Artù



				

				

Re di Logres, figlio di Uther Pendragon e di Igerne, marito di Ginevra.
Il mago Merlino costruì per Uther Pendragon un bellissimo castello e vi pose la Tavola Rotonda, a imitazione di quella un tempo istituita da Giuseppe d'Arimatea. Alla tavola prendevano posto diversi cavalieri (il numero varia) e una posizione speciale spettava al Santo Graal, il calice utilizzato da Cristo nell'Ultima Cena. Il Graal era scomparso dalla Britannia a causa delle colpe degli uomini.
Per l'istituzione della Tavola Rotonda vennero indetti dei festeggiamenti. A Carduel (Carlisle) convennero tutti i cavalieri con le loro spose. Tra queste anche Igerne, moglie di Gorlois, signore di Tintagel in Cornovaglia. Al vederla, Uther Pendragon se ne innamorò. Igerna aveva già tre o quattro figlie, note nelle leggende arturiane come madri dei cavalieri Galvano, Agravain e Ivano. Ulfin, uno dei consiglieri del re, parlò a Igerna della passione di Uther e questa lo riferì al marito. Indignato, Gorlois abbandonò la corte, rinchiuse la moglie nella fortezza di Tintagel e radunò un'armata per combattere Uther Pendragon. Il giorno prima della battaglia, Merlino con i suoi poteri magici fece assumere a Uther le sembianze di Gorlois e mutò se stesso e Ulfin in due cavalieri del duca di Cornovaglia. Così trasformati, i tre si recarono a Tintagel, dove Igerna aprì loro le porte e accolse Uther credendo si trattasse del marito.
Il mattino successivo ebbe luogo la battaglia e Gorlois rimase ucciso. Poco tempo dopo, Uther sposò Igerna che non sospettava minimamente che il figlio che presto avrebbe dato alla luce non fosse di Gorlois. Appena nato, Artù fu dato a Merlino che, senza menzionarne le origini, lo affidò a sir Ettore che lo allevò insieme al proprio figlio, sir Kay.
Due anni più tardi, Uther morì. I nobili, non sapendo chi nominare quale suo successore, consultarono Merlino, giurando di rispettare la sua decisione. Su consiglio del mago, si riunirono tutti nella chiesa di Santo Stefano a Londra il giorno di Natale. Alla fine della messa, una grande roccia era misteriosamente apparsa nel cortile della chiesa. La roccia era sormontata da un'incudine nella quale era profondamente conficcata una spada.
Avvicinandosi, gli uomini notarono sull'elsa ingemmata un'iscrizione. Essa diceva che sarebbe stato re colui che avrebbe estratto la spada. Tutti i presenti tentarono, ma nessuno riuscì nell'impresa. Trascorsero diversi anni e un giorno sir Ettore venne a Londra con il figlio Kay e Artù. Sir Kay, che doveva partecipare al suo primo torneo, si accorse di aver dimenticato la spada e Artù si offrì di tornare a casa per andare a prenderla. Trovò, però, la casa chiusa e passando dal cortile della chiesa di Santo Stefano vide la roccia con la spada che estrasse agevolmente dall'incudine.
Diede quindi l'arma a sir Kay, ma sir Ettore la riconobbe e domandò ad Artù come l'avesse ottenuta. In principio non riteneva possibile che il ragazzo avesse estratto da solo la spada, ma dopo aver visto Artù rimettere a posto la spada nella roccia e tirarla fuori, gli credette.
Poiché Merlino era un mago, si diffuse la voce che Artù non fosse figlio di Uther Pendragon, ma un figlio del mare, allevato dalle onde e gettato a riva ai piedi di Merlino. Comunque, in principio molti diffidarono di Artù e si rifiutarono di prestargli obbedienza. Tra gli scettici vi erano anche alcuni familiari del re, in particolare i quattro nipoti Galvano, Guerrehet, Agravain e Gueheriet. Artù fu costretto a dichiarare loro guerra. Nonostante la forza di Galvano aumentasse tra le 9 e le 12 e tra le 15 e le 18, Artù riuscì a vincerlo approfittando, secondo il consiglio di Merlino, dei momenti in cui era più debole.
Con l'aiuto di Merlino, Artù governò il paese e ristabilì pace e giustizia. Un giorno, però, avendo colpito senza motivo con la spada sir Pellinor, l'arma si spezzò. Senza alcuno strumento di difesa, Artù sarebbe perito se Merlino con la sua magia non avesse addormentato Pellinor e trasportato il re in un luogo sicuro.
Privato della sua magica spada, Artù non sapeva cosa fare. Mentre si trovava presso un lago vide un braccio rivestito da una stoffa bianca emergere dall'acqua e tenere sollevata una spada ricoperta di gemme preziose. Accanto ad Artù apparve quindi la Dama del Lago che disse al re che la spada gli era destinata.
Artù remò fino al centro del lago e prese la spada che aveva nome Excalibur. L'arma, gli disse la Dama del Lago, aveva poteri magici e finché il fodero fosse rimasto in possesso del re, egli non sarebbe stato sconfitto.
Così armato, Artù ritornò al suo palazzo e vinse i Sassoni che avevano invaso il paese. Andò quindi in aiuto di Leodagan, re di Scozia, minacciato dal malvagio fratello Rion, re d'Irlanda. Rion voleva farsi un mantello con le barbe dei re e per ultima voleva quella di Leodagan. Artù non solo uccise Rion, ma s'impossessò del mantello che riportò a casa come trofeo.
In seguito, Artù ritornò alla corte di Leodagan e s'innamorò di Ginevra, figlia del re. Merlino era contrario alle nozze finché Artù non fosse risultato vittorioso in Bretagna. Al ritorno trionfale del re, si celebrò il matrimonio a Camelot (Winchester) il giorno di Pentecoste. Artù in dono ricevette la Tavola Rotonda. In precedenza, Artù aveva sconfitto i dodici re che gli si erano rivoltati contro. Per suo ordine, le loro spoglie erano state seppellite a Camelot. Qai Merlino eresse un castello con una sala apposita per accogliere la Tavola Rotonda. La sala era ornata di statue a grandezza naturale di tutti i re vinti, ognuno con in mano un cero acceso che, secondo la profezia di Merlino, avrebbe bruciato fino all'apparizione del Graal.
Il numero dei cavalieri della Tavola Rotonda varia, a seconda dei racconti, da dodici (il numero degli apostoli di Cristo) a più di cento.
Tra i cavalieri associati alla Tavola Rotonda, il più avvenente era Lancillotto. Questi s'innamorò di Ginevra e la regina ricambiava il sentimento. Col tempo, la regina venne accusata di adulterio e Lancillotto, sparito per un certo periodo, ritornò a corte per difenderne l'onore; quindi partì per la Bretagna. Artù inseguì il cavaliere, affidando Ginevra alle cure di Mordred, suo nipote, o secondo alcuni racconti, suo figlio.
Immediatamente, Mordred approfittò dell'assenza dello zio e s'impossessò del trono dichiarando che il re era stato ucciso. Quindi tentò di convincere Ginevra a sposarlo. In principio, ella rifiutò, ma infine, temendo per la propria vita, acconsentì. Chiese, comunque, a Mordred, il permesso di andare a Londra per acquistare l'abito di nozze. Arrivata in città, la regina si recò alla Torre e scrisse ad Artù per avvisarlo di ciò che stava accadendo. Senza indugio, il re abbandonò l'assedio al castello di Lancillotto e, dopo aver attraversato il Canale della Manica, si scontrò con l'esercito di Mordred vicino a Dover.
Si avviarono dei negoziati e si decise che Artù e un certo numero di cavalieri avrebbero incontrato Mordred con un numero pari di uomini per discutere i termini della pace. Nessun' 1lfffia avrebbe dovuto essere estratta. Quando, però, le due delegazioni s'incontrarono, un serpente si nascondeva nell'erba e un cavaliere estrasse la spada per ucciderlo. Il suo gesto fu preso per il segnale d'inizio della battaglia. Lo scontro si risolse in una carneficina e quasi tutti i cavalieri rimasero uccisi. Artù combatté quindi con Mordred e, raccogliendo tutte le sue forze, riuscì infine a uccidere l'usurpatore, non prima però che questi lo colpisse mortalmente.
Ciò non sarebbe mai avvenuto se la fata Morgana, malvagia sorella di Artù, non avesse rubato il magico fodero della spada, sostituendolo con un altro. Tutti i nemici erano periti e tra i cavalieri di Artù solo sir Bedivere era ancora in vita. Egli accorse al fianco del re e questo, dandogli la spada, lo pregò di gettarla nel lago. In principio, Bedivere rifiutò, poi fece ciò che gli aveva chiesto Artù.
Appena la magica spada sfiorò le acque, dal fondo del lago apparve un braccio che afferrò l'arma e, dopo averla roteata tre volte, sparì.
Udito ciò, Artù tirò un sospiro di sollievo e liferì al suo fedele cavaliere una profezia di Merlino, secondo cui egli non sarebbe morto. Chiese a sir Bedivere di porlo in una barca decorata di nero. Sir Bedivere obbedì, quindi, vedendo che Artù stava per lasciarlo, chiese il permesso di accompagnarlo, ma il re non poteva esaudire il suo desiderio perché si stava recando ad A valon per guarire della ferita in attesa di tornare un giorno dalla sua afflitta gente.
La leggenda di re Artù, figura emblematica di eroe cristiano, la vita e le gesta del quale spesso richiamano quelle di Gesù, è uno degli apici della fantasia medievale. Alcune delle analogie riscontrabili tra la vita di Artù e quella di Cristo sono: la nascita in circostanze misteriose, il tradimento da parte di una persona amata (Ginevra), la morte per mano di nemici, il trionfo dopo la morte (quando è portato ad A valon, la terra della beatitudine) e infine la credenza che egli ritornerà quando la Gran Bretagna si troverà nel bisogno. Con questo filo, l'immaginazione medievale ha tessuto un ricco arazzo di leggende ancora oggi di grande effetto, come dimostra il successo del romanzo di T. H. White, Re in eterno e il musical di Broadway, Camelot, di Lerner e Lowe, che,si rifanno entrambi alla leggenda di Artù.

Indice

L'Artù storico

C'è chi pensa che la figura di Artù sia basata su uno o più personaggi realmente esistiti e che egli fosse un capo romano-britannico che combatté contro gli anglosassoni tra la fine del V e gli inizi del VI secolo. Le evidenze archeologiche mostrano che nel periodo in cui si pensa che sia vissuto Artù, l'espansionismo degli anglosassoni subì una battuta d'arresto per un'intera generazione. Se effettivamente fu una figura storica, il centro del suo potere doveva essere nelle aree celtiche del Galles, della Cornovaglia, dell'Inghilterra nord-occidentale e nella Scozia meridionale. E forse anche in Bretagna (in Francia). Quest'ultima è comunque un'altra questione molto controversa. Comunque, alcune teorie sostengono che Artù avesse origini romane o pre-romane.

I Sarmati

Nel 1978, C. Scott Littleton e Ann C. Thomas, riprendendo e ampliando le ipotesi di Joel Grisward e Kemp Malone, teorizzarono l'esistenza di una connessione tra i Sarmati da un lato e la storia e la successiva leggenda di Artù dall'altro.
Gli alano-sarmati erano una popolazione nomade delle steppe dell'odierna Ucraina che combatteva a cavallo con spada lunga, lancia, arco e scudo (su cui era inciso un simbolo indicante il diritto di portare le armi). Indossavano armature a scaglie ed elmi conici ed erano conosciuti nel II secolo d.C. per la loro abilità come cavalieri pesanti.
Nel 175, l'imperatore romano Marco Aurelio arruolò 8.000 sarmati nell'esercito romano, di cui 5.500 furono poi inviati lungo il confine settentrionale della Britannia romana (odierna Inghilterra). Là si unirono alla legione VI Vincitrice, in cui serviva un certo Lucio Artorio Casto. Invece di rimandare a casa questi guerrieri una volta terminati i loro 20 anni di servizio, le autorità romane li insediarono in una colonia militare nell'odierno Lancashire, dove i loro discendenti sono attestati dalle fonti ancora nel 428 come "truppa dei veterani sarmati".
Va detto che la cultura dei sarmati è rilevante per le tradizioni arturiane. Oltre alla loro abilità come cavalieri pesanti (e i guerrieri di Artù sono cavalieri), i sarmati avevano un enorme attaccamento, quasi religioso, per le spade (il loro culto tribale era rivolto a una spadaconficcata a terra, simile alla leggendaria Spada nella roccia. Portavano anche stendardi che avevano forma di draghi, un simbolo utilizzato anche da Artù e dal suo presunto padre, Uther Pendragon. Le loro cerimonie religiose erano celebrate da sciamani della loro terra natale, forse come Merlino, e comprendevano l'inalazione di vapori allucinogeni che esalavno da un calderone (cosa che richiama le leggende sulle visioni del Santo Graal). Infine, un precedente per il perduto luogo di sepoltura di Artù ad Avalon può essere trovato nella pratica dei sarmati di seppellire i propri capi accanto ai fiumi, dove i loro corpi e averi erano presto spazzati via. I fautori della teoria di questa connessione guardano anche alle leggende dei discendenti dei sarmati come prova a sostegno. Gli osseti, un popolo iraniano che vive nelle regioni dell'Ossezia e della Georgia, parlano l'osseto, l'unica lingua sarmata ancora parlata. Le ossete saghe dei Nart, che celebrano le imprese di un'antica tribù di eroi, contengono un numero di interessanti parallelismi con le leggende arturiane.
Anzitutto, il guerriero Nart Batraz è indissolubilmente legato alla sua spada, che alla sua morte deve essere rigettata in mare, e così quando gravemente ferito chiede ai suoi compagni superstiti di fare ciò, costoro scagliano l'arma in acqua solo dopo tre volte. Tutto ciò è molto simile alla storia di Artù che, ferito mortalmente dopo la battaglia di Camlann, ordina al suo unico cavaliere superstite, Bedivere, di riportare Excalibur alla Dama del Lago. Anche costui esita ad eseguire l'ordine e per due volte mente ad Artù prima di fare ciò che lui gli ha detto.
Inoltre, gli eroi Nart Soslan e Sosryko raccolgono le barbe dei nemici sconfitti per decorare i loro mantelli, proprio come Rience, nemico di Artù. E come a Rience, anche a Soslan manca un'ultima barba per completare il suo mantello. Un'altra similitudine si riscontra nella Coppa dei Nart, (la Nartyamonga), che compariva nei giorni di festa e portava a ciascuno la cosa che più desiderava mangiare e che era custodita dal più coraggioso dei Nart ("cavalieri") e dalla maga vestita di bianco e associata con l'acqua, che aiuta l'eroe a conquistare la sua spada (anche qui molte sono le similitudini con le storie arturiane) Sebbene vissero almeno tre secoli prima dell'arrivo dei sassoni in Inghilterra, Lucio Artorio Casto e i suoi cavalieri sarmati potrebbero essere sopravvissuti nella memoria, contribuendo almeno in parte a formare le prime storie di Artù. Sebbene molti sostenitori della connessione sarmata leghino le origini della leggenda arturiana a Casto e ai suoi sarmati del II secolo, altri studiosi hanno invece suggerito che alcuni dettagli d'origine sarmata come la Spada nella roccia potrebbero invece essere stati aggiunti in seguito nei romanzi francesi, entrando forse nella tradizione come risultato dell'impatto provocato dall'arrivo degli alani nell'Europa del V secolo d.C.
Coloro che non accettano il collegamento coi sarmati, lo fanno sostenendo che l'oscurità che circonda la figura di Casto renderebbe quest'identificazione improbabile. Affermano anche quanto sia di poco peso come prova della connessione sarmata il fatto che Casto sia divenuto un'importante figura leggendaria. Del resto, nessuna fonte romana accenna a lui o a imprese da lui compiute in Britannia. E non esisterebbe neppure una qualche prova effettiva che Casto abbia comandato i sarmati. Inoltre, le connessioni sarmate emergerebbero da opere tarde come La morte di Artù di Thomas Malory (XV secolo), in cui si dice che Artù e i suoi uomini erano "cavalieri in armature scintillanti". Invece, non comparirebbero nelle tradizioni più antiche scritte in gallese come il Mabinogion. E ciò ha portato gli scettici a concludere che l'influenza sarmata fu in realtà molto limitata nello sviluppo dei racconti arturiani e che quindi non può essere stata base storica di queste leggende. In realtà, il tema della "spada nella roccia" compare già in uno dei primi poemi di Roberto de Boron, mentre elementi sarmatici sono identificabili anche nei racconti gallesi del "Mabinogion" anche se potrebbero appartenere a un comune sostrato indoeuropeo. La prova che Casto ha effettivamente comandato i sarmati in Britannia si evince dall'analisi dell'epigrafe 1919 del volume III del Corpus Inscriptionum latinarum di Theodor Mommsen, in cui si legge che, dopo il grado di praefectus (forse praefectus alae = comandante di truppe a cavallo), Casto fu "dux legionum cohortium alarum Britaniciniarum contra Armoricanos", cioè rivestì il ruolo di comandante supremo delle truppe della Britannia contro gli armoricani. Dato che l'epigrafe è datata alla fine del II secolo d.C. e che in quel periodo i sarmati costituivano buona parte della cavalleria romana in Britannia, è sufficientemente provato che essi furono guidati da Casto almeno nella campagna di Armorica, mentre resta probabile che egli li condusse anche in precedenza come praefectus alae e che abbia partecipato al loro trasferimento in Britannia dalle regioni danubiane, dove aveva servito come centurione e primo pilo della legione V Macedonica.

Lucio Artorio Casto

Scrittori come Kemp Malone, C. Scott Littleton, Ann Thomas e Linda Malcor propongono che re Artù potrebbe essere identificato con un dux romano di II secolo, Lucio Artorio Casto, ufficiale (col rango di praefectus) della VI legione in Britannia e che con molta probabilità avrebbe guidato un'unità di cavalieri sarmati (provenienti dall’Ucraina meridionale), stanziati a Ribchester, che conducevano campagne militari a nord del vallo di Adriano. Le imprese militari di Casto in Britannia e Armorica (odierne Bretagna e Normandia) potrebbero essere state ricordate per i secoli successivi e aver contribuito a formare il nucleo della tradizione arturiana, così come (secondo l’originale teoria di Littleton, Thomas e Malcor) le tradizioni portate dagli alano-sarmati.
Nel periodo compreso tra il 183 e il 185, i caledoni oltrepassarono il vallo di Adriano, ragion per cui l’imperatore Commodo avrebbe inviato Casto in Britannia (181) al comando della cavalleria della VI legione Victrix e di altre truppe, comandate da Ulpio Marcello (probabilmente suo parente, dati gli stretti legami fra la famiglia Artoria e quella Ulpia) con il compito di controllare il Vallo con la sua legione personale e con un contingente di 5.500 cavalieri pesanti sarmati. I sarmati avevano come stendardo un drago, che fu poi adottato dalla cavalleria romana, i "draconari", dando origine anche al termine dragone per indicare truppe a cavallo.
Dopo che i caledoni irruppero oltre il Vallo di Adriano, uccidendo anche il comandante romano a Eboracum (York) Casto guidò le sue truppe a cavallo a nord, sconfiggendo i caledoni. Dalla Britannia l'imperatore lo inviò poi in Armonica al comando di più coorti di cavalleria per sedare una ribellione. Queste notizie sono desunte da due iscrizioni provenienti da Podstrana, città sulla costa della Dalmazia (regione della Croazia). In precedenza Casto aveva servito nella III legione Gallica e nella VI Ferrata in Palestina, nella V Macedonica sul Danubio, nella flotta imperiale di Miseno in Campania, terminando la sua carriera come governatore della Liburnia, in Dalmazia. Da numerose altre epigrafi e reperti archeologici si evince che Artorio Casto apparteneva ad una famiglia campana, ben attestata a Capua, Nola, Pompei e Pozzuoli, discendente dal medico di Augusto, Artorio Asclepiade. Un Artorio aveva partecipato alla repressione della rivolta giudaica (66-70 d.C.), quando fu distrutto il tempio di Salomone.
Collegamenti etimologici possono essere fatti tra i nomi di Artù e Artorio. È comunque vero che nessun’altra persona in Britannia, Irlanda o Scozia che recava un nome simile ad Artù è ricordata fino alla fine del suo periodo di servizio in Britannia. La prima citazione di un nome simile ad Artù è stato Arturius (Artuir mac Aedan, un altro personaggio proposto come possibile Artù storico) citato nella vita di san Colomba di sant'Adomnán, praticamente equivalente ad Artorius, dato il frequente passaggio da "o" a "u" e viceversa nel latino di ogni epoca. Lo stendardo di Artù sarebbe stato il Pendragone, un drago rosso simile alla moderna bandiera del Galles. Le più antiche fonti su Artù non si riferiscono a lui col titolo di re, ma con quello di dux bellorum, cioè di comandante delle guerre. E Casto aveva proprio il titolo di dux. Nell’Historia Brittonum, scritta poco dopo l’820, sono elencate dodici battaglie vinte da Artù. Secondo Leslie Alcock, questa sezione dell’Historia Brittonum è stata tratta da un poema gallese (cimrico) che non indica esattamente il periodo degli eventi e non indica i sassoni come nemici di Artù. Questi ultimi elementi sono contenuti nelle sezioni precedenti e seguenti, derivanti evidentemente da fonti diverse. La differenza cronologica non inficia, quindi, l'identificazione di Artù con Artorio. Circa tre secoli dopo, nell’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth viene detto che queste battaglie furono combattute nel nord contro i barbari. Sette di queste sono state associate a quelle combattute da Casto, anche se non si sa se il romano abbia effettivamente preso parte a ciascuna di queste. Goffredo dice anche che Artù combatté una guerra civile e che due volte portò le sue truppe al di là della Manica, in Armonica: una volta in aiuto dell’imperatore romano e la seconda per sedare una ribellione di suoi propri uomini. In effetti, ci fu un vasto ammutinamento di truppe in Gallia al tempo di Commodo, noto come "bellum desertorum", represso anche con truppe spostate dalla Britannia. La campagna di Casto in Armorica, nel nord-ovest della Gallia, è da identificarsi come una parte del "bellum desertorum".
Le fonti più antiche collocano il quartier generale di Artù non a Camelot, ma a Caerleon (cioè la "Fortezza delle legioni"). Ed Eboracum, a volte definita Urbe Legionum (cioè "Città delle legioni"), era proprio il quartier generale di Casto e delle legioni che davano supporto alle forze romane che sorvegliavano il Vallo di Adriano.

Magno Massimo

Quando l’Impero Romano d'Occidente si disgregò nel IV e V secolo, alcuni ambiziosi generali che comandavano le legioni di stanza nelle province si ribellarono, autoproclamandosi imperatori. Nel 383 il generale delle truppe in Britannia, Magno Massimo (anche Massimiano o Macsen Wledig), si proclamò imperatore e attraversò la Manica con il suo esercito, giungendo in Gallia (odierna Francia), dove in breve sconfisse e uccise l'imperatore d'Occidente Graziano, di cui prese il posto per cinque anni, fino a quando, nel 383, fu sconfitto e giustiziato da Teodosio I.
Anche Artù, come dicono le fonti, avrebbe attraversato il mare e combattuto contro le truppe imperiali. Inoltre, nelle fonti medievali gallesi, è spesso definito ymerawdwr, parola gallese che significa imperatore. Massimo proveniva dalla Spagna e potrebbe essere nato da una famiglia d’origine celtibera.
Secondo la semi-leggendaria Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, Massimo viene menzionato nel Mabinogion, una raccolta di testi medievali gallesi che contengono una storia su Artù e una sul poeta Taliesin. Anche altri generali della Britannia divennero imperatori, seppur per breve tempo. Tra questi ci fu Costantino III, che regnò per quattro anni prima di essere giustiziato. Secondo Goffredo di Monmouth, Costantino III, che in questo autore diventa Costantio II, era nonno di Artù.

Riotamo

Riotamo (anche Rigotamo o Riotimo) è una figura storica che per le fonti antiche definiscono "Re dei Bretoni" (inteso però non come sovrano della Bretagna, regione dell'odierna Francia, ma della Britannia, cioè l'Inghilterra). Visse nel tardo V secolo e gran parte delle notizie su di lui vengono dal De origine actibusque Getarum dello storico bizantino Giordane, scritto nella metà del VI secolo, cioè circa 80 anni prima della presunta morte di Riotamo.
Attorno al 460, il vescovo e diplomatico romano Sidonio Apollinare mandò una lettera (ancora esistente) a Riotamo, chiedendogli di acquietare l’agitazione che serpeggiava tra i bretoni dell'Armorica (che erano coloni britanni stanziatisi in questa regione della Francia). Nel 470, l’imperatore d’Occidente Antemio cominciò una campagna militare contro re Eurico dei Visigoti (che aveva invaso la Gallia), chiedendo l’aiuto di Riotamo, che, secondo Giordane, attraversò la Manica con 12.000 guerrieri. L’ubicazione dell’esercito di Riotamo fu però rivelata dal prefetto del pretorio della Gallia, geloso di Riotamo, che fu quindi sconfitto in Burgundia. Riotamo fu visto per l’ultima volta mentre si ritirava presso una città di nome Avallon. Goffredo Ashe fa notare che, secondo le fonti più antiche, Artù si recò due volte in Gallia, una per aiutare un imperatore romano e un’altra per porre fine a una rivolta. Proprio come Riotamo. Quest’ultimo sembrerebbe inoltre aver regnato sia in Britannia sia in Armorica, proprio come Artù. Artù sarebbe stato tradito da un suo consigliere, Riotamo da un suo presunto alleato. La tradizione dice anche che prima di morire, Artù fu portato ad Avalon (che Goffredo di Monmouth scriveva Avallon). Riotamo, sfuggito alla morte, fu visto per l’ultima volta vicino a una città di nome Avallon.
Non si sa se Riotamo sia stato re in Britannia, Irlanda o Armorica. Quest’ultima era comunque una colonia britannica, mentre Giordane scrive che Riotamo attraversò l’Oceano. Del resto, Riotamo significa "re supremo", e il suo nome potrebbe quindi essere un titolo più che un nome proprio e potrebbe essere stato portato da un Artorio o Artù. D’altra parte, le fonti irlandesi sostengono che Niall dei Nove Ostaggi (sovrano supremo d’Irlanda), Riotamo (re supremo) d’Irlanda, fece delle campagne in Gallia a quel tempo, forse morendo attorno al 455 in una campagna militare che si era spinta fino alle Alpi. "Tutte le tradizioni concordano sul fatto che morì lontano dall’Irlanda. Secondo la leggenda, i suoi seguaci riportarono il suo corpo in Irlanda, combattendo sette battaglie lungo la strada e ogni volta che trasportavano il corpo Niall davanti a loro, erano imbattibili." Il successivo sovrano supremo, Feradach Dathí, conosciuto anche come Nath Í, figlio di Fiachre, figlio di Eochaid Mugmedon, avrebbe anche fatto conquiste in Gallia proprio a quel tempo e sarebbe morto colpito da un fulmine sulle Alpi.

Ambrosio Aureliano

Ambrosius Aurelianus (anche Aurelius Ambrosius) fu un potente leader romano-britannico in Britannia (odierna Inghilterra), famoso per le sue campagne militari contro i Sassoni e c’è chi ipotizza che sarebbe stato proprio lui il comandante dei Britanni nella battaglia del Monte Badon. Comunque sia, la battaglia fu una chiara continuazione dei suoi sforzi.
Secondo il De Excidio Britanniae di san Gildas (uno dei primi storici britannici che sarebbe nato al tempo di Aureliano), Aureliano fu l’unico superstite scampato a un’invasione (mentre i suoi genitori e la maggior parte degli altri romani erano stati uccisi). Aureliano, secondo le fonti, assunse nel 479 la leadership dei britanni rimasti, organizzandoli e guidandoli nella loro prima vittoria contro i sassoni, anche se le successive battaglie ebbero esiti alterni. Gildas scrive anche che i genitori di Aureliano "portavano la porpora", espressione che lascerebbe intendere che discendevano da un qualche imperatore romano. Gli Aureli erano una famiglia senatoria romana e forse Ambrosio discendeva proprio da loro. A seconda delle diverse fonti ed evidenze archeologiche, la battaglia del Monte Badon fu combattuta tra il 491 e il 516 (Gildas, nato nel 494, dice che la battaglia ebbe luogo nell’anno della sua nascita). La maggior parte degli studiosi accettano una data attorno al 500. Sarebbe stata combattuta nel sud-est dell’Inghilterra, forse vicino a Bath (chiamata Badon dai Sassoni) o nei pressi della collina di Solsbury, dove esiste un’antica fortezza. Tuttavia, alcuni pensano che il luogo dello scontro vada ubicato da qualche parte vicino o nella moderna Scozia.
Questa battaglia fu combattuta tra i britanni e i sassoni (forse quelli del Sussex, guidati da Aelle (477-514), il loro Bretwalda), che furono pesantemente sconfitti (secondo alcuni lo stesso Aelle sarebbe morto). Per questa ragione non ebbero più la forza di attaccare i celti fino al 571. Le vittorie britanniche sui sassoni continuarono anche negli anni 90 del VI secolo, che fu l'utlima vera "età dell'oro" della civiltà celtica di Britannia.
Gildas non fa il nome del comandante britannico in questa battaglia, ma dice che era uno dei re contemporanei e che "portava un orso" (probabile riferimento al suo stendardo). Secondo il bardo Taliesin, che visse tra il 534 e il 599, il leader britannico a Badon era il "comandante supremo" (forse corrispondente al dux romano) Artù, a cui tutte le fonti successive attribuiscono la vittoria. È tuttavia possibile che Aureliano sia vissuto nella generazione precedente alla battaglia di Badon.
Nelll’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth si dice che Artù guidò le truppe a Badon. Goffredo è però notoriamente poco credibile e molte delle cose che scrive sono palesemente false. Tuttavia, Goffredo definisce Aureliano re di Britannia e fratello più anziano di Uther Pendragon, padre di Artù, mettendo così in relazione Aureliano e Artù. Afferma che Aureliano era figlio dell'usurpatore Costantino III, ma ciò è difficilmente plausibile.

Artù nell'Età del Bronzo

John Darrah e Arthur Cummins hanno ipotizzato che Artù visse nell'età del bronzo, attorno al 2300 a.C. I due autori sostengono che l'estrarre una spada da una roccia sia in realtà una metafora che richiama la forgiatura dell'arma dal metallo su un'incudine. Inoltre, il lanciare nell'acqua un'arma che aveva grande valore richiamerebbe una pratica funeraria britannica dell'età del ferro, attestata da molti ritrovamenti fatti nei fiumi e nei laghi.

Riferimenti letterari

Nell'Europa medievale, intorno alla figura del re si sviluppò tutta una letteratura in prosa e poesia. Uno dei primi racconti si trova nella Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, scritta nel XII secolo. Da quest'opera trasse ispirazione il poeta francese Wace che trasformò la cronaca di Monmouth in un poema di 14.000 versi. Di questa versione si servì Layamon, un prete, per la sua opera su Artù e le leggende bretoni di circa 32.000 versi allitterati. Successivi autori effettuarono delle aggiunte.
Chrétien de Troyes, vissuto nel XII secolo alla corte della contessa di Champagne a Troyes, riferisce di essersi basato, per la propria opera su Artù, su scritti precedenti che non ci sono pervenuti. Nel racconto di Goffredo di Monmouth, l'enfasi è posta su Artù, mentre nei romanzi di Chrétien, il re passa in secondo piano e vengono narrate le avventure di Galvano, Ivano, Erec, Lancillotto e Perceval.
Chrétien narra anche dell' amore tra Lancillotto e Ginevra, moglie di Artù e di come questi sia stato tradito. Artù, nelle vesti del marito gabbato, compare in diverse leggende successive. L'opera di Chrétien fu seguita dal Merlin di Robert de Borron, scritto intorno al 1200, in cui sono narrate la nascita e l'infanzia di Artù e la storia della spada nella roccia. Il poema Mort Artu racconta della scomparsa della spada Excalibur in un lago magico quando Artù è trasportato ad A valon.
La Morte d'Arthur di sir Thomas Malory, nonostante il titolo francese, è uno dei capolavori della letteratura inglese del Quattrocento. L'autore attinse a tutte le leggende precedenti.
Gli Idilli del re di Tennyson devono molto all'opera di Malory, anche se l'approccio è differente. Il poeta, infatti, attribuisce all'adulterio di Lancillotto e Ginevra il fallimento della Tavola Rotonda. Artù diviene quasi una figura simbolica, invece che un personaggio in carne e ossa. Altri poeti dell'Ottocento che hanno trattato la leggenda sono William Morris, Swinbume e Matthew Arnold. Nel XX secolo, le versioni migliori sono quella del poeta americano Edwin Arlington Robinson, in cui Tristano, Merlino e Lancillotto costituiscono una trilogia, e quella di Mark Twain, che con il suo Uno Yankee alla corte di re Artù tratta la leggenda in modo più irriverente.