Modifica di Angelica

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<br>A Barcellona troveranno "buon naviglio e miglior tempo"; e come poi arrivassero in Oriente e [[Medoro]] vi fosse incoronato re, dice il poeta, "forse altri canterà con miglior plettro". Meglio avrebbe fatto a cantarlo egli stesso: ché l'invito fu raccolto, una ventina d'anni dopo la morte dell'Ariosto, da un altro poeta di corte ferrarese, Vincenzo Brusantini, il quale accompagnerà la povera Angelica fino alla soglia dell'incresciosa quarantina con ogni sorta di sguaiatissime invenzioni in ottava rima nel suo poema Angelica innamorata, dove la bella delle belle mostra d'aver perso ogni pudore concedendosi a tutti con assoluta indifferenza, perfino al più vile e bollato fra tutti i personaggi del Furioso, a quel Martano che l'Ariosto aveva fatto scopare per mano del boia, e finisce con invaghirsi, solo per averla veduta vestita da guerriero, della svergognata amica di Martano, la truffaldina Origille. Tutto ciò avviene per incanti orditi dalla maga Alcina: rotti i quali, Angelica tornerà a Medoro. Degli episodi ariosteschi che impegnano la figura di Angelica due specialmente daranno materia ai pittori dei secoli successivi di felici rappresentazioni: quello di Angelica legata ignuda allo scoglio dell'Isola del Pianto, tra l'Orca e l'Ippogrifo con in groppa Ruggiero, e l'idillio pastorale di lei con Medoro mentre vanno incidendo i propri nomi sulla corteccia degli alberi. Fra i più o meno oscuri prosecutori del poema ariostesco fa spicco il nome di Lope de Vega Carpio (1562-1635) autore de La hermosura de Angelica (v. L'Angelica), pubblicata nel 1602, in venti canti, e scritta nel periodo in cui il poeta combatteva nell'Invincibile Armata. Angelica e [[Medoro]] (che qui è bruno invece che biondo: il Boiardo aveva ben detto, di Angelica, "che ad ogni costo ella voleva un biondo!") giungono a Siviglia, e in un "torneo di bellezza" vincono la corona dell'Andalusia. Come in altri concorsi di bellezza, anche qui c'è la coppia che, non potendo ambire quello di bellezza, e sono [[Nereide]] e [[Zerdano]], aspirano a quello di bruttezza: e avviene che i due brutti s'innamorano, corrisposti, dei due belli. Il concorso degenera in carneficina. Per macchinazioni del perfido [[Rustobaldo]] di Toledo le due coppie, assortite con un gusto del bianch'e nero e del bell'e brutto che sembra anticipare certa programmatica vittorughiana, si smarriscono in paesi sconosciuti e fabulosi: Angelica e Medoro sopra un monte dove stanno per essere divorati dai cannibali, ma poi vengono adorati come dèi; mentre Nereide e Zerdano vengono attratti in tenebrose caverne piene di visioni profetiche e di metamorfosi. Dopo molte peripezie, equivoci e incantamenti, Angelica in un finale quasi romantico lascia la vita nel bacio del suo Medoro.
 
<br>A Barcellona troveranno "buon naviglio e miglior tempo"; e come poi arrivassero in Oriente e [[Medoro]] vi fosse incoronato re, dice il poeta, "forse altri canterà con miglior plettro". Meglio avrebbe fatto a cantarlo egli stesso: ché l'invito fu raccolto, una ventina d'anni dopo la morte dell'Ariosto, da un altro poeta di corte ferrarese, Vincenzo Brusantini, il quale accompagnerà la povera Angelica fino alla soglia dell'incresciosa quarantina con ogni sorta di sguaiatissime invenzioni in ottava rima nel suo poema Angelica innamorata, dove la bella delle belle mostra d'aver perso ogni pudore concedendosi a tutti con assoluta indifferenza, perfino al più vile e bollato fra tutti i personaggi del Furioso, a quel Martano che l'Ariosto aveva fatto scopare per mano del boia, e finisce con invaghirsi, solo per averla veduta vestita da guerriero, della svergognata amica di Martano, la truffaldina Origille. Tutto ciò avviene per incanti orditi dalla maga Alcina: rotti i quali, Angelica tornerà a Medoro. Degli episodi ariosteschi che impegnano la figura di Angelica due specialmente daranno materia ai pittori dei secoli successivi di felici rappresentazioni: quello di Angelica legata ignuda allo scoglio dell'Isola del Pianto, tra l'Orca e l'Ippogrifo con in groppa Ruggiero, e l'idillio pastorale di lei con Medoro mentre vanno incidendo i propri nomi sulla corteccia degli alberi. Fra i più o meno oscuri prosecutori del poema ariostesco fa spicco il nome di Lope de Vega Carpio (1562-1635) autore de La hermosura de Angelica (v. L'Angelica), pubblicata nel 1602, in venti canti, e scritta nel periodo in cui il poeta combatteva nell'Invincibile Armata. Angelica e [[Medoro]] (che qui è bruno invece che biondo: il Boiardo aveva ben detto, di Angelica, "che ad ogni costo ella voleva un biondo!") giungono a Siviglia, e in un "torneo di bellezza" vincono la corona dell'Andalusia. Come in altri concorsi di bellezza, anche qui c'è la coppia che, non potendo ambire quello di bellezza, e sono [[Nereide]] e [[Zerdano]], aspirano a quello di bruttezza: e avviene che i due brutti s'innamorano, corrisposti, dei due belli. Il concorso degenera in carneficina. Per macchinazioni del perfido [[Rustobaldo]] di Toledo le due coppie, assortite con un gusto del bianch'e nero e del bell'e brutto che sembra anticipare certa programmatica vittorughiana, si smarriscono in paesi sconosciuti e fabulosi: Angelica e Medoro sopra un monte dove stanno per essere divorati dai cannibali, ma poi vengono adorati come dèi; mentre Nereide e Zerdano vengono attratti in tenebrose caverne piene di visioni profetiche e di metamorfosi. Dopo molte peripezie, equivoci e incantamenti, Angelica in un finale quasi romantico lascia la vita nel bacio del suo Medoro.
  
==BIBLIOGRAFIA==
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== Bibliografia ==
 
=== Fonti ===
 
=== Fonti ===
  

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