la fece giurare di non fargli alcun male, e poi si unì in amore con lei: e dalla loro unione nacque il figlio Telegono. L'eroe si trattenne con Circe per un anno; poi ripartì e navigò nell'Oceano, offrì sacrifici alle anime dei morti, si fece profetizzare il futuro da Tiresia, come gli aveva consigliato Circe, e vide le anime degli eroi e delle eroine. Vide anche sua madre Anticlea ed Elpenore, che era morto cadendo dal tetto della casa di Circe. Tornò da Circe e poi ripartì, sulla rotta che la maga gli aveva indicato. E passò vicino all'isola delle Sirene. Le Sirene - Pisinoe, Aglaope e Telssiepea - erano figlie dell' Acheloo e di una delle Muse, Melpomene. Una suonava la cetra, l'altra cantava e un'altra suonava il flauto, e con il loro canto inducevano i naviganti a trattenersi con loro. Dai fianchi in giù avevano la forma di uccello. Quando Odisseo passò vicino alle Sirene, volle sentire la loro voce: ma prima tappò le orecchie dei suoi compagni con la cera - come gli aveva consigliato Circe - e lui si fece legare all'albero della nave. Le Sirene cantarono, lo sedussero a restare con loro, e Odisseo implorò i compagni che lo sciogliessero, ma quelli lo legarono ancora più stretto, e così poté continuare il suo viaggio. Era Destino delle Sirene morire se una nave le avesse superate senza fermarsi: e così morirono. Poi arrivarono a un bivio. Da una parte c'erano le Rocce Vaganti, e dall'altra due enormi rupi. In una abitava Scilla, figlia di Crateide e Trieno, oppure di Forco, che aveva il volto e il petto di donna, ma ai fianchi le spuntavano sei teste e dodici zampe di cane. Sull'altra rupe viveva Cariddi, che tre volte al giorno inghiottiva l'acqua del mare e poi la risputava. Su consiglio di Circe, Odisseo evitò le Rocce Vaganti, e costeggiò lo scoglio di Scilla, dopo essersi piazzato a poppa tutto in armi. Scilla apparve, afferrò sei marinai e li divorò. Odisseo poi raggiunse la Trinacria, che era l'isola diElios: lì pascolavano le mandrie del Dio. Non c'era vento, e dovettero trattenersi sull'isola. Quando i viveri vennero a scarseggiare, i compagni di Odisseo uccisero alcuni buoi diElios e fecero un banchetto: e il Dio lo riferì a Zeus. Allora, quando la nave riprese il mare, Zeus la colpì con una folgore e la distrusse. Odisseo riuscì ad aggrapparsi all'albero e arrivò a Cariddi. Ma Cariddi inghiottì l'albero, e Odisseo si salvò stringendosi a una pianta di fico che cresceva sulla scogliera. Quando poi vide che l'albero era stato risputato fuori, vi si aggrappò e arrivò all'isola di Ogigia. Qui venne accolto da Calipso, figlia di Atlante, che si unì in amore con lui e gli diede il figlio Latino. Odisseo restò con lei cinque anni, poi si costruì una zattera e partì. Ma quando fu in alto mare la zattera andò distrutta, a causa dell'ira di Poseidone, e l'eroe fu gettato dalle onde tutto nudo sull'isola dei Feaci. Nausicaa, la figlia del re Alcinoo, stava lavando le vesti di famiglia: Odisseo la supplicò di aiutarlo, e la fanciulla lo condusse da Alcinoo, che lo accolse come suo ospite, gli offrì molti doni e lo rimandò in patria con una scorta. Ma Poseidone poi si irritò con i Feaci, trasformò in pietra la loro nave e nascose la città con una montagna. Quando Odisseo arrivò in patria, scoprì che la sua casa stava andando in rovina. Credendolo morto, infatti, erano arrivati molti pretendenti alla mano di Penelope. Eccone l'elenco. Da Dulichio vennero in cinquantasette: Anfinomo, Toante, Demottolemo, Anfimaco, Eurialo, Paralo, Evenoride, Clitio, Agenore, Euripilo, Pilemene, Acamante, Tersiloco, Agio, Climeno, Filodemo, Menottolemo, Damastore, Biante, Telmio, Poliido, Astiloco, Schedio, Antigono, Marpsio, Ifidamante, Argio, Glauco, Calidoneo, Echione, Lamante, Andremone, Ageroco, Medone, Agrio, Promo, Ctesio, Acarnano, Cicno, Serante, Ellanico, Perifrone, Megastene, Trasimede, Ormenio, Diopite, Mecisteo, Antimaco, Tolemeo, Lestoride, Nicomaco, Polipete e Cerao. Da Same vennero in ventitre: Agelao, Pisandro, Elato, Ctesippo, Ippodoco, Euristrato, Archemolo, Itaco, Pisenore, Iperenore, Ferete, Antistene, Cerbero, Perimede, Cinno, Triaso, Eteoneo, Clitio, Protoo, Liceto, Eumelo, Itano e Liammo. Da Zacinto vennero in quarantaquattro: Euriloco, Laomede, Molebo, Frenio, Indio, Minide, Liocrito, Pronomo, Nisa, Daemone, Archestrato, Ippomaco, Eurialo, Periallo, Evenoride, Clitio, Agenore, Polibo, Polidoro, Taditio, Stratio, Frenio, Indio, Desenore, Laomedonte, Laodico, Alio, Magnete, Oletroco, Barta, Teofrone, Nisseo, Alcarope, Periclimeno, Antenore, Pellante, Celto, Perifo, Ormeno, Polibo e Andromede. Della stessa Itaca i pretendenti erano dodici: Antinoo, Pronoo, Liode, Eurinomo, Anfimaco, Anfialo, Promaco, Anfimedonte, Aristrato, Eleno, Dulichieo e Ctesippo. Tutti questi pretendenti vivevano nel palazzo di Odisseo, e consumavano il suo bestiame per i loro banchetti. Penelope, costretta a risposarsi, aveva promesso di scegliersi il nuovo marito quando avesse finito di tessere il lenzuolo mortuario di Laerte: ed erano ormai tre anni che tesseva, perché il pezzo che aveva tessuto di giorno, di notte lo disfaceva. In questo modo i pretendenti venivano ingannati da Penelope, ma alla fine fu scoperta. Odisseo, appena venne a sapere come stavano le cose a casa sua, andò dal suo servo Eumeo travestito da mendicante, si fece conoscere solo da Telemaco, e poi entrò in città. Lungo la strada incontrò il capraio Melanzio, uno dei suoi servi, che lo trattò davvero male. Arrivato alla reggia, Odisseo mendicò un po' di cibo ai pretendenti, e poi fece a pugni con un altro mendicante, soprannominato Iro. Dopo essersi fatto riconoscere anche da Eumeo e Filezio, Odisseo ideò un piano contro i pretendenti, insieme anche a Telemaco. Penelope diede ai pretendenti l'arco di Odisseo, dono di Ifito, e dichiarò che avrebbe sposato l'uomo che avesse saputo tenderlo. Nessuno ci riuscì: allora Odisseo lo prese e cominciò a tirare contro i pretendenti, spalleggiato da Eumeo, Filezio e Telemaco. Uccise anche Melanzio e le serve che erano andate a letto con i pretendenti; poi si fece riconoscere da sua moglie e da suo padre. Dopo aver celebrato sacrifici ad Ade, Persefone e Tiresia, attraversò a piedi l'Epiro e arrivò in Tesprozia, dove offrì dei sacrifici a Poseidone - secondo la profezia di Tiresia - e placò la sua ira. Callidice, che in quel periodo era la regina dei Tesproti, gli chiese di restare con lei e gli offrì il trono: dalla loro unione nacque il figlio Polipete. Dopo aver sposato Callidice, Odisseo regnò sui Tesproti, e sbaragliò i popoli vicini che attentavano ai confini del regno. Quando poi Callidice venne a morte, Odisseo lasciò il trono al figlio e tornò a Itaca, e trovò che Penelope gli aveva partorito un altro figlio, Poliporte. Frattanto Telegono, che aveva saputo da Circe di essere figlio di Odisseo, si imbarcò alla sua ricerca. Arrivato a Itaca, Telegono razziò alcuni capi di bestiame: Odisseo intervenne a difendere le sue mandrie, e Telegono lo colpì con la lancia che aveva in mano, e che come punta portava la spina di una razza. E Odisseo morì. Quando Telegono lo riconobbe, pianse a lungo: tornò da Circe insieme a Penelope, portandosi dietro il cadavere, e lì sposò Penelope. Circe poi li mandò entrambi nelle Isole dei Beati. Alcuni raccontano che Penelope fu sedotta da Antinoo e che Odisseo la rimandò da suo padre Icario; giunta in Arcadia, a Mantinea, Penelope avrebbe avuto da Ermes il figlio Pan. Altri dicono che Odisseo stesso la uccise perché si era lasciata sedurre da Anfinomo. Si racconta anche che Odisseo fu accusato dai suoi servi per la strage che aveva compiuto, e il giudizio fu pronunciato da Neottolemo, re delle isole prospicienti l'Epiro. Neottolemo, pensando che si sarebbe facilmente impossessato di Cefallenia, se Odisseo fosse uscito di scena, lo condannò all'esilio. Allora l'eroe andò in Etolia, dal re Toante, figlio di Andremone; sposò la figlia del re e morì in tarda età, lasciando un ultimo figlio, Leontofono.