Attis (1)



				

				
SCHEDA
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IDENTITA'
Nome originale: -
Altri nomi: -
Etimologia: -
Sesso: Maschio
LOCALIZZAZIONE
Sezione: Mitologia Classica
Continente: Europa
Area: Mediterraneo
Paese: Grecia
Popolo/Regione: Greci
CLASSIFICAZIONE
Tipologia: Divinità
Sottotipologia: -
Specificità: -
ATTRIBUTI
Aspetto: Antropomorfo
Animali: -
Piante: Pino, Edera
Altri attributi: -
CARATTERI
Indole: Benevola
Elemento: Terra
Habitat: Cielo
Tematiche: Vegetazione

Divinità rappresentante la morte e la rinascita della vegetazione. Nei misteri dedicati ad Attis i sacerdoti, nel furore mistico si eviravano, le sacerdotesse si mutilavano le mammelle. Il culto di Attis arrivò in Italia dalla Grecia nel 204 a.C. e si diffuse in tutto l'impero col culto di Cibele.
Della sua storia si conoscono due versioni principali: una lidia e l'altra frigia, narrate entrambe da Pausania.
Nella versione frigia Attis è un mortale, figlio di Nana, figlia del dio fluviale Sangario. Nana era rimasta incinta perché si era posta in seno un nocciolo di mandorla (o di melograno), frutto di un albero nato dal membro reciso dell'ermafrodito Agdistis. Più tardi Agdisti, divenuto donna, s'innamorò di Attis, lo raggiunse a Pessinunte, dove il giovane si era recato per sposare la figlia del re, e lo fece impazzire. Reso folle, Attis si evirò e morì dissanguato. Agdistis è il nome con cui è venerata Cibele a Pessinunte.
Secondo un'altra versione, Cibele aveva imposto ad Attis di restare casto, ma Attis, innamorato della ninfa amadriade Sagariti, disobbedì. La dea, offesa, fece morire l'albero al quale era legata la vita della ninfa. Attis impazzito, si evirò, e fu imitato dai sacerdoti di Cibele. La dea lo tramutò poi in pino. Pino ed edera sono considerati sacri ad Attis.
Secondo Ovidio, invece, fu Attis stesso, dopo aver amato la ninfa Sagariti, ad evirarsi, colto dal rimorso nei confronti dell'amata Cibele, ma non morì. La dea quindi lo perdonò e lo riprese con sé, dopo aver fatto però morire Sagariti.

[modifica] Bibliografia

[modifica] Fonti Antiche

  • Pausania, VII 17, 9
  • Ovidio, Fasti, IV 221-244